Madonna del Carmelo
Vergine Benedetta, Madre e Regina del Carmelo,
ho bisogno di dirti che ti voglio bene.
Desidero la tua presenza materna nella mia vita.
Attendo da Te il dono della tua protezione,
di cui è segno il tuo Scapolare,
segno che nutre la mia speranza di vita eterna.
Attendo da Te
soprattutto il dono del tuo Figlio, Gesù Cristo.
Vergine Madre del Carmelo,
insegnami come devo credere a Gesù,
come Lo devo conoscere,
come Lo devo amare,
come Lo devo seguire.
Questo è il tuo dono.
Vergine Benedetta, ascolta la mia preghiera,
benedici le mie pene, benedici anche la mia gioia.
Benedici tutto e tutti.
Reso migliore dalla tua benedizione,
potrò riprendere il cammino di ogni giorno
con speranza nuova,
con il desiderio di essere più buono,
con il fermo proposito di vivere il mio cristianesimo
con coerenza di fede.
Fa’ che possa essere tra i miei fratelli come lo sei Tu,
segno levato dal Cielo, dono di bontà.
Vergine del Carmelo,
sii presenza materna nella mia vita. Amen.
(Padri carmelitani scalzi – Arenzano)
La preghiera è innanzitutto relazione. Non è una tecnica, non è una formula da ripetere, ma un modo concreto di stare davanti a Dio. Per questo le parole della preghiera nascono spesso da un bisogno semplice e profondo. Quando si vuole bene a qualcuno, si sente il desiderio di dirglielo. Non semplicemente per informarlo, ma per entrare più profondamente in quella relazione. È ciò che accade anche in questa preghiera, dove si esprime con immediatezza un affetto filiale: «ho bisogno di dirti che ti voglio bene». Dentro questa dinamica si inserisce anche il riferimento allo scapolare. È importante comprenderlo bene. Non è un oggetto magico, non è un talismano che protegge automaticamente. È un segno. E come ogni segno autentico, rimanda a una realtà più grande. Indica un legame, una appartenenza, una relazione viva. È memoria concreta di una maternità che accompagna e di una figliolanza che si affida. Indossare lo scapolare significa allora ricordarsi continuamente di essere figli. Non in modo astratto, ma dentro la trama ordinaria della vita. È un richiamo silenzioso a vivere sotto uno sguardo che ama, a lasciarsi guidare, a non dimenticare la direzione del cammino. La preghiera lo dice chiaramente quando collega questo segno alla speranza della vita eterna e al desiderio più grande, che è Cristo stesso. Il compito di Maria è sempre quello di condurre a Gesù, di insegnare a crederlo, a conoscerlo, ad amarlo, a seguirlo. E quando una persona si scopre amata in questo modo, qualcosa cambia davvero. Non si tratta di una emozione passeggera, ma di una trasformazione profonda. Il cuore si apre, la vita si semplifica, nasce il desiderio di essere migliori, di vivere con maggiore coerenza. E così che la preghiera diventa testimonianza. Non perché si aggiungano parole, ma perché la vita stessa diventa segno. Chi si sente amato diventa capace di amare. E in questo passaggio, spesso silenzioso, si compie il miracolo più grande: la fede prende forma nella vita quotidiana e diventa luce anche per gli altri.
12 Luglio, la Domenica del Mare
Ogni anno, nella seconda domenica di luglio, le comunità cattoliche celebrano la Domenica del Mare. Per l’occasione il Cardinale Michael Czerny invia un messaggio a quanti svolgono professioni e attività legate al mare. Il tema scelto quest’anno è “Oltre le merci e il commercio: il volto umano del mare”. La vita del mondo continua a passare attraverso i mari, i fiumi e le vie d’acqua del pianeta. Dietro il commercio globale e le industrie della pesca si trovano innumerevoli marinai, pescatori e lavoratori portuali il cui lavoro sostiene le nazioni e connette i popoli. La Domenica del Mare è l’occasione in cui la Chiesa ricorda questi uomini e queste donne non soltanto per ciò che fanno, ma come persone create a immagine e somiglianza di Dio, dotate di dignità inviolabile. “Una nave, quindi, non deve mai diventare un luogo di silenzioso isolamento o di indifferenza, una moderna Babele dove le persone vivono fianco a fianco ma rimangono invisibili e inascoltate.” Il messaggio sottolinea come molti lavoratori marittimi vivano oggi una crescente solitudine: turni ridotti, permessi a terra sempre più brevi e conflitti armati che li costringono a bordo hanno acuito il loro isolamento. Come ricorda il Cardinale Czerny citando la Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, nessun sistema economico o tecnologico può ridurre la persona umana a «un dato, un ingranaggio di un macchinario o una merce» (n. 180). Il messaggio affronta anche la dimensione ecologica: gli oceani sono parte della creazione affidata alla cura dell’uomo, e la loro protezione non può essere separata dalla difesa della dignità di chi ci lavora.
La fine fa capire l’inizio. Benedetto XVI: eredità e futuro
La fine fa capire l’inizio. E le ultime parole terrene di Benedetto XVI sono state: «Gesù ti amo». Erano il senso di tutta un’esistenza dedicata a Dio e alla Chiesa. Non poteva esserci miglior conclusione. L’inizio aveva preso le mosse nella Germania dopo la Prima guerra mondiale, con la sua sconfitta. Joseph Ratzinger, infatti, nasceva il Sabato Santo 16 aprile 1927 in una modesta famiglia, che aveva le sue radici tra il Tirolo e la Baviera, e che viveva di una fede semplice e profonda. Il mite Joseph affrontò gli anni duri del periodo tra le due guerre mondiali e fu costretto da adolescente, diciassettenne, a indossare l’uniforme militare. Erano tempi di guerra e violenza, ma lui conosceva l’amore della famiglia ed era preso dall’amore di Dio, tanto che entrò in seminario e divenne prete, per amare Dio soprattutto e sopra tutti. Ma servendo i fratelli. E lui capì che il suo servizio passava per la scienza massima dell’amore, la teologia. E alla fine della vita dirà giustamente: «Gesù ti amo». Cosa è successo nel mezzo di questa esistenza? Il ragazzo di campagna non solo è divenuto prete, ma anche uno dei maggiori teologi cattolici del Novecento e del XXI secolo, arcivescovo e cardinale di Monaco di Baviera, prefetto del Sant’Uffizio, pontefice e primo Papa emerito della storia. Non male per un timido ragazzo di campagna. In tutti questi ruoli troviamo un filo rosso che, nella sua elezione a pontefice, è divenuto anche un patrimonio per l’intera Chiesa. Ratzinger in tutta la sua esistenza non ha voluto dire e indicare nient’altro che “Dio”. Sembra ovvio per un sacerdote e soprattutto per un Papa, ma non lo è. Nella storia si sono avuti Papi intellettuali (da Pio II a Benedetto XIV e non solo), Papi di governo (come Gregorio XVI e Leone XIII), Papi di ogni tipo (da Benedetto IX a Giulio II), ma in Ratzinger c’è tutta un’esistenza intellettuale, pastorale, accademica, musicale, umana e di governo che ruota costantemente e continuamente intorno a Dio, senza divagazioni o distrazioni. La sua vita è stata una battaglia per Dio, anche e soprattutto nei suoi scontri teologici e dottrinali. Una vita dietro la cattedra universitaria, sopra una cattedra (episcopale e papale), dietro una scrivania, in biblioteca e al pianoforte, una vita apparentemente tranquilla e pacifica, ma in realtà è stata un’esistenza di battaglia intellettuale vera. Una di quelle vite che si sono spese per dire la verità di Dio in tempi in cui a livello teologico e di fede succedeva di tutto e il contrario di tutto.
Ratzinger non si è tirato indietro. E allora ha parlato della verità di Dio, dell’interpretazione del concilio Vaticano II inteso come una riforma nella continuità, dell’incarnazione della fede che genera cultura, come quella europea e occidentale, nonostante i loro esiti ultimi deleteri, che tolgono sempre più spazio alla religione nello spazio pubblico e non mancano di persecuzioni religiose. Ha tentato di dare spazio e voce al contributo dell’intelligenza della fede a partire dall’incontro con Cristo. È una esperienza, quella con Gesù di Nazareth, vero Dio e vero uomo, a cambiare l’esistenza dei credenti. E questa fede che entra in dialogo con tutti dentro lo spazio della laicità. Dialoga per dare il suo contributo culturale, dialoga per permettere alla ragione di non cadere nei totalitarismi che il giovane Joseph aveva conosciuto (nella sua Germania ci fu prima il nazismo nel 1933 e poi, nella parte orientale, il comunismo dopo il 1945). Questo Ratzinger è stato la scommessa di Paolo VI, che l’ha voluto arcivescovo e cardinale, e la salda colonna di Giovanni Paolo II, che l’ha voluto al suo fianco a capo del Dicastero per la dottrina della fede. Una promessa per un Papa e una certezza per un altro. E per Giovanni Paolo II anche un amico. Cosa ha lasciato Benedetto XVI alla Chiesa? Il suo pontificato rifugge da ogni rigida categoria. È possibile comprenderlo solo nell’ottica della riforma ecclesiale, e in particolare della riforma papale.
Il papato di Ratzinger ha centrato il confronto con il mondo intorno ai temi antropologici, a difesa della persona e della famiglia. A causa di questa bella e combattiva vita, Benedetto XVI verrà ricordato nel corso di quest’anno con iniziative previste in tutto il mondo promosse da Diocesi, Università, Case editrici, Tv e radio. Il ricordo di Joseph Ratzinger vuole essere un rilancio del suo pensiero e soprattutto della sua sensibilità ecclesiale, quale contributo per il nostro tempo di spaesamento e cinismo. Si intende presentare l’eredità di Benedetto XVI come una provocazione per l’uomo di oggi in un approccio intergenerazionale affinché molti giovani o meno giovani possano dire con convinzione, come Ratzinger “Gesù ti amo”.
Immersi nella vita di Cristo
La Lettera ai Romani è un autentico Vangelo, è la buona notizia della grazia di Dio che salva l’umanità. L’apostolo Paolo ha fatto esperienza della grazia di Dio, che lo ha trasformato da persecutore in apostolo; perciò, può annunciare a tutti la potenza di questo amore di Dio che regge l’universo e cambia le persone. Tutti siamo inclinati al male, ma su tutti si stende la grazia di Cristo che ci rende capaci di fare il bene. Dopo aver presentato la riflessione su Cristo, l’apostolo passa a considerare la risposta dei cristiani che hanno accolto il Cristo e sono diventati partecipi della sua stessa vita: «Per mezzo del battesimo noi siamo stati sepolti insieme con Cristo nella morte». Il battesimo fu per la prima comunità cristiana un evento straordinario che segnava simbolicamente morte e risurrezione. Col tempo purtroppo si è persa la forza significativa del rito. Noi oggi abbiamo semplicemente un gesto che richiama vagamente un lavaggio, abbiamo però perso l’idea della immersione. Il termine greco battesimo vuol dire immersione. “Essere battezzati in Cristo” vuol dire immergersi in Cristo.
Quando si impara una lingua moderna, si dice che il modo migliore per apprenderla è full immersion in quell’ambiente linguistico. Si va in Inghilterra per imparare l’inglese, ma se chi va è da solo e si troverà in mezzo a persone che parlano solo inglese, sarà pienamente immerso in quella realtà, con fatica comincerà a parlare, a capire, a esprimersi … entrerà in modo efficace in quel mondo linguistico nuovo. Il battesimo è full immersion in Cristo, ma l’immersione nell’acqua implica un annegamento, perché è bello essere immersi a nuotare, ma rimanere sott’acqua vuol dire morire. Il rito antico del battesimo implicava proprio un gesto del genere: venivano eretti grandi battisteri – ancora nel medioevo abbiamo monumenti significativi, pensate al battistero di Pisa più grande della cattedrale – per indicare l’importanza del battesimo. Quell’aula liturgica, distinta dalla chiesa, chiamata battistero, era segnata da una grande vasca profonda, dove i catecumeni coloro che facevano il catechismo e si preparavano a diventare cristiani venivano immersi nella notte di Pasqua. Si svestivano completamente, scendevano nudi nell’acqua nel buio più assoluto, senza che nessuno fosse presente, se non il celebrante e il padrino o la madrina. Il catecumeno veniva sepolto nell’acqua, poi risaliva dall’altra parte e veniva rivestito di bianco, come segno della risurrezione alla nuova vita; e con una lampada accesa in mano entrava in chiesa per la celebrazione della Messa.
Il rito evocava la potenza dell’evento che si realizza nella nostra persona. Quello che noi abbiamo perso è, oltre al fatto della immersione, anche la scelta della persona adulta. Col tempo il battesimo è diventata una prassi di inizio della vita. La parola battesimo equivale a inaugurazione, per cui c’è anche il battesimo del volo o il battesimo di una nave … significa semplicemente che inizia qualcosa. Battesimo invece implica una scelta che pone una netta cesura fra ciò che era prima e ciò che viene dopo. Un adulto che accoglieva Cristo, convinto della verità del Vangelo, si svestiva dell’uomo vecchio, decideva di cambiare vita, si immergeva, moriva a quello che era prima, e ricominciava una vita nuova, rivestito della grazia di Cristo.
La realtà del mistero cristiano continua a sussistere anche oggi, anche se abbiamo cambiato i riti. Tuttavia, è più difficile cogliere l’evento perché per un bambino non c’è una scelta, non c’è una decisione, non c’è un cambio di vita … sembra semplicemente una benedizione inaugurale per togliere qualcosa e cominciare bene la vita. Quindi noi dobbiamo pensare al nostro battesimo non come un fatto del passato che ha segnato l’inizio della nostra infanzia, ma come l’evento che caratterizza tutta la vita siamo immersi in Cristo non è un fatto che avviene una volta sola, ma proprio perché si celebra un’unica volta significa che abbraccia tutta la vita ed è valido sempre. Siamo morti con Cristo per risorgere con lui, perché possiamo camminare in una vita nuova, possiamo cioè comportarci in un modo nuovo, cristiano, conforme a Cristo. Crediamo che vivremo con lui, vivremo come lui, possiamo camminare in una vita nuova. È quello che ci viene annunciato ogni anno nella notte di Pasqua. Fin dall’antichità nella notte della risurrezione di Cristo si proclama questa bella notizia: anche noi siamo morti e risorti con Cristo, perciò, abbiamo la possibilità di vivere bene, abbiamo la possibilità di vivere come Cristo; non abbiamo tenuto la nostra vita, abbiamo deciso di perderla con Cristo. In quanto battezzati siamo immersi in lui, siamo morti con lui e proprio per questo, in grazia della sua risurrezione, noi possiamo trovare la nostra vita, trovare in pienezza la nostra esistenza, in modo significativo possiamo dare qualche cosa di valido, perché abbiamo ricevuto. Siamo stati accolti nel battesimo nella famiglia di Dio, abbiamo ricevuto una vita nuova: accogliamola, cioè concretamente viviamola, possiamo camminare in una vita nuova. Allora coraggio! facendo memoria della grazia che sta all’origine della nostra vita, camminiamo con entusiasmo in una vita nuova.
“Di tasca Nostra”… Contributi per opere parrocchiali
Parrocchia San Fiorano
Contributi per tetto e impianto elettrico
NN € 200
NN € 50
Offerte 1° sab. e dom. giugno € 424
Parrocchia Corno Giovine
NN (busta) € 50
Contributi giugno per mutuo € 800
Saldo lotteria per Sc. Materna(acc. € 1.000) € 400
Gruppo della briscola € 500
Le Comunità e il Parroco ringraziano
per la generosità e l’attenzione mostrata
Giornata Carità del Papa
«Signore, che ci insegni a riconoscerti nei poveri e negli esclusi, benedici e sostieni il nostro Papa nel-la sua missione di carità. Fa’ che la nostra comunità sappia farsi strumento del tuo amore, condividendo i beni con chi è nel bisogno e spezzando la bar-riera dell’indifferenza.»
La “Giornata per la Carità del Papa” si celebra in tutta Italia domenica 28 giugno. Durante le Sante Messe, i fedeli sono chiamati a sostenere l’Obolo di San Pietro con un’offerta economica destinata alle necessità della Chiesa universale e alle opere di carità e assistenza per i più bisognosi.
La mediocrità spirituale tradisce la natura dell’uomo
Nelle parole dell’Apocalisse «Tu non sei né freddo né caldo … sei tiepido» (Ap 3,15) sembra quasi di percepire il sospiro addolorato di Cristo, un dolore che nasce dall’amore deluso. Eppure, la Chiesa di Laodicea, come appare dal testo completo, non ha apertamente rinnegato la fede e non sembra neppure segnata da gravi disordini morali. Il suo male, in realtà, è più sottile e, proprio per questo, più insidioso: è la tiepidezza. Potremmo dire che desidera rimanere con il Signore, ma nello stesso tempo cerca anche di compiacere il mondo. La sua predicazione è divenuta talmente misurata sulle possibili reazioni che potrebbe scatenare che ha perso la capacità di essere sale e luce del mondo. Più che annunciare il Vangelo, è preoccupata di mantenere equilibri e di evitare conflitti. E così, cedendo alla logica del consenso, ha soffocato la sua libertà e indebolito la forza della sua testimonianza. Ma una Chiesa che teme continuamente il giudizio del mondo finisce inevitabilmente per smarrire il coraggio della Verità. Che cosa manca a questa Chiesa per essere “calda”? Le manca la gioia di appartenere a Cristo. Ha paura di amare Dio «con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze» (Mc 12,30). Per questo, nel tentativo di scuotere la comunità dalla sua apatia spirituale, il Signore si augura che i suoi membri diventino freddi, cioè che lo rinneghino, che vivano nel peccato. L’importante è che escano dal loro torpore malato. La provocazione del Signore appare sconcertante alla nostra sensibilità perché la tiepidezza è pur sempre una situazione intermedia tra il caldo e il freddo, quindi meno peggio della negatività indicata dal freddo. Tuttavia, le parole del Signore non lasciano dubbi: la mediocrità spirituale è da temere più del peccato stesso, perché tradisce la natura stessa dell’essere umano, che è fatta per scegliere, amare, schierarsi. Il “tiepido” invece, poiché vive una forma di stanchezza spirituale, ha perso il desiderio della santità. Sant’Agostino spiega che non è l’esperienza del peccato riconosciuto che può portare lontano da Dio, ma quella povertà spirituale che non si decide né per il bene né contro di esso. Meglio una fede ferita, ma viva, che una fede senza passione. La tiepidezza non è forse un rischio che incombe anche sulla nostra vita e su molte comunità cristiane del nostro tempo? Anche oggi, infatti, accade che si continui a parlare di Cristo, ma senza avere il coraggio di lasciarlo parlare davvero dentro la vita delle persone e delle comunità. Si moltiplicano incontri, attività e momenti di confronto, ma spesso rimane nell’ombra ciò che dovrebbe stare al centro: l’amore per il Signore, il desiderio sincero della conversione e la passione per la Verità. In questo modo ci si adagia lentamente in una mediocrità rassicurante, che non disturba nessuno, ma nemmeno converte nessuno. E quello che viene chiamato dialogo, apertura agli altri, prudenza pastorale si trasforma in un compromesso che spegne il fervore missionario, indebolisce la gioia della fede e rende sempre più opaca la testimonianza cristiana. Cristo non cerca comunità perfette o semplicemente efficienti, ma cuori vivi, liberi, capaci di lasciarsi ferire e incendiare dal suo amore e di portare nel mondo il fuoco del Vangelo. Le sue parole al riguardo sono chiare: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso» (Lc 12,49).
Francesco Cavina, Vescovo emerito di Carpi
La Gratitudine della Scuola Materna di Corno Giovine
I Coscritti del 1952, al termine del loro essersi ritrovati domenica 24 maggio, con il ringraziamento Eucaristico presieduto dal Mons. Franco Badaracco e nel ricordo liturgico dei Compagni Defunti, hanno donato alla Parrocchia per le necessità della nostra Scuola Materna l’offerta di € 150.
Inoltre, gli organizzatori della lotteria pro Scuola Materna hanno anticipato € 1.500 frutto di quanto finora raccolto dal loro generoso impegno.
Ai Promotori della lotteria, ai Donatori dei premi, a chi ha acquistato i biglietti, ai Coscritti e a Chi sempre ha a cuore la Scuola, GRAZIE.
Coscienza onesta e buon umore
Dammi o Signore, una buona digestione
ed anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo,
col buonumore necessario per mantenerla.
Dammi o Signore, un’anima santa,
che faccia tesoro di quello che è buono e puro,
affinché non si spaventi del male,
ma trovi alla Tua presenza
la via per rimettere di nuovo le cose a posto.
Dammi un’anima che non conosca la noia,
i brontolamenti, i sospiri e i lamenti,
e non permettere che io mi crucci eccessivamente
per quella cosa troppo invadente
che si chiama “io”.
Dammi, o Signore, il senso dell’umorismo,
concedimi la grazia di comprendere
uno scherzo, affinché conosca nella vita
un po’ di gioia e possa farne parte anche ad altri.
S. Tommaso Moro