Santa Messa ore 20.30 in streaming presieduta dal nostro Vescovo Mons. Maurizio Malvestiti

Nel giorno della festa, lunedì 4 maggio, sarà possibile seguire in streaming sul sito parrocchiale la messa solenne, che inizierà alle ore 20.30 e sarà presieduta dal nostro Vescovo, Maurizio Malvestiti e concelebrata da don Andrea Sesini. La celebrazione vedrà, in Chiesa, la presenza del Sindaco, Mario Ghidelli. Siamo grati al Vescovo per aver deciso di trascorrere questo momento importante insieme a a noi.

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Videomessaggio di don Giuseppe per la Sagra Patronale

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Una torta solidale

La sagra è un’occasione di festa, anche nel mezzo di una pandemia, e vogliamo che sia una festa per tutti. La parrocchia ha così accettato di buon grado la proposta di un sanfioranese di sfornare torte per le famiglie più bisognose e le persone sole e in difficoltà. Le torte, che sono così strettamente legate alla tradizione della sagra di San Floriano, saranno distribuite per rendere un po’ più ‘dolce’ questa situazione. 


Comunità Sanfioranese – Maggio 2020

E’ arrivato il nuovo numero di Comunità Sanfioranese!
All’interno di questo numero:

  • San Floriano: festa patronale in tempo di virus
  • La Vocazione come risposta all’amore
  • Il mese di maggio in tempo di virus: con Maria nelle case
  • Tutti gli appuntamenti di maggio
  • …e tanto altro ancora!

Gli abbonati riceveranno la propria copia nelle loro abitazioni.
I non abbonati possono acquistarlo in edicola.

Raccolta di generi alimentari per le persone in difficoltà

In occasione della Settimana Santa, l’Associazione Il Bambù (che, seppur tra le difficoltà legate a questa emergenza, sta continuando ad erogare il proprio servizio di consegna pacchi con generi alimentari) ha deciso di avviare una raccolta di alimenti a lunga conservazione per le persone in difficoltà. Come sapete, la pandemia sta creando pesanti difficoltà ad alcuni nuclei familiari. Potete depositare gli alimenti nella cesta posta nei pressi del fonte battesimale. Vi ricordiamo che è possibile passare in chiesa solo se si è usciti per la spesa o la farmacia.

Comunicazione importante per i Sacramenti (Prima Confessione, Prima Comunione, Cresima)

L’emergenza “coronavirus”, purtroppo, sta avendo un impatto significativo su tutte le attività parrocchiali, catechesi compresa. Il Vescovo di Lodi, Maurizio Malvestiti, oggi ha ufficialmente comunicato ai parroci della diocesi che tutti i Sacramenti sono rinviati a dopo l’estate, a partire dal mese di settembre. Posticipate dunque la Prima Confessione, la Prima Comunione e la Cresima. Cerchiamo, in famiglia, di dedicare qualche momento alla ripresa del cammino svolto fino alla pausa forzata. È giusto che i ragazzi di terza e quarta elementare e di prima media comunque non dimentichino che per loro è un anno segnante. 

Egli perdona tutte le tue colpe

24 ore per il Signore

Nonostante il perdurare della pandemia, Papa Francesco ha stabilito che anche quest’anno, il 12-13 marzo, in prossimità della IV Domenica di Quaresima, venga celebrata l’iniziativa 24 ore per il Signore.
Il tema scelto è un versetto del Sal 103,3: «Egli perdona tutte le tue colpe».
Anche noi, cioè la nostra comunità parrocchiale, cercherà di vivere questo tempo di grazia, soprattutto con iniziative,
celebrazioni nella giornata di sabato 13 marzo. Le proposte saranno pubblicate nei prossimi giorni.

Siamo tutti fratelli? Vivere la fratellanza oggi (3)

Proviamo a suggerire alcune attenzioni perché la fraternità diventi uno stile nella nostra comunità e nella nostra vita.

Impariamo a chiedere aiuto. Tutti abbiamo bisogno dell’altro, nessuno si salva da solo. Liberiamoci dal dover dimostrare di essere autosufficienti, non temiamo di mostrare le nostre fragilità, le nostre debolezze e i nostri bisogni, mettiamo la nostra vita nelle mani degli altri. Vale la pena di rischiare.

Gli affari degli altri. La paura di “farci gli affari degli altri”, o il timore che gli altri pensino che stiamo curiosando nella loro vita, spesso ci blocca. Siamo sinceri: il rispetto della privacy spesso diventa un alibi, una nobile giustificazione al nostro immobilismo. Prendiamo coraggio e chiediamo: «Come stai? Hai bisogno?». Se nasce dal desiderio di prendere per mano un fratello o una sorella, se è il posarsi di uno sguardo d’amore, questa domanda non è mai fuori posto: non ci stiamo facendo gli affari degli altri, ci stiamo interessando della vita di un nostro fratello, stiamo cercando spazio nel suo cuore e nella sua casa, e gli stiamo offrendo spazio nella nostra.

Crediamoci. Non stanchiamoci di credere in un mondo dove è possibile vivere come fratelli, dove è possibile creare legami che sappiano andare oltre il proprio tornaconto personale, che non servano per alimentare solo il proprio benessere. Sappiamo bene che di fronte ad alcune sfide non possiamo fare nulla da soli: non riusciamo a costruire un mondo più giusto, non siamo in grado di abitare con rispetto la Terra che ci è data in custodia, non riusciamo a realizzare la solidarietà. Da soli non riusciamo neppure a costruire noi stessi: perché è l’incontro con l’altro che definisce la nostra identità. Non lasciamoci prendere dal fatalismo e facciamo la nostra parte. Costruiamo il Regno.

Lasciamoci sconvolgere. A volte serve uno shock, e la vita non ce li risparmia! L’incontro con una situazione di estrema povertà, il dolore acuto in uno sguardo, una malattia, un lutto, una testimonianza che ci turba: lasciamo che questi episodi risveglino la coscienza a volte intorpidita e innestino cambiamenti nelle abitudini. La povertà, il dolore, la fragilità, mettono in crisi le nostre certezze e scuotono le nostre coscienze: cogliamoli come un momento di grazia! Sono un’occasione per uscire da noi stessi e tornare a vedere l’altro, immagine dell’Altro.

In servizio. Il servizio è uno stile, non un compito da eseguire: non deleghiamolo agli uffici preposti. Non si tratta solo di essere efficienti e di formare buoni operatori, ma di far proprio lo stile di ascolto del prossimo. Può sembrare scontato, ma nella prassi spesso è così: l’obiettivo è educare ad un ascolto autentico dell’altro. È un cammino.

Tutti! Non perdiamo troppo tempo a chiederci: chi è mio fratello? Ci è stata semplificata la vita, semplicemente ricordandoci che siamo tutti fratelli. Tutti. Quel tempo, quelle energie, investiamole nel fare passi che vadano incontro a chi abbiamo vicino, tenendo la porta aperta a chi arriva da lontano. Quante volte inneschiamo meccanismi di giudizio, di difesa, di salvaguardia, e prendiamo le distanze! Ricordiamoci che Gesù è andato incontro a tutti. E i discepoli a volte non erano d’accordo. Ma hanno continuato a seguirlo. Certo, ci viene chiesto molto. Ma nessuno ha mai creduto che incarnare il Vangelo fosse comodo. Ed è vero, sono tempi duri per la fratellanza, ma noi sappiamo che il Signore continua a fidarsi di noi. Fidiamoci di lui.

Figli nel Figlio…

Nella trasfigurazione traspare quel mistero di pienezza di vita che Gesù possiede, una pienezza di vita determinata dal suo legame col Padre, la fonte della vita. Questo è il mistero di Gesù. In ogni uomo, in realtà c’è un mistero: quel che vediamo con gli occhi della carne è sempre e solo la superficie.
Bisogna imparare a cogliere la profondità dell’uomo con gli occhi della fede. E sono questi occhi a scoprire che anche la nostra vita vive un’eguale comunione con Dio, la fonte della vita. Anche noi siamo figli e come tali “prediletti” dal padre.
La vita divina che il Padre ci comunica trova in noi l’ostacolo del peccato. Dio comunica attraverso il suo Spirito questa pienezza di vita, ma il peccato interrompe la comunicazione; noi viviamo una vita dimezzata. La trasfigurazione ci rivela in Gesù ciò che noi possiamo essere, ciò che siamo chiamati ad essere se ci manteniamo uniti a Dio, la fonte della vita. Alla fine saremo anche noi luminosi, anche noi avremo una pienezza di vita come Gesù. Ma il cammino è ancora lungo e impegnativo, tutto il percorso che i discepoli faranno fino alla Pasqua non è altro che un’immagine del cammino che l’umanità deve ancora percorrere per raggiungere la pienezza della salvezza. Basta discendere dal monte della trasfigurazione per rendersene conto.

Perché la nostra vita è così debole ed oscura, il nostro volto non è luminoso come il tuo, non siamo ancora capaci di annunciare la risurrezione, anzi, neppure comprenderla? La risposta è sempre la stessa, semplice e diretta, la risposta che spiega perché non accogliamo la pienezza di vita che il Padre ci dona e non lasciamo che traspaia al di fuori di noi.
Perché nonostante il ripetuto annuncio che Gesù ci fa del nostro essere figli del Padre questa figliolanza non porta a piena maturazione i suoi frutti.

Vedere l’invisibile

Se apriamo gli occhi della fede sull’invisibile che è reale e presente, la trasfigurazione ci consegna innanzitutto un messaggio che riguarda Gesù. Il grande messaggio della trasfigurazione per il presente è che nella nostra vita non manca la luminosa presenza di Cristo, siamo solo noi che spesso abbiamo occhi incapaci di riconoscerLo.

Anche noi come gli apostoli vediamo la sua vita umana e non siamo capaci di intravedere la vita divina in Lui. Dio è presente in mezzo a noi in Cristo, ma i nostri occhi, come quelli dei discepoli, sono spesso incapaci di riconoscerlo. Questa condizione non era solo tipica della via dei discepoli prima della risurrezione di Gesù, ma anche dopo, quando appare il Signore glorioso, il risorto, la loro vista resta spesso debole e offuscata nei confronti della sua presenza. Ancora oggi abbiamo bisogno che Dio apra i nostri occhi perché diventiamo capaci di riconoscerLo presente nella nostra vita: è il dono della fede.

Uno spiraglio sulla realtà della Risurrezione

La trasfigurazione è dunque l’annuncio della vita divina che Gesù possiede e che ogni cristiano riceve da Lui nella potenza dello Spirito Santo.
La spiritualità cristiana, partendo da questo brano, ha compreso la vita del credente come un processo di lenta trasformazione in Cristo, Cristo glorioso che si compirà nella risurrezione finale. Un modo di leggere questo brano di vangelo è dunque di vedervi un annuncio della risurrezione e della gloria che ci circonderà. Gesù trasfigurato e Gesù risorto sono le immagini di come saremo anche noi nella risurrezione finale.

Ma è possibile distinguere queste due immagini, scoprire che se Gesù trasfigurato annuncia Gesù risorto, parla però anche di una condizione diversa, di una gloria che precede la risurrezione finale, che fa già parte di questo mondo in cammino verso la risurrezione. Questa immagine ci interessa in modo particolare, perché non parla solo del nostro futuro, ma anche del nostro presente.
Infatti il brano della trasfigurazione, così ricco di simboli che rimandano all’AT, non parla soltanto del futuro, della vita dopo la risurrezione finale, ma
anche del presente, del nostro oggi, della nostra vita di figli di Dio nella comunità della nuova alleanza, la Chiesa. La trasfigurazione è una visione nel senso più vero del termine. I discepoli non subiscono una allucinazione, non si tratta di una costruzione simbolica della loro fantasia, né di un annuncio profetico di una condizione futura. Essi “vedono” ciò che già prima c’era, ma non erano capaci di vedere.
Gesù si mostra loro per quello che è e li rende così capaci di vedere l’invisibile. Un invisibile che lo riguarda e ci riguarda al tempo stesso.

Monte della trasfigurazione

È la domenica della Trasfigurazione perché è questo racconto, nella diversa redazione di Matteo, Marco e Luca, a caratterizzarla. In Marco esso occupa chiaramente un posto centrale e, proprio per questo, significativo.
La chiave la troviamo nella parte finale della scena, quando dalla nube esce una voce: è l’interpretazione che Dio dà a tutto l’avvenimento. Ciò che è accaduto sul monte è un’esperienza spirituale straordinaria offerta a tre discepoli: essi hanno potuto comprendere la vera identità del maestro e la meta del suo cammino. Tuttavia il suo destino ultimo non sarebbe stato il sepolcro, ma la pienezza della vita.

Qual è la buona notizia? (2)

La “buona notizia”, che in questi termini non sarebbe tale, lo è veramente: ma non perché si tratti di una legge morale, bensì perché è la presenza di Dio che ci viene incontro. La “buona notizia” è proprio la possibilità che Gesù ha portato all’uomo di “essere felice”. Il vangelo è l’annuncio di una felicità “possibile”. Dio ci ha creati perché fossimo felici, come lui, e fa di tutto per fare di noi delle persone felici. E questo, forse, l’avevamo capito, nel senso che ciascuno di noi sa perfettamente di voler essere felice, al di là di qualsiasi obiettivo particolare. È la radice della nostra persona: vogliamo, cerchiamo la felicità, è questo l’oggetto del nostro desiderio. Ma se questo obiettivo lo desideriamo proprio tutti, è segno che Dio l’ha inculcato nel nostro cuore, che Dio ha messo nel nostro animo questa ricerca di felicità, che ha messo in noi il suo “marchio”, ci ha fatti per sé. E proprio perché siamo fatti per lui, anche senza volerlo, anche senza saperlo, aneliamo a lui, tendiamo con tutte le forze a lui, cioè tendiamo alla felicità. Il problema nasce dalle strade da seguire: tutti d’accordo nel volere la felicità, ma poi ognuno va per una propria strada sul metodo da seguire per raggiungere la felicità. Così su questo punto si presentano tante proposte differenti, fondate ad esempio su proposte pubblicitarie talvolta banali, ma che comunque avvolgono la nostra esistenza sotto forma di prodotti, di situazioni, di realtà, di persone che in vari modi promettono la felicità. Qui si riassume il problema della nostra vita: siamo d’accordo che tutti vogliamo essere felici, ma come possiamo esserlo? La “buona notizia” di Gesù Cristo sta proprio nel garantirci che questo obiettivo è possibile, che non è un’illusione, a differenza di alcuni che nel corso della storia dell’umanità hanno sostenuto che la felicità non esiste e non può esistere, oppure è un desiderio di qualcosa che non c’è ancora o che non c’è più e che, di fatto, è irraggiungibile. Gesù invece è venuto non solo a garantirci che la felicità è possibile, ma a indicarcene la strada: lui stesso. In genere, non si adopera molto nel nostro linguaggio cristiano la parola “felicità”, forse perché sembra laica, profana. Essa invece merita di essere rivalutata, perché con questa parola noi intendiamo veramente la piena realizzazione della nostra vita. E Gesù Cristo è la nostra felicità: la “buona notizia” è questa, è la presenza di Gesù che dice di essere Dio garantendo per noi la possibilità di essere felici. È possibile, ci viene data, la felicità.

Qual è la buona notizia? (1)

Se dovessimo riassumere in poche frasi, o magari in una sola, il vangelo di Gesù, qual è questa buona notizia o, in altri termini, come si riassume la nostra fede cristiana? Se dovessimo spiegare in poche parole facili ad un non cristiano qual è l’elemento essenziale della nostra fede, perché crediamo nel vangelo, sapremmo dare una risposta convincente, sapremmo chiarirlo anche a noi stessi? Temo che facilmente, come essenziale, molti proporrebbero degli imperativi morali come “amare il prossimo ed amare Dio”. Credo che sia il difetto di fondo: abbiamo un’impostazione moralistica. Sembra che l’essenziale della buona notizia stia nell’imperativo del fare, ed anche nell’imperativo dell’amare, ma sempre un imperativo, sempre un discorso di azione dell’uomo: non è una buona notizia. Molte volte noi abbiamo fatto del vangelo una serie di precetti, di norme, di regole, di imperativi, come se Gesù fosse venuto a presentarci una legge perfetta, che dobbiamo impegnarci seriamente a compiere, che ci comanda di volerci bene, di non giudicare, e così via: una legge difficile, molto difficile da osservare. In questi termini, non potremmo parlare di “buona notizia”! Purtroppo, le parole che usiamo, che sarebbero quelle giuste, della “buona notizia”, vengono da noi rivestite di una struttura che genera sconcerto.

Siamo tutti fratelli? Vivere la fratellanza oggi (2)

Ci viene ricordato nel corso della messa, quando veniamo chiamati fratelli e sorelle. Lo affermiamo quando preghiamo il Padre nostro e riconosciamo che Dio è, appunto, Padre nostro, non mio o tuo. Poi la messa finisce, oppure usciamo dall’aula di catechesi, e il rischio è che queste parole diventino astratte. Perché anche questo non è un automatismo. Un conto è dire che è importante amare i propri fratelli, un conto è dare corpo alle parole, viverle, incarnarle: sulle strade della vita entrano in gioco la nostra libertà e la nostra volontà. E quando al fratello diamo un volto, la vita si complica: perché nostro fratello è il vicino, il figlio, l’amico che ci siamo scelti… ma anche il collega scorretto, il vicino dispettoso, il parrocchiano puntiglioso e, allargando l’orizzonte, il profugo che sbarca «e ruba lavoro ai nostri», il carcerato che soffre «ma in fondo gli sta bene, con quello che ha fatto», il povero che chiede l’elemosina «ma hai visto che ha un telefono più bello del mio?», la conoscente che non ci risparmia una critica dopo l’altra, «e allora la ripago con la stessa misura». La fratellanza è entusiasmante e faticosa allo stesso tempo: l’altro è colui che ci sfida a uscire da noi stessi, ci fa prendere il volo, ma è anche colui che ci disturba, ci provoca, ci turba. Più è diverso da noi, più ci spaventa: mina le nostre sicurezze, le nostre certezze. Con l’altro entriamo spesso in conflitto, fa parte della nostra umanità. Ma fa parte della nostra umanità anche lo slancio d’amore verso l’altro! Possiamo andare incontro all’altro, custodirlo, fare nostra la tensione che porta a desiderare per l’altro, chiunque esso sia, una vita degna; possiamo riconoscere in ognuno un figlio amato e perdonato, come lo è ognuno di noi. Non si tratta di obbedire ad una regola, né di considerarlo solo come proprio dovere, ma di assumerlo come uno stile di vita: si tratta del modo in cui il nostro sguardo si posa sull’altro. Perché amare i fratelli non è un compito da assolvere, è l’essenza del cristiano. Amare il prossimo e amare Dio non sono due strade diverse: amiamo Dio nel nostro prossimo, nel nostro fratello. Questa è la strada. Altrimenti Dio non lo incontriamo, non lo conosciamo, non lo frequentiamo. Non lo amiamo.