Perché la domenica andiamo all’eucaristia?

Spesse volte ci poniamo la domanda: perché la domenica andiamo all’eucaristia? La risposta è molto semplice: per imparare quella sapienza divina che dà a ciascuno di noi il gusto della nostra umanità.
Se non entriamo in questo orizzonte, forse non abbiamo mai conosciuto Gesù Cristo e, allora, in questa eucaristia in cui il Signore si rende presente, Egli vuole educarci al vero culto in spirito e verità: fare come lui ha fatto sulla croce “Tutto è compiuto!”. Questo atteggiamento non è altro che , regalare la nostra esistenza frammento per frammento nelle mani amorose del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Allora la nostra storia diventa il culto in spirito e verità. Ogni volta che vediamo questa chiesa non guardiamo le mura, ma guardiamo la nostra persona che entrando nei divini misteri impara ad essere se stessa.
Questa sia la bellezza dell’eucaristia che celebriamo. Il Risorto che è presente nella comunità cristiana ci raduna nell’eucaristia e  sta creando in noi un mondo nuovo. E’ quel fascino che è dentro di noi e che ci deve continuamente guidare in modo che abbiamo quella sapienza che viene dall’alto, ci dà la solidità della roccia che è Cristo, per aspirare a quell’incontro divino finale in cui ogni nostro desiderio sarà veramente e pienamente realizzato.

Vite che parlano (2)

Piace rileggere, come percorso accessibile, il cammino stesso di una donna biblica, Rut, quale figura di uno stile in cui far ritornare la vita ad essere parola che comunica. Una provocazione per ciascuno di noi, e più ampiamente per le nostre comunità ecclesiali. Ciò che effettivamente permette a Rut di consegnare parole di vita anche nella sofferenza è la speranza. Una speranza questa, che si consolida in lei in ogni momento in cui accetta di vivere con gratuità la storia che le è data, fino a sperimentarla come la struttura della sua esistenza. Questi alcuni elementi che delineano il percorso da lei vissuto: Innanzitutto, è un vissuto che parla di coraggio a condividere un futuro.
Rut, scegliendo di condividere il futuro di Noemi, non solo fa sua la vita fallita della suocera, ma scommette sullo stesso Dio di Noemi che finora si era rivelato fonte di disgrazia e di dolore («il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio». La condivisione del futuro diventa una parola che riconcilia alla vita. Ma ancora di più, nell’assumere quel futuro, Rut si abilita a riconoscere Dio e a proclamarne il nome. Rut sperimenta che il servizio offerto a Noemi nel desiderio di non rendere più amaro il suo futuro, è diventato una opportunità di crescita per se stessa, una parola di futuro su se stessa. Il servizio offerto diventa una opportunità straordinaria di vita, uno spazio in cui sperimentare come veramente la vita che
si fa dono produce frutto. Ancora, è un vissuto che parla collocandosi nella domanda del bisogno.
Proprio perché Rut va a spigolare, cioè si mette nel luogo degli ultimi, degli emarginati, dei più poveri, ha la possibilità di incontrare Booz, il quale poi la riscatta. Anche l’ultimo posto può essere motivo di incontri straordinari e che possono cambiare radicalmente la vita. Anche nella domanda del bisogno che affiora in tante situazioni della vita, insieme al valore di ciò che ci viene donato, c’è realmente la possibilità di riconoscere l’altro come un riflesso della fedeltà stessa di Dio, della speranza che egli ci consegna.
La vicenda di Rut, testimonia ulteriormente come la parola costruisce la storia.
La storia di Rut, entra nella grande genealogia, e diventa Parola di salvezza. In questa genealogia in cui Rut entra a far parte, grazie al marito Booz e al figlio Obed (Mt 1,5: «Booz generò Obed da Rut»), la sua storia dichiara che la parola ha la sfumatura e la comprensione della parola dell’altro.
Sarà così anche quando, nella scena conclusiva del racconto biblico, Rut, al di là di ogni pretesa di possedere il figlio, lo lascia sul grembo di Noemi, quasi a suggerire che il dono della propria vita, e il frutto che da essa scaturisce, si può contemplare solo quando viene posto nel grembo della storia dell’altro, solamente cioè quando ci si dispone ad offrire anche all’altro il motivo di accedere alla speranza.
Quella di Rut non è una maternità chiusa in se stessa, ma si realizza in una fecondità più ampia, capace di abbracciare le storie ferite e di collocare in esse le ragioni della speranza vissuta in prima persona.
La sua vera grandezza, forse, non sta nell’aver fatto cose spettacolari, ma nel coraggio semplice, apparentemente banale, di aver abitato la propria storia, spesso sofferta, senza mai aver rinunciato a scegliere e a progettarsi nella modalità del dono. Mediante Rut, Dio entra di nuovo nella storia. E fa sentire che questa storia non è una storia abbandonata, ma è una storia che porta già in sé i segni della riuscita e del compimento. Rut lascia il figlio sul grembo di Noemi perché gli faccia da nutrice. Anche a Noemi, in forza di quel figlio riconosciuto come dono, il futuro non è sottratto. Così, i gesti della condivisione e della solidarietà, sono capaci di offrire un futuro anche per coloro ai quali questo futuro sembra essere stato sottratto. Infine, perché in questo si racchiude tutto il percorso che Rut lascia intravedere, la sua parola ha la misura della Parola di Dio. È Lui il grande regista di tutta la scena, è Lui che muove Rut sul cammino di Noemi, è di Lui che si cantano le benedizioni, è per Lui che nel dono di un figlio la storia assume un nuovo orizzonte. E non è una parola dai contorni vaghi, ma ha il nome del «Signore, Dio d’Israele». Così, infatti, Booz, rivolgendosi a Rut e in un gesto di riconoscenza per ciò che ha fatto nei confronti di Noemi, afferma: «Il Signore ti ripaghi questa tua buona azione e sia davvero piena per te la ricompensa da parte del Signore, Dio d’Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti».

Vite che parlano (1)

In questa sintetica espressione è contenuta tutta la storia di Rut e della sua famiglia, così come quella di tante persone che nella Sacra Scrittura hanno trovato ospitalità: l’aver assunto la logica dell’amore, averla tradotta in uno stile di prossimità e averla riaperta attraverso la speranza a un futuro, è ciò che permette di riconoscere la loro vicenda come una pagina stupenda del Testo Sacro. Sono vissuti che hanno la sembianza di frammenti, ma non per questo meno eloquenti di quella Parola che Dio consegna alla storia attraverso i vissuti delle tante persone che con la loro tenacia, si fanno carico di custodire la vita e di trasformare le situazioni di limite, di fragilità e di sofferenza in un possibile futuro abilitato dalla speranza che la fede sostiene e orienta. “Vite che parlano”, perché testimoni di come la vita, se confessata nella sua dimensione di dono, è sempre capace di configurarsi nella sua riuscita, in forza di quella gratuità che il dono porta con sé. Solo nel grembo di questa umanità che ci è “nutrice”, possiamo dirci partecipi della grande storia della salvezza all’interno della quale c’è spazio per comprendere le tante parole “di vita”, perché parole “della vita”. Di tutto questo,
il vissuto di tante donne e tanti uomini che hanno abbracciato la vita anche nei frangenti più difficili, è un documento incomparabile, una parola di Vangelo veramente udibile e al quale tornare ad apprendere.

Vendita torte pro-missioni

Il gruppo missionario parrocchiale, in occasione della Giornata Mondale Missionaria, organizza, Sabato 22 nel pomeriggio e domenica 23 ottobre, nella chiesina, una vendita di torte caserecce, pro – missioni.
Le cuoche, possono preparare tante torte buonissime e donarle per questa lodevole iniziativa. Le torte si possono portare in parrocchia nella mattinata di sabato 22 ottobre. Grazie mille.

Pozzi senz’acqua

C’è un proverbio africano che recita: “un villaggio senza anziani è come un pozzo senz’acqua”.
Abbiamo bisogno che l’anziano ritrovi il suo prestigio e ritorni ad essere memoria di vita, abbiamo bisogno che ogni anziano nella fede diventi messaggero di speranza e staffetta di fede per il suo prossimo.
Perché non mettere in moto il Fuoco della Missione tra i nostri comuni cristiani?
Ogni cristiano si prenda cura della conversione di una persona che poi nella fede diventerà il suo vero fratello e il mondo sarà presto migliore.
Donare la fede è come donare gioia e la gioia sempre si moltiplica e mai si assottiglia.
Ci sono tante persone a cui “sta a cuore la missione” per la gente lontana; ma dobbiamo invogliare più persone possibili a lasciarci coinvolgere dal Fuoco della Missione tra coloro che vivono tra noi senza speranza. Dobbiamo rilanciare questo slogan “un cristiano per un altro cristiano”, perché aprirsi all’amore di Cristo è la vera liberazione. In Lui, soltanto in Lui siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento. Cristo è veramente la nostra Pace. Il cristiano è colui che si lascia coinvolgere da un grande amore verso il fratello: “l’amore di Cristo mi spinge”.

La ricchezza del limite (2)

È fondamentale giungere a comprendere l’importanza – in noi e fuori di noi, nelle nostre relazioni – della presenza dei limiti, delle ferite, delle zone d’ombra; capire, alla luce del messaggio evangelico, che tutto ciò che del nostro ed altrui mondo interiore è segnato dall’ombra e dal limite, è l’unica nostra ricchezza, e che proprio lì è possibile fare esperienza della nostra salvezza.
Insomma, che non vi è nulla dentro di noi che meriti di essere gettato via.
Tutto può essere trasformato in grazia, persino il peccato, diceva sant’Agostino.
Se cominciamo a ragionare in questo modo, vuol dire che s’è compiuta in noi la vera conversione evangelica: abbiamo fatto nostro un pensiero “altro”, ovvero siamo finalmente giunti a non pensare più che la “purezza”, l’essenza di debolezza e di peccato, siano la nostra salvezza, ma proprio il contrario.
La salvezza, la santità, sarà finalmente renderci conto della nostra verità, ovvero che siamo feriti, limitati, fragili, ma al contempo oggetto dell’amore “folle” di un Dio che – proprio perché siamo fatti così – viene a visitarci e ad inabitarci. Il Vangelo rivela continuamente che tutto ciò che ha il sapore del limite racchiude in sé anche la possibilità del suo compimento.
Gesù dice a ciascuno di noi: “Ama quella parte di te che non vorresti avere.
Comincia ad avvolgerla con l’amore e alla fine constaterai di avere in te una perla preziosa, perché nella ferita riconosciuta, avvolta dall’amore, sperimenterai il tesoro che ti porti dentro.”
Mettere nel mezzo le nostre zone d’ombra vuol dire riconoscere da una parte la loro esistenza, e dall’altra che esse, dinanzi alla resurrezione di Cristo, non sono l’ultima parola sulla nostra umanità.
Dobbiamo deciderci se operare per la forza o per la debolezza.
La nostra inadeguatezza, la nostra debolezza, è una forza più grande di ogni altra, poiché ha la forza stessa di Dio: “Quando sono debole, è allora che sono forte” scriveva san Paolo.
Questa verità dovrebbe tornare al centro del nostro vivere cristiano.
Nei Vangeli al centro vi è sempre l’uomo nella sua malattia, nel suo essere ferito, debole e fragile.
Perciò anche al centro dell’assemblea (della comunità, della nostra famiglia, della Chiesa …), al centro del nostro vivere da cristiani non campeggiano la forza, il farcela da sé, l’osservanza ossessiva dei precetti santi, l’essere moralmente irreprensibili … ma vi è solo la nostra debolezza.

La ricchezza del limite (1)

La perla è splendida e preziosa. Nasce dal dolore. Nasce quando un’ostrica viene ferita.
Quando un corpo estraneo — un’impurità, un granello di sabbia penetra al suo interno e la inabita, la conchiglia inizia a produrre una sostanza (la madreperla) con cui lo ricopre per proteggere il proprio corpo indifeso. Alla fine si sarà formata una bella perla, lucente e pregiata. 
Se non viene ferita, l’ostrica non potrà mai produrre perle, perché la perla è una ferita cicatrizzata. 
Quante ferite ci portiamo dentro, quante sostanze impure c’inabitano? Limiti, debolezze, peccati, incapacità, inadeguatezze, fragilità psico-fisiche… E quante ferite nei nostri rapporti interpersonali?
La questione fondamentale per noi sarà sempre: cosa ne facciamo? Come le viviamo?
La sola via d’uscita è avvolgere le nostre ferite con quella sostanza cicatrizzante che è l’amore: unica possibilità di crescere e di vedere le proprie impurità diventare perle. L’alternativa è quella di coltivare risentimenti verso gli altri per le loro debolezze, e tormentare noi stessi con continui e devastanti sensi di colpa per ciò che non dovremmo essere e per ciò che non dovremmo provare.
L’idea che spesso ci portiamo dentro è che dovremmo essere in un altro modo; che, per essere accettati da noi stessi, dagli altri e da Dio, non dovremmo avere dentro di noi quelle impurità indecenti.
Vorremmo essere semplici “ostriche vuote”, senza corpi estranei di vario genere, dei “puri” insomma.
Ma questo è impossibile, e anche qualora ci considerassimo tali, ciò non significherebbe che non siamo mai stati feriti, ma solo che non lo riconosciamo, non riusciamo ad accettarlo, che non abbiamo saputo perdonarci e perdonare, comprendere e trasformare il dolore in amore; e saremmo semplicemente poveri
e terribilmente vuoti.

Davanti a Dio non ci sono personaggi

Il desiderio di essere dei personaggi oggi è abbastanza diffuso: si ambisce ad essere influencer con tanti followers; oppure ad andare in televisione, ad essere protagonisti di qualcuno di quei programmi che permettono anche alle persone comuni e senza doti particolari di farsi vedere, di essere famosi per una sera o per un giorno, di essere riconosciuti il giorno dopo quando si va a fare la spesa. Oppure non fare nulla senza che un fotografo possa immortalare quanto è accaduto e di cui l’io personale diventa protagonista.
Le persone per le quali la fede è ancora un’esperienza importante può darsi che ambiscano ad essere dei personaggi davanti a Dio: persone che si segnalano per il proprio impegno, il proprio zelo, le loro opere buone.
È molto difficile vivere la verità della propria vita: c’è un Narciso che vigila sulla soglia della nostra coscienza, a difesa del nostro onore, del nostro buon nome, della nostra onestà: anche davanti a Dio, che vorremmo costringere a riconoscere i nostri meriti e a darci la “patente” di cristiani per bene, meritevoli dell’elogio di Dio.
Questo è il paradosso: la nostra vita buona ci ha permesso di costruire il personaggio che pretendiamo di esibire anche davanti a Dio.
Questa vita impegnata spesso fa crescere il senso di noi stessi, ci fa sentire protagonisti, mette al centro della scena della nostra vita il nostro Io. Chi vive con questo spirito, non ha bisogno di salvezza: sono le sue scelte, le sue azioni, le sue opere a salvarlo.
La vera fede è quella che si affida a Dio, nel dono e nella dimenticanza di sé.
Dio non chiede di essere convinto dalle nostre opere buone: piuttosto è un Padre buono che conosce la nostra fragilità, anche quando noi stessi non la sappiamo riconoscere, ed è pronto ad accoglierci così come siamo, perché ci vuole bene.
Restituiti alla verità della nostra condizione personale, che fare? Disperarci perché si è infranta la maschera che ci teneva prigionieri del nostro personaggio? Oppure gioire perché attraverso quello scacco abbiamo potuto conoscere che c’è un amore che è più forte del peccato, del limite e della fragilità umana e che ci permette di riconciliarci con la persona che siamo?
Fine di un personaggio; inizio di una vita da persona.
Allora possiamo permetterci anche di essere fragili; non abbiamo nulla da dimostrare a Dio. Possiamo permetterci di continuare a fare il bene, con cuore libero e semplice, che non tiene il conto dei propri meriti.
Così, resi veri da una nuova esperienza di Dio, possiamo anche guardare con benevolenza ai nostri fratelli, senza più la pretesa di essere migliori di loro.
La comunità cristiana ha un grande bisogno di persone che non accampino la pretesa di essere migliori degli altri, e che siano disposte umilmente a mettersi a servizio di ciò di cui vi è bisogno, dove vi è bisogno. Così insegna il Vangelo.

S. Francesco d’Assisi

San Francesco è un “autentico gigante della santità”, che con la sua gioia “continua ad affascinare moltissime persone di ogni età e di ogni credo religioso”. Tra la gioia e la santità c’è infatti un rapporto indissolubile, e il “giullare di Dio”, con la sua vita, ne è stato un esempio insuperabile.
Fu proprio Pio XII – che nel 1939 lo proclamò, insieme a santa Caterina, patrono d’Italia – a utilizzare queste parole, sottolineando gli “insuperabili esempi di vita evangelica” che il Poverello diede ai “cittadini di quella sua tanto turbolenta età”. Colpisce che, oggi come ieri, si parla di una età turbolenta.
Siamo chiamati a vivere “l’ora presente” perché “svegliati dagli urti della realtà” e ci muoviamo, come credenti, non per ambizione di novità o per riformare il mondo, ma per “riformare noi stessi”.
Ecco allora che in questa prospettiva evangelica, in un periodo in cui la Chiesa viene raccontata e interpretata soltanto attraverso le categorie della “crisi” e dello “scandalo”, l’attualità di san Francesco rappresenta un esempio di vita concreta. Due parole possono aiutarci: la “rinuncia” e la “fede”.
La rinuncia “semplice e dolce” di Francesco rappresenta, in realtà, per l’uomo di ogni tempo qualcosa di sconvolgente e scandaloso. Rinunciare a tutto, abbandonare i beni terreni, dimenticarsi della carriera e dei successi mondani per intraprendere una “vita nuova”, e trovarsi poi alla fine della vita “nudo sulla nuda terra”, rappresenta ancora oggi qualcosa di indicibile.
E poi la “fede” che è, sostanzialmente, la risposta attuale alle domande di ogni tempo.
La fede che in Francesco si fa anche magnifica obbedienza, e che segna un crocevia fondamentale tra
l’eresia e la salvezza della Chiesa.
Uno degli snodi decisivi della vita del Poverello di Assisi, ancora oggi estremamente attuale, è il rapporto che si viene a configurare con papa Innocenzo III, a cui Francesco chiede il “permesso” di vivere il Vangelo. Francesco non esige, né sale in cattedra, ma chiede con umiltà.
È la cosiddetta “grazia delle origini” francescane.