Santa Messa ore 20.30 in streaming presieduta dal nostro Vescovo Mons. Maurizio Malvestiti

Nel giorno della festa, lunedì 4 maggio, sarà possibile seguire in streaming sul sito parrocchiale la messa solenne, che inizierà alle ore 20.30 e sarà presieduta dal nostro Vescovo, Maurizio Malvestiti e concelebrata da don Andrea Sesini. La celebrazione vedrà, in Chiesa, la presenza del Sindaco, Mario Ghidelli. Siamo grati al Vescovo per aver deciso di trascorrere questo momento importante insieme a a noi.

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Videomessaggio di don Giuseppe per la Sagra Patronale

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Una torta solidale

La sagra è un’occasione di festa, anche nel mezzo di una pandemia, e vogliamo che sia una festa per tutti. La parrocchia ha così accettato di buon grado la proposta di un sanfioranese di sfornare torte per le famiglie più bisognose e le persone sole e in difficoltà. Le torte, che sono così strettamente legate alla tradizione della sagra di San Floriano, saranno distribuite per rendere un po’ più ‘dolce’ questa situazione. 


Comunità Sanfioranese – Maggio 2020

E’ arrivato il nuovo numero di Comunità Sanfioranese!
All’interno di questo numero:

  • San Floriano: festa patronale in tempo di virus
  • La Vocazione come risposta all’amore
  • Il mese di maggio in tempo di virus: con Maria nelle case
  • Tutti gli appuntamenti di maggio
  • …e tanto altro ancora!

Gli abbonati riceveranno la propria copia nelle loro abitazioni.
I non abbonati possono acquistarlo in edicola.

Raccolta di generi alimentari per le persone in difficoltà

In occasione della Settimana Santa, l’Associazione Il Bambù (che, seppur tra le difficoltà legate a questa emergenza, sta continuando ad erogare il proprio servizio di consegna pacchi con generi alimentari) ha deciso di avviare una raccolta di alimenti a lunga conservazione per le persone in difficoltà. Come sapete, la pandemia sta creando pesanti difficoltà ad alcuni nuclei familiari. Potete depositare gli alimenti nella cesta posta nei pressi del fonte battesimale. Vi ricordiamo che è possibile passare in chiesa solo se si è usciti per la spesa o la farmacia.

Comunicazione importante per i Sacramenti (Prima Confessione, Prima Comunione, Cresima)

L’emergenza “coronavirus”, purtroppo, sta avendo un impatto significativo su tutte le attività parrocchiali, catechesi compresa. Il Vescovo di Lodi, Maurizio Malvestiti, oggi ha ufficialmente comunicato ai parroci della diocesi che tutti i Sacramenti sono rinviati a dopo l’estate, a partire dal mese di settembre. Posticipate dunque la Prima Confessione, la Prima Comunione e la Cresima. Cerchiamo, in famiglia, di dedicare qualche momento alla ripresa del cammino svolto fino alla pausa forzata. È giusto che i ragazzi di terza e quarta elementare e di prima media comunque non dimentichino che per loro è un anno segnante. 

Le virtù teologali

Le tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità.

L’oscura parola “teologale” accanto a “virtù” significa una cosa molto semplice: queste virtù vengono date da Dio e non sono dotazione dell’armamentario caratteristico del nostro essere umani. Eppure nella prassi normale del nostro vivere capita che certe volte entriamo in un circuito di sensi di colpa prodotto proprio dalla Fede, dalla Speranza e dalla Carità. Tutto ciò si attiva perché pensiamo, senza rendercene conto, che la Fede, la Speranza e la Carità siano sforzi nostri, umani; e siccome il più delle volte non riusciamo a vivere a pieno la dinamica di questi tre doni, ci sentiamo in colpa, ci sentiamo mancanti.

Virtù teologali significa che stiamo parlando di un dono, e non di un dono qualunque ma di un dono del Cielo stesso. Nessuno in realtà è capace da solo di Fede, o di Speranza, o di Carità. Al massimo, umanamente, noi siamo capaci di fiducia, che è faccenda diversa rispetto alla Fede, siamo capaci di ottimismo, che è cosa diversa dalla Speranza, e siamo capaci di bene, che è materia diversa dalla Carità. Non basta la nostra fiducia nella vita per rispondere a tutto quello che tante volte la vita ci riserva.

A volte, si ha bisogno di un di più: questo di più è la Fede. Non basta avere una visione ottimistica delle cose per rimanere sempre in piedi, abbiamo bisogno di un di più che ci collochi in un orizzonte di senso più profondo, più alto, e questa è la Speranza. Non basta il bene per essere felici, abbiamo bisogno di una Carità più grande, più profonda, che ci liberi dalla logica umana del contraccambio e ci metta in quella divina della gratuità: ecco la virtù teologale della carità. Questo è il motivo per cui, quando ci accorgiamo di non avere questi tre doni, invece di star male e di sentirci in colpa, dovremmo fare la cosa più semplice al mondo: domandarli. La Fede è credere che Dio mi ama. La Speranza è sapere che al fondo di tutto ciò che esiste c’è un bene. La Carità è sapere che prima di tutto, prima di ogni altra cosa c’è l’amore.

Ma non siamo tutti giovani

L’ampiezza con cui si utilizza la parola “giovane”: di persona deceduta a 70 anni, è facile sentire affermare che “è morta giovane”; a un cinquantenne che aspira a qualche ruolo dirigenziale, nella società o nella Chiesa, è addirittura più comune che gli venga detto di pazientare, “sei ancora giovane”; viceversa se si parla di qualche fatto di cronaca che investe i ragazzi di scuola secondaria di primo grado, i giornali non ci pensano due volte  rubricarlo cotto “disagio giovanile” o “bullismo giovanile”.

Nel nostro tempo, “giovane” è diventato un aggettivo ecumenico: non conosce frontiere né alcuna sorta di limite. Giovane: è un essere in divenire. Indica inizio e fine. Se non è collegata all’idea di cammino (e quindi di inizio, di fine, di passaggio ad altro, di raggiungimento di una meta, che si trova altrove rispetto al punto di partenza), alla fine la parola “giovane” diventa una parola inflazionata, leggera: ecumenica, appunto.

Una parola per tutti e una parola per nessuno.

Se non c’è un dove, non c’è un cammino. Se non c’è cammino, non c’è verità della giovinezza. L’amore degli adulti per la giovinezza nega la possibilità stessa della giovinezza dei giovani. La ricerca da parte dei primi di un’impossibile giovinezza, oltre gli anni stabiliti, rende letteralmente impossibile la giovinezza vera, la giovinezza anagrafica dei secondi. Non è un caso pertanto che la nostra sia sempre di più una società che, amando moltissimo la giovinezza, destina i giovani veri all’oblio. È insomma una società di adulti che amano più la giovinezza che i giovani. Che cosa significa di per se essere giovane? Deriverebbe dal latino “iuven” e ha la stessa radice del verbo “iuvare” che significa essere utile, contribuire al bene comune. I giovani sono coloro che “aiutano”, coloro che portano un sostegno, un giovamento alla società. Possiede il meglio della forza fisica, il meglio della forza riproduttiva e il meglio della forza intellettiva e spirituale. È una straordinaria carica di energia, una vera e propria “cellula staminale”, capace di aiutare, di giovare alla società. Essere giovane indica, in sintesi, la forza di una novità e la novità di una forza.

La giovinezza è il lusso dell’aver tempo per decidere che tipo di persona essere e per questo le ragioni del suo charme non mancano, ma essa resta pur sempre in cammino: un cammino di scelte, di decisioni, di riappropriazione faticosa dell’eredità ricevuta e di restituzione originale della stessa. In ciò sta il suo fine e anche la sua fine. La parola “adulto” indica  –  etimologicamente  –  “cresciuto”, “compiutamente sviluppato”. Si diventa cioè come un albero ben piantato, che ha trovato il suo posto, ha messo radici e produce frutti, dispensando ombra e riparo al sottobosco.

Emergenza uomo

Proteggere la Terra, ricuperare il pianeta sta bene (anzi, benissimo!), ma se non si ricupera l’Uomo, è come restaurare la reggia e, nello stesso tempo, uccidere il re! Ben prima di ogni altro salvataggio, vogliamo salvare l’Uomo! Sì, perché la prima emergenza è qui: la scomparsa dell’umanità dall’uomo! Questo urge: riportare l’umanità nell’uomo.

Lorenzo Perone era un muratore nato a Fossano il 1904 e costretto dai tedeschi ad andare a lavorare in una fabbrica a Bruma Verke non lontana dal campo di sterminio di Auschwitz. La vicinanza della fabbrica al campo di concentramento, portò il muratore Lorenzo Perone ad incrociare gli occhi  dello scrittore Primo Levi. Come d’istinto, sentì che poteva fare qualcosa per il prigioniero! Così Primo Levi parla del nostro muratore: “Un operaio civile italiano mi portò un pezzo di pane e gli avanzi del suo rancio ogni giorno, per sei mesi, mi donò una maglia piena di toppe; scrisse per me una cartolina e mi fece avere la risposta. Per tutto questo, non chiese né accettò alcun compenso, perché era buono e semplice e non pensava che si dovesse fare il bene per un compenso.

Io credo che proprio a Lorenzo debbo d’essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi rammentato con il suo modo così piano e facile d’essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, estraneo all’odio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia metteva conto di conservarsi. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare d’essere io stesso un uomo!”.

Stupendo! Un pezzo di pane, gli avanzi del rancio, una maglia piena di toppe, il servizio dello scrivere: quattro semplici gesti di umanità che hanno salvato il corpo e l’anima di Primo Levi.

La geografia dei vizi: l’invidia

 Origine diabolica: invidioso della felicità dell’uomo, il demonio lo ha preso in odio e ne ha provocato la morte (“Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono” – Sap 2,24). Fin dalle sue origini lontane, lo schema “invidia-odio-omicidio” si applica sempre nello stesso senso: l’empio odia il giusto e si comporta come suo nemico.

Così Caino verso Abele, Esaù verso Giacobbe, i figli di Giacobbe verso Giuseppe, gli Egiziani verso Israele (Salmo 105,25), i re empi verso i profeti (1Re 22,8), i malvagi verso i pii dei Salmi, gli stranieri verso l’unto di Jahvè (Salmi 18 e 21), verso Sion (Salmo 129), verso Gerusalemme (Is 60,15).

Il termine viene dal latino che significa guardare male, con ostilità, non poter sopportare la vista. L’invidia è un modo di “guardare storto”. Ma cos è l’invidia? Forse non ci siamo mai posti questa domanda, anche perché la cultura che va per la maggiore l’ha molte volte camuffata abilmente chiamandola in mille modi diversi e tutti comunemente accettati: competizione, concorrenza, autorealizzazione, ecc. L’invidia è quell’atteggiamento che mette l’uomo contro l’uomo e non sopporta la diversità se non è sinonimo di inferiorità.

La vita spirituale e la vita interiore

Che cos’è la vita spirituale? La vita spirituale non è una tecnica, un insieme di regole, o qualcosa che facciamo noi. Essa è ciò che lo Spirito Santo fa dentro di noi. Questo è il motivo per il quale, quando uno dice che deve recuperare la vita spirituale, è come se dicesse che deve rendersi consapevole di quello che gli sta accadendo, di come lo Spirito Santo lo sta lavorando interiormente. Il nostro contributo primario è quello di “accorgerci”.

Quando uno si prende del tempo per la propria vita spirituale, non deve passarlo a spremersi le meningi per cercare di tirar fuori qualche “genialata” sulla propria vita. In realtà, quello è tempo che si prende per imparare a stare in silenzio e non semplicemente a stare zitti. È tempo di ascolto. Lo stare zitti e lo stare in silenzio sono due cose radicalmente diverse: uno può star zitto, tacere, ma essere con la mente e con il cuore altrove rispetto alla realtà che ha davanti. Così come uno può, invece, stare in silenzio perché sta ascoltando pienamente ciò che ha di fronte.

Questo capita quando si sta davanti a quello che si ama. Il silenzio è la piena cittadinanza del presente. Il silenzio non è un mero “taci!”, ma il fatto che abbiamo un urgentissimo bisogno personale di metterci in ascolto di qualcosa di diverso dai nostri pensieri ed emozioni. Ma se la vita spirituale è quello che lo Spirito fa dentro di noi, dobbiamo stare attenti a non confondere la vita spirituale con la vita interiore. Quest’ultima non è altro che tutto il nostro apparato emotivo, psicologico, affettivo, razionale, il nostro “mondo dentro”.

La vita interiore è la nostra capacità tutta umana di percepire la realtà nella sua profondità e non semplicemente nella sua estensione, nella sua superficialità. La vita interiore così intesa ce l’hanno tutti. La vita interiore è legata al nostro essere o non essere umani. È il minimo sindacale per dirsi umani per davvero. Non essere più avvezzi alla vita interiore ci rende così tremendamente superficiali e, per questo, tremendamente infelici e in molti casi depressi.

Un cristiano non può accontentarsi però di avere una semplice vita interiore, accontentarsi di questo minimo sindacale. Deve scavare più a fondo nella propria vita interiore, per trovare invece la vena dell’acqua della vita spirituale che gli scorre dentro e accorgersi, così, di quella vita che non dipende da lui, ma che in lui è presente: la vita dello Spirito. Darsi del tempo, darsi del “silenzio”, significa affinare la nostra capacità di accorgerci dei moti psicologici dentro di noi e saperli distinguere da quelli spirituali. Bisogna anche tener presente che a volte i moti psicologici si travestono da moti spirituali. È allora che il silenzio, l’attenzione, la vita di preghiera, la Parola soprattutto, sono come un vaglio che ci aiuta a capire cosa è e cosa non è spirituale. Per farci capire ciò che viene da Dio e ciò che viene invece semplicemente dalla nostra storia. Noi facciamo l’errore di continuare semplicemente a interpretarci e, così, ci ammaliamo di fatalismo («Se provo questo, allora Dio vuole dirmi questo…», «Se mi è successo questo, allora Dio vuole fare quest’altro…»). Dobbiamo imparare a intendere la vita di preghiera come partecipazione affettiva alla vita di Cristo.

Papa Francesco: un anno dedicato all’enciclica “Laudato sì”

Capitolo primo – Quello che sta accadendo alla nostra casa

Il capitolo assume le più recenti acquisizioni scientifiche in materia ambientale come modo per ascoltare il grido della creazione, «trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare» (19). Si affrontano così «vari aspetti dell’attuale crisi ecologica» (15).

I mutamenti climatici: «I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità» (25). Se «Il clima è un bene comune, di tutti e per tutti» (23), l’impatto più pesante della sua alterazione ricade sui più poveri, ma molti «che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi» (26): «la mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile» (25).

La questione dell’acqua: il Pontefice afferma a chiare lettere che «l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani». Privare i poveri dell’accesso all’acqua significa negare «il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità» (30).

La tutela della biodiversità: «Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre» (33). Non sono solo eventuali “risorse” sfruttabili, ma hanno un valore in sé stesse. In questa prospettiva «sono lodevoli e a volte ammirevoli gli sforzi di scienziati e tecnici che cercano di risolvere i problemi creati dall’essere umano», ma l’intervento umano, quando si pone a servizio della finanza e del consumismo, «fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia» (34).

Il debito ecologico: nel quadro di un’etica delle relazioni internazionali, l’Enciclica indica come esista «un vero “debito ecologico”» (51), soprattutto del Nord nei confronti del Sud del mondo. Di fronte ai mutamenti climatici vi sono «responsabilità diversificate» (52), e quelle dei Paesi sviluppati sono maggiori.

Nella consapevolezza delle profonde divergenze rispetto a queste problematiche, Papa Francesco si mostra profondamente colpito dalla «debolezza delle reazioni» di fronte ai drammi di tante persone e popolazioni. Nonostante non manchino esempi positivi (58), segnala «un certo intorpidimento e una spensierata irresponsabilità» (59). Mancano una cultura adeguata (53) e la disponibilità a cambiare stili di vita, produzione e consumo (59), mentre urge «creare un sistema normativo che […] assicuri la protezione degli ecosistemi» (53).

La geografia dei vizi: l’ira

 L’Ira è un vizio provocato dall’incapacità di padroneggiare alcuni aspetti del proprio carattere, che dovrebbero invece essere correttamente incanalati verso il bene. Come tale, essa non va confusa con la giusta indignazione nei confronti del male, che è un nobile sentimento attribuito nella Bibbia anche a Dio. Altra cosa è l’ira, che rivela ostilità e intolleranza verso la persona tendendo a colpirla o attraverso espressioni di violenza verbale, improntate a giudizi affrettati e offensivi, o attraverso gesti fuori misura, frutto cioè di esasperante e sproporzionate reazioni. L’ira è cieca.

1. Condanna dell’Ira

Dio condanna la reazione violenta dell’uomo che si adira contro un altro,

– sia egli geloso come Caino: “Il Signore non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto” (Gen 4,5);

– sia furioso come Esaù: “Fuggi finché l’ira di tuo fratello si sarà placata. Quando la collera di tuo fratello contro di te si sarà placata e si sarà dimenticato di quello che gli hai fatto, allora io manderò a prenderti di là” (Gen. 27,44ss.);

– o come Simeone e Levi: “ Simeone e Levi sono fratelli, strumenti di violenza sono i loro coltelli. Nel loro conciliabolo non entri l’anima mia, al loro convegno non si unisca il mio cuore, perché nella loro ira hanno ucciso gli uomini, e nella loro passione hanno mutilato i tori. Maledetta la loro ira, perché violenta, e la loro collera, perché crudele!” (Gen 49,5 ss.)

Gesù si è mostrato ancor più radicale, assimilando l’Ira al suo effetto abituale, l’omicidio: “Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio”  (Mt 5,22). Paolo la giudica incompatibile con la carità: “La carità non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto” (1Cor 13,5); è un male puro e semplice: “Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni”  (Col 3,8) da cui bisogna guardarsi, soprattutto a motivo della prossimità di Dio: “Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche” (1Tim 2,8).

2. L’Ira di Dio

È un fatto, Dio si adira. “Ecco il nome del Signore venire da lontano, ardente è la sua ira e gravoso il suo divampare” (Is 30,27). Il risultato di quest’ira è la morte con le sue ausiliarie: carestia, sconfitta o peste, tra cui David deve scegliere (2Sam 24,15ss); altrove sono le pi aghe (Num 17,11), la lebbra (Num 12,9ss), la morte (1Sam 6,19). Quest’ira si abbatte su tutti i colpevoli ostinati; in primo luogo su Israele, perché è più vicino al Dio Santo (Es 19; 32; Deut 1,34; Num 25,7-13), sia sulla comunità (2Re 23,26; Ger 21,5) che sugli individui; poi anche sulle nazioni (1Sam 6,9).

Gesù stesso scaccia con violenza i mercanti che hanno profanato il tempio. Nella manifestazione della sua Ira, Dio non si comporta come un uomo. L’uomo sperimenta sempre meglio che Dio non è un Dio dell’Ira, ma il Dio della misericordia (Es 34,6; Is 48,9; Salmo 103,8; Ger 3,12; Os 11,9). Punendo a suo tempo Dio manifesta all’uomo la portata educativa dei castighi causati dalla sua ira (Am 4,6-11).

San Pietro: il martirio

Nell’estate del 64 d.C. un terribile incendio scoppia nella città di  Roma, distruggendo gran parte dei suoi quartieri  e monumenti. Voci, vere o false non sappiamo, accusano l’imperatore Nerone di essere artefice del disastro. Per soffocare queste accuse, Nerone ordina che siano puniti i cristiani quali colpevoli dell’incendio e nemici del genere umano. Oppressi dalla persecuzione, sazi di sangue e lutti, i cristiani si raccolgono attorno al vecchio Pietro, che da quella “Babilonia” scrive un’epistola,  la Prima Lettera di Pietro, nella quale dà coraggio ai propri figli spirituali, il suo testamento dopo anni e anni di sofferenze: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione  della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare”.  Secondo un’antica tradizione, ricercato dalle guardie imperiali, Pietro riesce a fuggire ma lungo la via Appia incontra il Maestro, luminoso e magnifico, che, portando la croce sulle spalle alla domanda dell’apostolo: “Dove vai, Signore?” risponde: “Torno a Roma per essere crocifisso un’altra volta”.  Il messaggio è chiaro: attraverso Pietro, Gesù tornerà a sacrificarsi per la sua Chiesa. L’apostolo non osa ribadire, torna solennemente a Roma; arrestato, viene  condotto nel carcere Mamertino (oggi Chiesa di s. Pietro in Carcere) nella stessa cella dell’amico e compagno, Paolo di Tarso. L’ora dei due apostoli scocca, secondo fonti antiche, il 29 giugno di un anno imprecisato, fra il 64 e il 67 d.C. I due vengono condotti l’uno preso il circo di Nerone nelle vicinanze del colle Vaticano, l’altro presso la zona delle Acquae Salviae, Pietro condannato alla crocifissione, Paolo essendo cittadino romano, alla decapitazione. Prima di  essere inchiodato al legno della croce, l’apostolo ha un ultimo desiderio: essere crocifisso a testa in giù poiché non degno di morire come il Maestro.

San Pietro: la guida della Chiesa

Rinvigorito nell’animo, Pietro, a seguito dell’ascensione al cielo del Maestro, prende in pugno la situazione e raduna attorno al gruppo apostolico la comunità di discepoli che avevano seguito Gesù durante i tre anni di vita pubblica. Cinquanta giorni dopo la Pasqua si ritrova a Gerusalemme con gli apostoli, le donne e Maria, la madre di Gesù divenuta ora Madre premurosa della prima comunità cristiana. Sono immersi nella preghiera, celebrando il giorno della Pentecoste, quando un forte vento li investe e lingue di fuoco si posano sui capi di ciascuno: è lo Spirito Santo, il Consolatore promesso dal Maestro nel cenacolo.

È proprio questo Consolatore, che infuoca i loro cuori, spinge i dodici apostoli ad uscir fuori e a gridare al mondo intero “Gesù di Nazareth, che voi avete inchiodato e ucciso, Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte”. È proprio Pietro il primo a parlare. Tutto ciò è accompagnato da un prodigio che ha dell’incredibile: il popolo che ascolta il suo discorso è composto da uomini di varie etnie e diverse lingue; tutti però comprendono le parole dell’apostolo. Alcuni ipotizzano che i dodici siano ubriachi ma le loro calunnie non fanno breccia nella mente della gente, che accorre verso Pietro e chiede da lui il Battesimo: quel giorno nacquero alla fede circa tremila persone. Comincia a sorgere una prima comunità di credenti, tanti cuori uniti in un unico, intenso, battito, tanti occhi puntati verso la vita eterna. Da questa comunità fino ad oggi la Chiesa continua ad essere nel mondo l’annuncio del Vangelo e il segno della fede nel Cristo morto e risorto.

Una Messa in più

Dalla prossima domenica, la trasmissione della Messa in streaming sarà sospesa. Siamo arrivati a questa decisione perché, nonostante sia ancora il tempo della prudenza, abbiamo sperimentato una partecipazione alle celebrazioni molto attenta e adatta a garantire sicurezza. Il ringraziamento va a tutti coloro che hanno vinto il timore e hanno iniziato a frequentare di nuovo la nostra chiesa. L’affluenza si sta lentamente alzando e, così, per riuscire a dare a tutti la possibilità di partecipare alla Messa domenicale, dal prossimo 5 luglio, don Giuseppe presiederà una celebrazione aggiuntiva, alle 21 della domenica sera nello spazio del Mortorino. In particolare, proprio il 5 luglio, la Messa sarà dedicata alle famiglie che hanno avuto un lutto dovuto all’epidemia di coronavirus. Sarà una Messa di suffragio per tutti i defunti che non hanno potuto avere un funerale. In questa occasione, naturalmente, la precedenza all’ingresso sarà data a questi nuclei famigliari, invitati personalmente da don Giuseppe. Ricordiamo che restano in vigore tutte le misure di sicurezza già previste, cioè misurazione della temperatura, sanificazione delle mani e distanziamento sociale.