I personaggi dell’Avvento

Un gigante della fede

Un’altra figura caratterizzante l’Avvento è Giuseppe, l’uomo “giusto” che è sposo di Maria e accetta un progetto divino più grande di lui, accogliendo e prendendosi cura di un figlio non suo. Disegno che fa suo nel silenzio, con fede e disponibilità incondizionate.

Giuseppe è il grande silente, l’uomo che riflette e agisce, l’adulto che valuta e discerne, che risolve e interviene. La sua presenza, apparentemente defilata, è essenziale per la formazione della personalità e del carattere di suo figlio Gesù. Giuseppe, annota Matteo, scopre che la sua futura sposa è incinta per opera dello Spirito Santo. Ma questa notizia la sappiamo noi che leggiamo, non certo il povero Giuseppe che si vede crollare il mondo addosso ed è l’unico a sapere che quel figlio non gli appartiene. Che fare? È un uomo giusto, che non giudica secondo le apparenze anche se, in questo caso, le apparenze gli sono del tutto sfavorevoli. Dopo questa scelta così impegnativa, che ridefinisce i suoi progetti e le sue priorità, che mette in discussione la sua vita affettiva, Giuseppe prende sonno e sogna. Un angelo lo rassicura. Solo dopo avere compiuto delle scelte che ci orientano verso Dio possiamo leggere il disegno che egli sta realizzando nelle nostre vite. L’intento del racconto evangelico non è quello di narrare la vita coniugale di Maria e di Giuseppe, ma di raccontare il modo con cui Giuseppe il giusto ha di affrontare l’inaudito di Dio.

Discorso della Montagna: la Luce del mondo

La luce del mondo nella tradizione giudaica era rappresentata dal popolo santo di Dio («ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni») e dalla città di Gerusalemme («Gerusalemme… risplendente della gloria di Dio»). Ora, dice Gesù, questa luce si trova soprattutto nella vita di chi crede in Lui. La luce di cui parla Gesù è quella della verità, la Parola che può dare un senso all’esistenza e far diradare le tenebre dell’angoscia in questi nostri tempi disperati. Questa luce, dice Gesù, risplende nelle opere buone e belle. Ma nelle parole del Gesù di Matteo potrebbe esserci anche un senso ironico e forse soprattutto politico, se il lettore ideale a cui l’evangelista si rivolge avesse saputo che per Cicerone la «luce del mondo intero» era Roma .

Nonostante le nostre povertà di peccatori, grazie a Dio la Chiesa non smette mai di mostrare il lato più bello della propria esperienza, il volto della sua carità. Ogni volta che ciò è mostrato e “visto”, la gloria è resa a Dio.

Voi siete la luce del mondo, siete chiamati a brillare, a far luce a quelli che sono nella casa. Non si può mettere la sorgente di luce sotto il letto o sotto il moggio, una misura, un recipiente che serviva per misurare il grano, che normalmente veniva tenuto capovolto. Se il lucerniere viene posto sotto questo recipiente non fa più luce, diventava una realtà assolutamente inutile, come il sale che non ha più il potere di salare. Il compito della luce è quello di illuminare e voi come potete illuminare? perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli. È necessario che il mondo veda la vita dei discepoli e dalle opere riconosca la presenza del Padre. I cristiani sono coloro che hanno gustato la salvezza e, alla luce di Cristo, hanno compreso il senso della vita: per questo ne diventano i naturali portatori e trasmettitori. La Chiesa, dunque, non giudica e non conquista il mondo; lo serve per salvarlo. Gesù sta pensando a qualcosa di completamente diverso dall’esibizionismo, non dice: fatevi vedere. Poco dopo, infatti, dirà: non fatevi vedere nelle vostre opere buone, non esibite l’elemosina, la preghiera, il digiuno, nascondetevi, fatelo e non ditelo a nessuno; il Padre vostro vede nel segreto. Come fanno allora a vedere le opere buone se le fanno in segreto? Vedono la vita, si percepisce, eccome si percepisce. L’ostentazione dà fastidio, chi mostra le proprie opere in modo evidente non avvicina, ma allontana. La luce è discreta, una luce eccessiva dà fastidio, abbaglia, impedisce la visione, acceca addirittura la vista. Quando c’è troppa luce gli occhi patiscono, la luce illumina ed è come se non ci fosse, rende possibile tutti gli oggetti, li rende visibili senza essere urtante.

L’albero di Natale

Faccio i complimenti a coloro che hanno allestito quest’anno l’Albero di Natale. Posto lungo la strada, davanti alla Chiesa, dove vi è un continuo via vai di macchine, di biciclette, di pedoni. Sta davanti a tutti a simboleggiare la figura di Gesù, il Salvatore che ha sconfitto le tenebre del peccato; per questo motivo è tutto adornato di luci. In più ha anche il Presepio che ricorda la vera natura umana assunta dal Verbo con tanta umiltà.

E i personaggi propri di questo evento che ci richiamano al giusto atteggiamento da assumere per vivere il Natale

Il Presepio: segno caratteristico del tempo natalizio

Anche quest’anno è stato allestito nella nostra Chiesa da un gruppo di volontari che ringrazio. Con la loro arte hanno rappresentato la bellezza del mistero del Dio che si fa uomo e ha posto la sua tenda in mezzo a noi e nello stesso tempo, hanno evidenziato il messaggio di questo anno pastorale scelto per la nostra Comunità Parrocchiale.

Infatti in questo bellissimo presepio ho intravisto il nostro cammino segnato dalla geografia della Salvezza: i Monti. Nel punto più basso, ci sono le montagne dei Pagani (i Magi) con le loro divinità. Però, questi personaggi misteriosi, hanno il coraggio di lasciarli e mettersi in viaggio alla ricerca del vero Monte. Strada facendo e salendo, ci si imbatte nei due Monti dell’Antico Testamento (il Sinai e Sion) preludio del Monte più Alto, dove è posta una stalla, e lì si troverà il Figlio di Dio.

La nostra comunità cristiana è pronta a lasciare tutti gli idoli per incamminarsi sui Monti di Dio e così arrivare a Gesù. Tutto questo sotto il vigile sguardo di un Angelo che ci annuncia e ci indica la giusta via.

I personaggi dell’Avvento

L’anziana coppia sterile

L’ambiente in cui sono cresciuti Zaccaria ed Elisabetta è tutto legato al Primo Testamento. Zaccaria è levita della classe di Abia e sua moglie è una discendente di Aronne. Ma la cosa essenziale, al di là dei ruoli, è la condizione in cui si trova la coppia: essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.

Una doppia condanna, nella mentalità del tempo: la sterilità cui si aggiunge l’età avanzata. Poiché i figli erano segno della Benedizione del Signore, non averne significava essere ignorati da Dio. O, peggio, maledetti. In una sequenza già nota a chi medita la Scrittura, Dio ascolta il grido del povero che invoca, rallegrando con un figlio il cuore della sterile come già fece con Anna, la madre del profeta Samuele. Zaccaria nel luogo più inaccessibile del tempio, luogo sacro e intangibile, si trova davanti all’ultima, definitiva annunciazione rivolta da Dio al popolo d’Israele. Da qui in poi sarà Dio stesso a venire, a manifestarsi direttamente in Cristo. La reazione dell’anziano Zaccaria davanti all’angelo che gli appare accanto all’altare degli incensi, è scontata: turbamento e timore. La risposta dell’angelo Gabriele è piuttosto stizzita e il povero, tentennante levita viene punito con il mutismo. Nel momento della circoncisione Elisabetta manifesta tutta la sua statura interiore: vuole che il bambino venga chiamato col nome indicato dall’angelo. Elisabetta prende in mano la sua vita, esce dalla condizione di vergogna per richiamare tutti al primato di Dio.

Anzitutto la costanza della coppia che non abbandona il percorso della fede nonostante le delusioni del loro sogno di paternità e maternità e il giudizio delle persone. Zaccaria poi ci insegna a dare spazio al silenzio in questo Avvento. Siamo attorniati e travolti da mille parole, da mille stimoli, da mille rumori. Avvento è anche tempo di silenziare le troppe voci intorno a noi, di ingravidare e far crescere in noi la Parola, di dare il primato alle cose di Dio che svelano e illuminano la quotidianità. Anche la fede deve passare dall’antico al nuovo, dal passato al futuro, dall’abitudine alla passione, dal sacro al santo, dal timore allo stupore. Non importa se siamo avanti con gli anni anagrafici o di anima, non importa se siamo discepoli da tanto tempo e ci siamo abituati all’essere cristiani. Elisabetta e Zaccaria hanno saputo accogliere la novità dell’iniziativa di Dio, generando il profeta che ha scosso i cuori, arandoli, preparandoli alla semina della Parola definitiva del Padre.

Discorso della Montagna: Sale della terra

Matteo parte da questa idea fondamentale: i discepoli si accostano a Gesù e, uniti a lui, diventano come lui. È la vita di Gesù, la vita nuova che vive nei discepoli: voi siete il sale della terra, voi siete coloro che possono dare sapore al mondo. L‟immagine del sale evoca immediatamente l’idea del gusto e del sapore. Così il sale diventa anche simbolo di sapienza, intesa come capacità di gustare la vita avendo il senso di Dio. Il sale, lo sappiamo bene, va dosato in giusta misura, quanto basta, ma non tanto. Con tutti gli ingredienti che si possono mettere in una pietanza il sale ci vuole perché senza di esso è tutto insipido, ma troppo rovina. Questo è un paragone interessante, è un paragone di modestia. I discepoli non sono chiamati a trasformare il mondo in una saliera, ma a dare gusto a tutte le pietanze, loro compito è valorizzare e salvare.
Gesù avrebbe potuto scegliere qualunque altro esempio, ha scelto questo paragone perché aveva un messaggio da comunicare; in piccola dose il sale dà gusto e si scioglie, sparisce e rende saporito sia il pomodoro sia la bistecca. La comunità dei discepoli, dunque, ha il compito di dare sapore al mondo. I cristiani sono coloro che possono offrire all’umanità l’autentico gusto della vita, per guidarla ad assaporare l’incontro con il Dio padre e amico, per vincere le resistenze del male e attualizzare la salvezza. Non è però il compito dello zucchero, bensì quello del sale; non servite per addolcire, ma per dare sapore. Un’altra indicazione dei padri della Chiesa sul sale nasce proprio dal modo antico che avevano di conservare molti alimenti, quello di metterli sotto sale. Non avendo il frigorifero o altri metodi di conservazione dei cibi, per farli durare a lungo li mettevano in conserva con il sale; proprio per questo motivo il sale acquista anche il
valore simbolico di salvezza. Ricordo una predica di san Giovanni Crisostomo che a proposito degli apostoli dice: se la carne fosse già marcia il sale non la fa tornare buona. La carne deve essere buona, fresca e, messa sotto sale, si conserva. Gli apostoli, quindi, non danno la salvezza, non curano ciò che è marcio, ma conservano ciò che è buono. La salvezza viene dal Cristo e gli apostoli custodiscono l’opera del Cristo; l’opera del sale è proprio quella di custodire il cibo.
È compito del cristiano, della comunità cristiana, conservare l’opera del Cristo.

Il personaggio dell’Avvento

Il figlio dello Stupore: Giovanni

Il battezzatore, il profeta austero dalla parola di fuoco come Elia, che richiama tutti alla conversione. E che sperimenta, come noi, i dubbi della fede. Nel cammino di Avvento si incontrano una serie di personaggi biblici che, con il loro atteggiamento, ci possono aiutare a preparare il grande evento del Natale. Fra questi c’è il figlio dello stupore, il profeta  Giovanni “il battezzatore”.

Quante sollecitazioni ci propone Giovanni! Quanto possiamo imparare dalla sua storia potente e drammatica! Ma anche essenziale e spirituale …

– Il Battista, con la sua esistenza, proclama il primato di Dio sulla storia, richiama tutti a uscire da uno stile di vita di fede ripetuto in modo meccanico e immobilista per incontrare l’inaudito di Dio. Persone ragguardevoli e devote come i farisei sono duramente criticate perché la loro grande fede è rovinata da un ritualismo e da un moralismo esasperati. Giovanni li scuote. Ma lo fa anche per noi: siamo chiamati a interrogarci continuamente sul rischio dell’abitudine alla fede.  Anche la più autentica devozione rischia di sconfinare nell’esteriorità, svuotando la fede dall’incontro con Dio.

Giovanni è onesto: lui non è il Cristo. Potrebbe pensarlo: gli altri lo pensano di lui (bisognosi come siamo di Cristo). Potrebbe approfittarne, cedere alla più subdola delle tentazioni, quella del delirio di onnipotenza. Giovanni ci ammonisce: solo riconoscendo il proprio limite, che è opportunità e non mortificazione, possiamo diventare liberi per accogliere il Dio fragile che nasce. Solo riconoscendo che non abbiamo in noi tutte le risposte, possiamo metterci alla ricerca. Solo entrando nel profondo di noi stessi possiamo trovare la nostra vera identità in Dio.

– Chi sei, allora? Chi siamo, allora? La logica mondana dice: sei ciò che produci, sei ciò che appari, sei ciò che guadagni, sei ciò che conti, sei quanto urli. Giovanni sa che non è così, che è illusoria e menzognera questa logica, che mai siamo ciò che possediamo o facciamo. Giovanni ha pensato e ha capito, l’attesa spasmodica di un Messia ha creato dentro di lui uno spazio che saprà riconoscerlo e riconoscersi. Dio ci svela cosa siamo in profondità.

Infine, al Giovanni dubbioso (consolante che il più grande fra i credenti lo sia stato!) Gesù offre una strada: elenca i segni messianici profetizzati da Isaia e dice a suo cugino: “Guardati intorno, Giovanni”. Guardiamoci intorno e riconosciamo i segni della presenza di Dio: quanti amici hanno incontrato Dio, gente disperata che ha convertito il proprio cuore, persone sfregiate dal dolore che hanno imparato a perdonare, fratelli accecati dall’invidia o dalla cupidigia che hanno messo le ali e ora sono diventati gioia e bene e amore quotidiano, crocefisso, donato.  Guarda, Giovanni, guarda i segni della vittoria silenziosa della venuta del Messia.

Un posto preparato per il Signore: l’etimàsia

Il tempo di Avvento possiede una doppia dimensione, quella storica nella memoria dell’incarnazione del Figlio di Dio, e quella escatologica nell’attesa della parusia del Signore risorto. Il primo Prefazione dell’Avvento è chiarissimo al riguardo: “Verrà di nuovo nello splendore della sua gloria, e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa”.

Ho scoperto che nell’arte esiste un segno che valorizzeremo per tutto il tempo di Avvento.

Si tratta dell’etimàsia, che significa preparare.

L’etimàsia sta ad indicare un trono vuoto, un trono preparato, appunto. Predisporre un’etimàsia in una zona del presbiterio significa preparare un posto per il Signore. Con scelta audace, durante il tempo di Avvento, ho posto una sedia vuota collocata davanti all’altare, con le quattro candele che indicano la nostra attesa. E Lui sarà il benvenuto.

Il tempo dell’Avvento

All’inizio del tempo di avvento è necessario domandarci: che rispetto abbiamo del luogo di culto che è la nostra Chiesa? La viviamo veramente come luogo di preghiera, luogo dell’incontro con il Signore?

Varchiamo la porta della chiesa con rispettosa cortesia, cerchiamo di non fare rumore, evitiamo ogni distrazione, conserviamo il silenzio?

Il nostro modo di stare seduti, in piedi, in ginocchio è un modo educato e composto? Esprime ciò che significa? Il nostro segno della croce, le nostre genuflessioni, i nostri inchini sono davvero fatti bene con devozione, con eleganza oppure sono frettolosi, impropri, inguardabili?

Ogni gesto è manifestazione esteriore della nostra fede. Ogni luogo che frequentiamo richiede il rispetto di certe norme comportamentali, lo stesso vale per la Chiesa. Abbiamo davvero zelo per la casa di Dio e per Dio che vi dimora?

Il tempo dell’Avvento

Il tempo di Avvento è la stagione liturgica dell’attesa. Siamo chiamati a entrare nel “tempo di Dio” così che i ritmi del tempo dell’uomo, il tempo della cronologia, diventi il tempo della salvezza, in quanto tempo favorevole perché abitato per sempre da Dio. Grande è la tentazione da cui Gesù ci mette in guardia: nel tempo della vita, dopo avere ricevuto la fede e l’amore di Dio, si corre il rischio di perderli.  Il tempo dell’attesa è tempo di vigilanza costante. Questo è ciò che caratterizza il credente: “che cos’è lo specifico del cristiano”? Vigilare ogni giorno e ogni ora, sapendo che “nell’ora in cui non pensiamo il Signore viene” (San Basilio di Cesarea). Tutto questo l’avevano compreso le prime comunità cristiane che vivevano nelle fede del Cristo venuto e, insieme nella certezza del suo ritorno. Il Signore è già venuto ed è morto per noi, ma la storia sembra continuare come prima: ancora l’ingiustizia, la sopraffazione, la dimenticanza di Dio, il peccato. Da qui un modo cristiano originale di vivere nella storia: un atteggiamento di vigilanza, fatto insieme di attesa e impegno. Vigilare è un uscire da sé per abbandonarsi a Dio.