Solennità dell’Assunzione

Il Signore ha veramente esaltato Maria, ponendola al vertice delle sue opere e profondendo in lei la ricchezza della sua bontà, della sua bellezza e del suo amore. Ma la Vergine rimane sempre una creatura, e, come essa stessa si chiama, “l’ancella del Signore”. L’umiltà si distende su tutta la sua vita. Contemplare Maria diventa una rispondenza ad una nostra incolmabile nostalgia, anche di noi moderni. Gli uomini del nostro tempo cercano infatti il tipo, cercano l’eroe, cercano colui che sintetizzi qualche lato perfetto della vita umana.

La Madonna verifica in se stessa tutte le bellezze dell’umanità, oltreché della santità soprannaturale: è donna, è vergine, è madre, ha sofferto, ha lavorato, ha patito, ha vissuto la nostra esperienza terrena e porta in alto la nostra umanità. Essa ci conforta e ci invita ad imitarla. E l’esemplarità della Madonna, che illumina il nostro cammino, non rimane distante.

La Vergine santissima è infatti nostra intermediaria e la sua intercessione diventa materna e sempre vicina alle prove della nostra vita. Essa ci conforta e ci aiuta ad imitarla. È stata così semplice, così umile: possiamo esserlo anche noi, rendendo ideale il pellegrinaggio della nostra vita. Il momento è propizio per ascoltare. E sembra a noi che la festa dell’Assunta faccia calare dal cielo un messaggio assai importante. È il messaggio della vita futura alla vita presente; un messaggio pieno di luce e di speranza, ma ammonitore circa il fine ultraterreno della umana esistenza. Noi raccoglieremo questo messaggio e ringrazieremo la Madonna che ce lo manda, e che ci ricorda come il destino della vita non è chiuso nel tempo, ma è al di là, e che il senso, il dovere principale del nostro cammino nel tempo è quello di meritarci quel Paradiso, dove Ella, Maria, già si trova nell’integrità gloriosa del suo essere, anima e corpo. Grande lezione per noi, se fossimo dimentichi della sorte che ci attende oltre la tomba; grande consolazione per chi desidera il bene, per chi lavora con animo forte ed alto, per chi soffre, per chi spera e per chi prega.

Solennità dell’Assunzione

Le parole tacciono … davanti alla bellezza di Maria, la Vergine Madre assunta in cielo con anima e corpo, resta solo la contemplazione stupita. Per noi pellegrini sulla terra tutto quanto riguarda la vita eterna, la vita nella gloria, è avvolto di mistero. Tuttavia è mistero pieno di luce e di gioia, i cui raggi si riflettono sulla nostra quotidiana esistenza, illuminando le nubi che talvolta su di essa si addensano e rendendo più acuta la nostalgia del cielo. Il riposo è gradito a coloro che sono stanchi. È dunque opportuno per noi che sopraggiunga questo giorno di riposo e di festa, in modo che, mentre celebriamo il riposo della santa Madre di Dio, non solo i corpi ritemprino le forze, ma anche i cuori riprendano fiato nel ricordo e nell’amore di quel riposo eterno. Anche lì noi mieteremo il riposo, noi che ora seminiamo la fatica di questo raccolto. Il frutto di questa fatica sarà quel riposo. Nel pieno fervore dell’estate, la Chiesa celebra la più grande tra le sue feste del “raccolto”.

La Vergine Madre di Dio è infatti il primo e perfettamente maturo frutto del mistero pasquale.

In lei la Chiesa contempla il definitivo compimento del piano della salvezza; in lei saluta i cieli nuovi e la terra nuova, e con lei si considera già entrata nella gloria della risurrezione. Perciò, mentre proclama la sua gloria, canta la propria speranza. Maria è già ciò che la Chiesa  –  e ogni singola persona  –  sarà alla fine dei tempi; Maria, dunque, ci dà l’orientamento al cielo e tiene lo sguardo del nostro cuore proteso alla meta.

I testi che la liturgia della solennità offre alla nostra meditazione ripresentano le tappe dell’itinerario che Maria ha percorso e che la Chiesa va proponendo nel suo pellegrinaggio di fede.

Prendendo l’avvio dalle prime pagine della Genesi, si arriva alla gloriosa conclusione prospettata nell’Apocalisse proposta nella prima lettura della Messa del giorno. Dall’annunzio della donna portatrice della Salvezza si giunge all’unione definitiva di Cristo con la Chiesa-Sposa di cui Maria è la primizia.

La bellezza di questa creatura che rallegra il cielo e la terra è candore e santità, ma soprattutto amore. Il fatto che gli angeli esultanti l’accolgano con loro in paradiso non può lasciare in noi ombra di malinconia o senso di orfanezza, poiché se in cielo tra gli angeli Maria è regina, in mezzo a noi ella rimane sempre nostra Madre premurosa e compassionevole. Tutto Maria conserva nel suo cuore, tutto di noi raccoglie e presenta al figlio e al Padre. Ogni nostra preghiera e offerta passa attraverso le sue mani.

La nostra più grande aspirazione dovrebbe essere quella di divenire come Maria, totalmente donati a Dio e di umile servizio i fratelli, affinché nessuno resti isolato nel cammino, ma tutti insieme possiamo raggiungere la celeste meta del terreno pellegrinaggio.

San Pietro: il martirio

Nell’estate del 64 d.C. un terribile incendio scoppia nella città di  Roma, distruggendo gran parte dei suoi quartieri  e monumenti. Voci, vere o false non sappiamo, accusano l’imperatore Nerone di essere artefice del disastro. Per soffocare queste accuse, Nerone ordina che siano puniti i cristiani quali colpevoli dell’incendio e nemici del genere umano. Oppressi dalla persecuzione, sazi di sangue e lutti, i cristiani si raccolgono attorno al vecchio Pietro, che da quella “Babilonia” scrive un’epistola,  la Prima Lettera di Pietro, nella quale dà coraggio ai propri figli spirituali, il suo testamento dopo anni e anni di sofferenze: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione  della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare”.  Secondo un’antica tradizione, ricercato dalle guardie imperiali, Pietro riesce a fuggire ma lungo la via Appia incontra il Maestro, luminoso e magnifico, che, portando la croce sulle spalle alla domanda dell’apostolo: “Dove vai, Signore?” risponde: “Torno a Roma per essere crocifisso un’altra volta”.  Il messaggio è chiaro: attraverso Pietro, Gesù tornerà a sacrificarsi per la sua Chiesa. L’apostolo non osa ribadire, torna solennemente a Roma; arrestato, viene  condotto nel carcere Mamertino (oggi Chiesa di s. Pietro in Carcere) nella stessa cella dell’amico e compagno, Paolo di Tarso. L’ora dei due apostoli scocca, secondo fonti antiche, il 29 giugno di un anno imprecisato, fra il 64 e il 67 d.C. I due vengono condotti l’uno preso il circo di Nerone nelle vicinanze del colle Vaticano, l’altro presso la zona delle Acquae Salviae, Pietro condannato alla crocifissione, Paolo essendo cittadino romano, alla decapitazione. Prima di  essere inchiodato al legno della croce, l’apostolo ha un ultimo desiderio: essere crocifisso a testa in giù poiché non degno di morire come il Maestro.

San Pietro: la guida della Chiesa

Rinvigorito nell’animo, Pietro, a seguito dell’ascensione al cielo del Maestro, prende in pugno la situazione e raduna attorno al gruppo apostolico la comunità di discepoli che avevano seguito Gesù durante i tre anni di vita pubblica. Cinquanta giorni dopo la Pasqua si ritrova a Gerusalemme con gli apostoli, le donne e Maria, la madre di Gesù divenuta ora Madre premurosa della prima comunità cristiana. Sono immersi nella preghiera, celebrando il giorno della Pentecoste, quando un forte vento li investe e lingue di fuoco si posano sui capi di ciascuno: è lo Spirito Santo, il Consolatore promesso dal Maestro nel cenacolo.

È proprio questo Consolatore, che infuoca i loro cuori, spinge i dodici apostoli ad uscir fuori e a gridare al mondo intero “Gesù di Nazareth, che voi avete inchiodato e ucciso, Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte”. È proprio Pietro il primo a parlare. Tutto ciò è accompagnato da un prodigio che ha dell’incredibile: il popolo che ascolta il suo discorso è composto da uomini di varie etnie e diverse lingue; tutti però comprendono le parole dell’apostolo. Alcuni ipotizzano che i dodici siano ubriachi ma le loro calunnie non fanno breccia nella mente della gente, che accorre verso Pietro e chiede da lui il Battesimo: quel giorno nacquero alla fede circa tremila persone. Comincia a sorgere una prima comunità di credenti, tanti cuori uniti in un unico, intenso, battito, tanti occhi puntati verso la vita eterna. Da questa comunità fino ad oggi la Chiesa continua ad essere nel mondo l’annuncio del Vangelo e il segno della fede nel Cristo morto e risorto.

Santi Pietro e Paolo

Ed è venuto anche per Pietro il momento di sistemare dinanzi all’Interessato quella faccenda, decisamente scabrosa, del rinnegamento. C’era già stato un incontro. Ma Gesù non aveva potuto fermarsi. Soltanto uno sguardo, ed era bastato per far ruscellare le lacrime sul suo volto del colpevole. Adesso, però, c’è una faccia a faccia impegnativo. La questione va  chiarita. Bella roccia, sei stato, Pietro. Hai scricchiolato penosamente dinanzi all’alito di una donnicciola. Dove sono andate a finire le tue promesse di fedeltà incrollabile? E dire che dovevi costituire il fondamento della Chiesa… Incaricato di dare solidità anche ai tuoi fratelli. Ma l’incontro con Cristo risorto al lago è stato esaltante e incoraggiante.

Non sono venuto, dice Gesù, per giudicarti. Non mi ricordo più della tua viltà. Sono io che torno verso di te per primo, dopo quello che hai combinato. E ritorno verso di te unicamente per domandarti se mi ami ancora, se il tuo rimorso, che è senz’altro grande, non ha distrutto in te l’amicizia che ci univa. Se il sentimento di colpevolezza che provi nei miei riguardi non ha per caso inaridito in te la sorgente dell’amore. Non ti dico neppure che ti perdono, come a coloro che mi hanno inchiodato sulla croce; quelli non mi amavano;  meglio, non avevano capito che li amavo. Ma a te chi mi amavi, che condividevi la mia esistenza quotidiana, ti domando soltanto se mi ami ancora, se queste drammatiche giornate pasquali non hanno ucciso in te l’amore. Ti domando esclusivamente questo. Perché è questo l’essenziale. È l’unico necessario per la tua felicità e la tua gioia”.

Ecco evidenziato, in questo episodio, la differenza tra rimprovero e perdono. Il rimprovero rende presente una mancanza. Il perdono la allontana, fino a farla sparire, crea una situazione nuova. Col rimprovero si rinfaccia una colpa che appartiene al passato, la si rende ancora attuale. Col perdono Cristo ci rinfaccia  –  ossia ci mette di fronte  –  l’avvenire, le nostre possibilità (e non le nostre manchevolezze). Il rimprovero finisce per far ripiegare un individuo su se stesso, sul suo peccato. Col perdono, Cristo ci fa uscire dal peccato. Il rimprovero spesso è sterile. Il perdono, che è offerta di amore, è sempre creativo. Col rimprovero si dimostra di conoscere una persona e le sue colpe. Cristo, invece, col perdono, più che conoscerci, dimostra di inventarci. Inventarci “diversi”. Il rimprovero ci costringe a guardare indietro. Il perdono ci obbliga a guardare avanti. Cristo chiude il passato. Ce lo porta via, definitivamente.

Non esiste più. Non è che lo tenga nascosto, magari per rinfacciarcelo al momento giusto. Cristo ci consegna il futuro. Con molta acutezza è stato osservato che la penitenza che Gesù ha affibbiato a Pietro è stato l’incarico affidatogli. Quasi gli dicesse: “Và, d’ora in poi farai il Papa!”. Anche a noi il Signore impone questo genere di penitenza impegnativa. “Adesso và … Ti affido l’avvenire”. Il perdono, più che saldare un conto col passato, ne apre uno col futuro. Ma l’episodio precisa anche il senso con cui bisogna intendere l’espressione: “su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. La pietra non è quella di Pietro. La pietra della sua presunzione, della sua sicurezza è stata frantumata dall’esperienza del rinnegamento. E poi è stata sciolta, definitivamente, dalle lacrime del pentimento. Ora Pietro, e noi con lui, è in grado di capire che la pietra, la roccia è unicamente Cristo. Soltanto Lui offre tutte le garanzie di tenuta. La fedeltà è la sua. Ed è una fedeltà che non viene mai meno, nonostante i tradimenti e le debolezze degli uomini.

D’altra parte, anche l’esperienza dell’altro apostolo di cui celebriamo la festa, dimostra la medesima realtà. Paolo stesso non esita a riconoscere: “Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi …”. (Gal 1,13). Deve riconoscere di essere stato “un bestemmiatore, un persecutore e un violento” (1Tm 1,13). Ma ci tiene a sottolineare: “Per grazia di Dio sono quello che sono” (1Cor 15,10). Dunque, la Chiesa si fonda sulla misericordia di Dio, non sulla forza degli uomini. La Chiesa è la comunità dei peccatori perdonati, “graziati”, non dei perfetti. Dobbiamo renderci conto, senza farne un dramma, che la Chiesa rivela, ma anche nasconde Dio.

Lo manifesta, ma  –  in certi momenti  –  lo oscura.  Lo presenta, ma talvolta ce lo allontana. Già. La Chiesa è santa, ma fatta di peccatori. La Chiesa ci consegna Dio, certamente. Ma ce lo offre come avvolto nella ganga della propria miseria, nell’intrico delle proprie contraddizioni. In Dio non c’è né ombra, né ruga, né macchia. La Chiesa, invece, è fatta di uomini, e quindi fatta di miserie, debolezze, colpe, disordini assortiti. I deliranti di una purezza idealistica della Chiesa sono “nemici del Regno”. È necessario imparare ad amare e accettare con gioia la Chiesa così com’è.  Perché anch’io sono Chiesa. E anch’io ho bisogno di essere accettato dalla Chiesa col mio peso di miserie e le mie ombre. Sono sicuro che non mi vergognerò mai della Chiesa. Anzi, le sarò sempre riconoscente. Perfino per le sue ombre. Perché mettono in risalto la luce che è di un Altro.

Vivere l’Eucaristia

L’eucaristia è ciò che trasforma la mia vita quotidiana. Quali effetti abbia sul quotidiano e in che modo essa lo trasformi, è difficile da spiegare, ma l’eucaristia è una specie di oasi quotidiana nella quale posso attingere alla sorgente della vita. Essa è alimento quotidiano che mi dà la forza di affrontare la vita di tutti i giorni con le sua attese e le sue sfide. Ognuno vivrà dell’eucaristia in modo diverso.

Per alcuni è importante meditare le letture della celebrazione eucaristica, attingendo da esse una frase che poi li accompagnerà per tutta la giornata. Si tratta soprattutto di quelle frasi che possono essere “traghettate” dalla celebrazione eucaristica nella vita di tutti i giorni, conferendole un’impronta particolare: quelle parole sono come degli occhiali attraverso cui osservare tutto ciò che accade.

Altri vivono invece dell’esperienza della comunione: per loro è importante, nel corso della giornata, pensare che non sono soli sul loro cammino, ma che Cristo  –  vera sorgente della vita e dell’amore  –  è insieme a loro. Vanno di continuo con il pensiero al ricordo di essere diventati una cosa sola con Cristo, sapendo di vivere dell’intimo rapporto con Lui. Essi vedono questo Cristo non solo in se stessi, ma anche nei fratelli e nelle loro sorelle e a motivo di questo li trattano diversamente, perché sono convinti di incontrare dappertutto il Signore. Ricordarsi dell’eucaristia nel bel mezzo dei conflitti quotidiani può farci intuire che, in tutti, esiste un nucleo positivo. Credere alla presenza di Cristo nell’altro aiuta a credere all’esistenza del bene nell’altro e alla possibilità di far venire alla luce questo bene.

Per altri è importante pensare che l’altare su cui si compie la loro offerta personale è la loro vita di tutti i giorni. Ciò che essi hanno celebrato in chiesa sull’altare  –  il sacrificio di Gesù per loro e la loro personale offerta a Dio  –  essi lo concretizzano nella fedeltà con cui adempiono ai loro doveri quotidiani, con cui esercitano la loro professione e servono le persone di cui si sono assunti la responsabilità, in famiglia, sul lavoro o nella comunità.

Il loro lavoro è dunque una specie di culto divino, un prolungamento dell’eucaristia. Chi prende sul serio l’eucaristia vedrà in modo diverso anche la commensalità, perché in ogni ritrovarsi a tavola affiora qualcosa del mistero dell’eucaristia. Tutto quello che mangiamo è un dono che Dio ci fa e che è permeato del suo Spirito e del suo amore: perciò è bene prendere i pasti con consapevolezza. Ogni pasto è, in fin dei conti, la celebrazione dell’amore di Dio: egli provvede per noi e ci ama.

In mezzo a tutti questi aiuti per ricordarsi dell’eucaristia, l’importante è che essa non resti confinata nella breve celebrazione, ma che faccia sentire tutto il suo effetto sulla nostra vita, che trasformi tutto in noi e attorno a noi.

Quando la Chiesa celebra l’Eucaristia, memoriale della morte e risurrezione del suo Signore, questo evento centrale di salvezza è reso realmente presente e si effettua l’opera della nostra redenzione. Questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Gesù Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti. Ogni fedele può così prendervi parte e attingerne i frutti inesauribilmente. Questa è la fede, di cui le generazioni cristiane hanno vissuto lungo i secoli. Questa fede il Magistero della Chiesa ha continuamente ribadito con gioiosa gratitudine per l’inestimabile dono.Mistero grande, Mistero di misericordia. Che cosa Gesù poteva fare di più per noi? Davvero, nell’Eucaristia, ci mostra un amore che va fino «all’estremo», un amore che non conosce misura.

L’efficacia salvifica del sacrificio si realizza in pienezza quando ci si comunica ricevendo il corpo e il sangue del Signore. Il Sacrificio eucaristico è di per sé orientato all’unione intima di noi fedeli con Cristo attraverso la comunione: riceviamo Lui stesso che si è offerto per noi, il suo corpo che Egli ha consegnato per noi sulla Croce, il suo sangue che ha « versato per molti, in remissione dei peccati ». Ricordiamo le sue parole: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me». È Gesù stesso a rassicurarci che una tale unione, da Lui asserita in analogia a quella della vita trinitaria, si realizza veramente. L’Eucaristia è vero banchetto, in cui Cristo si offre come nutrimento. Quando, per la prima volta, Gesù annuncia questo cibo, gli ascoltatori rimangono stupiti e disorientati, costringendo il Maestro a sottolineare la verità oggettiva delle sue parole: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita».

Non si tratta di un alimento metaforico: «La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda».

Noi celebriamo l’Eucaristia nella consapevolezza che il suo prezzo fu la morte del Figlio – il sacrificio della sua vita, che in essa resta presente. Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo di questo calice, noi annunciamo la morte del Signore finché Egli venga, dice san Paolo. Ma sappiamo anche che da questa morte scaturisce la vita, perché Gesù l’ha trasformata in un gesto oblativo, in un atto di amore, mutandola così nel profondo: l’amore ha vinto la morte. Nella santa Eucaristia Egli dalla croce ci attira tutti a sé e ci fa diventare tralci della vite che è Egli stesso. Se rimaniamo uniti a Lui, allora porteremo frutto anche noi, allora anche da noi non verrà più l’aceto dell’autosufficienza, della scontentezza di Dio e della sua creazione, ma il vino buono della gioia in Dio e dell’amore verso il prossimo.

Don Giuseppe

La potenza del pane

Può essere bello, ma non è certo facile farsi pane. Significa che non puoi più vivere per te, ma per gli altri. Significa che devi essere disponibile, a tempo pieno. Significa che devi avere pazienza e mitezza, come il pane che si lascia impastare, cuocere e spezzare. Significa che devi essere umile, come il pane, che non figura nella lista delle specialità; ma è sempre lì per accompagnare. Significa che devi coltivare la tenerezza e la bontà, perché così è il pane, tenero e buono.

Adorazione comunitaria e recita del rosario eucaristico

oggi dalle ore 17 alle ore 18

L’intimità divina con il Cristo, nel silenzio della contemplazione, non ci allontana dai nostri  contemporanei, ma, al contrario, ci rende attenti e aperti alle gioie e agli affanni degli uomini e allarga il cuore alle dimensioni del mondo.

Essa ci rende solidali verso i nostri fratelli in umanità, in particolare verso i più piccoli, che sono i prediletti del Signore. Attraverso l’adorazione, il cristiano contribuisce misteriosamente alla trasformazione radicale del mondo e alla diffusione del Vangelo. Ogni persona che prega il Salvatore trascina dietro di sé il mondo intero e lo eleva a Dio. Coloro che s’incontrano con il Signore svolgono dunque un eminente servizio; essi presentano a Cristo tutti coloro che non Lo conoscono o che sono lontani da Lui;

essi vegliano dinanzi a Lui, in loro nome. I fedeli, quando adorano Cristo presente nel Santissimo Sacramento, devono ricordarsi che questa presenza deriva dal Sacrificio e tende alla comunione sia sacramentale che spirituale.

Esorto, chi ne ha la possibilità, in preparazione alla Solennità del Corpo e Sangue di Cristo, a vivere insieme una tre giorni di preparazione con l’adorazione Eucaristica comunitaria, poiché noi siamo tutti chiamati a rimanere in modo permanente in presenza di Dio, grazie a Colui che resterà con noi fino alla fine dei tempi.

Adorazione comunitaria e recita del rosario eucaristico

oggi dalle ore 17 alle ore 18

L’intimità divina con il Cristo, nel silenzio della contemplazione, non ci allontana dai nostri  contemporanei, ma, al contrario, ci rende attenti e aperti alle gioie e agli affanni degli uomini e allarga il cuore alle dimensioni del mondo.

Essa ci rende solidali verso i nostri fratelli in umanità, in particolare verso i più piccoli, che sono i prediletti del Signore. Attraverso l’adorazione, il cristiano contribuisce misteriosamente alla trasformazione radicale del mondo e alla diffusione del Vangelo. Ogni persona che prega il Salvatore trascina dietro di sé il mondo intero e lo eleva a Dio. Coloro che s’incontrano con il Signore svolgono dunque un eminente servizio; essi presentano a Cristo tutti coloro che non Lo conoscono o che sono lontani da Lui;

essi vegliano dinanzi a Lui, in loro nome. I fedeli, quando adorano Cristo presente nel Santissimo Sacramento, devono ricordarsi che questa presenza deriva dal Sacrificio e tende alla comunione sia sacramentale che spirituale.

Esorto, chi ne ha la possibilità, in preparazione alla Solennità del Corpo e Sangue di Cristo, a vivere insieme una tre giorni di preparazione con l’adorazione Eucaristica comunitaria, poiché noi siamo tutti chiamati a rimanere in modo permanente in presenza di Dio, grazie a Colui che resterà con noi fino alla fine dei tempi.