Domenica 21 novembre: Giornata mondiale della gioventù (2)

La missione di testimoni della luce

E’ nelle ultime pagine del testo che Francesco chiede ad ogni giovane di non “piangerti addosso” perché c’è una missione da compiere, facendosi testimone di quello che si vive in ogni cuore: la fuga da Dio, il riconoscere comunque “un fuoco ardente” che è più forte di noi, sentirsi figli di un padre e quindi piccoli, aprirsi ad una prospettiva completamente nuova.

Alzati e testimonia la tua esperienza di cieco che ha incontrato la luce, ha visto il bene e la bellezza di Dio in sé stesso, negli altri e nella comunione della Chiesa che vince ogni solitudine. Alzati e testimonia l’amore e il rispetto che è possibile instaurare nelle relazioni umane, nella vita familiare, nel dialogo tra genitori e figli, tra giovani e anziani. Alzati e difendi la giustizia sociale, la verità e la rettitudine, i diritti umani, i perseguitati, i poveri e i vulnerabili, coloro che non hanno voce nella società, gli immigrati.

Alzati e testimonia il nuovo sguardo che ti fa vedere il creato con occhi pieni di meraviglia, ti fa riconoscere la Terra come la nostra casa comune e ti dà il coraggio di difendere l’ecologia integrale.

Alzati e testimonia che le esistenze fallite possono essere ricostruite, che le persone già morte nello spirito possono risorgere, che le persone schiave possono ritornare libere, che i cuori oppressi dalla tristezza possono ritrovare la speranza. Alzati e testimonia con gioia che Cristo vive! Diffondi il suo messaggio di amore e salvezza tra i tuoi coetanei, a scuola, all’università, nel lavoro, nel mondo digitale, ovunque.

Domenica 21 novembre: Giornata mondiale della gioventù (1)

“Vorrei ancora una volta prendervi per mano”: è la prima frase che Francesco scrive nel messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù, celebrata a livello diocesano il 21 novembre 2021, incentrata sul tema: “Alzati! Ti costituisco testimone di quel che hai visto”. Il Papa invita i giovani a soffermarsi sulla conversione di Paolo sulla via di Damasco, su quell’”Alzati” che Gesù pronuncia e che ancora oggi è un invito più vivo che mai.

La riflessione del Papa parte dalla conversione di Saulo, folgorato sulla via di Damasco.

Gesù lo chiama con il suo nome perché conosce chi è, conosce l’odio che prova verso i cristiani ma il Signore vuole far conoscere la sua misericordia. “Sarà proprio questa grazia, questo amore non meritato e incondizionato, la luce – scrive – che trasformerà radicalmente la vita di Saulo”. Lui al sentire il suo nome chiede: “Chi sei, Signore?” Una domanda che tutti siamo chiamati a porci. “Non basta aver sentito parlare di Cristo da altri, è necessario parlare con Lui personalmente. Questo, in fondo, è pregare”.

“Non possiamo dare per scontato che tutti conoscano Gesù, anche nell’era di internet”.

A Saulo arriva il “dolce rimprovero” di Gesù che attende il suo ritorno.
“Nel cuore di ognuno c’è come un fuoco ardente: anche se ci sforziamo di contenerlo, non ci riusciamo, perché è più forte di noi” e c’è anche se possiamo sembrare irrecuperabili.
Attraverso l’incontro personale con Lui è sempre possibile ricominciare. Nessun giovane è fuori della portata della grazia e della misericordia di Dio. Per nessuno si può dire: è troppo lontano… è troppo tardi… Quanti giovani hanno la passione di opporsi e andare controcorrente, ma portano nascosto nel cuore il bisogno di impegnarsi, di amare con tutte le loro forze, di identificarsi con una missione!

Saulo diventato cieco, inizia davvero a vedere, sceglierà di chiamarsi “Paolo” che significa “piccolo” ma, sottolinea Francesco, non è “un nickname” o un “nome d’arte” è la presa di coscienza di un cambiamento, di una prospettiva nuova.

Oggigiorno tante “storie” condiscono le nostre giornate, specialmente sulle reti sociali, spesso costruite ad arte con tanto di set, telecamere, sfondi vari. Si cercano sempre di più le luci della ribalta, sapientemente orientate, per poter mostrare agli “amici” e followers un’immagine di sé che a volte non rispecchia la propria verità. Cristo, luce meridiana, viene a illuminarci e a restituirci la nostra autenticità, liberandoci da ogni maschera. Ci mostra con nitidezza quello che siamo, perché ci ama così come siamo

Laboratorio di Presepi

In tutte le domeniche di Novembre, in oratorio, al pomeriggio, dalle ore 15.30 alle ore 18.00, viene organizzato un Laboratorio di Presepi. Usando diversi materiali verranno costruiti più presepi. Poi verranno consegnati a Tonino Cataldo e messi in esposizione per tutto il mese di Dicembre e i primi giorni di Gennaio al Mortorino, insieme ad altre opere artistiche.
Incoraggiamo i bambini e i ragazzi a prendere parte a questa iniziativa.
Invitiamo calorosamente anche i genitori nel motivare e accompagnare i propri figli. Ringrazio le persone che si sono rese disponibili e se altri vogliono dare un aiuto nei pomeriggi domenicali sono ben accetti.

Amare il silenzio

Per arrivare all’adorazione ci sono difficoltà, resistenze iniziali, concezioni errate al riguardo come: preghiera difficile, adatta per persone già avanzate nella pratica della preghiera; poca familiarità con la preghiera silenziosa; frettolosità…
Soprattutto forse non è superata la concezione dell’adorazione come procedimento di diminuzione di se stessi. È necessario avviare un processo che arrivi a fare dell’adorazione la forma più alta della preghiera e, di conseguenza, di umanizzazione.
Soprattutto bisogna iniziare ad amare il silenzio, a saper fare silenzio.

L’adorazione un “peso” che schiaccia?

L’adorazione (da ad-orare, “rivolgere la parola”) nasce da una intuizione profonda: Dio è grande e l’uomo piccolo; Dio è Dio e l’uomo è uomo. Nell’adorazione avviene l’incontro con il Dio che supera tutto quello che siamo, ogni nostra idea, ogni nostra parola, ogni nostra categoria mentale e operativa; Dio, nella sua trascendenza assoluta, è l’Altro. Il credente, fragile creatura, che si trova davanti alla “gloria” di Dio, si inchina profondamente, non solo con il corpo, ma anche con tutta la persona nella sua libertà.
Adorare Dio – ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica – significa riconoscerlo come Dio, come Creatore e Salvatore, come Signore e Padrone di tutto, ma anche come Colui che è l’Amore infinito e misericordioso.
Se però percepisce chiaramente la verità di Dio come ci è testimoniata dalle Scritture, l’uomo non si sente come schiacciato; davanti alla sua grandezza, percepisce certamente la sua pochezza, il suo essere peccatore, ma insieme di essere per grazia la sua gloria, secondo l’espressione di sant’Ireneo: “la gloria di Dio è l’uomo vivente”.
È nel gioco di questi due poli che nasce la vera adorazione. Man mano che si cresce nella consapevolezza della grandezza del vero Dio, si fa strada lo stupore di essere importanti per lui, di essere stati fatti come un prodigio. Tutto questo ci fa stare a bocca aperta, pieni di una gioia incontenibile, che porta alla vera adorazione.

Il significato dell’adorazione

Nell’immaginario di non poche persone l’adorazione è collegata a sentimenti e a gesti che indicano umiliazione, un prosternarsi davanti a colui che è grande, un zittirsi davanti a lui e un rimanere senza parole. Ma l’adorazione è proprio la preghiera dell’uomo che davanti a Dio quasi si annienta? Non è piuttosto la preghiera che, fondandosi sulla verità dell’uomo e di Dio come emerge dalla Scrittura, raggiunge i vertici di una relazione e di una comunione piena di vita e di gioia? Non è forse la forma più esaltante della preghiera?

Pregare per i morti

Certo, nel ricordo di chi vive ci sono anche i morti la cui vita è stata segnata dal male, dai vizi, dalla cattiveria, dall’errore; ma c’è come un’urgenza, un istinto del cuore che chiede di onorare tutti i morti, di pensarli in questo giorno come all’ombra dei beati, sperando che “tutti siano salvati”.
La preghiera per i morti è un atto di autentica intercessione, di amore e carità per chi ha raggiunto la patria celeste; è un atto dovuto a chi muore perché la solidarietà con lui non dev’essere interrotta ma vissuta ancora come “comunione dei santi”, cioè di poveri uomini e donne perdonati da Dio: è il modo per eccellenza per entrare nella preghiera di Gesù Cristo: “Padre, che nessuno si perda… che tutti siano uno!”.

Solennità della dedicazione della nostra Chiesa (2)

Così, ogni anno la nostra comunità cristiana vive l’anniversario della dedicazione come una delle sue solennità più grandi, facendo memoria grata di tutto questo. Perché farne memoria ogni anno? E come mai è una “solennità”, cioè il grado più alto delle feste cristiane, come il Natale, la Pasqua, l’Ascensione, la Pentecoste? Potremmo chiamarla “la solennità della Chiesa locale”: attraverso il segno del tempio manifestiamo il nostro essere pietre vive dal giorno del Battesimo, la nostra missione di annunciare il Vangelo come grembo che genera altri alla fede, il dono immenso che ci viene fatto ogni volta che ci riuniamo in santa assemblea per celebrare l’Eucaristia! Scrive il vescovo san Cesario di Arles: “Se dunque, o carissimi, vogliamo celebrare con gioia il giorno natalizio della nostra chiesa, non dobbiamo distruggere con le nostre opere cattive il tempio vivente di Dio. Vuoi trovare una basilica tutta splendente? Non macchiare la tua anima con le sozzure del peccato. Se tu vuoi che la basilica sia piena di luce, ricordati che anche Dio vuole che nella tua anima non vi siano tenebre. Fa’ piuttosto in modo che in essa, come dice il Signore, risplenda la luce delle opere buone, perché sia glorificato colui che sta nei cieli. Come tu entri in questa chiesa, così Dio vuole entrare nella tua anima”. La chiesa-edificio è immagine, è simbolo della Chiesa-comunità. Anzi la vera Chiesa è la comunità, è il Popolo di Dio. Ascoltiamo san Pietro, che ammonisce i cristiani: “quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale”. Se una chiesa è il luogo d’una presenza divina, questo “luogo” è l’assemblea dei fedeli, è l’anima d’ogni fedele. “Non sapete che siete tempio di Dio?”, dirà san Paolo”. Così, domenica 31 ottobre celebreremo Solennemente questo appuntamento. È come se la liturgia ci dicesse: “Siete unici, ma in un corpo armonioso. Siete speciali, ma in una comunione universale. Proprio perché siete voi, con la vostra storia, la vostra originalità, il vostro cammino, siete parte irrinunciabile della Chiesa. Non solo voi, ma non senza di voi”.

Solennità della dedicazione della nostra Chiesa (1)

Nei primi secoli la dedicazione di un edificio al culto divino avveniva semplicemente con la celebrazione dell’Eucaristia.
Così la Chiesa vivente, popolo di Dio, sentiva di essere essa stessa il «luogo privilegiato» della presenza del Signore. In seguito si diede maggior rilievo al tempio materiale, dedicandolo con cerimonie molteplici e complesse e celebrandone l’anniversario (consacrazione). La liturgia però non ha mai cessato di ricordare che il tempio materiale non è che l’immagine del tempio spirituale, costruito di pietre vive, che siamo noi, nella comunione e nella corresponsabilità, per l’edificazione del popolo di Dio.
In questa Solennità della dedicazione della nostra chiesa, la nostra comunità cristiana deve sentirsi sempre più impegnata a costituire «una Chiesa particolare, nella quale è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica e Apostolica».

La prima pietra di una chiesa è simbolo di Cristo. La Chiesa poggia su Cristo, è sostenuta da lui e non può essere da lui separata. Egli è l’unico fondamento di ogni comunità cristiana, la pietra viva, rigettata dai costruttori ma scelta e preziosa agli occhi di Dio come pietra angolare. Con lui anche noi siamo pietre vive costruite come edificio spirituale, luogo di dimora per Dio. Questa è la realtà della Chiesa; essa è Cristo e noi, Cristo con noi.
Egli è con noi come la vite è con i suoi tralci. La Chiesa è in Cristo una comunità di vita nuova, una dinamica realtà di grazia che promana da lui. Ma cosa significa la parola “chiesa”? Il termine deriva dal greco ekklesía, che significa “assemblea” o “coloro che sono convocati”. Il significato fondamentale di “chiesa” non è quindi quello di un edificio, ma di persone.
Il contenuto (le persone) ha in seguito dato il nome anche al contenitore (l’edificio).
Per capirci, potremmo scrivere in minuscolo l’edificio e in maiuscolo le persone convocate.

Ma perché si parla prima di “benedizione” e poi di “dedicazione”? Quando la costruzione di una chiesa è terminata, viene benedetta, invocando la benevolenza e la presenza del Signore su di essa. In seguito quel luogo può anche essere dedicato ad altro scopo. Quando invece la chiesa viene “dedicata” significa che la si vuole destinare in modo definitivo al culto. Il rito della dedicazione può però essere celebrato solo quando la chiesa possiede un altare fisso. Non si tratta di passaggi burocratici… Come per tutte le nostre case, si tratta di momenti che segnano una storia di amore di chi abita i luoghi, di chi li ha sognati proprio perché esprimano, custodiscano e incrementino la storia di bene di chi li abita. Così è anche tra di noi e con il Signore: La chiesa è un edificio in cui Dio e l’uomo vogliono incontrarsi; una casa che ci riunisce, in cui si è attratti verso Dio, ed essere insieme con Dio ci unisce reciprocamente.