Ci parlino i gesti di umiltà e di dono

Questa sera voglio lavarti i piedi, fratello. Non ri-bellarti, non schermirti, non tirarti indietro. Lascia che questo gesto abbia il suo spazio. Ne sono cer-to, è la vera rivoluzione da fare. Lascia, allora, che il gesto ci parli. Inginocchiato davanti a te mi passerà davanti l’umanità sofferente, in particolare i popoli estenuati che soffrono e lottano per il diritto a esi-stere. Questa sera gli occhi di ogni celebrante, an-che i miei, si riempiranno di lacrime e di luce; di gioia e di dolore; di speranza e di domande. Questa sera non permetteremo al male di sopraffarci. Non gli daremo tregua. Gli dichiareremo guerra. Una guerra combattuta senz’armi e senza requie. Con coraggio e abnegazione. Beati coloro che oggi, Giovedì santo, sapranno riposare sul petto di Gesù, sapranno mettersi in ascolto del battito del suo cuore, e delle sue parole. Gesù, dimmi, come ci vedi da lassù? Che stai pensando di questi tuoi figli ot-tusi, illogici, ribelli? Come fai a resistere davanti a tanta sofferenza, a tanta ignavia, a tante sarcasti-che menzogne? Perché ti copri il volto? Perché ti fai sordo al pianto e alle preghiere dei piccoli e dei giusti? Ai traumi e alle grida soffocate dei bambini? Eppure, anche questa sera, ci inviti a cena: «Man-giate! Questo è il mio corpo. Bevete! Questo è il mio sangue», continui a ripeterci. «Accogliete l’invito, rimanete nel mio amore, non allontanatevi, non lasciatevi ingannare dal re della menzogna. Anche se ancora non capite, fidatevi. Dopo, tutto sarà chiaro». Il sangue. Quanto sangue ancora que-sta terra dovrà bere? Fino ad allagarsi? Quante vite innocenti dovranno ancora pagare un prezzo atro-ce per i folli deliri di onnipotenza, le bramosie di denaro e di successi altrui? Caino si chiamava chi uccise per la prima volta, ma la voce di quel sangue ancora non si è spenta. Abele ancora piange, anco-ra geme. Fino alla fine dei tempi, dunque, dovrà tormentarsi Abele? Fino alla fine dei tempi, Caino, s’inebrierà di sangue come se fosse mosto? Questa sera, nel calice, insieme al vino da consacrare, ver-seremo, addolorati e stanchi, il sangue dei nostri fratelli e sorelle vittime innocenti degli egoismi personali, nazionali, di religione o di razza che pro-prio non vogliono finire. Questa sera, non potendo essere nei luoghi martoriati dalle bombe e dalla cattiveria umana, ci ritroveremo tutti nel Cenacolo. Con Cristo, per Cristo e in Cristo. Sulla vetta più al-ta del più alto monte, celebreremo, insieme, la Messa sul mondo.
Per noi, per i tormentati dalla guerra, vivi e morti – ovunque si trovino – e per i loro tormentatori, chiunque essi siano. Il sangue versato dai giusti non andrà perduto. No, non vogliamo indagare sul come e sul perché, ci basta sapere che – nonostante tutto – nemmeno un gemito di quelle donne avvili-te e violentate, di quei bambini privati della vita dalla viltà animalesca di violentatori, e che nem-meno una lacrima, una ferita che non vuole e non può guarire, dei vecchi e degli ammalati andrà sprecata. Se così non fosse, se in modo misterioso ma terribilmente vero, tu, Signore, non raccogliessi i nostri tormenti, i nostri dolori, le nostre angosce, in preziosissimi otri che sfideranno i secoli, davve-ro non varrebbe la pena nascere. Lasciaci riposare accanto a te. Vogliamo saziarci di Pane, ubriacarci di vino anche per chi non può partecipare alla Messa del Giovedì santo. Desideriamo lavare, asciugare, baciare i piedi dei nostri fratelli. Non per ripetere un rito suggestivo, ma per dire a noi stessi e al mondo che ti prendiamo sul serio. Che l’unica strada da percorrere è quella del servizio. Come sa-rebbe, oggi, Signore, questa nostra terra se ti avessimo ascoltato? Quale fantastico paradiso avremmo costruito in questi anni? Ce lo hai ripetu-to tante volte: solo nel servire si nascondono la gioia e il futuro dell’intera umanità. Un servizio che scaturisce dall’amore. Amore a te, Creatore e Si-gnore del cielo e della terra. E a coloro che tu im-mensamente ami e ci chiedi di amare: gli uomini, le donne, i bambini usciti dalla tua volontà, dalle tue mani, dal tuo cuore.

Venerdì Santo: Passione del Signore

Oggi è un giorno particolare: in questa giornata si ricorda con profondo dolore la morte di Cristo sulla croce. Contemplando Cristo Crocifisso oggi esprimiamo una sola parola: «Grazie». Mi sembra di percepire questo Venerdì come il giorno in cui Dio sceso in terra ha mostrato a tutti quanto amasse l’uomo, tanto da soffrire e in silenzio morire, come un ladro, un reietto. È un atto d’Amore che mi ha colpito e che forse in quanto umano non capirò mai completamente, ma che sento, in un certo senso, come
contagioso. Un Amore, mi viene da pensare, scandaloso, perché non è accompagnato dalla logica del “Do ut des” (io do affinché tu dia), un Amore infinito e smisurato che ha portato Gesù a spendersi completamente per ognuno di noi, e quindi anche per me. Un Amore che nonostante tutto, nonostante le pene che stavano nel mezzo del percorso, non è diminuito, anzi è stato puro e limpido fino alla fine, tanto da portare Gesù a perdonare dalla croce i suoi persecutori, pregando per loro. Penso al ladrone buono: è accanto a Gesù e lo osserva; lui, che durante la sua vita ha fatto tutto il contrario di ciò che dicevano i Comandamenti, alla fine della sua vita prova dolore, accomunato ad un uomo giusto come Gesù che sta facendo la sua stessa fine.
E nell’osservare tutto questo, il ladro capisce veramente cos’è l’Amore; l’Amore che ha portato Gesù ad accettare quelle pene per noi e che non è cambiato nemmeno dopo tutti gli orrori subiti.
Cristo passando per la croce ha dimostrato come quell’Amore fosse capace di vincere anche la morte, che era forse l’unico limite dell’uomo fino a quel momento.
Inoltre, sapere che Gesù ha sperimentato tutte le prove che l’umanità vive quotidianamente, è un motivo in più per non sentirmi solo e abbandonato a me stesso, in quei momenti in cui mi sento più debole del solito, più vulnerabile perché affronto le mie debolezze.
Se al Giovedì Santo, nel gesto della Lavanda dei piedi, riflettevo su quei miei difetti che Gesù lava, ecco che quello stesso Signore è pronto a prendere sulle spalle quelle fragilità. Proprio per aver affrontato la sua Passione, mi dà la forza di prendere la mia croce ogni giorno, e soprattutto mi accompagna nel cammino. Esattamente come appare nel “Simone di Cirene” di Sieger Koder: l’immagine è singolare perché il peso è equamente diviso dai due, i quali nel contempo si abbracciano, si percepisce una collaborazione fraterna. Credo che sia questo l’esempio a cui devo aspirare, ovvero lasciarmi aiutare da Gesù nel portare, sopportare e infine amare le mie fatiche, non dimenticandomi di abbracciarlo e sentirlo vicino per superare ogni momento difficile, perché so che dopo ogni morte c’è una rinascita, o meglio: una Resurrezione.

Giovedì Santo: Cena del Signore

La sera del Giovedì Santo che apre il Triduo Pasquale, Gesù vuole passare le ultime ore della sua vita assieme ai suoi amici e le vuole trascorrere in una modalità del tutto speciale, donando sé stesso completamente: nel gesto della Lavanda dei piedi, nell’istituzione dell’Eucarestia e del Sacerdozio.
La frase “Li amò fino alla fine” ci fa pensare a come l’amore di Gesù non sia un amore comune: è amore anche quando non conviene, è amore quando tutti scappano via, è amore nonostante tutto. Quella frase non è ricolta solo ai suoi Apostoli, ma a tutti gli uomini di tutti i tempi, dunque anche a me. Per dimostrarmi questo, Gesù inizia ad amarmi dalla parte più sconveniente di me. Egli non inizia ad amare dai miei pregi, dai miei talenti, dalle mie capacità, ma parte dalle mie zone d’ombra; ama a partire da ciò che non conviene di me, parte dal lavarmi i piedi, ovvero i difetti di cui io mi vergogno tantissimo! Come reagisco davanti a questo amore?
Io che mi sento sempre piccolo e inadeguato. Se fossi stato anche io là, nel Cenacolo, sarei riuscito a guardarlo mentre compiva quel gesto? Probabilmente per la mia inadeguatezza anche io avrei fatto come Pietro! Eppure lui, il Maestro e Signore, il più importante di tutti, lava i piedi ai suoi discepoli proprio per farmi capire fin dove arriva il suo amore e per insegnarmi che dobbiamo volerci bene e metterci al servizio gli uni degli altri. Come posso essere umile e donarmi, come ha fatto lui, con i miei amici, con le persone, nella mia quotidianità? Non sempre sono in grado di accettare e amare i loro difetti e avere con loro la pazienza che il Signore ha con me! 
Forse alla fine il vero segreto sta nel prendersi cura degli altri mettendosi al loro servizio con umiltà e costanza come ha fatto Gesù sia con la Lavanda dei piedi sia con il regalo di donarsi a noi in ogni Eucarestia, attraverso i Sacerdoti.

Contempliamo il crocifisso

È lo stupore a dominare la celebrazione di oggi, di pari passo con il dolore.
Un’emozione tanto ricercata quanto vilipesa: nulla più stupisce oggi, eppure vogliamo essere stupiti per essere interessati. La mancanza di stupore è mancanza di aspettative, di idee, di progetti disponibili a farsi cambiare in modo inaspettato e repentino. Vogliamo la novità, ma solo nei tempi e nei modi che ci fanno più comodo. Essere stupiti è un po’ come essere traditi: le cose non vanno come previsto e siamo costretti, dolorosamente, a rivedere le nostre speranze. È doloroso, quindi preferiamo non sperare. La croce è come una lama piantata nell’apatia dell’animo umano: una contraddizione incredibile, che ci spoglia delle maschere e delle ipocrisie, anche di quelle più pie e sante, e ci mette di fronte al dolore di fare i conti con la vita.

Oggi la liturgia ci invita a contemplare il Cristo in croce, a stare in silenzio davanti a lui, lasciandoci accompagnare dal racconto della Passione secondo Giovanni. Lì troviamo una domanda, che del resto percorre tutto il vangelo: chi è Gesù? È proprio la croce, paradossalmente, a svelarlo, perché quella è «l’ora» in cui tutto viene manifestato. Viene manifestato Gesù. La sua divinità appare proprio nella debolezza, nella fragilità, là dove mai e poi mai avremmo creduto di trovare Dio. Facciamo fatica a riconoscerlo nel volto sfigurato del Cristo. Abituati a considerare Dio come colui che sfugge alle insidie e riporta sempre la vittoria, ci troviamo in difficoltà davanti alla condanna e alle umiliazioni a cui viene sottoposto Gesù, alla sconfitta che subisce sotto gli occhi di tutti. È la sua morte, per amore, che risulta fondamentale per cogliere la sua identità. Il Messia disarmato e flagellato, condannato e messo a morte, emana una forza interiore a cui non si può resistere. È la forza dell’amore, che non si dà per vinto, neanche di fronte al rifiuto, all’ingratitudine, alla cattiveria. Ed è insieme la forza della verità, che trionfa sulle oscure forze del male. Viene manifestato anche il volto di Dio, il Padre. Non è affatto il Dio che esige il sacrificio, ma il Dio che offre il proprio Figlio. E «soffre» accanto a lui sulla croce. Non è il Dio che piega gli altri al suo volere, ma colui che propone un progetto di amore attraverso la croce del Figlio. Non è il Dio che resta lontano dalle vicende umane, ma il Dio che pianta la sua tenda nella nostra storia e corre tutti i rischi che questo comporta. Viene manifestata anche la nostra identità. Ai piedi della croce ci scopriamo destinatari di questo amore tanto smisurato da essere sconvolgente. Ai piedi della croce riceviamo il dono che Cristo ci fa della sua vita. Ci lasciamo dunque bagnare dall’acqua e dal sangue che escono dal suo costato aperto, ci lasciamo rigenerare dal battesimo e dall’eucaristia, dalla grazia “a caro prezzo”, dal sacrificio che cambia la storia. È proprio dalla croce, strumento di condanna e di morte, che ci giunge la vita. Quel legno, irrorato dal sudore dell’agonia, dal sangue che esce da un corpo martoriato, diventa l’albero della vita a cui tutti ci rivolgiamo per ricevere misericordia e salvezza. Da quel legno, issato sulla collina del Calvario, scende a noi la grazia di Dio, come un dono immeritato, il dono di una vita, spezzata per amore.

I gesti di quella sera

Il cammino quaresimale ci ha portati al suo culmine: la scelta libera e responsabile di accogliere la vita di Cristo e di donarla a nostra volta. Gesù consegna ai suoi discepoli, quindi anche a noi, il gesto memoriale di questa scelta, ovvero la celebrazione della sua morte e risurrezione nei segni del pane e del vino. L’eucaristia celebra il dono della vita, ricevuto e dato: un fatto senza tempo, in quanto senso profondo della vita stessa, segno della nostra somiglianza con Dio.
Saremo giudicati su questo: non se avremo fatto cose buone o cattive, ma se avremo concluso la nostra vita ringraziando per essa e donandola per amore degli altri. Nel rito del pane e del vino la barriera tra sacro e profano cade: la vita diventa liturgia, cioè azione di grazie e offerta a Dio; la liturgia diventa vita, cioè esperienza di fraternità concreta.

È strano: di quella sera, in cui Gesù celebra la Cena della Pasqua antica prima di affrontare la sua Pasqua di morte e risurrezione, gli evangelisti ricordano due gesti diversi. Non tutti e due, ma o l’uno o l’altro.
Matteo, Marco e Luca ricordano il pane spezzato e il calice del vino offerto ai commensali; Giovanni la lavanda dei piedi. A entrambi i gesti è legato un comando esplicito di Gesù, perché i discepoli li ripetano.
In effetti in quelle azioni c’è tutto Gesù, la sua vita e la sua morte, la sua Passione e la sua risurrezione. Solo attraverso quei gesti possiamo comprendere e accogliere il suo dono. C’è un pane sulla tavola, ma non è un pane qualunque. È la stessa vita di Gesù, quella vita che è stata interamente offerta. Gesù ha regalato tutto: il suo tempo e le sue energie, la sua misericordia e la sua compassione, la sua lotta contro il male e contro ogni ipocrisia, la sua difesa dei piccoli e degli abbandonati. C’è del vino sulla tavola, ma non è un vino qualsiasi. Ha il colore del sangue, quel sangue versato dalla croce, per un’alleanza nuova ed eterna, un’alleanza che nulla avrebbe potuto più infrangere e mettere in pericolo. Ha il colore caldo dell’amore, che si sacrifica fino in fondo. Chi può sedersi a questa tavola, chi può mangiare questo pane e bere questo vino? Solo chi ammette di essere un povero, solo chi dichiara la sua fame e la sua sete, solo chi viene con il suo desiderio di entrare in comunione con lui e di essere trasformato. Ci sono un catino e una brocca, un grembiule e un asciugatoio. Gesù vuole lavarci i piedi per liberarci da ogni male, da ogni cattiveria presente nel nostro cuore. Gesù accetta di chinarsi, di inginocchiarsi davanti a noi, di diventare nostro servo, pur di farci entrare in un’esistenza nuova.
Dobbiamo allora abbandonarci al suo amore con la stessa fiducia di un bambino.
Solo così potremo entrare nel suo Regno, dopo essere stati interamente lavati dalla sua misericordia smisurata.
La celebrazione si conclude con la processione con il Santissimo Sacramento fino alla Chiesina. Breve momento di Adorazione Comunitaria e spazio per la preghiera silenziosa e personale.

Per una vigorosa mitezza

Gesù nei vangeli non è immune al sentimento della rabbia: esprime la sua indignazione verso la fredda e spietata ipocrisia dei farisei, dei sacerdoti e degli anziani. I loro atteggiamenti sono così contrari a quelli di Gesù che egli non può fare a meno di fremere. L’ira diventa un vizio quando si decide di alimentarla, di assecondarla, sacrificando ad essa tutto il resto. Gesù non fa così. Il Figlio di Dio prova rabbia, che diventa tristezza per le meschinità interiori degli uomini: così, in modo totalmente mite e arrendevole, può assecondare la volontà del Padre che vede nel suo sacrificio la via per cambiare i cuori. È questa volontà divina di salvezza a orientare Gesù anche nella sua umanità: nel suo rapporto perfetto con Dio, avrebbe potuto ignorare tutto il resto, ma è proprio questo rapporto perfetto che gli impedisce di conservare per sé questo privilegio. Quanto le nostre azioni sono guidate da una simile volontà di salvezza? E quanto invece dall’orgoglio personale che cerca soddisfazione per ogni minima offesa? I conflitti di questi ultimi anni dovrebbero ricordarci quanto dolore e sofferenza inutili siamo in grado di provocarci a vicenda. Anche se magari non siamo direttamente coinvolti, quale primo, difficile passo potremmo fare verso la pace?

Il passaggio dal Sabato Santo alla Domenica di Resurrezione…

…non avviene attraverso una notte, ma attraverso una prolungata e anticipata aurora, attraverso la Veglia, madre di tutte le veglie. Riunita nell’oscurità alle ore 21.30 al Mortorino, l’assemblea cristiana, in misteriosa comunione con il cosmo intero, si pone quasi simbolicamente sulle soglie della storia della salvezza, partendo da lontano, dalla notte del caos primordiale, dall’oscura lontananza della morte per camminare verso la luce della Vita, che è il Cristo risorto. E non è un vuoto simbolismo. Sull’umanità di oggi incombe ancora la notte angosciosa dell’assenza di Dio, la notte del male, la notte della solitudine che è chiusura alla comunione. Tutto grida un’esigenza di luce.
E quanto esprime la liturgia della luce, che apre la Veglia. Mentre il cero viene solennemente collocato nel presbiterio, prorompe il canto dell’Exultet che celebra lo splendore del Cristo risorto, liberatore del genere umano dalle tenebre del peccato e della morte. Immersa nella luce nuova, l’assemblea ascolta le grandi tappe della storia di salvezza, facendo così memoria delle “meraviglie” che Dio ha operato in favore del suo popolo e di tutta l’umanità, fino al punto culminante: «Cristo risuscitato dai morti non muore più… Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù». 
Dal cuore dei fedeli erompe ormai, come un fiume di gioia, L’«Alleluia pasquale».

Venerdì Santo

La liturgia del Venerdì Santo ha un andamento grave; di ora in ora si fa più evidente e drammatico lo scontro tra la luce e le tenebre. Momento culminante di questa giornata è la Celebrazione della Passione alle ore 21.00 al Mortorino con la proclamazione – in forma dialogica – della Passione di Gesù secondo l’evangelista Giovanni. La comunità cristiana si riunisce idealmente sul Calvario per far proprio, attualizzandolo, il sacrificio della Croce, quel primo e unico sacrificio redentore che si rinnova ogni giorno, in tutto il mondo, nella celebrazione eucaristica.
Nella Chiesa il Venerdì Santo regna un clima di intensa gravità. Tutto è silenzio: silenzio del cuore, pieno di attenzione e di dolore davanti alla realtà della morte di Cristo sulla croce, morte di cui siamo tutti responsabili a motivo dei nostri peccati. Le campane sono mute, gli altari spogli, salvo il momento conclusivo della celebrazione in cui si fa la comunione eucaristica con le ostie consacrate nella Messa vespertina del Giovedì Santo.
È UN SILENZIO CHE SI PROTRAE E RICOLMA tutto il Sabato Santo, definito “giorno del sacro silenzio”. Qualcosa di enorme e tremendo è accaduto: la morte violenta del Giusto. Sbigottita, la terra tace davanti all’impenetrabile mistero. Ma è anche un silenzio di attesa vigilante, nella fede e nella speranza. Tutta l’attenzione è infatti rivolta a Colui che aveva predetto la sua risurrezione.

Giovedì Santo

Il colore liturgico bianco, che si sostituisce al viola, la presenza dei fiori e il canto del Gloria esprimono la letizia di un vero e proprio banchetto nuziale: con l’istituzione dell’Eucaristia, infatti, Cristo unisce per sempre se stesso alla Chiesa, sua sposa, con il vincolo di un amore indistruttibile. Siamo radunati per entrare in comunione di vita con il Signore e tra di noi, mangiando di quell’unico Pane e bevendo a quell’unico calice che il Cristo, nella notte in cui fu tradito, istituì quale nuova Alleanza tra Dio e gli uomini.
Il rito della lavanda dei piedi (bambini 4 elementare) – che avviene dopo la proclamazione del Vangelo – è una mirabile e commovente lezione pratica di umiltà, che ci mostra al vivo che cosa significhi “fare pasqua” con Gesù. La celebrazione si conclude con la processione con il Santissimo Sacramento fino alla Chiesina. Breve momento di Adorazione Comunitaria e spazio per la preghiera silenziosa e personale.

Mercoledì Santo

Le tenebre si fanno ancora più oscure il Mercoledì Santo, giorno in cui, nella pagina evangelica, ascoltiamo l’annunzio del tradimento di Gesù. Il brano si apre mettendo in luce quanto Giuda va maturando in segreto: il suo non è un tradimento causato dalla paura – come il rinnegamento di Pietro – ma premeditato e tenuto nascosto fino “all’occasione propizia”.
Gesù stesso, però, che conosce i cuori, svela la presenza di un traditore: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà», uno dei “suoi”, con i quali ha condiviso e confidato tutto. Un dolore inesprimibile afferra tutti i commensali. Profondamente turbati, i discepoli ad uno ad uno incominciano a domandargli: Sono forse io, Signore? Chi di noi potrebbe evitare di porsi questa drammatica domanda?