Nell’era della Pandemia

Il Covid-19 ha precipitato il mondo intero in uno stato di desolazione. Lo stiamo vivendo già da tanto tempo; è un’esperienza che non si è conclusa e potrà durare ancora a lungo. Ma quale interpretazione possiamo darne? Certo, siamo chiamati ad affrontarlo con coraggio. La ricerca di un vaccino e di una spiegazione scientifica accurata su cosa ha scatenato questa catastrofe ne sono la prova. Ma siamo anche chiamati a una consapevolezza più profonda? Se così fosse, in che modo questa presa di distanza ci impedirà di cadere preda dell’inerzia della noncuranza, o peggio, della complicità con la rassegnazione? È possibile fare “un passo indietro” ponderato, che non significhi inazione, un pensiero che possa trasformarsi in un ringraziamento per la vita data, come se fosse un passaggio verso una rinascita della vita?

Con il Covid-19, ci siamo trovati collegati in modo diverso, condividendo un’esperienza comune di contingenza: non risparmiando nessuno, la pandemia ci ha resi tutti parimenti vulnerabili, tutti ugualmente esposti.Tale consapevolezza è stata raggiunta a un caro prezzo. Quali lezioni abbiamo appreso? Inoltre, quale conversione del pensiero e dell’agire siamo preparati a vivere nella nostra responsabilità comune per la famiglia umana?

La dura realtà delle lezioni apprese

La pandemia ci ha regalato lo spettacolo delle strade vuote e di città fantasma, di una prossimità umana ferita, del distanziamento fisico. Ci ha privato dell’esuberanza degli abbracci, della gentilezza delle strette di mano, dell’affetto dei baci e ha trasformato le relazioni in interazioni timorose tra sconosciuti, lo scambio neutro di individualità senza volto, avvolte nell’anonimità dei dispositivi di protezione. Le limitazioni ai contatti sociali sono spaventose; possono portare a situazioni di isolamento, disperazione, rabbia e abusi. Per gli anziani agli ultimi stadi di vita, la sofferenza è stata ancora più accentuata, in quanto il disagio fisico si è accompagnato ad una qualità della vita deteriorata e alla mancanza delle visite da parte della famiglia e degli amici.

Vita tolta, vita ricevuta: la lezione della fragilità

Le metafore principali che oggi invadono il nostro linguaggio comune sottolineano l’ostilità e un senso pervasivo di minaccia: gli incoraggiamenti ripetuti a “combattere” il virus, i comunicati stampa che risuonano come “bollettini di guerra”, gli aggiornamenti quotidiani sul numero di contagiati, che presto diventano “caduti”. Nella sofferenza e nella morte di così tante persone, abbiamo imparato la lezione della fragilità. In numerosi paesi, gli ospedali fanno ancora fatica a soddisfare le innumerevoli richieste, e sono costretti alla pena del razionamento e al logoramento del personale sanitario. Una miseria immensa, indescrivibile e la lotta per il bisogno primario di sopravvivenza hanno messo in evidenza la condizione dei carcerati, di coloro che vivono in condizioni di povertà estrema ai margini della società, soprattutto nei paesi in via di sviluppo e degli abbandonati destinati all’oblio nell’inferno dei campi profughi.

Abbiamo toccato con mano il volto più tragico della morte: alcuni hanno conosciuto la solitudine della separazione, sia fisica che spirituale, hanno lasciato le proprie famiglie impotenti, impossibilitate ad accomiatarsi dai loro cari, senza neanche la possibilità della più elementare pietà di una sepoltura adeguata. Abbiamo visto vite finire senza alcuna distinzione di età, status sociale o condizioni di salute. “Fragili”. Ecco cosa siamo tutti: radicalmente segnati dall’esperienza della finitudine che è al cuore della nostra esistenza; non si trova lì per caso, non ci sfiora con il tocco gentile di una presenza transitoria, non ci lascia vivere indisturbati nella convinzione che tutto andrà secondo i nostri piani.

Affioriamo da una notte dalle origini misteriose: chiamati a essere oltre ogni scelta, presto arriviamo alla presunzione e alle lamentele, rivendicando come nostro quello che ci è stato solamente concesso. Troppo tardi abbiamo imparato ad accettare l’oscurità da cui veniamo e a cui, infine, torneremo. Secondo alcuni questa storia è assurda, in quanto tutto si riduce al nulla. Ma come potrebbe questo nulla essere la parola finale? E se così fosse, perché combattere? Perché ci incoraggiamo reciprocamente a sperare in giorni migliori, quando tutto ciò che stiamo vivendo in questa pandemia sarà finito?

La vita va e viene, dice il custode della prudenza cinica. Ma questo suo crescere e decrescere, ora reso più evidente dalla fragilità della nostra condizione umana, potrebbe aprirci a una diversa saggezza, una diversa consapevolezza: la dolorosa prova della fragilità della vita può anche rinnovare la nostra consapevolezza che è un dono. Tornando alla vita, dopo aver assaporato il frutto ambivalente della sua contingenza, non saremo più saggi? Non saremo più grati, meno arroganti?

Come predicare Gesù Cristo

“Ritenni di non sapere altro se non Gesù Crocifisso”

Si comprende la scelta di Paolo apostoli a partire dalla Prima Lettera ai Corinzi. Un testo sul quale è utile soffermarsi in una stagione in cui troppe volte ci si illude di poter rendere più attraente il Vangelo grazie all’acquisizione di nuove tecniche di comunicazione o alla padronanza di nuove tecnologie.

In questa pagina, Paolo ritorna con la memoria alle origini della sua permanenza in quella città, nella quale era giunto dopo aver sperimentato il fallimento del suo talento oratorio davanti alla folla riunita all’Areopago di Atene (cfr. Atti Apostoli capitolo 17). Di fatto, a Corinto lo aveva inviato Gesù, esortandolo a non aver paura: “Continua a parlare e non tacere, perché io sono con te” (cfr. At. Ap. 18,9-11). Ora, scrivendo alla comunità, l’apostolo rievoca questi inizi umili:

“Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”. (1 Cor. 2,1-5)

Nei versetti precedenti, Paolo aveva già introdotto il tema della sapienza di Dio e in quella luce aveva rievocato la propria esperienza, al centro della quale campeggia la parola eloquente della Croce, che è portatrice della potenza divina (cfr. 1 Cor 1,18). Guardando ad essa, l’apostolo ha imparato a riconoscersi avvolto e salvato dal mistero di quella morte, fino ad esclamare: “Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal. 2,20). Di conseguenza, presentandosi ai Corinzi, non può che adeguarsi allo stile di Dio, quello che anche lui ha sperimentato. Non può cioè che proporsi con l’umiltà di chi è consapevole della sproporzione fra la vocazione ricevuta e la propria persona, fra l’annuncio di cui è portatore e la debolezza della propria parola.

Mi sono voluto soffermare sulla Parola della Croce, perché è il cuore del Vangelo e lì occorre tornare in un tempo che non è per la distrazione, ma al contrario per rimanere vigili e risvegliare in noi la capacità di guardare all’essenziale. E guardare all’essenziale è necessario per mantenere viva la memoria di una salvezza che ci ha raggiunto nel mistero della morte e risurrezione del Signore Gesù. Sta qui la verità del vangelo, che dovrebbe essere comunicata anche oggi, senza cedere alla tentazione di addomesticarla per timore che risulti poco attraente in un mondo abituato a coltivare l’illusione dell’autosufficienza e dell’autorealizzazione. Di fronte al mistero di questo amore, che gratuitamente ci precede e ci interpella, riaffiorano però dal cuore alcune domande: Come si può diventare oggi contemporanei di Gesù? Dove si rende disponibile per noi l’esperienza di un incontro con Lui? E a quali condizioni?

Ci è stata affidata questa operazione: mantenere viva la memoria di Gesù e lasciarci continuamente ricreare dalla sua Pasqua. Tale memoria è alimentata dalla mediazione del Vangelo, che resta condizione imprescindibile non solo per accedere a Lui, ma anche per riconoscere la sua prossimità, che ci accompagna e non viene meno neppure nei tempi di crisi. Per questa ragione la predicazione non può sopportare i linguaggi fittizi di una comunicazione diffusa ma incapace di dire cose vere, e nemmeno può patteggiare con il linguaggio della croce, perché ne va della qualità stessa della nostra vita.

Pellegrinaggio Unità Pastorale

Parrocchia Maria Madre del Salvatore

(Cappuccini di Casalpusterlengo)

Mercoledì 9 Settembre

Ore 20.30 recita del Santo Rosario presso il santuario e tempo a disposizione per le Sante Confessioni.

Ore 21.00 S. Messa concelebrata.

Se qualcuno non avesse un mezzo di trasporto a disposizione, può contattare personalmente don Giuseppe.

La vita è una strada

La vita è una strada. PARTIRE. Da quando si nasce sempre bisogna partire. Uscire dal presente, protendersi verso l’avvenire.

CAMMINARE. Non ci si può fermare perché l’esistenza prosegue. L’importante è Camminare sulla Strada, anche se faticosa. Verso la META. La vita invoca una meta, pena l’apatia, la disperazione, il fallimento. Il futuro è davanti a noi, invita a camminare con speranza.

CRISTO ti si presenta nella vita come Colui che ti lancia in questa meravigliosa avventura, ti fa partire. E’ il tuo cammino, la tua meta. Cristo: Via, Verità, Vita.

Il Cammino del cristiano: un incontro con Cristo. Dallo sconforto alla gioia, dalla paura al coraggio, dalla sordità all’ascolto, dalla cecità al riconoscimento, dalla fuga alla Testimonianza

Non lasciare a terra il pilota…

L’aeroporto di una città dell’Estremo Oriente venne investito da un furioso temporale. I passeggeri attraversarono di corsa la pista per salire su un DC3 pronto al decollo per un volo interno. Un missionario, bagnato fradicio, riuscì a trovare un posto comodo accanto ad un finestrino.

Una graziosa hostess aiutava gli altri passeggeri a sistemarsi. Il decollo era prossimo e un uomo dell’equipaggio chiuse il pesante portello dell’aereo. Improvvisamente si vide un uomo che correva verso l’aereo, riparandosi come poteva, con un impermeabile. Il ritardatario bussò energicamente alla porta dell’aereo, chiedendo di entrare. L’hostess gli spiegò a segni che era troppo tardi. L’uomo raddoppiò i colpi contro lo sportello dell’aereo. L’hostess cercò di convincerlo a desistere. «Non si può… E’ tardi… Dobbiamo partire», cercava di farsi capire a segni. Niente da fare: l’uomo insisteva e chiedeva di entrare. Alla fine, l’hostess cedette e aprì lo sportello.

Tese la mano e aiutò il passeggero ritardatario a issarsi nell’interno. E rimase a bocca aperta. Quell’uomo era il pilota dell’aereo.

Attento! Non lasciare a terra il pilota della tua vita. Sia Gesù il tuo pilota che ti permetterà di decollare e spaziare i cieli !!! «Ecco, io sto alla tua porta e busso» dice il Signore.

ApriGli!!!

Da “salvaguardia” a “custodia” del creato

Quando parliamo di ambiente, del creato, il mio pensiero va alle prime pagine della Bibbia, al libro della Genesi, dove si afferma che Dio pose l’uomo e la donna sulla terra perché la coltivassero e la custodissero (cf. 2,15). E mi sorgono le domande: Che cosa vuol dire coltivare e custodire la terra? Noi stiamo veramente coltivando e custodendo il creato? Oppure lo stiamo sfruttando e trascurando? Il verbo “coltivare” mi richiama alla mente la cura che l’agricoltore ha per la sua terra, perché dia frutto ed esso sia condiviso: quanta attenzione, passione e dedizione! Coltivare e custodire il creato è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti. Noi, invece, siamo spesso guidati dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non la “custodiamo”, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura.

Il “coltivare e custodire” non comprende solo il rapporto tra l’uomo e il creato, ma riguarda anche i rapporti umani. Quello che comanda oggi non è l’uomo, è il denaro, i soldi comandano. E Dio nostro Padre ha dato il compito di custodire la terra non ai soldi, ma a noi: agli uomini e alle donne. Noi abbiamo questo compito!

Invece, uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo: è la “cultura dello scarto”. Se si rompe un computer è una tragedia, ma la povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità. Se in tante parti del mondo ci sono bambini che non hanno da mangiare, quella non è notizia, sembra normale. Non può essere così! Eppure queste cose entrano nella normalità: che alcune persone senza tetto muoiano di freddo per la strada non fa notizia. Al contrario, un abbassamento di dieci punti nelle borse di alcune città, costituisce una tragedia. Uno che muore non è una notizia, ma se si abbassano di dieci punti le borse è una tragedia! Così le persone vengono scartate, come se fossero rifiuti.

Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora, come il nascituro, o non serve più, come l’anziano.

Questa “cultura dello scarto” ci ha resi insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari, che sono ancora più deprecabili quando in ogni parte del mondo, purtroppo, molte persone e famiglie soffrono fame e malnutrizione». È chiara la valenza morale di consapevolezza della responsabilità di un uso non distruttivo né egoistico della natura e della necessità di giungere ad una distribuzione più equa delle risorse del creato, quale emerge dagli ultimi decenni di magistero, che ha intensificato gli interventi.

«L’ambiente naturale è stato donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l’umanità intera».

«Viviamo in un giardino affidato alle nostre mani»: ricordarlo ai propri figli nel quotidiano è un compito urgente affidato ai genitori. È un’impresa che può essere realizzata con alcuni semplici suggerimenti declinabili in tre prospettive: la cultura della custodia si fonda sulla gratuità, sulla reciprocità e sulla riparazione del male.

Gratuità è la prima prospettiva per innestare un legame di libertà con le persone e le cose e cambiare lo sguardo sulle cose. Tutto diventa intessuto di stupore. Da qui sgorga la gratitudine a Dio, che esprimiamo nella preghiera a tavola prima dei pasti, nella gioia della condivisione fraterna, nella cura per la casa, la parsimonia nell’uso dell’acqua, la lotta contro lo spreco, l’impegno a favore del territorio.

Reciprocità, perché in famiglia si impara il rispetto della diversità. Ogni fratello, infatti, è una persona diversa dall’altra. La purificazione delle competizioni fra il maschile e il femminile fonda la vera ecologia umana. In questa visione nasce quello spirito di cooperazione che si fa tessuto vitale per la custodia del creato, in quella logica preziosa che sa intrecciare sussidiarietà e solidarietà, per la costruzione del bene comune.

Infine, la riparazione del male compiuto da noi stessi e dagli altri, attraverso il perdono, la conversione, il dono di sé. Si impara a condividere l’impegno a “riparare le ferite” che il nostro egoismo dominatore ha inferto alla natura e alla convivenza fraterna. Da qui, dunque, può venire un serio e tenace impegno a riparare i danni provocati dalle catastrofi naturali e a compiere scelte di pace e di rifiuto della violenza e delle sue logiche.

In un’epoca segnata da una forte tendenza individualistica, avvertiamo la necessità di educare alla cittadinanza responsabile, alla ricerca del bene comune con la fantasia della carità (compreso il compito urgente per salvaguardia della sacralità della domenica). L’educare al creato diventa scuola di gratuità e di stupore per la bellezza della vita. Perché c’è una grammatica da rispettare, che non creo ma scopro, già presente prima di me. La dobbiamo solo “custodire”, perché possa fiorire in bellezza e freschezza».

Lo scandalo dell’Eucaristia

Il rivestimento simbolico dell’Eucaristia contiene un potenziale provocatorio che dovrebbe sprigionare ogni volta un’incontenibile ansia di cambiamento. La comunità eucaristica, come Gesù, dev’essere sovversiva e critica verso tutte le miopi realizzazioni di questo mondo.

Le nostre Messe dovrebbero far posto all’audacia evangelica.

A volte, succedete, di trovare cristiani che compiono azioni contrarie alla carità eucaristica e si sentono perfettamente e tranquillamente cristiani, anzi si credono di agire in nome e nella volontà di cristo, dimenticando il precetto dell’amore verso tutti, o almeno del rispetto verso ogni persona e del non-giudizio verso alcuno. Si tratta di lasciarsi convertire dall’Eucaristia.

Anziché dire che la Messa è finita, andate in pace, dovremmo poter dire la pace è finita, andate a Messa. Ché se vai a Messa finisce la tua pace. L’eucaristia è una spina nel fianco di chi si illude di vivere nelle beatitudini delle proprie sicurezze.

Chi “cerca” trova!

«Sentiamo di essere chiamati a una pienezza, di voler essere uomini e donne di libertà, pellegrini che allargano gli spazi del cuore. Ma ci affidiamo a “mercanti di pillole preconfezionate”, per calmare la sete, per non avvertire  il vuoto. Ci affanniamo a risparmiare anche il tempo di bere. E perdiamo così la bellezza del camminare, a piedi, lentamente. Non “cerchiamo” più la fontana, il pozzo, l’acqua fresca».

I sette passi

Per chi si mette in cammino ecco «alcuni possibili passi» sulla scia del desiderio di maggiore consapevolezza e felicità.

Il “primo passo” è «l’andare alla ricerca, con verità, del perché ultimo delle nostre scelte», cercando di guardarle dall’interno, di riformularle e di dire a noi stessi con chiarezza perché facciamo una cosa.

Il “secondo” passo è il «coraggio per il più (la fedeltà) e il coraggio per il meno (l’accettazione profonda della propria debolezza e vulnerabilità)».

Il “terzo passo” è «la capacità di vivere una concentrazione sull’Uno e un’apertura a tutti» , cioè il «riprenderci dalla dispersione della vita e il ricentrarci sull’essenziale e sulla verità profonda di noi stessi: di ciò che siamo, cerchiamo, amiamo».

Il “quarto passo” è «un dire sì rispettoso e totale al proprio corpo, senza rifiutarlo, ma anche senza diventarne schiavi»: questo significa «accettare la propria corporeità e sessualità», in modo da «passare dal culto del corpo al corpo che si dona».

Il “quinto” passo è operare una radicale conversione e una mentalità nuova, «seguendo la stella di una Parola in cui si incarna la proposta di una vita “bella” e piena».

Il “sesto passo” è il «lasciarsi modellare per poter diventare a nostra volta modellatori».

Il “settimo passo” è «acquisire una buona capacità di valutazione dei fatti e delle persone», più che pronunciare giudizi sugli altri.

I tre sentieri

Possiamo anche sottolineare tre “dinamiche” che vogliono essere «percorsi di consapevolezza e felicità di vita, ma anche soprattutto capisaldi della proposta educativa cristiana».

La prima è il “sentiero della testimonianza”, che «ognuno vive per il solo fatto di essere uomo e per il solo fatto di essere, grazie al battesimo, “figli nel Figlio”». Si tratta di essere “seminatori di Fiducia e di speranza” nella realtà di tutti i giorni: in casa, in famiglia, al lavoro e nelle amicizie. In fondo, «la nostra testimonianza sarà davvero persuasiva se, con gioia e verità, saprà raccontare la bellezza, lo stupore della vita, la meraviglia di donare e di saper donare».

La seconda è il “sentiero delle relazioni”. «La relazione è innanzitutto la scoperta dei volti: il nostro e quello degli altri». Se il primo volto che abbiamo incontrato nascendo è quello di nostra madre, ella «è il volto che fa gustare l’amore, anche nelle sue modalità più concrete, fatte di piccole attenzioni e accoglienze, fatte di un prendersi cura della vita, in ogni sua fase». Ma il volto della madre è e diventa buono nella misura in cui si mostra “presenza” amorevole: tale presenza è quella modalità concreta «perché nello “stare” si colgono i bisogni più profondi dell’altro».

La terza dinamica, «sulle tracce di Gesù, maestro ed educatore», è il “sentiero della formazione” all’umiltà, alla gratuità e alla passione.

La temperanza

Chi è la persona temperante?

1. Colui che è padrone di se stesso, colui che si tiene in pugno, colui che si con-tiene: non ci sono altre forze che lo tengono in mano e lo dominano, non è schiavo delle passioni. È lui che si domina.

2. Colui che sa darsi un limite, sa dire di no, sa rinunciare: non come un bambino appena nato che vuole vedere soddisfatto ogni suo desiderio. L’illimitatezza è una delle caratteristiche del bambino cioè egli cerca in maniera illimitata, senza limiti, ciò che gli dà piacere. Il temperante invece sa con-tenersi, cioè tenersi entro certi argini che egli si dà. Egli impara a dire dei no, a rinunciare a qualcosa che l’istinto lo porterebbe a fare. Attenti bene: mettere gli argini non significa  costruire una diga. Se tu costruisci una diga blocchi l’acqua; gli istinti non vanno eliminati, il fiume non va bloccato. Gli istinti vanno controllati, canalizzati, direzionati. Non bisogna spegnere queste spinte,  ma bisogna  amministrare, gestire. Gli argino non bloccano, ma con-tengono, tengono dentro, danno una direzione.

3. Colui che sa essere moderato, equilibrato, colui che ha il senso della misura, che non è esagerato. Esiste per la cuoca o per chi prende le medicine il “misurino”, ciò che mi permette di misurare, fare le dosi. Il temperante è colui che sa “dosarsi”, ha il senso della misura, sa fare le cose nella giusta dose senza esagerare. Occorre dunque essere equilibrati, temperati: il di più, l’eccesso, l’esagerazione sono sempre pericolosi.

4. Colui che sa darsi delle regole, che sa darsi una disciplina. Sono dei puntelli fissi, dei paletti piantati nella propria vita. Inoltre sa allenare la sua volontà, sa prenderla per il collo quando viene meno, sa essere fedele a queste regole anche quando vorrebbe fare altro.

5. Colui che sa dominare: la brama di possedere (avidità); la voglia di mangiare (voracità); la ricerca del piacere (sensualità, lussuria); la collera.

6. Colui che è vigilante. “Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede”. Il temperante è una sentinella, uno che vigila, che sta attento, che non si lascia sorprendere.

7. Colui che sa perfezionarsi conformandosi sempre di più a Gesù. Ecco l’ascesi: sacrifici, mortificazioni, rinunce, fioretti, digiuni … siamo chiamati a “perfezionarci”, a diventare sempre più perfetti. È necessario mettersi sotto il tornio dello Spirito Santo, certo; è Dio che modella, che plasma; ma poi è necessario cercare di essere sempre più simili al modello che è Gesù Cristo. Tutte quelle cose che sono le mortificazioni, le rinunce, i sacrifici non sono la ricerca della sofferenza fine a se stessa, ma sono le scelte che si fanno per diventare sempre più simili a Gesù. Per prendere la forma di Gesù, quanto c’è di troppo ….

Resistenza che si fa perseveranza

Con la parola “resistenza” non si vuole indicare solo l’opposizione che fa fronte a forze che impongono la loro presenza nella società o al resistere in forma passiva alle avversità della vita, ma s’intende l’atteggiamento perseverante che mostra l’uomo virtuoso, ricco di fortezza. Si può resistere alle minacce, alle paure, ma anche alla noia o al disgusto dell’esistenza stessa, perché non si è forti se si attacca per primi o perché ci si sa difendere bene e a testa alta, ma si è forti nel comprendere i propri limiti e nell’accoglienza paziente di quelli degli altri.

In tal senso, alla resistenza si affianca naturalmente la pazienza, come facoltà umana che ha la capacità di reagire adeguatamente alle avversità mediante un atteggiamento sobrio.

“Egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce offerte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Corinzi 12,9-10)