La vita spirituale e la vita interiore

Che cos’è la vita spirituale? La vita spirituale non è una tecnica, un insieme di regole, o qualcosa che facciamo noi. Essa è ciò che lo Spirito Santo fa dentro di noi. Questo è il motivo per il quale, quando uno dice che deve recuperare la vita spirituale, è come se dicesse che deve rendersi consapevole di quello che gli sta accadendo, di come lo Spirito Santo lo sta lavorando interiormente. Il nostro contributo primario è quello di “accorgerci”.

Quando uno si prende del tempo per la propria vita spirituale, non deve passarlo a spremersi le meningi per cercare di tirar fuori qualche “genialata” sulla propria vita. In realtà, quello è tempo che si prende per imparare a stare in silenzio e non semplicemente a stare zitti. È tempo di ascolto. Lo stare zitti e lo stare in silenzio sono due cose radicalmente diverse: uno può star zitto, tacere, ma essere con la mente e con il cuore altrove rispetto alla realtà che ha davanti. Così come uno può, invece, stare in silenzio perché sta ascoltando pienamente ciò che ha di fronte.

Questo capita quando si sta davanti a quello che si ama. Il silenzio è la piena cittadinanza del presente. Il silenzio non è un mero “taci!”, ma il fatto che abbiamo un urgentissimo bisogno personale di metterci in ascolto di qualcosa di diverso dai nostri pensieri ed emozioni. Ma se la vita spirituale è quello che lo Spirito fa dentro di noi, dobbiamo stare attenti a non confondere la vita spirituale con la vita interiore. Quest’ultima non è altro che tutto il nostro apparato emotivo, psicologico, affettivo, razionale, il nostro “mondo dentro”.

La vita interiore è la nostra capacità tutta umana di percepire la realtà nella sua profondità e non semplicemente nella sua estensione, nella sua superficialità. La vita interiore così intesa ce l’hanno tutti. La vita interiore è legata al nostro essere o non essere umani. È il minimo sindacale per dirsi umani per davvero. Non essere più avvezzi alla vita interiore ci rende così tremendamente superficiali e, per questo, tremendamente infelici e in molti casi depressi.

Un cristiano non può accontentarsi però di avere una semplice vita interiore, accontentarsi di questo minimo sindacale. Deve scavare più a fondo nella propria vita interiore, per trovare invece la vena dell’acqua della vita spirituale che gli scorre dentro e accorgersi, così, di quella vita che non dipende da lui, ma che in lui è presente: la vita dello Spirito. Darsi del tempo, darsi del “silenzio”, significa affinare la nostra capacità di accorgerci dei moti psicologici dentro di noi e saperli distinguere da quelli spirituali. Bisogna anche tener presente che a volte i moti psicologici si travestono da moti spirituali. È allora che il silenzio, l’attenzione, la vita di preghiera, la Parola soprattutto, sono come un vaglio che ci aiuta a capire cosa è e cosa non è spirituale. Per farci capire ciò che viene da Dio e ciò che viene invece semplicemente dalla nostra storia. Noi facciamo l’errore di continuare semplicemente a interpretarci e, così, ci ammaliamo di fatalismo («Se provo questo, allora Dio vuole dirmi questo…», «Se mi è successo questo, allora Dio vuole fare quest’altro…»). Dobbiamo imparare a intendere la vita di preghiera come partecipazione affettiva alla vita di Cristo.

La geografia dei vizi: l’invidia

 Origine diabolica: invidioso della felicità dell’uomo, il demonio lo ha preso in odio e ne ha provocato la morte (“Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono” – Sap 2,24). Fin dalle sue origini lontane, lo schema “invidia-odio-omicidio” si applica sempre nello stesso senso: l’empio odia il giusto e si comporta come suo nemico.

Così Caino verso Abele, Esaù verso Giacobbe, i figli di Giacobbe verso Giuseppe, gli Egiziani verso Israele (Salmo 105,25), i re empi verso i profeti (1Re 22,8), i malvagi verso i pii dei Salmi, gli stranieri verso l’unto di Jahvè (Salmi 18 e 21), verso Sion (Salmo 129), verso Gerusalemme (Is 60,15).

Il termine viene dal latino che significa guardare male, con ostilità, non poter sopportare la vista. L’invidia è un modo di “guardare storto”. Ma cos è l’invidia? Forse non ci siamo mai posti questa domanda, anche perché la cultura che va per la maggiore l’ha molte volte camuffata abilmente chiamandola in mille modi diversi e tutti comunemente accettati: competizione, concorrenza, autorealizzazione, ecc. L’invidia è quell’atteggiamento che mette l’uomo contro l’uomo e non sopporta la diversità se non è sinonimo di inferiorità.

Papa Francesco: un anno dedicato all’enciclica “Laudato sì”

Capitolo primo – Quello che sta accadendo alla nostra casa

Il capitolo assume le più recenti acquisizioni scientifiche in materia ambientale come modo per ascoltare il grido della creazione, «trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare» (19). Si affrontano così «vari aspetti dell’attuale crisi ecologica» (15).

I mutamenti climatici: «I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità» (25). Se «Il clima è un bene comune, di tutti e per tutti» (23), l’impatto più pesante della sua alterazione ricade sui più poveri, ma molti «che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi» (26): «la mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile» (25).

La questione dell’acqua: il Pontefice afferma a chiare lettere che «l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani». Privare i poveri dell’accesso all’acqua significa negare «il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità» (30).

La tutela della biodiversità: «Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre» (33). Non sono solo eventuali “risorse” sfruttabili, ma hanno un valore in sé stesse. In questa prospettiva «sono lodevoli e a volte ammirevoli gli sforzi di scienziati e tecnici che cercano di risolvere i problemi creati dall’essere umano», ma l’intervento umano, quando si pone a servizio della finanza e del consumismo, «fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia» (34).

Il debito ecologico: nel quadro di un’etica delle relazioni internazionali, l’Enciclica indica come esista «un vero “debito ecologico”» (51), soprattutto del Nord nei confronti del Sud del mondo. Di fronte ai mutamenti climatici vi sono «responsabilità diversificate» (52), e quelle dei Paesi sviluppati sono maggiori.

Nella consapevolezza delle profonde divergenze rispetto a queste problematiche, Papa Francesco si mostra profondamente colpito dalla «debolezza delle reazioni» di fronte ai drammi di tante persone e popolazioni. Nonostante non manchino esempi positivi (58), segnala «un certo intorpidimento e una spensierata irresponsabilità» (59). Mancano una cultura adeguata (53) e la disponibilità a cambiare stili di vita, produzione e consumo (59), mentre urge «creare un sistema normativo che […] assicuri la protezione degli ecosistemi» (53).

La geografia dei vizi: l’ira

 L’Ira è un vizio provocato dall’incapacità di padroneggiare alcuni aspetti del proprio carattere, che dovrebbero invece essere correttamente incanalati verso il bene. Come tale, essa non va confusa con la giusta indignazione nei confronti del male, che è un nobile sentimento attribuito nella Bibbia anche a Dio. Altra cosa è l’ira, che rivela ostilità e intolleranza verso la persona tendendo a colpirla o attraverso espressioni di violenza verbale, improntate a giudizi affrettati e offensivi, o attraverso gesti fuori misura, frutto cioè di esasperante e sproporzionate reazioni. L’ira è cieca.

1. Condanna dell’Ira

Dio condanna la reazione violenta dell’uomo che si adira contro un altro,

– sia egli geloso come Caino: “Il Signore non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto” (Gen 4,5);

– sia furioso come Esaù: “Fuggi finché l’ira di tuo fratello si sarà placata. Quando la collera di tuo fratello contro di te si sarà placata e si sarà dimenticato di quello che gli hai fatto, allora io manderò a prenderti di là” (Gen. 27,44ss.);

– o come Simeone e Levi: “ Simeone e Levi sono fratelli, strumenti di violenza sono i loro coltelli. Nel loro conciliabolo non entri l’anima mia, al loro convegno non si unisca il mio cuore, perché nella loro ira hanno ucciso gli uomini, e nella loro passione hanno mutilato i tori. Maledetta la loro ira, perché violenta, e la loro collera, perché crudele!” (Gen 49,5 ss.)

Gesù si è mostrato ancor più radicale, assimilando l’Ira al suo effetto abituale, l’omicidio: “Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio”  (Mt 5,22). Paolo la giudica incompatibile con la carità: “La carità non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto” (1Cor 13,5); è un male puro e semplice: “Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni”  (Col 3,8) da cui bisogna guardarsi, soprattutto a motivo della prossimità di Dio: “Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche” (1Tim 2,8).

2. L’Ira di Dio

È un fatto, Dio si adira. “Ecco il nome del Signore venire da lontano, ardente è la sua ira e gravoso il suo divampare” (Is 30,27). Il risultato di quest’ira è la morte con le sue ausiliarie: carestia, sconfitta o peste, tra cui David deve scegliere (2Sam 24,15ss); altrove sono le pi aghe (Num 17,11), la lebbra (Num 12,9ss), la morte (1Sam 6,19). Quest’ira si abbatte su tutti i colpevoli ostinati; in primo luogo su Israele, perché è più vicino al Dio Santo (Es 19; 32; Deut 1,34; Num 25,7-13), sia sulla comunità (2Re 23,26; Ger 21,5) che sugli individui; poi anche sulle nazioni (1Sam 6,9).

Gesù stesso scaccia con violenza i mercanti che hanno profanato il tempio. Nella manifestazione della sua Ira, Dio non si comporta come un uomo. L’uomo sperimenta sempre meglio che Dio non è un Dio dell’Ira, ma il Dio della misericordia (Es 34,6; Is 48,9; Salmo 103,8; Ger 3,12; Os 11,9). Punendo a suo tempo Dio manifesta all’uomo la portata educativa dei castighi causati dalla sua ira (Am 4,6-11).

Una Messa in più

Dalla prossima domenica, la trasmissione della Messa in streaming sarà sospesa. Siamo arrivati a questa decisione perché, nonostante sia ancora il tempo della prudenza, abbiamo sperimentato una partecipazione alle celebrazioni molto attenta e adatta a garantire sicurezza. Il ringraziamento va a tutti coloro che hanno vinto il timore e hanno iniziato a frequentare di nuovo la nostra chiesa. L’affluenza si sta lentamente alzando e, così, per riuscire a dare a tutti la possibilità di partecipare alla Messa domenicale, dal prossimo 5 luglio, don Giuseppe presiederà una celebrazione aggiuntiva, alle 21 della domenica sera nello spazio del Mortorino. In particolare, proprio il 5 luglio, la Messa sarà dedicata alle famiglie che hanno avuto un lutto dovuto all’epidemia di coronavirus. Sarà una Messa di suffragio per tutti i defunti che non hanno potuto avere un funerale. In questa occasione, naturalmente, la precedenza all’ingresso sarà data a questi nuclei famigliari, invitati personalmente da don Giuseppe. Ricordiamo che restano in vigore tutte le misure di sicurezza già previste, cioè misurazione della temperatura, sanificazione delle mani e distanziamento sociale. 

Il cuore pieno di Dio

Amo questa Chiesa che mette al suo vertice un peccatore perdonato: in essa c’è spazio per tutti, perché nessuno è tagliato fuori per sempre. Solo adesso, solo quando Pietro ha capito chi è il suo Salvatore, può ascoltare e comprendere quanto Gesù aveva detto agli altri all’inizio del Vangelo, e che Giovanni invece pone alla fine: Gesù gli chiede di seguirlo. Finché la mia fede non entra in contatto con la mia vita, con le mie scelte, e le rivoluziona tutte, finché non capisco che da solo non ce la faccio, non potrò mai seguire davvero Cristo.

Cristo vuole sradicarmi dalle mie certezze, vuole svuotarmi, come le giare di Cana, perché solo così potrà riempirmi con la sua Grazia. Finché penso di essere pieno, resto pieno di acqua, il vino nuovo e buono arriva solo in proporzione al mio coraggio di lasciarmi svuotare e riempire da Dio.

La fede e la colpa

Qualche tempo dopo la Pasqua, dopo aver trovato la tomba vuota, i discepoli tornano sul lago di Tiberiade, là dove tutto è iniziato. Una notte provano a pescare, ma le loro mani non hanno più dimestichezza con i movimenti, e gli sforzi durati tutta una notte sono inutili. Solo Gesù apparso nel frattempo sulla riva, indirizza i discepoli ad una pesca.

Giunti a terra, dopo la colazione ristoratrice, Gesù e Pietro possono parlare a quattr’occhi. Dopo mangiato si parla meglio: si è più sereni, si è disponibili alla confidenza. Gesù non ha più parlato con Pietro dalla notte del Giovedì Santo, quando cioè Pietro lo rinnegò tre volte davanti ad una serva. Gesù, discreto ed attento, non parla di quella sera, gli chiede solo se lo ama. È una domanda apparentemente semplice, ma che lascia la bocca amara quando viene ripetuta per tre volte. Quando compiamo un’azione cattiva contro qualcuno, ci aspettiamo rancore, vendetta, astio; solo se va bene indifferenza. Gesù invece va controcorrente: chiedendogli se lo ama, spinge Pietro a sbilanciarsi, lo porta un passo alla volta a dire le parole pesantissime: “Tu sai tutto, tu sai che ti amo”. In quel “Tu sai tutto” c’è in sintesi estrema la storia della sua fragilità, c’è l’ammissione della propria vicenda di uomo peccatore che non si nasconde come Adamo dietro ad un cespuglio, ma si mette così com’è davanti a Dio. Pietro non cerca scuse, non accusa la serva di quella sera, non chiama in causa gli altri discepoli, che se possibile sono ancora più fragili di lui. Ammette di essere solo sé stesso: ama come può, ama come riesce, con tutti i suoi limiti. Davanti alla richiesta di amore, la colpa viene per così dire neutralizzata, superata: non è ignorata, ma viene assorbita in un progetto di amore più grande che investe Pietro e lo rende proprio perché peccatore  segno visibile della Signoria di Dio. Se Pietro fosse stato perfetto e inossidabile e inattaccabile e immacolato, non avrebbe potuto né comprendere né guidare chi invece è imperfetto, arrugginito e sporco. La Chiesa non è l’elenco dei perfetti, ma è la fraternità dei peccatori perdonati e quindi capaci di speranza, non in sé stessi ma in Dio, l’unico Salvatore. Pietro invece, condotto per mano da Cristo che lo ha chiamato solo per educarlo con pazienza infinita un giorno alla volta,  comprende che la sua perfezione si chiama Cristo. Solo mettendosi davanti a Lui così com’è, senza cercare un’impossibile auto-salvezza o auto-perfezione, consente a Cristo di salvarlo dai suoi peccati.

La geografia dei vizi: l’avarizia

Col denaro il cristiano va guardingo, come su un campo minato.

Egli sa che l’avidità della ricchezza è idolatria. “Un uomo è ricco in proporzione alle cose delle quali riesce a fare a meno”: questo motto dello scrittore statunitense Henry David Thoreau potrebbe essere una bandiera per la vita quotidiana del cristiano comune.

Un altro autore americano, lo storico Gary Cross, ci ha spiegato ultimamente che “fare a meno” di una certa quantità di beni superflui è l’unica via  –  sociale e personale  –  per sottrarci al “ciclo consumistico perpetuo”, che ci induce a un superlavoro, il quale produce un superguadagno e un superconsumo che si inseguono e non si fermano e ci costringono a cedere “tutto il nostro tempo” in cambio di denaro che non abbiamo più la libertà di goderci. Secondo Cross non c’è altro metodo, per spezzare quella spirale, che “puntare sul tempo e non sul denaro”, scegliendo di “andare verso un’esistenza più frugale ma più libera”.

L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti” (1Tim. 6,10).

Lo sfrenato desiderio del guadagno produce oggi una pazzia diffusa: il doppio lavoro, la doppia casa, la doppia pensione non fanno dormire, non fanno amare, non permettono d’avere figli, infelicitano la vita. La moltiplicazione dei beni non porta a godere i giorni nella serenità, ma ad affrettarli nell’inseguimento di un miraggio che tende a farsi totale e tirannico. “Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dá a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi”. (Lc 6,27-35)

È curioso come il precetto evangelico del prestito a rischio, o in perdita, non sia entrato affatto nella coscienza cristiana comune! Eppure nelle parole di Gesù esso è intrecciato al comandamento dell’altra guancia e dell’amore dei nemici, che sono ancora più esigenti e che invece sono entrati nel linguaggio di ogni giorno. Anche l’arte del regalo va coltivata. La dispendiosità cui si è arrivati è nemica di ogni sobrietà, addirittura del buon gusto. Ciò cui dobbiamo porre attenzione è il valore simbolico del dono, la sua reale destinazione d’uso, la parola d’amore che dice o non dice. Gli antichi dicevano che l’avarizia è una madre prolifica e le attribuiscono delle figlie.

a] La durezza di cuore. Il danaro è troppo prezioso per essere dilapidato tra mendicanti e questuanti o per essere sciupato per seguire sentimenti di pietà. Ognuno per sé e Dio per tutti.

b] L’eccessiva inquietudine nel procurarselo e nel custodirlo. L’avaro non dorme, non riposa, non si prende uno svago, teme sempre che sopravvenga qualcosa che gli impedisce di giungere a possedere il bene agognato. L’inquietudine per il denaro toglie la pace.

c] La violenza nel procurarselo e nel difenderlo. Il danaro è un padrone esigente: chiede tutto, anche la vita. Per amore del denaro non si fugge di fronte a qualunque crimine. Si diventa anche omicidi, parricidi, fratricidi.

 d] La menzogna e lo spergiuro. Si può tradire la verità e la parola data. Tanto queste sono parole, e le parole volano, mentre le ricchezze restano.

e] La frode e il tradimento. Non c’è dignità, amicizia che tenga. Non è bello ricorrere all’inganno e tradire l’amico: ma le ricchezze ricompensano ampiamente anche questi sforzi e queste sofferenze.

L’avarizia si esprime in due modi:

I. Come peccato contro il prossimo: amore di possesso. Desiderio di accumulare e possedere ricchezze. Colui che vive per accumulare e conservare denaro, senza mai goderselo, o meglio facendo del possesso il suo godimento. In questo caso l’avaro pecca direttamente contro il prossimo. Se un uomo ne possiede in eccedenza, gli altri ne verranno a  mancare. Il cristiano dice sì al risparmio che garantisca una vita sobria, senza la necessità  di moltiplicare gli impegni di lavoro; ma dice no all’accumulazione del denaro per l’arricchimento. La forma più sofisticata e recente dell’avarizia è quella del risparmiatore creativo, che acquista i fondi di investimento e studia contratti personalizzati con le banche e compra e vende azioni secondo il mercato. Egli non vive il suo tempo nella gratitudine per la vita e i beni ricevuti, ma nell’ansia di moltiplicarli. Non conosce il  tempo lento dell’amore. Specula l’andamento della borsa e non scruta i segni dei tempi. “Chi ama il denaro, mai di denaro è sazio e chi ama la ricchezza non ne ha che basti: anche questa è un’illusione” (Qoelet 5,9).

II. Come peccato contro se stessi: amore di desiderio. C’è un’altra forma di avarizia, con un altro disordine morale, ed è l’avarizia che si esprime nella cupidigia interiore, che si può avere verso le ricchezze in quanto le ricchezze sono oggetto di amore, di desiderio o di piacere disordinato. In questo senso l’avaro pecca contro se stesso: si chiude nel cerchio ristretto dei beni materiali, con la conseguenza di rendersi sensibile e indisponibile per i beni spirituali. Lo dice Gesù nella parabola del Seminatore: “La preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto” (Mt 13,22).

Papa Francesco: un anno dedicato all’enciclica “Laudato sì”

Una mappa per una prima lettura dell’Enciclica

Papa Francesco si rivolge certo ai fedeli cattolici, riprendendo le parole di san Giovanni Paolo II: «i cristiani, in particolare, avvertono che i loro compiti all’interno del creato, i loro doveri nei confronti della natura e del Creatore sono parte della loro fede», ma si propone «specialmente di entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune»: il dialogo percorre tutto il testo, e nel cap. 5 diventa lo strumento per affrontare e risolvere i problemi. Fin dall’inizio Papa Francesco ricorda che anche «altre Chiese e Comunità cristiane – come pure altre religioni – hanno sviluppato una profonda preoccupazione e una preziosa riflessione» sul tema dell’ecologia. Anzi, ne assume esplicitamente il contributo, a partire da quello del «caro Patriarca Ecumenico Bartolomeo», ampiamente citato ai nn. 8-9. A più riprese, poi, il Pontefice ringrazia i protagonisti di questo impegno – tanto singoli quanto associazioni o istituzioni -, riconoscendo che «la riflessione di innumerevoli scienziati, filosofi, teologi e organizzazioni sociali [ha] arricchito il pensiero della Chiesa su tali questioni» e invita tutti a riconoscere «la ricchezza che le religioni possono offrire per un’ecologia integrale e per il pieno sviluppo del genere umano» .

L’itinerario dell’Enciclica è tracciato nel n. 15 e si snoda in sei capitoli. Si passa da un ascolto della situazione a partire dalle migliori acquisizioni scientifiche oggi disponibili (cap. 1), al confronto con la Bibbia e la tradizione giudeo-cristiana (cap. 2), individuando la radice dei problemi (cap. 3) nella tecnocrazia e in un eccessivo ripiegamento autoreferenziale dell’essere umano. La proposta dell’Enciclica (cap. 4) è quella di una «ecologia integrale, che comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali» (137), inscindibilmente legate con la questione ambientale. In questa prospettiva, Papa Francesco propone (cap. 5) di avviare a ogni livello della vita sociale, economica e politica un dialogo onesto, che strutturi processi decisionali trasparenti, e ricorda (cap. 6) che nessun progetto può essere efficace se non è animato da una coscienza formata e responsabile, suggerendo spunti per crescere in questa direzione a livello educativo, spirituale, ecclesiale, politico e teologico.

Il testo termina con due preghiere, una offerta alla condivisione con tutti coloro che credono in «un Dio creatore onnipotente» (246), e l’altra proposta a coloro che professano la fede in Gesù Cristo, ritmata dal ritornello «Laudato si’», con cui l’Enciclica si apre e si chiude. Il testo è attraversato da alcuni assi tematici, affrontati da una varietà di prospettive diverse, che gli conferiscono una forte unitarietà: «l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita».

Preghiera per la nostra terra

Dio onnipotente, che sei presente in tutto l’universo e nella più piccola delle tue creature, Tu che circondi con la tua tenerezza tutto quanto esiste, riversa in noi la forza del tuo amore affinché ci prendiamo cura della vita e della bellezza. Inondaci di pace, perché viviamo come fratelli e sorelle nuocere a nessuno. O Dio senza dei poveri, aiutaci a riscattare gli abbandonati e i dimenticati di questa terra che tanto valgono ai tuoi occhi. Risana la nostra vita, affinché proteggiamo il mondo e non lo deprediamo, affinché seminiamo bellezza e non inquinamento e distruzione. Tocca i cuori di quanti cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra. Insegnaci a scoprire il valore di ogni cosa, a contemplare con stupore, a riconoscere che siamo profondamente uniti con tutte le creature nel nostro cammino verso la tua luce infinita. Grazie perché sei con noi tutti i giorni. Sostienici, per favore, nella nostra lotta per la giustizia, l’amore e la pace.