Cosa significa adorare

Parlare di adorazione è come parlare di amore: si può dire molto ma tuttavia non dire l’essenziale.
Si tratta dell’ineffabile dove non si esprime a parole ma con la vita. L’adorazione si vive, come l’amore. Infine come amare anche adorare si impara adorando.
Ci sono due verità che si toccano e sono queste: Dio crea l’uomo e lo crea libero.
Libero di scegliere Dio e riconoscerLo come suo Creatore ed anche come suo Salvatore. E l’uomo raggiunge la beatitudine dandoGli gloria, lodando e adorando Dio.
Così, l’adorazione è un atto libero di colui che cerca la vera felicità in Dio, di colui che cerca il riposo della sua anima davanti la presenza del suo Dio.

Adorazione come necessità

Adorare Dio è una necessità intrinseca dell’uomo. Non si può veramente vivere senza adorare Dio. Nell’adorazione l’uomo scopre la sua vera dimensione e scopre che in Dio non ci sono confini. Nell’adorazione incontra il suo riposo, raggiunge la pace. Parafrasando sant’Agostino potremmo dire che il nostro cuore non trova riposo fino a che non riposa in Dio, fino a quando non lo incontra e lo adora. “Un abisso chiama un altro abisso”, dice il salmista.
Solamente l’infinito e eterno Amore di Dio può riempire il vuoto esistenziale che c’è nell’uomo quando non conosce né ha incontrato Dio. Quando non c’è Dio nell’orizzonte di una vita si vive l’angusta contraddizione fra l’essere stato creato col desiderio di eternità e la realtà dei propri limiti, della fragilità e dell’effimero di questa vita.
Ogni uomo -anche quando non sia cosciente di ciò- ha sete di eternità, di infinito, di trascendenza. Questa sete è in realtà sete di Dio. Come lo spiega il salmista: “la mia anima ha sete del Dio vivo”. Ma -questa è la Buona Novella che ci rivela il Signore- anche Dio ha sete dell’uomo, della sua salvezza. Non è un caso che il dialogo di Gesù Cristo con la samaritana inizi con “dammi da bere”. Sicuramente il Signore aveva sete fisica ma Lui aveva un’altra sete più importante da appagare.
Per questo anche ai discepoli -che erano ritornati e si erano meravigliati nel vederlo parlare con una donna per giunta samaritana- quando gli chiedono che mangi, lui risponde che ha un cibo da mangiare che loro non conoscono e poi spiega che questo alimento “è fare la volontà del Padre”. La sete di Cristo è sete di salvezza delle anime, la sua fame è fare la volontà del padre: salvare tutta l’umanità. Gesù, in questo momento concreto della relazione, ha sete della salvezza di quella vita persa e attraverso di lei di tutti gli abitanti di Sicar.
In quel “dammi da bere” sotto il sole di mezzogiorno nel pozzo di Giacobbe, si specchia un altro mezzogiorno, quando si oscura il sole nel Golgota: è il “ho sete” della croce. Il dialogo comincia con il “dammi da bere” ma culmina con la domanda della samaritana sul dove adorare Dio. Dalla sete del Signore deriva la sete della samaritana: dove adorare Dio. La sete dell’uomo e la sete di Dio si incontrano nell’adorazione. Si incontrano e si saziano reciprocamente.
Solo l’amore infinito di Dio riempie l’infinito vuoto di eternità, di bontà, di bellezza dell’uomo.

L’Eucaristia è il più grande dono offerto a tutti

La divina presenza reale del Signore, questo è il primo fondamento della devozione e del culto al Santissimo Sacramento. La pietà eucaristica non è fondata nel sentimento, ma nella fede.
Altre devozioni, forse, nel proprio esercizio spesso tendono a stimolare maggiormente il sentire, ma la devozione eucaristica precisamente si basa esclusivamente sulla fede, sulla fede pura.
Pertanto, “questo culto di adorazione si fonda su un motivo serio e solido, che l’Eucaristia è già sacrificio e sacramento insieme, e si distingue dagli altri non solo perché comunica la grazia, se non perché racchiude stabilmente il suo stesso Autore.
L’Eucaristia è il più grande tesoro della Chiesa offerto a tutti affinché tutti possano ricevere attraverso essa abbondanti grazie e benedizioni.
Adorare Gesù nel Santissimo Sacramento è la risposta di fede e di amore a Colui che, essendo Dio, si è fatto uomo, si fece nostro Salvatore, ci ha amati fino a donare la sua vita per noi e continua ad amarci di amore eterno.
Il culto eucaristico è sempre di adorazione. Anche la comunione sacramentale implica necessariamente l’adorazione.
Questo ricordava Benedetto XVI: “Nessuno mangi questa carne senza prima adorarla … peccheremmo se non la adorassimo”.
In un altro senso, l’adorazione è comunione, non solo sacramentale, ma sostanzialmente spirituale.
Pertanto, vediamo che l’adorazione non è qualcosa di facoltativo, opzionale, che si può o non si può fare, non è una devozione in più, ma è necessaria, è un dolce obbligo d’amore.
L’adorazione non è un lusso ma una priorità.
Chi adora da testimonianza d’ amore, dell’amore ricevuto e dell’amore ricambiato, e molto di più da testimonianza della propria fede.

Che cos’è l’adorazione eucaristica

È adorare alla Presenza reale e divina di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, nell’Eucaristia.
Nell’Eucaristia adoriamo Dio in Gesù Cristo, e Dio è Uno e Trino, perché in Dio non ci sono divisioni. Gesù Cristo è uno con il Padre e lo Spirito Santo. È veramente, realmente, sostanzialmente presente nell’Eucaristia.
La Chiesa crede e confessa che “nel sacramento dell’Eucaristia , dopo la consacrazione del pane e del vino, è veramente, realmente e sostanzialmente presente nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e uomo, sotto l’apparenza di quelle cose sensibili”
La divina presenza reale del Signore, questo è il primo fondamento della devozione e del culto al Santissimo Sacramento. Qui è Cristo, il Signore, Dio e vero uomo, assolutamente meritevole della nostra adorazione e originata dall’azione dello Spirito Santo. La pietà eucaristica non è quindi fondata nel sentimento puro, ma proprio nella fede.
Altre devozioni, forse, nel proprio esercizio spesso tendono a stimolare maggiormente il sentire, come ad esempio nel servizio della carità verso i poveri, ma la devozione eucaristica, precisamente si basa esclusivamente sulla fede, sulla fede pura del Mysterium fidei.

Cosa significa adorare

È l’intrinseco rapporto tra l’uomo e Dio, della creatura intelligente con il suo Creatore. Gli uomini e gli angeli devono adorare Dio. In cielo, tutte le anime beate dei santi e i santi angeli adorano Dio. Ogni volta che adoriamo ci uniamo al cielo e portiamo il nostro piccolo cielo sulla terra.
L’adorazione è l’unico culto dovuto solo a Dio. Quando Satana cercò di tentare Gesù nel deserto gli offrì tutti i regni, tutto il potere di questo mondo se lo avesse adorato. Satana, nel suo orgoglio di follia, pretende l’adorazione dovuta a Dio. Gesù gli rispose con la Scrittura: «Solo Dio adorerai e a Lui solo renderai culto.
Chi adora da testimonianza d’amore, dell’amore ricevuto e dell’amore ricambiato, e molto di più da testimonianza della propria fede.
Davanti al mistero ineffabile non ci sono parole, solo silenzio adorante, solo presenza che parla ad un’altra presenza. Solo l’essere creato davanti all’Essere, davanti all’unico Io sono, da dove viene la sua vita. È lo stupore di chi sa che Dio è qui! Veramente qui!

Riprende per la nostra comunità parrocchiale la proposta settimanale del Giovedì Eucaristico (esposizione del Santissimo Sacramento per l’adorazione personale). Riprende dopo il tempo liturgico del Natale e riprende sull’esempio dei Magi (Epifania).
Non possiamo non fare nostro (comunità parrocchiale) il gesto dei Magi raccontato nel Vangelo di Matteo («Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo») per sottolineare che adorare è il traguardo del loro percorso, la meta del loro cammino. Infatti, quando, giunti a Betlemme, “videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Se perdiamo il senso dell’adorazione, perdiamo il senso di marcia della vita cristiana, che è un cammino verso il Signore, non verso di noi. È il rischio da cui ci mette in guardia il Vangelo, presentando, accanto ai Magi, dei personaggi che non riescono ad adorare.
C’è il re Erode, che utilizza il verbo adorare, ma in modo ingannevole. Chiede infatti ai Magi che lo informino sul luogo dove si trovava il Bambino “perché – dice – anch’io venga ad adorarlo”. In realtà, Erode, adorava solo sé stesso e perciò voleva liberarsi del Bambino con la menzogna. Che cosa ci insegna questo? Che l’uomo, quando non adora Dio, è portato ad adorare il suo io. Quante volte abbiamo scambiato gli interessi del Vangelo con i nostri, quante volte abbiamo ammantato di religiosità quel che ci faceva comodo, quante volte abbiamo confuso il potere secondo Dio, che è servire gli altri, col potere secondo il mondo, che è servire sé stessi!
Oltre a Erode, ci sono altri personaggi che non riescono ad adorare Dio: i capi dei sacerdoti e gli scribi del
popolo: «Essi», indicano a Erode con estrema precisione dove sarebbe nato il Messia: a Betlemme di Giudea. Conoscono le profezie e le citano esattamente. Sanno dove andare, ma non vanno. Anche da questo possiamo trarre un insegnamento. Nella vita cristiana, non basta sapere: senza uscire da sé stessi, senza incontrare, senza adorare non si conosce Dio. La teologia e l’efficienza pastorale servono a poco o nulla se non si piegano le ginocchia; se non si fa come i Magi, che non furono solo sapienti organizzatori di un viaggio, ma camminarono e adorarono. Quando si adora ci si rende conto che la fede non si riduce a un insieme di belle dottrine, ma è il rapporto con una Persona viva da amare. È stando faccia a faccia con Gesù che ne conosciamo il volto.
Adorando, scopriamo che la vita cristiana è una storia d’amore con Dio, dove non bastano le buone idee,
ma bisogna mettere Lui al primo posto, come fa un innamorato con la persona che ama.
Così dev’essere la nostra Comunità parrocchiale, un’adoratrice innamorata di Gesù suo sposo.

L’adorazione fuori dalla messa

La celebrazione dell’Eucaristia nel sacrificio della Messa è veramente l’origine e il fine del culto che ad essa vien reso fuori della Messa. Infatti Cristo Signore, che nel sacrificio della Messa è immolato quando comincia a essere sacramentalmente presente come cibo spirituale dei fedeli sotto le specie del pane e del vino, anche dopo l’offerta del sacrificio, allorché viene conservata la Eucaristia nelle chiese, è veramente l’Emmanuele, cioè Dio con noi.
Giorno e notte resta in mezzo a noi, e in noi abita, pieno di grazia e di verità”.
Questa permanente presenza dell’Emmanuele è all’origine dell’adorazione eucaristica. Di questa adorazione sottolineo due aspetti che possiamo definire l’uno soggettivo e l’altro oggettivo.
Innanzitutto Cristo è presente in modo reale e permanente nelle specie del pane, non in forma statica ma dinamica, in quanto è lui che perpetua nel tempo quell’adorazione al Padre che si è compiuta nel tempo della celebrazione eucaristica: è l’aspetto soggettivo dell’adorazione eucaristica. Quando si propone l’adorazione eucaristica, si invita ad unirsi all’adorazione di Gesù: l’adorazione è fatta con Cristo per Cristo e in Cristo.
Ma la presenza di Cristo nelle specie eucaristiche (ed è l’aspetto oggettivo) chiama la chiesa, sua sposa, all’adorazione di lui, cioè ad un dialogo d’amore. Nell’adorazione eucaristica si ascolta il Signore, ci si abbandona a lui. È bello intrattenersi con Lui e, chinati sul suo petto come il discepolo prediletto, essere toccati dall’amore infinito del suo cuore.
Se il cristianesimo deve distinguersi, nel nostro tempo, soprattutto per l’arte della preghiera, come non sentire un rinnovato bisogno di trattenersi a lungo, in spirituale conversazione, in adorazione silenziosa, in atteggiamento di amore, davanti a Cristo presente nel Santissimo Sacramento? Quante volte abbiamo fatto questa esperienza, e ne abbiamo tratto forza, consolazione, sostegno!

Gesù, unico e vero adoratore del Padre (2)

Poiché aderire alla Verità, cioè alla Rivelazione, che è la parola e la vita di Gesù, trascende le capacità della nostra persona, è necessaria l’azione dello Spirito Santo, come fu necessaria l’opera della Spirito perché una donna diventasse la Madre di Dio.
Lo Spirito, facendoci aderire alla Verità che è Cristo, per ciò stesso ci introduce nella sua adorazione del Padre: l’adorazione cristiana è quella ispirata e nutrita dalla rivelazione di Cristo sotto l’azione dello Spirito Santo. Nell’adorazione non siamo noi gli attori, noi entriamo nell’adorazione di Gesù, facendo nostri i suoi “sentimenti”, egli che “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere
come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini, …. facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.
L’iniziazione all’adorazione è lasciare che egli entri in noi, e noi possiamo guardare al Padre, al mondo e agli altri con gli stessi suoi occhi.

Gesù, unico e vero adoratore del Padre (1)

L’adorazione, intesa in senso cristiano, non è primariamente una semplice azione umana, ma opera di Cristo: è lui il vero e unico adoratore; con la sua incarnazione e la sua Pasqua ha redento l’uomo e ha associato a sé l’umanità nell’adorazione al Padre.
Nel vangelo di Giovanni leggiamo che la donna samaritana, ad certo punto del colloquio, introduce il tema dell’adorazione: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
Fermiamo la nostra attenzione sull’espressione “adorare in spirito e verità”.
La parola “Verità” nel quarto Vangelo indica la Rivelazione, che si identifica con le parole e la persona di Gesù: ormai possiamo adorare il Padre solo “nella Verità”; cioè in Gesù Cristo. Il Verbo incarnato infatti è “pieno di grazia e verità”, è “la via, la verità, la vita” e per mezzo di lui “vengono a noi la grazia e la verità”: ormai il “luogo” della nostra adorazione è la persona del Verbo incarnato. Gesù dice anche che noi dobbiamo adorare il Padre “in Spirito”.

L’adorazione, un consegnarsi di amanti

Davanti a Dio che si rivela, si fa conoscere, propone prospettive inaudite, l’uomo (come Mosé, Isaia, Maria…), comincia a balbettare, si arrende.
La Vergine, dice Luca, “rimase molto turbata”. È il turbamento di chi avverte l’abisso del proprio nulla da una parte e dall’altra rimane affascinato dalla grandezza di Dio che lo riempie e lo vuole esaltare. Non c’è ragionamento che tenga, c’è la resa incondizionata, c’è il silenzio, c’è il consegnarsi all’amato, c’è l’adorazione. Il modo migliore di adorare è consegnarsi, come avviene tra due amanti. L’atto supremo di adorazione per Gesù è stato quando ha detto: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.