Uniti in Cristo

L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due.
Questa è l’immagine di Dio: l’amore, l’alleanza di Dio con noi è rappresentata in quell’alleanza fra l’uomo e la donna. E questo è molto bello! Siamo creati per amare, come riflesso di Dio e del suo amore.
E nell’unione coniugale l’uomo e la donna realizzano questa vocazione nel segno della reciprocità e della comunione di vita piena e definitiva. Quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del Matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore. Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. È davvero un disegno stupendo quello che è insito nel sacramento del Matrimonio! E si attua nella semplicità e anche nella fragilità della condizione umana. Sappiamo bene quante difficoltà e prove conosce la vita di due sposi…L’importante è mantenere vivo il legame con Dio, che è alla base del legame coniugale.
E il vero legame è sempre con il Signore. Quando la famiglia prega, il legame si mantiene.

Battezzati in Cristo

Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?
Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. Lo sappiamo: l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato (Romani 6, 3-6).

Nella prima tavola c’è la vicenda di Gesù; nella seconda si svolge, in parallelo, l’esperienza del cristiano. Ecco, allora, il sepolcro di pietra in cui viene calato il corpo morto del Crocifisso. Accanto ad esso Paolo tratteggia idealmente il sepolcro d’acqua in cui penetra “l’uomo vecchio”, cioè il “corpo del peccato”, ossia la nostra drammatica situazione di “schiavi del peccato”. Siamo anche noi “crocifissi”, e quindi votati alla morte, e su di noi scende la lastra tombale del giudizio divino.
Ritorniamo alla prima tavola: il sepolcro di Gesù, all’alba di Pasqua, viene scoperchiato e Cristo sfolgora nella luce della risurrezione, immerso nella “gloria del Padre”. Paolo, allora, nella seconda scena, quella che vede protagonista il battezzato, delinea un netto parallelo: anche il cristiano depone le spoglie della morte e si leva come creatura nuova, redenta, liberata dalla sindone mortuaria del peccato, pronta a «camminare in una vita nuova». Il Cristo pasquale è, dunque, immagine del cristiano battezzato.
Quando usciamo dal lavacro del fonte battesimale, siamo divenuti “figli adottivi” (è lo stesso Paolo a ricordarlo a più riprese nelle sue Lettere) e, quindi, partecipi della sua stessa luce gloriosa. La sintesi finale della nostra riflessione battesimale è tutta nelle parole che l’Apostolo scrive ai Romani: «Se siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione».

Perché è stata scelta la prima domenica dopo Pasqua?

La scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un suo profondo senso teologico: indica lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, cosa che ha notato anche suor Faustina: “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore”. Questo legame è sottolineato ulteriormente dalla novena che precede la festa e che inizia il Venerdì Santo.
Gesù ha spiegato la ragione per cui ha chiesto l’istituzione della festa: “Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione. Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre”.
La preparazione alla festa deve essere una novena, che consiste nella recita, cominciando dal Venerdì Santo, della coroncina alla Divina Misericordia.
Questa novena è stata desiderata da Gesù ed Egli ha detto a proposito di essa che “elargirà grazie di ogni genere”.

Dio di eterna misericordia

Giovanni Paolo II ha istituito la domenica in albis come la domenica della Divina misericordia nell’anno santo del 2000. L’esordio della Colletta del formulario dichiara la misericordia eterna come caratteristica peculiare di Dio. Viene da pensare che la comunità che elaborò questa preghiera (ambito gallicano del V-VI secolo) sentisse ancora gli echi della predicazione dei Padri della chiesa, che riconoscevano la misericordia come dono elargito ai fedeli. Possiamo immaginare
la misericordia come la messa in pratica della compassione. Due eminenti esempi sono il padre misericordioso (Lc 15, 11-32) e il buon samaritano (Lc 10, 25-37) tutte parabole che invitano il credente a fare propri i sentimenti di compassione di Dio e ad imitarlo nelle opere di misericordia.

Mio Signore e mio Dio (2)

I discepoli, nello stesso tempo, sono chiamati a compiere un itinerario per giungere alla fede pasquale. Tommaso, a questo proposito, è un simbolo eloquente. Non è stato facile per lui accettare quegli eventi drammatici che avevano tutto l’aspetto di una sconfitta definitiva. E ora che tutto sommato si è arreso all’evidenza dei fatti, non è nemmeno facile accogliere l’annuncio della risurrezione. Come spiegarsi questo tragitto paradossale di morte che conduce alla gloria? Ecco perché vuole vedere e toccare con mano. Ed è quello che Gesù gli offre di fare: «Metti il tuo dito… stendi la tua mano…». Il vangelo non dice se poi egli abbia veramente dato compimento al suo proposito. Ci mette, invece, con chiarezza, davanti alla sua professione di fede. In quelle parole – «Mio Signore e mio Dio!» – c’è infatti tutto il suo abbandono e la sua fiducia nel Crocifisso risorto. È come se le sue difese finalmente cadessero, assieme al suo bisogno di sapere, di spiegarsi, di vedere e di toccare, ed egli lasciasse spazio a questa presenza nuova, capace di trasformare la sua esistenza. In quelle parole non c’è l’affermazione di un fatto storico – “sei veramente risorto!” – ma l’inizio di una relazione nuova in cui si offre al Cristo la propria esistenza perché sia rigenerata e trasfigurata dal suo amore.

Mio Signore e mio Dio (1)

C’è un dono che attende i discepoli in quello stesso giorno di Pasqua, sconvolto dall’annuncio della risurrezione. Ed è proprio dalle mani ferite di Gesù, dal suo costato squarciato dalla lancia che essi ricevono la pace. Il passaggio attraverso la croce non è stato un incidente di percorso: il Risorto reca i segni della passione anche sul suo corpo glorioso. È lì, infatti, nell’esperienza drammatica della cattura, della condanna e della morte che si è rivelato il
suo amore in tutta la sua forza, capace di trasformare la nostra storia individuale e collettiva. Pace non può essere dunque sinonimo di calma, di assenza di conflitti, di salvaguardia
della propria incolumità. Questa pace è generata dal sacrificio di una vita, dall’offerta della propria esistenza. Non è, dunque, una pace a poco prezzo. Questa pace ha a che fare con la misericordia e la grazia che raggiungono i discepoli, con la fiducia sicura in colui che non li abbandonerà in nessun frangente della loro esistenza. Questa pace “mette in movimento”: diventa missione che spinge ad affrontare fatiche e difficoltà di ogni genere pur di portare dovunque il Vangelo

Quali sono le origini della festa?

Gesù, secondo le visioni avute da suor Faustina e annotate nel Diario, parlò per la prima volta del desiderio di istituire questa festa a suor Faustina a Płock nel 1931, quando le trasmetteva la sua volontà per quanto riguardava il quadro: “Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia”. Negli anni successivi Gesù è ritornato a fare questa richiesta addirittura in 14 apparizioni definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, il modo di prepararla e di celebrarla come pure le grazie ad essa legate.

Cristo è veramente Risorto

Desiderando sottrarre gli auguri pasquali all’usura dell’abitudine, della consuetudine, suggerisco di chiederci che significato attribuiamo a questo gesto, a che cosa rimandano le parole dei nostri auguri?
I credenti cristiani potrebbero trovare una preziosa risposta negli “auguri pasquali” che si scambiavano i primi cristiani. Questi, al termine della Veglia pasquale, celebrata nella notte tra sabato e domenica, si dicevano: «Cristo è risorto!» e si rispondevano: «E’ veramente risorto!».
Il punto esclamativo indicato nello scritto segnala che quanto si comunicavano non era per loro una semplice notizia di cronaca, né uno slogan da ripetere in ogni caso, ma l’attestazione che quanto era successo a Gesù («Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere», At 2,24) era decisivo per loro, per la loro vita, non solo perché la sottraeva alla presa mortale del male, ma anche perché la “rigenerava per una speranza viva”, come scriveva l’apostolo Pietro (1Pt 1,3).

La risurrezione di Gesù costituiva per loro il solido fondamento di “una speranza che non delude”
(Rm 5,5), perché attesta che Dio, il Padre di Gesù, non si è assentato dalla terra, dall’esistenza degli uomini, non li abbandona nelle prove della vita e si adopera perché non conducano la loro esistenza come persone che non hanno speranza.
Che quelle parole scambiate tra primi cristiani nella notte di Pasqua e nei giorni a venire non fossero parole di circostanza o uno slogan, lo documentano “la dolcezza e il rispetto” con cui “rispondevano a chiunque domandava ragione (spesso con arroganza e disprezzo) della speranza che era in loro”
(1Pt 3,15-16) e la serena determinazione con la quale molti di loro affrontavano la persecuzione che si concludeva con una morte violenta.

Il mio augurio è che possiamo dire altrettanto per noi, personalmente e come comunità cristiana; che nella vita di ogni giorno, con le sue gioie e tristezze, non viviamo come “quelli che non hanno speranza”
(1Ts 4,13), ma che “manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza” (Eb 10,23).
Questo perché anche in questi giorni di sofferenza e di fatica, gli auguri che ci scambieremo di una “buona Pasqua” non siano giustificati dalla consuetudine né risuonino come uno slogan vuoto, ma esprimano la salda speranza, che si alimenta alla vittoria di Gesù sulla morte, sul male e alla promessa del
Padre di Gesù di “quei cieli nuovi e terra nuova, in cui abita la giustizia” (2Pt 3,13), tanto attesi da tutti.
Il fare riferimento ad essa, anche nella semplice forma di un augurio, esprima il nostro intendimento
di abitare questo tempo “saldi” in quella speranza che ci consente di collaborare al compimento della
promessa di Dio, alla vittoria di Gesù Cristo sul male che umilia l’esistenza degli uomini
Salutiamoci a vicenda con l’annuncio pasquale: “Alleluia, il Signore è risorto, è veramente
risorto!”. Con Cristo rifiorisca anche la nostra vita. Non ci sia spazio per la tristezza nella festa della nostra salvezza.

Auguri di Buona Pasqua

Don Giuseppe

Pasquetta in bicicletta

Dopo la messa delle ore 10.30 di Pasquetta, è stata organizzata una pedalata fino a Maccastorna. Pranzo al sacco. Nel pomeriggio ritorno a san Fiorano. Se qualcuno fosse interessato e volesse partecipare a questa “pedalata” (tempo permettendo) basta tanta voglia, volontà e presentarsi alle 11.30 in oratorio, pronti per la partenza.

Sabato Santo

Nel giorno del grande silenzio, come è il Sabato Santo, vorrei abbandonarmi ai ricordi.
Ricorderò innanzitutto il centurione romano, uomo di diversa mentalità, ignaro della Legge e dei Profeti, uomo concreto e attento, che alla fine del terribile dramma del Golgota, ebbe ad esclamare: “Veramente quest’uomo è Figlio di Dio”. Ricorderò i discepoli che si affrettarono a chiedere a Pilato il corpo di Gesù. Non si deve abbandonare Dio nelle mani di quanti non lo amano, di quanti non credono in lui, di quanti lo condannano e lo rinnegano. C’è un sepolcro nel quale deve essere riposto. È il tabernacolo del cuore dell’uomo che può e deve accogliere il grande Martire offertosi come prezzo del nostro riscatto. Ricorderò la Madre. Quella donna forte, la piena di grazia, la sempre Vergine, trafitta dalla lancia, che al termine compì il resto della sua missione: abbracciò quel Figlio generato, abbracciò i figli redenti da quel sangue. Non si deve coprire tutto con la pietra tombale, perché la pietra deve essere tolta e gli uomini devono risuscitare con il “Colui che è morto per amore”. Sarà l’amore la forza che deve trasformare tutti per giungere alla “conformità” con l’Uomo Dio. 

Appuntamenti del Sabato Santo

Ore 8.00: Canto dell’Ufficio e delle Lodi mattutine in Chiesina

Ore 21.30 S. MESSA DELLA VEGLIA PASQUALE

La veglia pasquale inizierà al Mortorino con la benedizione del fuoco e l’accensione del Cero pasquale. Camminando insieme, dal luogo dove abbiamo ricordato la Passione di Cristo, ci porteremo in Chiesa dove celebreremo la vittoria di Cristo sulle tenebre del male e della morte.
Nel momento del Rito del Battesimo, verranno battezzate Alice e Sara, che dopo il cammino catecumenale, entrano a far parte della Comunità Cristiana.

Una luce si intravede nella sera del Sabato Santo: è il fuoco nuovo che si accende all’inizio della solenne Veglia Pasquale, che benedetto dal sacerdote è auspicio per accendere “in noi il desiderio del cielo” perché “la luce del Cristo che risorge glorioso disperda le tenebre del cuore e dello spirito” . Ecco allora che riesplode il canto di gioia “Esulti il coro degli angeli”, e poi ancora le letture bibliche ed i salmi ci raccontano e narrano le prodezze del Signore, dall’Antico al Nuovo Testamento.
È in questa notte che tutta l’austerità della Quaresima viene spazzata via dalla gloria della risurrezione. La luce della risurrezione porterà ai riti battesimali; l’acqua nuova benedetta con cui saremo aspersi in memoria del nostro battesimo sarà per noi segno di salvezza.
Cristo è risorto veramente, alleluia! Gesù è vivente, è qui con noi! Cristo Gesù è il Signore della vita!