Un Gesù violento

Che strana capacità ha l’uomo di dimenticare le cose più meravigliose, di abituarsi al mistero! Ricordiamo ancora una volta, in questa Quaresima, che il cristiano non può essere superficiale. Pienamente inserito nel suo lavoro ordinario, deve, nello stesso tempo, essere pienamente in Dio, perché ne è figlio.

Non sembra che il gesto di quel giorno corrisponda ad un momento in cui il Messia ha perduto il controllo di se stesso. Anzi, sembra si tratti di un’azione decisa in tutta coscienza, con determinazione, con la consapevolezza del rischio a cui si esponeva. La violenza di Gesù ha una ragione: quello che è in causa è troppo importante per accettare compromessi. È in gioco il buon nome di Dio, la sua identità, la relazione autentica con lui. I traffici che avvengono nel tempio deturpano il luogo designato all’incontro con Dio, fanno credere che anche Dio, in fondo, sia in vendita e che basti qualche ricca offerta per ammansirlo e tirarlo dalla propria parte. Riducono il luogo dell’incontro ad una “bottega” in cui ognuno si serve a piacimento, secondo i suoi gusti, una sorta di supermarket del sacro legato alle bizzarrie, alle nevrosi, alle opinioni di ciascuno.

Mettere le mani su Dio o accettare di lasciarsi cambiare da lui?

Che strana capacità ha l’uomo di dimenticare le cose più meravigliose, di abituarsi al mistero! Ricordiamo ancora una volta, in questa Quaresima, che il cristiano non può essere superficiale. Pienamente inserito nel suo lavoro ordinario, deve, nello stesso tempo, essere pienamente in Dio, perché ne è figlio.

Quel giorno Gesù sapeva bene che avrebbe provocato un terribile trambusto. E che prima o poi gliel’avrebbero fatta pagare. Eppure non ha rinunciato a intervenire con forza e determinazione. Nel quadro previsto dal culto, la presenza nel tempio di commercianti di animali e di cambiamonete era del tutto giustificata. A Dio non si poteva offrire in sacrificio che un animale perfetto e quindi il fedele ebreo non se lo poteva portare da casa, col rischio che si azzoppasse per strada. Donare al tempio una moneta pagana, che recava in sé l’effigie dell’imperatore o quella di una qualche divinità, appariva un vero e proprio abominio. Allora perché Gesù se la prende tanto con le persone che risultavano funzionali alla liturgia? Perché con la loro attività danno vita a un terribile equivoco, che costituisce un vero oltraggio al buon nome di Dio.
In effetti fanno credere che Dio sia in vendita e che con offerte generose e cospicui sacrifici lo si possa in qualche modo comprare. La loro invadenza, poi, il loro modo di richiamare i possibili acquirenti, riduce la «casa di Dio» a un «mercato». Gesù non è un ingenuo e non approva questa strana alleanza tra l’altare e il denaro, che finisce per sporcare l’immagine di Dio.
Se è vero che la “macchina” del tempio ha bisogno di soldi per funzionare, è altrettanto vero che non si può far credere che l’alleanza con Dio e i riti che la esprimono siano alla mercé di chi può spendere. Ma Gesù quel giorno non ha solo liberato il luogo sacro da animali e da bilancini per pesare le monete, egli ha spazzato via dalle nostre esistenze tutto ciò che può inquinare il rapporto con Dio: la nostra pretesa di ridurre la preghiera e i diversi riti che l’accompagnano ad una transazione commerciale che apre un credito nei confronti di Dio; l’illusione di basare il nostro rapporto con lui su alcune prestazioni che ci danno diritto ad un trattamento di favore; la possibilità di mettere le mani su di lui, di piegarlo alla nostra volontà, se non altro attraverso la nostra insistenza. Dio, invece, è libero e il suo amore è del tutto gratuito. Non solo: con Gesù ogni costruzione sacra decade dal suo ruolo.
Il vero tempio di Dio, infatti, è lui. L’unico altare è la croce. E lui è, contemporaneamente, il sacerdote e la vittima perché offre se stesso per la salvezza dell’umanità. Chi vuole dunque entrare in comunione con lui ha una sola strada da percorrere: vivere
secondo il Vangelo di Gesù, offrire se stesso nella liturgia quotidiana dell’esistenza.

Figli nel Figlio…

Nella trasfigurazione traspare quel mistero di pienezza di vita che Gesù possiede, una pienezza di vita determinata dal suo legame col Padre, la fonte della vita. Questo è il mistero di Gesù. In ogni uomo, in realtà c’è un mistero: quel che vediamo con gli occhi della carne è sempre e solo la superficie.
Bisogna imparare a cogliere la profondità dell’uomo con gli occhi della fede. E sono questi occhi a scoprire che anche la nostra vita vive un’eguale comunione con Dio, la fonte della vita. Anche noi siamo figli e come tali “prediletti” dal padre.
La vita divina che il Padre ci comunica trova in noi l’ostacolo del peccato. Dio comunica attraverso il suo Spirito questa pienezza di vita, ma il peccato interrompe la comunicazione; noi viviamo una vita dimezzata. La trasfigurazione ci rivela in Gesù ciò che noi possiamo essere, ciò che siamo chiamati ad essere se ci manteniamo uniti a Dio, la fonte della vita. Alla fine saremo anche noi luminosi, anche noi avremo una pienezza di vita come Gesù. Ma il cammino è ancora lungo e impegnativo, tutto il percorso che i discepoli faranno fino alla Pasqua non è altro che un’immagine del cammino che l’umanità deve ancora percorrere per raggiungere la pienezza della salvezza. Basta discendere dal monte della trasfigurazione per rendersene conto.

Perché la nostra vita è così debole ed oscura, il nostro volto non è luminoso come il tuo, non siamo ancora capaci di annunciare la risurrezione, anzi, neppure comprenderla? La risposta è sempre la stessa, semplice e diretta, la risposta che spiega perché non accogliamo la pienezza di vita che il Padre ci dona e non lasciamo che traspaia al di fuori di noi.
Perché nonostante il ripetuto annuncio che Gesù ci fa del nostro essere figli del Padre questa figliolanza non porta a piena maturazione i suoi frutti.

Vedere l’invisibile

Se apriamo gli occhi della fede sull’invisibile che è reale e presente, la trasfigurazione ci consegna innanzitutto un messaggio che riguarda Gesù. Il grande messaggio della trasfigurazione per il presente è che nella nostra vita non manca la luminosa presenza di Cristo, siamo solo noi che spesso abbiamo occhi incapaci di riconoscerLo.

Anche noi come gli apostoli vediamo la sua vita umana e non siamo capaci di intravedere la vita divina in Lui. Dio è presente in mezzo a noi in Cristo, ma i nostri occhi, come quelli dei discepoli, sono spesso incapaci di riconoscerlo. Questa condizione non era solo tipica della via dei discepoli prima della risurrezione di Gesù, ma anche dopo, quando appare il Signore glorioso, il risorto, la loro vista resta spesso debole e offuscata nei confronti della sua presenza. Ancora oggi abbiamo bisogno che Dio apra i nostri occhi perché diventiamo capaci di riconoscerLo presente nella nostra vita: è il dono della fede.

Uno spiraglio sulla realtà della Risurrezione

La trasfigurazione è dunque l’annuncio della vita divina che Gesù possiede e che ogni cristiano riceve da Lui nella potenza dello Spirito Santo.
La spiritualità cristiana, partendo da questo brano, ha compreso la vita del credente come un processo di lenta trasformazione in Cristo, Cristo glorioso che si compirà nella risurrezione finale. Un modo di leggere questo brano di vangelo è dunque di vedervi un annuncio della risurrezione e della gloria che ci circonderà. Gesù trasfigurato e Gesù risorto sono le immagini di come saremo anche noi nella risurrezione finale.

Ma è possibile distinguere queste due immagini, scoprire che se Gesù trasfigurato annuncia Gesù risorto, parla però anche di una condizione diversa, di una gloria che precede la risurrezione finale, che fa già parte di questo mondo in cammino verso la risurrezione. Questa immagine ci interessa in modo particolare, perché non parla solo del nostro futuro, ma anche del nostro presente.
Infatti il brano della trasfigurazione, così ricco di simboli che rimandano all’AT, non parla soltanto del futuro, della vita dopo la risurrezione finale, ma
anche del presente, del nostro oggi, della nostra vita di figli di Dio nella comunità della nuova alleanza, la Chiesa. La trasfigurazione è una visione nel senso più vero del termine. I discepoli non subiscono una allucinazione, non si tratta di una costruzione simbolica della loro fantasia, né di un annuncio profetico di una condizione futura. Essi “vedono” ciò che già prima c’era, ma non erano capaci di vedere.
Gesù si mostra loro per quello che è e li rende così capaci di vedere l’invisibile. Un invisibile che lo riguarda e ci riguarda al tempo stesso.

Monte della trasfigurazione

È la domenica della Trasfigurazione perché è questo racconto, nella diversa redazione di Matteo, Marco e Luca, a caratterizzarla. In Marco esso occupa chiaramente un posto centrale e, proprio per questo, significativo.
La chiave la troviamo nella parte finale della scena, quando dalla nube esce una voce: è l’interpretazione che Dio dà a tutto l’avvenimento. Ciò che è accaduto sul monte è un’esperienza spirituale straordinaria offerta a tre discepoli: essi hanno potuto comprendere la vera identità del maestro e la meta del suo cammino. Tuttavia il suo destino ultimo non sarebbe stato il sepolcro, ma la pienezza della vita.

Qual è la buona notizia? (2)

La “buona notizia”, che in questi termini non sarebbe tale, lo è veramente: ma non perché si tratti di una legge morale, bensì perché è la presenza di Dio che ci viene incontro. La “buona notizia” è proprio la possibilità che Gesù ha portato all’uomo di “essere felice”. Il vangelo è l’annuncio di una felicità “possibile”. Dio ci ha creati perché fossimo felici, come lui, e fa di tutto per fare di noi delle persone felici. E questo, forse, l’avevamo capito, nel senso che ciascuno di noi sa perfettamente di voler essere felice, al di là di qualsiasi obiettivo particolare. È la radice della nostra persona: vogliamo, cerchiamo la felicità, è questo l’oggetto del nostro desiderio. Ma se questo obiettivo lo desideriamo proprio tutti, è segno che Dio l’ha inculcato nel nostro cuore, che Dio ha messo nel nostro animo questa ricerca di felicità, che ha messo in noi il suo “marchio”, ci ha fatti per sé. E proprio perché siamo fatti per lui, anche senza volerlo, anche senza saperlo, aneliamo a lui, tendiamo con tutte le forze a lui, cioè tendiamo alla felicità. Il problema nasce dalle strade da seguire: tutti d’accordo nel volere la felicità, ma poi ognuno va per una propria strada sul metodo da seguire per raggiungere la felicità. Così su questo punto si presentano tante proposte differenti, fondate ad esempio su proposte pubblicitarie talvolta banali, ma che comunque avvolgono la nostra esistenza sotto forma di prodotti, di situazioni, di realtà, di persone che in vari modi promettono la felicità. Qui si riassume il problema della nostra vita: siamo d’accordo che tutti vogliamo essere felici, ma come possiamo esserlo? La “buona notizia” di Gesù Cristo sta proprio nel garantirci che questo obiettivo è possibile, che non è un’illusione, a differenza di alcuni che nel corso della storia dell’umanità hanno sostenuto che la felicità non esiste e non può esistere, oppure è un desiderio di qualcosa che non c’è ancora o che non c’è più e che, di fatto, è irraggiungibile. Gesù invece è venuto non solo a garantirci che la felicità è possibile, ma a indicarcene la strada: lui stesso. In genere, non si adopera molto nel nostro linguaggio cristiano la parola “felicità”, forse perché sembra laica, profana. Essa invece merita di essere rivalutata, perché con questa parola noi intendiamo veramente la piena realizzazione della nostra vita. E Gesù Cristo è la nostra felicità: la “buona notizia” è questa, è la presenza di Gesù che dice di essere Dio garantendo per noi la possibilità di essere felici. È possibile, ci viene data, la felicità.

Qual è la buona notizia? (1)

Se dovessimo riassumere in poche frasi, o magari in una sola, il vangelo di Gesù, qual è questa buona notizia o, in altri termini, come si riassume la nostra fede cristiana? Se dovessimo spiegare in poche parole facili ad un non cristiano qual è l’elemento essenziale della nostra fede, perché crediamo nel vangelo, sapremmo dare una risposta convincente, sapremmo chiarirlo anche a noi stessi? Temo che facilmente, come essenziale, molti proporrebbero degli imperativi morali come “amare il prossimo ed amare Dio”. Credo che sia il difetto di fondo: abbiamo un’impostazione moralistica. Sembra che l’essenziale della buona notizia stia nell’imperativo del fare, ed anche nell’imperativo dell’amare, ma sempre un imperativo, sempre un discorso di azione dell’uomo: non è una buona notizia. Molte volte noi abbiamo fatto del vangelo una serie di precetti, di norme, di regole, di imperativi, come se Gesù fosse venuto a presentarci una legge perfetta, che dobbiamo impegnarci seriamente a compiere, che ci comanda di volerci bene, di non giudicare, e così via: una legge difficile, molto difficile da osservare. In questi termini, non potremmo parlare di “buona notizia”! Purtroppo, le parole che usiamo, che sarebbero quelle giuste, della “buona notizia”, vengono da noi rivestite di una struttura che genera sconcerto.

Prima domenica di Quaresima

Quaresima! Ci siamo. Siamo nuovamente davanti a un dono. Quale? Beh… semplice direi: ancora una volta Dio si fa per noi strada luminosa da scegliere per vivere in pienezza. Dio ci raggiunge e ci spinge amorevolmente a ritornare verso di lui… e a farlo con tutto il cuore. Dio si offre a noi nel tempo, come vita da scegliere in ogni istante. Lui, Parola che fa vivere, ci raggiunge, vive in noi, nel nostro cuore, sulle nostre labbra e può farci vivere. Ecco cos’è la Quaresima. Un tempo in cui concentrarci più del solito per capire se questo dono lo accettiamo o meno. Un tempo in cui disarmarci più del solito per lasciarci stupire dalla presenza trasformante di Dio. Un tempo offertoci per smetterla di perdere occasioni preziose nell’incontro con lui. E allora buon cammino a tutti noi che, passo dopo passo, vogliamo arrivare alle soglie di quel sepolcro non spaventati e disorientati dagli eventi, ma pronti a lasciarci stupire da Dio e dalle sue inedite logiche di dono e di redenzione.
Questa prima domenica ci porta nel deserto, ma quello che mi piacerebbe emergesse non è tanto ciò che accade: le tentazioni, il tentatore, la risposta di Gesù… Vorrei che prima di ogni cosa potesse emergere una certezza: nel deserto Gesù è spinto dallo Spirito. È guidato da lui. E se è vero che il diavolo tenta è ancora più vero che lo Spirito non abbandona: lui guida e resta. Il deserto è il luogo in cui la vita è messa a dura prova. E quando il deserto è interiore la situazione non cambia. Eppure anche in questi deserti, per noi, come per Gesù lo Spirito non ci lascia, resta con noi e ci guida. È nel deserto che più facilmente la Parola che parla può essere ascoltata. E allora, in questa Quaresima, lasciamoci condurre dallo Spirito, perché ogni deserto in noi possa fiorire.