Settimana Santa: vi prego, siate presenti!

Che giorni, carissimi tutti, stiamo per vivere! Siate presenti, vi prego, siateci.
Non è folclore ciò che ci apprestiamo a vivere, non è devozione.
È memoriale, riaccadimento di ciò che Gesù ha vissuto e vive. Durante la Settimana santa ci si ferma: giorno per giorno, ora per ora, regoliamo i nostri orologi e il nostro tempo a quel momento cruciale per la storia dell’umanità. Dio si prepara a morire, Cristo celebra la sua presenza nell’ultima Pasqua, la nuova, viene arrestato, condannato, ucciso, sepolto, vive. In questa preziosa settimana, qualunque cosa faremo, potremo fermarci, socchiudere gli occhi e pensare a Cristo, ai suoi sentimenti, alla sua angoscia, alla sua bruciante passione, al suo desiderio.
Straordinario. Prendetevi del tempo: giovedì, venerdì e sabato, celebreremo il Triduo Pasquale: partecipate, lasciatevi trascinare da queste celebrazioni dense di fede.

La lettura della Passione di Marco

Come è noto, la domenica delle Palme è dominata dalla solenne lettura della Passione, quest’anno secondo la relazione offertaci da Marco (cc. 14-15).
Davanti a questa sequenza di eventi che oggi sentiamo narrare con commozione sono possibili infinite considerazioni. Ne scegliamo tre desumendole dagli stessi dati marciani. Innanzitutto la passione con le sue sofferenze e la morte è il momento più profondo di fratellanza di Dio con l’uomo che soffre e muore: dolore e morte sono infatti qualità specifiche della creatura ed assenti in Dio. E per questo che Marco è attento a segnalare tutti i tratti dell’incarnazione divina nel Cristo non solo attraverso la puntuale annotazione delle date e delle ore ma anche con la precisa indicazione dei luoghi, da Betania al Golgota. Dio entra, quindi, nelle nostre coordinate tragiche e quotidiane, modeste e terribili per seminare la scintilla dell’infinito e della salvezza.
Una seconda suggestione emerge da una specie di atmosfera continua che accompagna la via della sofferenza di Gesù. Essa, infatti, si rivela come un viaggio nella solitudine più insopportabile. Tutti lo abbandonano: da Giuda il traditore a Pietro il discepolo caro, fino a tutti gli altri discepoli, dai membri più qualificati del suo popolo fino alla folla più povera e semplice. Ma il vertice è in quel misterioso silenzio del Padre, sperimentato da tutti i sofferenti della terra ma unico e sconvolgente in Cristo, il Figlio. L’odio degli uomini si scatena, la paura degli amici prevale, il silenzio di Dio sconcerta. In Gesù si ritrova, quindi, tutta la vicenda del dolore umano. Egli raccoglie in sé tutte le lacrime e tutte le lacerazioni fisiche ed interiori per portarle a Dio e dar loro un senso che solo Dio può trovare. Infine, in queste pagine troviamo quello che per tutta la trama del Vangelo di Marco era il vertice dell’itinerario spirituale proposto al discepolo. Sul Calvario, davanti al Cristo morto ma anche di fronte a segni straordinari del suo mistero, un pagano, il centurione romano, proclama la perfetta definizione di Gesù, superiore a quella pur grande pronunziata da Pietro, «Cristo messia»: «Veramente costui è Figlio di Dio!». Nella morte in croce di Gesù, senza fraintendimenti,
si svela in pienezza il suo segreto: egli non era un messia politico trionfatore ma è il Figlio di Dio che donandosi salva. Ed è a questa professione di fede che siamo oggi condotti dalla liturgia attraverso la proclamazione della passione secondo Marco.

La Domenica delle Palme

Con la Domenica delle Palme, con cui si ricorda l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme per andare incontro alla morte, inizia la Settimana Santa durante la quale si rievocano gli ultimi giorni della vita terrena di Cristo. L’episodio rimanda alla celebrazione della festività ebraica di Sukkot, la “festa delle Capanne”, in occasione della quale i fedeli arrivavano in massa in pellegrinaggio a Gerusalemme e salivano al tempio in processione. Ciascuno portava in mano e sventolava il lulav, un piccolo mazzetto composto dai rami di tre alberi, la palma, simbolo della fede, il mirto, simbolo della preghiera che s’innalza verso il cielo, e il salice, la cui forma delle foglie rimandava alla bocca chiusa dei fedeli, in silenzio di fronte a Dio, legati insieme con un filo d’erba (Lv. 23,40). Spesso attaccato al centro c’era anche una specie di cedro, l’etrog (il buon frutto che Israele unito rappresentava per il mondo). Il cammino era ritmato dalle invocazioni di salvezza (Osanna) in quella che col tempo divenuta una celebrazione corale della liberazione dall’Egitto: dopo il passaggio del mar Rosso, il popolo per quarant’anni era vissuto sotto delle tende, nelle capanne; secondo la tradizione, il Messia atteso si sarebbe manifestato proprio durante questa festa. Gesù, quindi, fa il suo ingresso a Gerusalemme, sede del potere civile e religioso della Palestina, acclamato come si faceva solo con i re però a cavalcioni di un’asina, in segno di umiltà e mitezza. La cavalcatura dei re, solitamente guerrieri, era infatti il cavallo.

Un’offerta sofferta

Cristo – stando al testo della Lettera agli Ebrei – lascia intravedere la possibilità di fare del nostro dolore un’offerta: un’offerta sofferta. Certo, la liturgia della sofferenza non è come quella convenzionale, coi riti e le formule fissate in antecedenza. È una liturgia improvvisata, per la quale ci troviamo sempre impreparati; non segue regole fisse, e le parole non si possono imparare prima.
Sovente siamo costretti a fare ciò che non vogliamo. Ma c’è pure un aspetto pedagogico nella sofferenza.
Il Figlio, infatti, “imparò l’obbedienza dalle cose che patì”. L’obbedienza non si impara sui trattati o attraverso le prediche. Molte materie, molte scienze umane e religiose, si possono imparare frequentando dei corsi.
Che cosa sia l’obbedienza lo si capisce soltanto attraverso la pedagogia, l’esperienza insostituibile del dolore, dell’abbandono, del negativo, e adottando lo stesso atteggiamento di Cristo nei confronti della croce. Obbedire a Dio non significa semplicemente piegarsi alla sua volontà. Ma essere docili nell’amore. È l’amore lo stile dell’obbedienza caratteristica di chi ha abbandonato l’orizzonte della legge antica, scolpita sulla pietra o scritta nel libro, per entrare nella prospettiva “interiore” della Nuova Alleanza.
Quella della croce è un’educazione dolorosa, eppure necessaria, insostituibile.
Il dolore trasforma l’uomo: ossia soffrendo s’impara. Il dolore accettato per amore diventa così sacramento di fraternità, scuola di umanità. Gesù, tuttavia, indica due sbocchi nel suo dramma: la fecondità del sacrificio e la glorificazione. Il primo aspetto viene illustrato dalla piccola parabola del chicco di grano.
L’altro aspetto è quello della glorificazione. Nella prospettiva specifica di Giovanni, la glorificazione non è altro che la manifestazione dell’amore: la gloria di amare!
Sulla croce Cristo non rivendica altra gloria all’infuori della gloria di amare.

L’amore non si impone mai

È tipico dell’amore offrirsi, ma non imporsi. Per questo chi ama si presenta sempre in modo disarmante e disarmato. E proprio perché si dona, accetta di correre il rischio di essere rifiutato o addirittura ignorato. Nel suo colloquio con Nicodemo Gesù parla della luce che è venuta nel mondo: ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. È esattamente quello che abbiamo trovato all’inizio del Vangelo di Giovanni, nel prologo.
L’amore si propone alla libertà dell’uomo che decide se accoglierlo e no. L’altra faccia della libertà, però, è la responsabilità. La decisione dell’uomo non è priva di conseguenze. Proprio questo è il giudizio: entrare o escludersi dall’amore di Dio, accedere o rinunciare ai suoi doni. Il giudizio, quindi, non è tanto un’azione di Dio che si riserva di distribuire premi o castighi alla fine del mondo. È l’uomo stesso che orienta il giudizio nel presente, fin da quando accoglie o rifiuta Gesù.

La croce simbolo d’amore

Il dialogo tra Gesù e Nicodemo, che avviene per scelta di quest’ultimo nella notte, si rivela colmo di luce per l’esistenza del discepolo. Orienta, infatti, il suo sguardo verso la croce e, attraverso di essa, gli rivela in modo del tutto inatteso l’amore di Dio che si è manifestato in Cristo Gesù.
«In modo del tutto inatteso», perché di per sé la croce evoca tutt’altro. Parla di dolore straziante, inflitto come castigo a chi ha avuto l’ardire di ribellarsi ai dominatori. Parla di crudeltà perché condanna ad una lenta e pubblica agonia. Parla, nel caso di Gesù, di una tremenda ingiustizia perché inflitta a chi aveva solo fatto del bene. Del resto anche il serpente di bronzo, eretto da Mosè, richiamava più il pericolo mortale che la guarigione offerta attraverso di esso. Ma allora, che cosa ha trasfigurato la croce al punto di farne un simbolo di salvezza? Solo l’amore, l’amore con cui Gesù l’ha abbracciata. Grazie ad esso noi scopriamo le reali intenzioni di Dio verso l’umanità: non vuole giudicarla e condannarla, ma salvarla perché la ama. È per amore che Gesù ha accettato di essere debole, di consegnarsi alle mani degli uomini, per mostrare di essere disposto a dare la vita per noi.
È per amore che sulle sue labbra non sono affiorate espressioni di astio o di vendetta, ma solo parole di misericordia e di perdono. È per amore che ha affrontato l’oscurità estrema della morte per sconfiggerla una volta per tutte. Tuttavia quante volte noi stessi abbiamo considerato tutto questo scontato! Quante volte la nostra vita si è di fatto allontanata da questa dichiarazione d’amore! Quante volte abbiamo preso come punti di riferimento non la croce, ma i nostri poveri criteri di saggezza umana! Quanto tempo abbiamo sprecato consacrando le nostre energie a obiettivi che non valevano!

La sorpresa di essere amati

C’è vergogna e amarezza quando si devono riconoscere i propri sbagli, soprattutto quando abbiamo sotto gli
occhi gli effetti devastanti del nostro comportamento. Perché è inutile nascondercelo: proviamo vivo il senso della nostra responsabilità e della nostra dissennatezza. Quale cumulo di sofferenza abbiamo provocato, quante rovine abbiamo causato! Tutto questo avrebbe potuto facilmente essere evitato se solo ci fossimo lasciati guidare da Dio, dalla sua parola! Il suo amore è più forte del peccato, dell’infedeltà, dell’ingratitudine degli uomini. È una scoperta imprevista, che induce a riprendere coraggio e fiducia.
Ma l’amore di Dio non dev’essere affatto dato per scontato. Anzi, secondo la logica umana è inspiegabile e paradossale. Dio avrebbe tutto il diritto di rompere una volta per tutte l’alleanza con noi popolo ingrato!
Perché non lo fa? Perché il suo amore è fedele, nonostante tutto, e si è legato all’umanità in modo indissolubile. Il pentimento per il male commesso, un’esperienza dolorosa, è sostenuto dalla certezza di essere accolti ancora una volta. La fiamma della nostalgia, che induce a tornare a Dio, viene alimentata costantemente dalla memoria: «Mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo».

Un Gesù violento

Che strana capacità ha l’uomo di dimenticare le cose più meravigliose, di abituarsi al mistero! Ricordiamo ancora una volta, in questa Quaresima, che il cristiano non può essere superficiale. Pienamente inserito nel suo lavoro ordinario, deve, nello stesso tempo, essere pienamente in Dio, perché ne è figlio.

Non sembra che il gesto di quel giorno corrisponda ad un momento in cui il Messia ha perduto il controllo di se stesso. Anzi, sembra si tratti di un’azione decisa in tutta coscienza, con determinazione, con la consapevolezza del rischio a cui si esponeva. La violenza di Gesù ha una ragione: quello che è in causa è troppo importante per accettare compromessi. È in gioco il buon nome di Dio, la sua identità, la relazione autentica con lui. I traffici che avvengono nel tempio deturpano il luogo designato all’incontro con Dio, fanno credere che anche Dio, in fondo, sia in vendita e che basti qualche ricca offerta per ammansirlo e tirarlo dalla propria parte. Riducono il luogo dell’incontro ad una “bottega” in cui ognuno si serve a piacimento, secondo i suoi gusti, una sorta di supermarket del sacro legato alle bizzarrie, alle nevrosi, alle opinioni di ciascuno.

Mettere le mani su Dio o accettare di lasciarsi cambiare da lui?

Che strana capacità ha l’uomo di dimenticare le cose più meravigliose, di abituarsi al mistero! Ricordiamo ancora una volta, in questa Quaresima, che il cristiano non può essere superficiale. Pienamente inserito nel suo lavoro ordinario, deve, nello stesso tempo, essere pienamente in Dio, perché ne è figlio.

Quel giorno Gesù sapeva bene che avrebbe provocato un terribile trambusto. E che prima o poi gliel’avrebbero fatta pagare. Eppure non ha rinunciato a intervenire con forza e determinazione. Nel quadro previsto dal culto, la presenza nel tempio di commercianti di animali e di cambiamonete era del tutto giustificata. A Dio non si poteva offrire in sacrificio che un animale perfetto e quindi il fedele ebreo non se lo poteva portare da casa, col rischio che si azzoppasse per strada. Donare al tempio una moneta pagana, che recava in sé l’effigie dell’imperatore o quella di una qualche divinità, appariva un vero e proprio abominio. Allora perché Gesù se la prende tanto con le persone che risultavano funzionali alla liturgia? Perché con la loro attività danno vita a un terribile equivoco, che costituisce un vero oltraggio al buon nome di Dio.
In effetti fanno credere che Dio sia in vendita e che con offerte generose e cospicui sacrifici lo si possa in qualche modo comprare. La loro invadenza, poi, il loro modo di richiamare i possibili acquirenti, riduce la «casa di Dio» a un «mercato». Gesù non è un ingenuo e non approva questa strana alleanza tra l’altare e il denaro, che finisce per sporcare l’immagine di Dio.
Se è vero che la “macchina” del tempio ha bisogno di soldi per funzionare, è altrettanto vero che non si può far credere che l’alleanza con Dio e i riti che la esprimono siano alla mercé di chi può spendere. Ma Gesù quel giorno non ha solo liberato il luogo sacro da animali e da bilancini per pesare le monete, egli ha spazzato via dalle nostre esistenze tutto ciò che può inquinare il rapporto con Dio: la nostra pretesa di ridurre la preghiera e i diversi riti che l’accompagnano ad una transazione commerciale che apre un credito nei confronti di Dio; l’illusione di basare il nostro rapporto con lui su alcune prestazioni che ci danno diritto ad un trattamento di favore; la possibilità di mettere le mani su di lui, di piegarlo alla nostra volontà, se non altro attraverso la nostra insistenza. Dio, invece, è libero e il suo amore è del tutto gratuito. Non solo: con Gesù ogni costruzione sacra decade dal suo ruolo.
Il vero tempio di Dio, infatti, è lui. L’unico altare è la croce. E lui è, contemporaneamente, il sacerdote e la vittima perché offre se stesso per la salvezza dell’umanità. Chi vuole dunque entrare in comunione con lui ha una sola strada da percorrere: vivere
secondo il Vangelo di Gesù, offrire se stesso nella liturgia quotidiana dell’esistenza.

Figli nel Figlio…

Nella trasfigurazione traspare quel mistero di pienezza di vita che Gesù possiede, una pienezza di vita determinata dal suo legame col Padre, la fonte della vita. Questo è il mistero di Gesù. In ogni uomo, in realtà c’è un mistero: quel che vediamo con gli occhi della carne è sempre e solo la superficie.
Bisogna imparare a cogliere la profondità dell’uomo con gli occhi della fede. E sono questi occhi a scoprire che anche la nostra vita vive un’eguale comunione con Dio, la fonte della vita. Anche noi siamo figli e come tali “prediletti” dal padre.
La vita divina che il Padre ci comunica trova in noi l’ostacolo del peccato. Dio comunica attraverso il suo Spirito questa pienezza di vita, ma il peccato interrompe la comunicazione; noi viviamo una vita dimezzata. La trasfigurazione ci rivela in Gesù ciò che noi possiamo essere, ciò che siamo chiamati ad essere se ci manteniamo uniti a Dio, la fonte della vita. Alla fine saremo anche noi luminosi, anche noi avremo una pienezza di vita come Gesù. Ma il cammino è ancora lungo e impegnativo, tutto il percorso che i discepoli faranno fino alla Pasqua non è altro che un’immagine del cammino che l’umanità deve ancora percorrere per raggiungere la pienezza della salvezza. Basta discendere dal monte della trasfigurazione per rendersene conto.

Perché la nostra vita è così debole ed oscura, il nostro volto non è luminoso come il tuo, non siamo ancora capaci di annunciare la risurrezione, anzi, neppure comprenderla? La risposta è sempre la stessa, semplice e diretta, la risposta che spiega perché non accogliamo la pienezza di vita che il Padre ci dona e non lasciamo che traspaia al di fuori di noi.
Perché nonostante il ripetuto annuncio che Gesù ci fa del nostro essere figli del Padre questa figliolanza non porta a piena maturazione i suoi frutti.