Chiamati

Non è casuale che la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni cada sempre la quarta domenica di Pasqua, in cui si legge un passo del vangelo del buon Pastore. In effetti in questo brano c’è l’essenziale di ogni vocazione: un rapporto profondo, intimo, con il Cristo, in cui lo si conosce e ci si sente conosciuti, amati e si è disposti ad amare con tutti se stessi. Lo si conosce, si entra in relazione con lui. Se ne avverte l’amore, la misericordia, la tenerezza. Si apre il cuore e la mente alla sua Parola, se ne distingue la voce, si prova il desiderio intenso di incontrarlo, di vivere secondo il suo insegnamento. Non si tratta di un contatto episodico, occasionale. C’è gioia e pace, ma anche una fatica, un vero travaglio da affrontare, perché
l’incontro con lui esige una conversione, un cambiamento. Ci si sente conosciuti, ma non da un occhio che indaga e giudica impietosamente. Si percepisce piuttosto uno sguardo benevolo e compassionevole, davanti al quale si può apparire così come siamo. La nostra debolezza, il nostro peccato non costituisce un ostacolo: nulla può fermare il suo amore. La fragilità non diventa una preclusione e la ricchezza non rappresenta un motivo di vanto. È in questa esperienza che si avverte una chiamata, come un’avventura esaltante, che si può correre affrontando ogni rischio. Gesù sarà sempre accanto a noi, anche quando andare avanti significa camminare in un deserto, senza poter contare sul consenso di quelli che ci stanno accanto.
Decisiva è la speranza: il sentirsi parte di un disegno che ci sorpassa, in cui possiamo essere strumenti
di un amore smisurato. Sentirsi chiamati vuol dire passare da spettatori a protagonisti, investendo le proprie energie per un servizio lieto e fedele.

Alla Speranza l’ultima parola

“Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea? Cioè come Dio consacrò Gesù di Nazareth in Spirito Santo e potenza? Come lui passò beneficando e risanando tutti?
E come fu ucciso, inchiodato a una croce, dopo aver consegnato se stesso al Padre? E come poi il terzo giorno Dio lo ha risuscitato, e lui Risorto è apparso ai suoi? E come donando il suo stesso Spirito li ha mandati ad annunciare la sua risurrezione, cioè la nostra salvezza?”
Sì, noi lo sappiamo! Ognuno di noi cristiani sa esattamente che cosa è successo. Lo sappiamo con la testa, lo ricordiamo, lo celebriamo, lo festeggiamo: ci crediamo! Alla Pasqua siamo arrivati facendo memoria del grande dono che Gesù di Nazareth ha fatto per la nostra salvezza. Nei giorni precedenti la domenica di risurrezione abbiamo contemplato il Dio-con-noi, la totalità e la radicalità disarmante del suo amore. Ma quanta Pasqua c’è davvero nella nostra vita? Quanto profumo di risurrezione
respira chi vive con noi e accanto a noi? Celebrare la Pasqua, e farlo con convinzione, significa credere nella verità della risurrezione. Credere cioè che la risurrezione non sia qualcosa di straordinario proprio di un Dio, e riservato solo a lui. La Pasqua ci dice che abbiamo diritto alla speranza, che non c’è morte che tenga, che il male non ha l’ultima parola.

Siamo in un momento non facile della nostra storia, e penso alla storia umana. Comprendo quanto sia difficile, per più persone, credere nella risurrezione quando tutto attorno a noi è attraversato da una violenza che sembra moltiplicarsi ovunque. Quanto sia difficile credere nei testimoni della risurrezione quando è difficile trovare credenti con il cuore in pace che sappiano diffondere pace, seminare pace e costruire pace quotidianamente. Sento tutto il disorientamento.
Ammetto che credere nel Risorto non sia facile. Ma mi auguro che questa umanità non voglia cedere, non voglia evitare di entrare nel sepolcro quando la vita lo chiede, non voglia accontentarsi di guardare tombe vuote come se nulla mi appartenesse.
La Pasqua ci dice che siamo nel giorno nuovo, che possiamo essere nuovi.
La Pasqua ci consegna le chiavi della speranza determinata e operosa perché non fondata sulla potenza e sull’efficienza, ma sulla fiducia certa in Colui che trova sempre il modo di dare vita al mondo, di spezzare i vincoli di morte, di far germogliare l’insperato.
Gesù di Nazareth risorge per dare a ogni donna e a ogni uomo la possibilità di risorgere; si lascia attraversare dalla morte per dire a te, a me, a noi: «Non mollare, non aver fretta di mollare, non cedere alla notte, all’impotenza, alla sfiducia. Tu puoi risorgere perché io sono risorto. Tu puoi dare spazio alla speranza perché io ho dato tutto per te».
Ci saranno volte in cui la nostra fede nel Risorto ci porterà davanti a sepolcri vuoti: non restiamo fuori a guardare, non permettiamo al nostro cuore di arrendersi alla morte, all’impotenza, allo scoraggiamento. Chiediamo lo Spirito del Risorto per permettere alla speranza di dire
l’ultima parola e di insegnarci a coltivarla.

Ma ancora non credevano

«Mostrò loro le mani e i piedi»
Cosa serve per credere? Di cosa avremmo bisogno perché la nostra fede sia certa e determinata?
Guardiamo i discepoli: vedono, toccano, fanno esperienza, ricevono lo Spirito, incontrano il Risorto, alternano gioia a stupore, paura a turbamento… eppure non riescono a credere.
I racconti della risurrezione sembrano essere stati scritti per consolare la nostra incredulità, per darci una pacca sulle spalle, per poter dire a noi stessi: «Coraggio, credere è difficile; lo è stato anche per chi ha visto e toccato».
Credere nella risurrezione è qualcosa che va oltre ogni nostra capacità razionale.
Credere in un Risorto ci spinge oltre; ci chiede di relativizzare ogni certezza, ogni bisogno di sicurezza; ci chiede di rimettere ordine alle priorità della nostra vita, spesso fatta di progetti, di opportunità, di traguardi, di obiettivi da raggiungere costi quel che costi.
E invece il Risorto si offre a noi e alla nostra intelligenza portando con sé, e offrendoci, un’esperienza di morte, di sconfitta, di dolore. Accettarla, farla nostra, assumerla come stile di vita non è questione di sforzo personale, ma di apertura: e tutti i Vangeli della risurrezione, pur in modo diverso ce lo dicono. Dobbiamo lasciarci raggiungere dal Risorto. Dobbiamo permettergli di riempirci del suo Spirito. Dobbiamo lasciarci liberare da lui nella mente e nel cuore.

Dio, perchè?

Quanto sta accadendo in questo periodo anche, e non solo, nel nostro paese, nella nostra comunità, cioè il moltiplicarsi di casi di persone giovani che muoiono all’improvviso, lasciando sgomento, dolore e profonde ferite nei propri familiari e non solo, pone sulle labbra di molte persone questa domanda: Perché? Vogliamo capire il perché, vogliamo che qualcuno ci spieghi cosa sta accadendo. Anche a noi credenti di fronte alla sofferenza, viene naturale chiedersi “Perché?”
Tante e possibili risposte ci potrebbero essere (magari qualcuno le possiede). Onestamente ritengo che una risposta soddisfacente non ci sia. Temo che ne escano solo parole di circostanza.
Ho la sensazione che non si riesca a risolvere adeguatamente la ricerca con una logica puramente umana. Il Figlio di Dio venendo al mondo non ci ha offerto una relazione sulla sofferenza, sulla morte. Il Figlio di Dio si è fatto sofferenza, è morto. Dio soffre!
Gesù si è accostato alla sofferenza, si è fatto vicino con la compassione, con la cura e con la fede.
Il volto di Dio, nel Figlio suo, si presenta come Colui che si prende cura dell’uomo, lo ama con viscere materne, in modo appassionato. Gesù non ha spiegato la sofferenza, ma l’ha vissuta, l’ha offerta, ne ha fatto motivo di salvezza per tutto il mondo. Gesù nella sofferenza si affida al Padre e continua a proporci questo esempio perché lo seguiamo. Dio non vuole il male e le sofferenze, ma che nella nostra vita si manifesti il suo amore, anche quando costa e ci inchioda alla croce.
Di fronte a queste prove fidiamoci di Dio: cioè affidiamoci a Lui.
Nella nostra fragilità, nelle nostre lacrime, nelle assenze, percepiamo tutta la nostra debolezza e l’unica cosa da farsi è prendersi cura gli uni degli altri. È sentire e far sentire il calore del cuore.
Soprattutto è percepire la Presenza di Colui che è venuto per darci la vita in abbondanza.

Annunciazione del Signore

La solennità dell’Annunciazione del Signore, causa coincidenza con la Settimana Santa, quest’anno è stata posticipata. Essa ci inserisce nel mistero dell’incarnazione di Gesù.
Con l’annuncio dell’Incarnazione del Figlio di Dio alla Vergine Maria, Dio entra nel nostro mondo facendosi Uomo come noi. Pertanto, la venuta di Dio in mezzo a noi eleva la natura umana a un livello di santità mai immaginato da nessuno.
Il “sì” di Maria mostra la più grande espressione dell’amore di Dio per tutta l’umanità.
Maria è contemplata nel Mistero dell’Incarnazione come Colei che è stata scelta per essere la Madre di Dio. Di fronte all’annuncio dell’angelo Gabriele, si sottomette in un atto di fede e umiltà, offrendo la sua disponibilità al progetto di salvezza. Maria Santissima mostra la sua fiducia nel Signore diventando uno strumento divino negli eventi futuri. Con il suo consenso, Maria accettò la dignità e l’onore della Divina Maternità, ma anche le sofferenze e i sacrifici ad essa legati.
Per la sua fede, Maria, anche senza sapere cosa sarebbe successo da quel momento in poi, accetta di fare la volontà di Dio, incondizionatamente. Come serva si mette in un atteggiamento di totale disponibilità verso il suo Signore. Maria ha capito la grandezza di Dio e il nostro “nulla”.
A causa della sua umiltà, rimase sorpresa nell’ascoltare le lodi dell’Angelo: “Ave, piena di grazia”. San Tommaso di Villanova ci dice che “Fiat” è una parola potente ed efficace!
Con un “Fiat” (Sia) Dio ha creato la luce, il cielo, la terra, ma con questo ” Fiat ” di Maria, Dio è diventato un uomo come noi.
Per azione dello Spirito Santo, il Figlio di Dio si è formato nel seno della Vergine Maria.
Questa è stata la più grande di tutte le meraviglie: nella Persona di Nostro Signore Gesù Cristo (vero Dio e vero Uomo), la natura divina e umana sono unite.
Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, l’Annunciazione a Maria inaugura la “pienezza del tempo”, cioè l’adempimento delle promesse. Maria è invitata a concepire Colui nel quale “tutta la pienezza della Divinità dimorerà corporalmente”. La risposta divina al suo “come sarà, se non conosco un uomo?” è data dal potere dello Spirito: “Lo Spirito Santo verrà su di te”.
San Giovanni Paolo II aggiunge che nell’Annunciazione, rispondendo con il suo “fiat”, Maria concepì un uomo che era il Figlio di Dio, consustanziale al Padre. Pertanto, è veramente la Madre di Dio, poiché la maternità riguarda tutta la persona, e non solo il corpo, né solo la “natura” umana. In questo modo il nome “Theotókos” – Madre di Dio – divenne il titolo della Beata Vergine Maria.
Attraverso l’Incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo, nel seno della Vergine Maria, proclamiamo Maria Madre di Dio.
Quindi, affermiamo che il Regno di Dio è già in mezzo a noi, perché il dogma della divina maternità afferma che Dio stesso, nella persona di Gesù Cristo, è entrato nella storia umana.
Chiediamo a Nostra Signora, Madre di Dio e Madre nostra, la grazia della fede e della disponibilità ad assumere apertamente la nostra missione di figli e figlie di Dio.

Gesù è risorto e con Lui la nostra comunità

In questa Domenica chiesa ci invita a celebrare la festa della Divina misericordia.
Sottolineiamo la dimensione del perdono legato al mistero pasquale che stiamo celebrando.
La festa della Divina misericordia deve essere un giorno di consolazione e di pace per tutte le anime. C’è infatti una grazia particolarissima legata a questo giorno.
Essa consiste nella totale remissione dei peccati che non sono stati ancora rimessi e di tutte le pene derivanti da questi peccati. La grandezza di questa grazia è in grado di ravvivare in noi la fiducia illimitata in Gesù.

Tutte le domeniche del tempo di Pasqua ripropongono la celebrazione del mistero della morte e resurrezione di Gesù, che ci ha fatti capaci di “vincere il mondo” perché colui che è nato da Dio vince il mondo.
Ma quali sono le condizioni che devono far parte della vita della nostra comunità cristiana che, come Gesù resuscitato, “vince il mondo”? Vince il mondo la comunità che sa superare le sue chiusure. Continuiamo ad essere una comunità arroccata nel cenacolo, terrorizzata per quel che potrebbe succedere, dispersa come le pecore senza pastore.
Eppure, il risorto entra all’ovile passando dalla porta e senza bisogno nemmeno di aprirla perché lui è la porta delle pecore. Dopo, solo dopo, i discepoli avranno il coraggio di fare un passo oltre la porta, superando il confine che genera paura… ma prima questo confine l’ha attraversato Gesù risorto.
Vince il mondo la comunità che ha la Pace nel cuore. La Pace è il saluto della Pasqua ed è la vita della comunità che riceve da Dio questo dono. Quando “eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” e così siamo stati riconciliati: non abbiamo nemici, non abbiamo ragioni che possano giustificare il rancore, l’odio e perfino la guerra. Possiamo solo generare pace, portare pace, essere pace.
Vince il mondo la comunità che vede il Signore e le sue piaghe. “I discepoli gioirono al vedere il Signore” e il primo annuncio della Pasqua è stato “abbiamo visto il Signore”. Vedere è importante e anche toccare, così come vuol fare Tommaso che non era presente la sera stessa del giorno della Resurrezione… perché la nostra corporalità ha bisogno di queste cose, “prendete e mangiatene… prendete e bevetene”, l’eucaristia è il sacramento della corporalità, è la logica dell’incarnazione che non è affatto negata nei giorni posteriori alla Pasqua, quando Gesù mangia con i suoi discepoli. Questa comunità che vede non dimentica Gesù che è venuto alla loro vita non solo con l’acqua, ma con l’acqua e con il sangue, non solo nella gloria della resurrezione ma anche con le ferite della passione che subito mostra ai suoi discepoli.
E allora vince il mondo la comunità che crede in Cristo, nel Cristo totale. È il Cristo della Fede e della Storia, il Cristo figlio di Dio e Figlio dell’uomo, è Cristo risorto ma ancora ferito, è il Cristo seduto alla desta del Padre ma anche deposto in una mangiatoia. 
Si scopre allora il mistero profondo e anche la nostalgia di quella comunità cristiana primitiva che vince il mondo non assoggettandosi alle logiche del mondo ma alla logica del Regno. Un cuore solo, un’anima sola, un solo progetto, una sola meta. È la comunità perfettamente pasquale che, come cristiani, siamo chiamati a costruire giorno dopo giorno, vincendo le paure e aprendo le porte alla Pasqua.

Il mistero del tempo Pasquale

Tempo dello Spirito Santo

“La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il Sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Detto questo mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv 20, 19-20).
L’incontro col Risorto porta pace e gioia. Il motivo della gioia pasquale e della pace interiore scaturisce non solo dalla fede nella risurrezione del Signore e dalla sua continua presenza in mezzo a noi, ma anche dal fatto che, mediante i sacramenti pasquali, noi siamo risorti con lui a vita nuova ed immortale.
Ad una abbondante espressione liturgica di gioia deve corrispondere nel cuore dei fedeli il dono della vera gioia pasquale, suscitata dall’azione dello Spirito Santo, che il Signore risorto in questo sacro tempo effonde sulla sua Chiesa in modo specialissimo. Infatti, i frutti dello Spirito sono “amore, gioia, pace …” .
“Le gioie del mondo vanno verso la tristezza senza fine. Invece le gioie rispondenti alla volontà del Signore portano alle gioie durature ed intramontabili coloro che le coltivano assiduamente.
Perciò l’Apostolo dice: “ve lo ripeto ancora: rallegratevi” (Fil 4, 4). Egli esorta ad accrescere sempre più la nostra gioia in Dio mediante l’osservanza dei suoi comandamenti, perché quanto più avremo lottato in questo mondo per obbedire ai precetti del Signore, tanto più saremo beati nella vita futura, e tanto maggior gloria ci guadagneremo agli occhi di Dio”. Ecco perché le formule del congedo della Messa particolarmente indicate per il tempo pasquale sono: “La gioia del Signore sia la vostra forza. Andate in pace” oppure “Andate e portate a tutti la gioia del Signore risorto”

Il mistero del tempo Pasquale

Tempo dello Spirito Santo

Nei giorni pasquali lo Spirito Santo, donato dal Signore risorto, esercita una crescente opera di manifestazione e santificazione fino alla sua piena effusione nel giorno di Pentecoste.
Già la sera del giorno stesso della risurrezione, nella sua prima apparizione ai discepoli radunati nel cenacolo, il Signore dona una prima effusione dello Spirito Santo: “alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo…” (Gv 20, 22).
Il libro-guida di questo tempo liturgico, secondo l’antica tradizione, è il libro degli Atti degli Apostoli: il protagonista è lo Spirito Santo, che forma e guida la Chiesa nascente.
Le ferie che intercorrono tra l’Ascensione e la Pentecoste acquistano particolare importanza, con formulari propri, che richiamano la promessa dello Spirito Santo e dispongono i fedeli ad attendere ed invocarne la venuta. Infine la solenne Veglia e il giorno di Pentecoste celebrano l’effusione con potenza dello Spirito Santo, frutto del mistero pasquale.

Adorare significa…

«Adorare significa imparare a stare con Lui, a fermarci a dialogare con Lui, sentendo che la sua presenza è la più vera, la più buona, la più importante di tutte. Adorare il Signore vuol dire dare a Lui il posto che deve avere; adorare il Signore vuol dire affermare, credere, non però semplicemente a parole, che Lui solo guida veramente la nostra vita; adorare il Signore vuol dire che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, il Dio della nostra storia».

«La Chiesa e il mondo hanno grande bisogno del culto eucaristico. Gesù ci aspetta in questo sacramento dell’amore. Non risparmiamo il nostro tempo per andare a incontrarlo nell’adorazione, nella contemplazione piena di fede e pronta a riparare le grandi colpe e i delitti del mondo.
Non cessi mai la nostra adorazione».

«Adorare il Dio di Gesù Cristo, fattosi pane spezzato per amore, è il rimedio più valido e radicale contro le idolatrie di ieri e di oggi. Inginocchiarsi davanti all’Eucaristia è professione di libertà: chi si inchina a Gesù non può e non deve prostrarsi davanti a nessun potere terreno, per quanto forte. Noi cristiani ci inginocchiamo solo davanti al Santissimo Sacramento, perché in esso sappiamo e crediamo essere presente l’unico vero Dio, che ha creato il mondo e lo ha tanto amato da dare il suo Figlio unigenito. Ci prostriamo dinanzi a un Dio che per primo si è chinato verso l’uomo, come Buon Samaritano, per soccorrerlo e ridargli vita, e si è inginocchiato davanti a noi per lavare i nostri piedi sporchi. Adorare il Corpo di Cristo vuol dire credere che lì, in quel pezzo di pane, c’è realmente Cristo, che dà vero senso alla vita, all’immenso universo come alla più piccola creatura, all’intera storia umana come alla più breve esistenza».

Il mistero del tempo Pasquale

Tempo del Risorto

Il mistero del tempo pasquale ha le sue radici nella speciale presenza del Signore risorto, infatti: “Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio” (Atti 1, 3).
E’ questa singolare presenza del Risorto che la Chiesa celebra attualizzandola nel tempo di Pasqua, presenza che riempie di gioia il cuore dei discepoli. Il cero pasquale, che splende davanti all’assemblea liturgica, esprime simbolicamente la luce del Risorto che illumina la sua Chiesa.
I vangeli delle tre prime domeniche di Pasqua raccontano le apparizioni del Risorto e nei giorni della solenne ottava pasquale vengono proposti con ordine tutti i brani evangelici relativi alle apparizioni del Signore.
Lo stupore e il mistero della risurrezione pervadono tutta la liturgia del tempo raggiungendo espressioni di alta spiritualità come nella sequenza Victimae paschali laudes, nella quale il primo annunzio dato da Maria di Magdala, prima testimone della risurrezione, si fonde con la rinnovata adesione e testimonianza della Chiesa di tutti i tempi: “Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto. Tu, Re vittorioso, portaci la tua salvezza”. Il tempo pasquale intende quindi rendere attuale, in modo del tutto speciale, rispetto agli altri tempi sacri, quel singolare incontro con Gesù risorto che nei quaranta giorni della Pasqua apparve veramente ai suoi discepoli e che oggi continua la sua presenza ed azione, sempre vere e reali, nel modo mistico-sacramentale delle azioni liturgiche.