Cambiamenti necessari (1)

Nella vita spirituale se non si va avanti si va indietro, fermi non si sta.
È un principio dei saggi maestri dello spirito che hanno studiato le dinamiche del cambiamento cristiano. Il Cristo che si è trasfigurato ci mostra il dono che Dio fa nella potenza di trasfigurazione, cioè di cambiamento; rischiamo di diventare bestie mentre siamo chiamati a diventare Dio.
C’è il rischio di andare indietro, mentre siamo chiamati ad andare avanti. Non è che lasciando passare gli anni semplicemente si diventi migliori, che la crescita sia automatica con il passaggio del tempo.
Se non c’è quella risposta alla grazia di Dio che ci cambia, noi lentamente andiamo indietro e la nostra vita spirituale peggiora anziché migliorare. Molte volte abbiamo dato troppo peso all’impegno e allo sforzo personale di cambiamento; è più corretto invece riconoscere che c’è la potenza della grazia che ci fa cambiare, ma non è un evento automatico. Forse l’inizio è improvviso e gratuito, capita a qualche persona di iniziare un cammino cristiano con una folgorazione. Dopo un periodo di lontananza, di freddezza, di indifferenza o addirittura di ateismo, avviene qualcosa, un colpo di grazia, che sveglia, rimette in cammino. Quel colpo di fulmine che ha cambiato la vita in un attimo non ha reso però la persona matura spiritualmente, ha semplicemente acceso il fuoco che si era spento, ha rimesso in moto un cammino che si era fermato. In altri casi invece, e sono la maggioranza, il cammino non si è mai interrotto, il fuoco non si è mai spento, fin dall’infanzia è andato avanti, ma il rischio è che il fuoco stenti ad ardere e il cammino sia molto stanco, quasi sempre seduto. Il cammino cristiano implica un cambiamento nella nostra vita, nel nostro stile, nel nostro comportamento, un cambiamento in meglio; non un cambiamento totale da zero a mille in un attimo, ma un cambiamento graduale, sistematico, di miglioramento. Questo è il cammino.

Preghiera della serenità

Dio, donaci la grazia di accettare con serenità le cose che non possono essere cambiate, il coraggio
di cambiare le cose che dovrebbero essere cambiate e la saggezza di distinguere le une dalle altre.
Vivendo un giorno per volta; assaporando un momento per volta; accettando la difficoltà come sentiero per la pace. Prendendo, come Lui ha fatto, questo mondo così com’è, non come io vorrei che fosse. Confidando che Egli metterà a posto tutte le cose, se io mi arrendo al Suo volere. Che io possa essere ragionevolmente felice in questa vita, e infinitamente felice con Lui per sempre nella prossima.

Madonna degli Angeli

Da oltre sette secoli l’1 e 2 agosto si celebra a Santa Maria degli Angeli la Festa del Perdono.
La tradizione racconta che in una notte del 1216, San Francesco, mentre pregava nella chiesetta della
Porziuncola, vide sopra l’altare Cristo e la Madonna, circondati da Angeli. Quella sera chiesero lui cosa desiderasse per le anime dei credenti. Francesco chiese, allora, un ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe, a tutti quelli che, pentiti e confessati, avessero vistato quella chiesa.
La preghiera gli fu accordata a patto che di ciò fosse informato il Papa, vicario di Dio in terra.
In quel periodo era appena morto a Perugia Innocenzo III e il conclave, indetto proprio nella città del Grifo, aveva eletto Pontefice Onorio III. Francesco e Masseo, si recarono quindi a Perugia e in breve ottennero da Papa e cardinali, per tutti coloro che avessero varcato l’ingresso della Porziuncola il 2 agosto, la liberazione «dalla colpa e dalla pena in cielo e in terra» dal momento del battesimo fino al giorno e all’ora di entrata in chiesa. Qualche giorno più tardi un Francesco in lacrime annunciò al popolo convenuto alla Porziuncola: «Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!
Questa ricorrenza è particolarmente sentita nella nostra comunità perché due immagini ce la rappresentano: la prima nel coro della Chiesa Parrocchiale, una tela del 1648 raffigurante “La Madonna degli Angeli”.
La seconda al Madonnino in via Tarenzi.

Martedì 2 agosto in occasione della “Madonna degli Angeli”, alle ore 21.00, come da tradizione, ci ritroveremo al “Madonnino” di via Tarenzi per la recita del santo Rosario.

Il perdono di Assisi (2)

Si tratta di un’indulgenza plenaria che può essere ottenuta in tutte le chiese
parrocchiali e francescane dal mezzogiorno del 1º agosto alla mezzanotte del 2
e tutti i giorni dell’anno visitando la Chiesa della Porziuncola di Assisi dove morì San Francesco.
Il Poverello ottenne l’indulgenza da papa Onorio III il 2 agosto 1216 dopo aver avuto un’apparizione presso la chiesetta.

In quali giorni si può ottenere il perdono di Assisi?

Nel santuario della Porziuncola, ad Assisi, grazie anche ad uno speciale decreto della Penitenzeria Apostolica datato 15 luglio 1988 (Portiuncolae sacrae aedes) si può lucrare l’indulgenza, per sé o per i propri defunti,alle medesime condizioni, durante tutto l’anno, una sola volta al giorno.
Mentre in tutte le chiese parrocchiali e le chiese francescane sparse nel mondo si può lucrare dal mezzogiorno del 1° agosto alla mezzanotte del 2 agosto di ogni anno.

Cos’è l’indulgenza?

Nel Catechismo della Chiesa cattolica (nn. 1478-9) si legge: «L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità
[Cfr. Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 8; Concilio di Trento: DS 1835].
Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’altro, ottenendo per loro delle indulgenze, in modo tale che siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati. Mediante le indulgenze i fedeli possono ottenere per se stessi, e anche per le anime del Purgatorio, la remissione delle pene temporali, conseguenze dei peccati.
(CCC 1498)»

Il perdono di Assisi

Si tratta di un’indulgenza plenaria che può essere ottenuta in tutte le chiese
parrocchiali e francescane dal mezzogiorno del 1º agosto alla mezzanotte del 2
e tutti i giorni dell’anno visitando la Chiesa della Porziuncola di Assisi dove morì San Francesco.
Il Poverello ottenne l’indulgenza da papa Onorio III il 2 agosto 1216 dopo aver avuto un’apparizione presso la chiesetta.

Quando venne istituita ufficialmente

Il 2 agosto 1216, dinanzi una grande folla, S. Francesco, alla presenza dei vescovi dell’Umbria con l’animo colmo di gioia, promulgò il Grande Perdono, per ogni anno, in quella data, per chi, pellegrino e pentito, avesse varcato le soglie del tempietto francescano. Nel 1279, il frate Pietro di Giovanni Olivi scriveva che “essa indulgenza è di grande utilità al popolo che è spinto così alla confessione, contrizione ed emendazione dei peccati, proprio nel luogo dove, attraverso san Francesco e Santa Chiara, fu rivelato lo stato di vita evangelica adatto a questi tempi”.

A quali condizioni si può ottenere l’indulgenza?

Ricevere l’assoluzione per i propri peccati nella Confessione sacramentale, celebrata nel periodo che include gli otto giorni precedenti e successivi alla visita della chiesa della Porziuncola, per tornare in grazia di Dio; partecipare alla Messa e alla Comunione eucaristica nello stesso arco di tempo indicato per la Confessione; visitare la chiesa della Porziuncola dove si deve rinnovare la professione di fede, mediante la recita del Credo, per riaffermare la propria identità cristiana, e recitare il Padre Nostro, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo; recitare una preghiera secondo le intenzioni del Papa, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.
Normalmente si recita un Pater, un’Ave e un Gloria; è data tuttavia ai singoli fedeli la facoltà di recitare qualsiasi altra preghiera secondo la pietà e la devozione di ciascuno verso il Papa.

Il tempo del riposo

E Gesù disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti
molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare (Marco 6,31).

L’evangelista Marco racconta il ritorno dei discepoli dalla missione: hanno sperimentato la potenza della Parola, ma anche la fatica e il rifiuto. Gesù li invita al riposo, in un luogo solitario, in sua compagnia: «Venite in disparte, voi soli, e riposatevi un po’». Mi pare che qui si intenda il riposo come uno staccarsi dall’assillo delle solite e troppe cose. L’importante è che la tua vacanza non si riduca a uno “staccarsi” che ricade in un altro affanno. Anche in vacanza, infatti, si può essere sommersi da troppi desideri e da troppe cose. Occorre una scelta e una purificazione, occorre un modo diverso di vivere il tempo e di guardare ciò che ci circonda. Certamente si può vivere la
pausa della vacanza in diverse maniere. Ma una modalità suggerita, per fare un esempio, dai Salmi 104 e 65, ci sembra fondamentale. Il Sal 104 è un inno agli splendori della creazione, una sorta di canto delle creature. O meglio: un inno a Dio che ha creato tutte le cose, e continua a prendersene cura. Osservando le creature, il salmista contempla Dio. Ma al tempo stesso – pieno di ammirazione e di gratitudine – vede che le cose di Dio sono sotto i nostri occhi, create da Dio perché le guardiamo, per goderle. Non costano nulla, e proprio perché non costano nulla – quindi non fatte da noi – sono da guardare: da guardare proprio perché non sono nostre, ma di Dio e, dunque, di tutti.
Non si tratta necessariamente di cose grandiose, ma anche di cose normali, apparentemente piccole, povere, eppure bellissime. […] La semplicità – ma potremmo anche dire la sobrietà – non è
necessariamente rinuncia, ma un modo diverso di guardare. Siamo convinti che le cose di Dio
sono doppiamente belle: belle perché regalate, doni goduti ma non posseduti; perché sempre a
disposizione di chiunque.

Come si reagisce a un dolore insopportabile?

Giobbe e la sua sposa sono due esempi di reazione di fronte al medesimo dolore.
Ma sarebbe troppo semplice affermare che Giobbe è l’uomo rassegnato e sua moglie la donna resiliente. Di fronte alla reazione estrema della moglie che invita l’uomo a maledire Dio, vi è l’emergere di un vuoto che la risposta di Giobbe lascia irrisolto; di una tenebra che non si può non affrontare: il Giobbe “rassegnato” al volere di Dio è colui che, a sua volta, non ha ancora preso in mano la sua vita così come è cambiata. L’uomo che dice: “Il Signore ha dato, il Signore ha strappato”, e si consola del proprio “grattarsi” senza porsi alcuna domanda è l’umanità che ancora intende il divino come la personificazione di un dittatore irragionevole, cui ci si deve chinare, come un padrone senza pietà e non come un padre.
È questo il dio che crediamo e vogliamo? La reazione di Giobbe e quella della moglie sono le due facce della stessa medaglia: entrambi accolgono la vita come qualcosa nei confronti della quale non si può fare altro che benedire e maledire. Entrambi, pur con reazioni così opposte, sono portatori della stessa forma di malattia, quella per cui o ci si rassegna o ci si oppone fino alla vendetta.
Questa è, infatti, la maniera istintiva e semplicistica con cui ci poniamo di fronte a ciò che ci accade:
o ce ne assumiamo la colpa (anche quando non è nostra) o accusiamo qualcun altro, magari anche solo
dicendo: mi è accaduto perché la vita fa schifo. Giobbe e la sua sposa, entrambi, come noi hanno bisogno di un percorso di cura, che passi attraverso una profonda consapevolezza, capace di guardare ciò che ci accade senza per forza “colpevolizzare” se stessi e gli altri.

La rabbia di una moglie

La donna si vede privata, d’un tratto, dei beni, degli affetti e persino della compagnia di quel marito che, per la malattia che si ritrova a patire, deve vivere fuori del consesso degli uomini, lontano dal letto nuziale. Quella moglie improvvisamente sola, abbandonata, ferita nell’orgoglio, non capisce la reazione apparentemente remissiva dello sposo, e lo rimprovera con un’asprezza che non fa altro che allargare una piaga ben più profonda di quella che devasta la pelle di Giobbe, una piaga interiore che entrambi i coniugi stanno sperimentando. Nell’accusa della sposa c’è qualcosa che va oltre la giustizia stessa: quella che lei gli contesta è proprio quella “saldezza nell’integrità”. Sembrerebbe dirgli la moglie: davvero l’uomo giusto è colui che accetta tutto? È colui che non risponde a un evidente atto di ingiustizia? È colui che si fa togliere dalle mani la vita stessa senza reagire se non predicando una rassegnazione neppure felice? A Giobbe che dice: “Dio ha dato, Dio ha tolto”, la sposa ribadisce: “Ti importa ancora di quel Dio?”.
Sembrerebbe che la distanza fra Giobbe e la sua sposa (che, si noti, non ha un nome: forse incarna noi tutti, coi nostri dubbi e la nostra rabbia) stia precisamente in questo: lui è la persona “che accetta la volontà di Dio”; lei la persona che “si ribella e non vuole sottomettersi”. Proviamo a immaginare ciò che l’autore non esprime: quella donna ha perduto i beni, i figli, lo sposo. Se Giobbe ha perso tutto, anche a lei, che era la sua compagna di vita, è toccata la medesima sorte; se lui deve stare a grattarsi le piaghe con un coccio, lei dovrà prenderselo sulle spalle, garantirgli un minimo di sussistenza: paradossalmente, lei dovrà vivere quasi da vedova, benché il marito sia ancora vivo. Questa donna che appare dal nulla e, nel racconto, sparisce subito dopo aver invitato il suo sposo a maledire Dio e a morire, non riapparirà neppure alla fine, quando Giobbe sarà restituito al suo antico splendore. Il protagonista avrà altri figli. Con lei? Di un’altra non si parla, quindi sì, dobbiamo supporre che sia nuovamente lei la madre della sua prole.
Dove è stata, dunque, fino a quel momento e perché gode della medesima benedizione finale?
Ci piace immaginare che, a sua volta, dopo lo sfogo inziale, ella venga trascinata nello stesso cammino del suo compagno di vita, a imparare che esiste un modo sanato per affrontare il dolore, e che quel modo non è schiavo né di una pazienza inetta, né di un’impazienza impraticabile; che non appartiene né all’ambito della rassegnazione né della pura “opposizione”, ma nasce da un dialogo costante e quotidiano con la vita e con ciò che essa ci consegna.

Una serie di sfortunati eventi

La storia di Giobbe, almeno per la sua prima parte, è abbastanza nota: racconta di un uomo che vive una vita agiatissima, ricco di beni e di figli, in salute, che d’improvviso si trova a perdere, nel giro di pochissimo tempo, tutto ciò che ha. Il suo bestiame muore, le sue case e i suoi possedimenti bruciano, i figli gli vengono sottratti da un evento naturale violentissimo.
La reazione di Giobbe sembra quella di un uomo consapevole della volubilità degli eventi umani: sa di essere venuto dal nulla e che la vita non è eterna. Per cui accoglie quel che gli è capitato con una sorta di stoicismo sorretto dalla fede. L’autore del poema tiene a sottolineare che, sia nel benessere che nella sventura, Giobbe rimane un uomo giusto. Proprio questa sua giustizia, conservata sia nel bene sia nel male, diverrà la chiave di lettura di tutto ciò che accadrà in seguito. Purtroppo per Giobbe, la morte dei figli non sarà, di fatto, l’ultima delle disgrazie che lo colpiscono: nella sua discesa nell’inferno del dolore, c’è un’altra tappa, che lo riguarda ancor più personalmente, che lo tocca nella sua stessa carne. Di fatto, finché il male colpisce i nostri beni, le nostre relazioni, persino gli affetti più cari, possiamo sempre sperare di poter ricostruire. Ma quando siamo noi in prima persona a patire, tutto diventa più difficile. Giobbe, l’uomo giusto, finisce seduto su un letamaio a grattarsi la rogna. A questo punto, potremmo dire, il “vaso è colmo”. Colui che era ricco, nobile e sano è diventato povero, malato e ignobile. E qual è la sua reazione? La medesima di prima, almeno apparentemente, ossia l’accettazione umile di quanto gli accade. In verità, a leggere bene il testo, questa volta Giobbe tace. L’unico rumore in scena è quello del coccio strofinato sulle pustole. La voce che rompe il silenzio è un’altra. A parlare è l’unica persona che in tutta quella sventura gli è rimasta accanto, l’unica che non sia stata trascinata nel vortice: sua moglie.

Fra rassegnazione e rabbia

Noi misuriamo, nel quotidiano, la positività della nostra esistenza a partire da una somma di condizioni che ci sembrano necessarie e la cui mancanza è percepita come un dramma. Potremmo riassumere queste condizioni così: benessere psicologico, salute fisica, indipendenza economica, relazioni sociali soddisfacenti, prospettiva di vita significativa. Quando stiamo bene fisicamente, interiormente, socialmente, economicamente, relazionalmente possiamo considerarci “fortunati”, ci sembra di tenere in pugno la nostra vita.
Quando viene meno uno di questi presupposti, ecco che il palazzo della nostra vita soddisfatta si incrina, vacilla. Abbiamo, naturalmente, delle difese: se ci ammaliamo, possiamo cercare un medico, confrontarci, stabilire un percorso terapeutico; se perdiamo il lavoro, siamo spinti anche dalla società a cercarne un altro; se viene meno un amico elaboriamo il lutto e ripartiamo … Ma non sempre tutto va per il verso giusto: una diagnosi può rivelarsi errata; il lavoro che troviamo può non darci alcuna soddisfazione (o possiamo faticare anche semplicemente a trovarne uno); nella nostra famiglia possono aprirsi delle ferite che col tempo si rivelano insanabili … E in questi momenti ci accorgiamo che la nostra vita (proprio la nostra, quella di cui ci sentiamo padroni) ci scivola fra le dita. Stringiamo, stringiamo, ma non riusciamo a trattenere tutto e, talvolta, una piccola crisi apre una ferita che fatica a rimarginarsi. C’è una storia biblica che ci può aiutare per lavorare un poco sulla consapevolezza della nostra vita, di ciò che possiamo tenere fra le mani e di ciò che dobbiamo accettare che non ci appartenga, è quella di un uomo cui l’esistenza è andata in frantumi in pochissimo tempo e senza una ragione apparente. Quell’uomo si chiamava Giobbe.