La testimonianza di tutti i cristiani e di ogni giorno (2)

Potremmo domandarci: Qual è la forma specifica della testimonianza, e più precisamente della testimonianza cristiana?
Ora, se a decidere la risposta generale è la coerenza – cioè il vissuto in sintonia con i valori ideali e con le esigenze morali delle persone e della comunità –, la risposta propria della testimonianza cristiana è la coerenza con la grazia e le responsabilità che ci vengono dall’incontro vivo e personale con Gesù Cristo morto e risorto, dall’obbedienza alla sua parola, dalla sequela del suo stile di vita, di missione e di destino. Non ci sono alternative! Solo con il nostro vissuto quotidiano possiamo confessare la nostra fede in Cristo
e rendergli testimonianza.
E perché non rilanciare una rinnovata e specifica “spiritualità della gioia cristiana”, l’unica capace di scuotere un mondo annoiato e distratto? Non c’è bisogno, a questo punto, di offrire una qualche riflessione sul rapporto tra la testimonianza e la speranza cristiana. Proprio il testimone – in specie il martire – costituisce l’incarnazione più radicale e il vertice supremo della speranza: per amore di Cristo, egli è pronto a donare nel sangue la propria vita.

Concludiamo queste brevi righe e semplici riflessioni, con una parola che non è mia, una testimonianza che orienta ulteriormente l’importanza della testimonianza cristiana.
Una parola che viene da lontano, dall’Oriente, da un vescovo martire dei primi tempi della Chiesa, da sant’Ignazio di Antiochia. Desidero che la sua voce risuoni nel nostro cuore e pronunci ancora una volta una parola d’estrema semplicità. E che, per dono di Dio, il cuore di ciascuno di noi ne sia toccato e profondamente rinnovato! Ascoltiamo:

«Quelli che fanno professione di appartenere a Cristo si riconosceranno dalle loro opere. Ora non si tratta di fare una professione di fede a parole, ma di perseverare nella pratica della fede sino alla fine. È meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza
esserlo» (Lettera agli Efesini).

La testimonianza di tutti i cristiani e di ogni giorno (1)

In questo tempo di Pasqua, in questo cammino dove la liturgia delle Messe feriali ci fa
leggere, come prima lettura, il Libro degli Atti degli Apostoli, cioè la vita delle prime
Comunità Cristiane, emerge, con maggior consapevolezza che tutti coloro che erano venuti alla Fede annunciavano con passione il Cristo risorto.
La testimonianza di Gesù Risorto, che è dono e compito di tutti i cristiani, non riguarda
solamente un passato, pur glorioso, ma è questione di ogni giorno, è questione di oggi.
La testimonianza cristiana è generata e sostenuta dalla fede in Gesù Cristo, il Crocifisso
Risorto e il Veniente. È la fede cristiana nella sua triplice e inscindibile dimensione di fede professata-celebrata-vissuta. È, dunque, la fede che sta in ascolto della Parola di Dio, che
celebra ed esperimenta l’incontro vivo e personale con Gesù Cristo nella sua Chiesa, che si fa “carne della propria carne” nel vissuto di ogni giorno. Così la testimonianza cristiana, per essere vera e autentica, ha assoluto bisogno della Parola e dei Sacramenti, dei quali proprio il vissuto del credente deve dirsi frutto, verifica, “compimento”.

Gesù risorto, speranza del mondo

Cristo è Risorto. Questa è la fede della Chiesa.
Questa è la speranza che illumina e sostiene la vita e la testimonianza di noi cristiani.
Parliamo non solo “di” speranza, ma anche e innanzitutto “con” speranza. È la speranza come “stile virtuoso” – come anima, clima interiore, spirito profondo – prima ancora che come contenuto.
La speranza come stile virtuoso è parte essenziale e integrante della vita cristiana. Certo, nessuno di noi può minimamente negare o attenuare l’esistenza dei tantissimi mali, drammi, pericoli crescenti e talvolta inediti dell’attuale momento storico – l’elenco non terminerebbe mai –, ma tutti, grazie alla presenza indefettibile di Cristo Signore e del suo Spirito nella storia d’ogni tempo, possiamo e dobbiamo riconoscere che la speranza non è solo un desiderio o un sogno o una promessa, non riguarda unicamente il domani, ma è una realtà molto concreta e attuale, che non abbandona mai la nostra terra: le persone, le famiglie, la comunità, l’umanità intera, soprattutto la Chiesa del Signore.
È nel segno della Pasqua di Cristo che abbiamo, anche quest’anno, celebrato insieme che siamo chiamati a vivere nell’orizzonte della speranza.
Chi ha occhi e cuore evangelici vede e gode del numero incalcolabile di semi e germi e frutti e opere concrete di speranza che sono in atto nei più diversi ambiti della Chiesa e nella nostra società. Ci sono tantissime persone che continuano a scrivere “il Vangelo della speranza” nelle realtà e nelle vicende più disagiate e sofferte della vita quotidiana.
Possiamo allora applicare qui quanto leggiamo nell’esortazione Christifideles laici: «Agli occhi illuminati dalla fede si spalanca uno scenario meraviglioso: quello di tantissimi laici, uomini e donne, che proprio nella vita e nelle attività d’ogni giorno, spesso inosservati o addirittura incompresi, sconosciuti ai grandi della terra ma guardati con amore dal Padre, sono gli operai instancabili che lavorano nella vigna del Signore, sono gli artefici umili e grandi – certo per la potenza della grazia di Dio – della crescita del regno di Dio nella storia».
Nel cammino pasquale, come comunità di credenti, siamo orientati alla Pentecoste (termine di questo cammino liturgico) per una rinnovata effusione dello Spirito santo che tutti ci coinvolge e ci sollecita all’ascolto della voce di Dio e del suo Spirito: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,7). Affrontiamo i giorni presenti con la forza della nostra testimonianza, con il nostro essere “testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”.

Uniti in Cristo

L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due.
Questa è l’immagine di Dio: l’amore, l’alleanza di Dio con noi è rappresentata in quell’alleanza fra l’uomo e la donna. E questo è molto bello! Siamo creati per amare, come riflesso di Dio e del suo amore.
E nell’unione coniugale l’uomo e la donna realizzano questa vocazione nel segno della reciprocità e della comunione di vita piena e definitiva. Quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del Matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore. Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. È davvero un disegno stupendo quello che è insito nel sacramento del Matrimonio! E si attua nella semplicità e anche nella fragilità della condizione umana. Sappiamo bene quante difficoltà e prove conosce la vita di due sposi…L’importante è mantenere vivo il legame con Dio, che è alla base del legame coniugale.
E il vero legame è sempre con il Signore. Quando la famiglia prega, il legame si mantiene.

Battezzati in Cristo

Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?
Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. Lo sappiamo: l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato (Romani 6, 3-6).

Nella prima tavola c’è la vicenda di Gesù; nella seconda si svolge, in parallelo, l’esperienza del cristiano. Ecco, allora, il sepolcro di pietra in cui viene calato il corpo morto del Crocifisso. Accanto ad esso Paolo tratteggia idealmente il sepolcro d’acqua in cui penetra “l’uomo vecchio”, cioè il “corpo del peccato”, ossia la nostra drammatica situazione di “schiavi del peccato”. Siamo anche noi “crocifissi”, e quindi votati alla morte, e su di noi scende la lastra tombale del giudizio divino.
Ritorniamo alla prima tavola: il sepolcro di Gesù, all’alba di Pasqua, viene scoperchiato e Cristo sfolgora nella luce della risurrezione, immerso nella “gloria del Padre”. Paolo, allora, nella seconda scena, quella che vede protagonista il battezzato, delinea un netto parallelo: anche il cristiano depone le spoglie della morte e si leva come creatura nuova, redenta, liberata dalla sindone mortuaria del peccato, pronta a «camminare in una vita nuova». Il Cristo pasquale è, dunque, immagine del cristiano battezzato.
Quando usciamo dal lavacro del fonte battesimale, siamo divenuti “figli adottivi” (è lo stesso Paolo a ricordarlo a più riprese nelle sue Lettere) e, quindi, partecipi della sua stessa luce gloriosa. La sintesi finale della nostra riflessione battesimale è tutta nelle parole che l’Apostolo scrive ai Romani: «Se siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione».

Perché è stata scelta la prima domenica dopo Pasqua?

La scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un suo profondo senso teologico: indica lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, cosa che ha notato anche suor Faustina: “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore”. Questo legame è sottolineato ulteriormente dalla novena che precede la festa e che inizia il Venerdì Santo.
Gesù ha spiegato la ragione per cui ha chiesto l’istituzione della festa: “Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione. Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre”.
La preparazione alla festa deve essere una novena, che consiste nella recita, cominciando dal Venerdì Santo, della coroncina alla Divina Misericordia.
Questa novena è stata desiderata da Gesù ed Egli ha detto a proposito di essa che “elargirà grazie di ogni genere”.

Dio di eterna misericordia

Giovanni Paolo II ha istituito la domenica in albis come la domenica della Divina misericordia nell’anno santo del 2000. L’esordio della Colletta del formulario dichiara la misericordia eterna come caratteristica peculiare di Dio. Viene da pensare che la comunità che elaborò questa preghiera (ambito gallicano del V-VI secolo) sentisse ancora gli echi della predicazione dei Padri della chiesa, che riconoscevano la misericordia come dono elargito ai fedeli. Possiamo immaginare
la misericordia come la messa in pratica della compassione. Due eminenti esempi sono il padre misericordioso (Lc 15, 11-32) e il buon samaritano (Lc 10, 25-37) tutte parabole che invitano il credente a fare propri i sentimenti di compassione di Dio e ad imitarlo nelle opere di misericordia.

Mio Signore e mio Dio (2)

I discepoli, nello stesso tempo, sono chiamati a compiere un itinerario per giungere alla fede pasquale. Tommaso, a questo proposito, è un simbolo eloquente. Non è stato facile per lui accettare quegli eventi drammatici che avevano tutto l’aspetto di una sconfitta definitiva. E ora che tutto sommato si è arreso all’evidenza dei fatti, non è nemmeno facile accogliere l’annuncio della risurrezione. Come spiegarsi questo tragitto paradossale di morte che conduce alla gloria? Ecco perché vuole vedere e toccare con mano. Ed è quello che Gesù gli offre di fare: «Metti il tuo dito… stendi la tua mano…». Il vangelo non dice se poi egli abbia veramente dato compimento al suo proposito. Ci mette, invece, con chiarezza, davanti alla sua professione di fede. In quelle parole – «Mio Signore e mio Dio!» – c’è infatti tutto il suo abbandono e la sua fiducia nel Crocifisso risorto. È come se le sue difese finalmente cadessero, assieme al suo bisogno di sapere, di spiegarsi, di vedere e di toccare, ed egli lasciasse spazio a questa presenza nuova, capace di trasformare la sua esistenza. In quelle parole non c’è l’affermazione di un fatto storico – “sei veramente risorto!” – ma l’inizio di una relazione nuova in cui si offre al Cristo la propria esistenza perché sia rigenerata e trasfigurata dal suo amore.

Mio Signore e mio Dio (1)

C’è un dono che attende i discepoli in quello stesso giorno di Pasqua, sconvolto dall’annuncio della risurrezione. Ed è proprio dalle mani ferite di Gesù, dal suo costato squarciato dalla lancia che essi ricevono la pace. Il passaggio attraverso la croce non è stato un incidente di percorso: il Risorto reca i segni della passione anche sul suo corpo glorioso. È lì, infatti, nell’esperienza drammatica della cattura, della condanna e della morte che si è rivelato il
suo amore in tutta la sua forza, capace di trasformare la nostra storia individuale e collettiva. Pace non può essere dunque sinonimo di calma, di assenza di conflitti, di salvaguardia
della propria incolumità. Questa pace è generata dal sacrificio di una vita, dall’offerta della propria esistenza. Non è, dunque, una pace a poco prezzo. Questa pace ha a che fare con la misericordia e la grazia che raggiungono i discepoli, con la fiducia sicura in colui che non li abbandonerà in nessun frangente della loro esistenza. Questa pace “mette in movimento”: diventa missione che spinge ad affrontare fatiche e difficoltà di ogni genere pur di portare dovunque il Vangelo

Quali sono le origini della festa?

Gesù, secondo le visioni avute da suor Faustina e annotate nel Diario, parlò per la prima volta del desiderio di istituire questa festa a suor Faustina a Płock nel 1931, quando le trasmetteva la sua volontà per quanto riguardava il quadro: “Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia”. Negli anni successivi Gesù è ritornato a fare questa richiesta addirittura in 14 apparizioni definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, il modo di prepararla e di celebrarla come pure le grazie ad essa legate.