Gesù Cristo Re dell’Universo (3)

“Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte… Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini”.

Nel Vangelo lucano proclamato nella solennità di Cristo Re dell’universo in questo anno liturgico troviamo quattro parole pronunciate verso Gesù: dai capi (v. 35), dai soldati (v. 36-37) e dai due malfattori crocifissi accanto a Gesù (v. 39-42).
Queste quattro parole hanno in comune, sia pur con sfumature diverse, la sfida rivolta a Gesù: dimostra chi sei (il Cristo, il re…), salva te stesso, scendi dalla croce… Le parole dei capi, dei soldati e di uno dei malfattori sono ingiuriose, sprezzanti, senza pietà, mostrano una totale incomprensione e stravolgimento della identità di Cristo.
La scritta sopra il capo di Gesù parla da sola: “Questi è il Re dei Giudei” (v. 38).
Dice tutto di quella condanna. Ma come decifrarla? Chi la capisce nella sua verità? Per i capi religiosi e politici sono parole da burla; ma per Dio e per il cristiano sono parole vere, che centrano in pieno l’identità di quello strano condannato. Quella lapide è una sfida che attraversa i secoli: o la si accetta o la si rifiuta. Con alterne conseguenze! “Il popolo stava a vedere” (v. 35): muto e perplesso, fra curiosità e impotenza, non capiva cosa stava succedendo, non sapeva cosa fare… Poco dopo, però, quando lo spettacolo si concluse in orrenda tragedia, quelle folle “se ne tornavano percuotendosi il petto” (v. 48). È possibile cogliere il significato di quella morte dalle parole del secondo dei malfattori, il famoso ‘buon ladrone’, l’unico che riconosce il senso di quella scritta e l’identità di Gesù. Non gli chiede una clamorosa liberazione, ma solo di stare accanto a Lui nell’ultima fase della vita: “Ricordati di me…” (v. 42). Richiesta subito esaudita: “Oggi sarai con me nel paradiso” (v. 43). È la prima sentenza del nuovo Re! Gesù ha solo parole di salvezza piena: oggi, in paradiso! Il silenzio di Gesù, il suo gesto di perdono, le poche parole (con il Padre, la madre, gli amici…) svelano il mistero di un re splendido e potente, ma che finisce su una croce. La sua è una regalità atipica, nuova: ha mandato in tilt Erode, Pilato, Tiberio, i capi, il popolo… Una regalità difficile da comprendere e ancor più da accettare. Una regalità spesso incompresa e travisata!  Ma per chi l’accetta, è regalità vera, che dà senso pieno alla vita.

Gesù Cristo Re dell’Universo (2)

“Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte… Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini”.

“Gesù parla di un regno capovolto, dove l’ultimo diventa il primo e dove chi regna non comanda ma serve. La croce su cui Gesù muore è la sintesi di un cammino regale fuori dai luoghi comuni.
È il compimento di un modo di regnare/servire che Gesù ha vissuto nel quotidiano”.
E ha inaugurato per noi. La chiave del mistero di quella morte sta nella risposta alle domande ‘logiche’ di tutti: Perché non scendi dalla croce? Perché non chiarisci tutto facendo il miracolo? Ne hai fatti tanti di strepitosi, per gli altri… Se tu scendessi dalla croce, tutti ti crederebbero… Ma noi possiamo chiederci: in che cosa crederebbero? “Nel Dio forte e potente, nel Dio che sconfigge e umilia i nemici, che risponde colpo su colpo alle provocazioni degli empi, che incute timore e rispetto, che non scherza… Ma questo non è il Dio di Gesù. Se scendesse dalla croce, svuoterebbe il suo messaggio anteriore, tradirebbe la sua missione: avallerebbe l’idea falsa di Dio che le guide spirituali del popolo hanno in mente. Confermerebbe che il vero Dio è quello che i potenti di questo mondo hanno sempre adorato perché è simile a loro: forte, arrogante, oppressore, vendicativo, umano. Questo Dio forte è incompatibile con quello che ci è rivelato da Gesù in croce: il Dio che ama tutti, anche chi lo combatte, che perdona sempre, che salva, che si lascia sconfiggere per amore”. 
Quale Dio annunciamo? Quale volto di Dio rivela la missione che portiamo avanti: un Dio dalla povertà e debolezza o un dio alla ricerca di riconoscimenti e di potere? Quest’ultimo sarebbe in sintonia con la logica umana e con i re di questo mondo. Nel modo di far missione, a volte ci sono concessioni, c’è timore nell’annunciare, con le parole e con i fatti, un Dio che è sconfitto, che perde, soffre, perdona… E quindi non si favorisce la crescita di una Chiesa povera, umile, disposta a perdere… L’abbondanza di mezzi umani rischia di togliere trasparenza all’annuncio. È più conforme al Vangelo una missione che si realizza con mezzi deboli, che annuncia Dio dalla povertà, dall’umiltà, espulsione, persecuzione, distruzione… Perché è nella logica del Re che vince e regna dalla croce! Un re così disturba i nostri piani, perché esige un cambio di vita, capacità di perdono, accoglienza di chiunque, tempi più lunghi, prospettive scomode… Le condizioni sono esigenti, ma con Lui l’esito della missione è assicurato.

Gesù Cristo Re dell’Universo (1)

“Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte… Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini”.

Siamo giunti all’ultima domenica dell’anno liturgico, Anno C.
Domenica prossima comincia un nuovo anno. Intanto l’anno si chiude con una bellissima festa in onore di nostro Signore: la festa di Gesù Cristo re dell’universo. L’espressione “Cristo re” risulta dell’accostamento di due titoli che in realtà indicano la stessa cosa. Cristo è la traduzione greca del termine ebraico “Massiah”, che designa il re, in quanto eletto e consacrato col gesto simbolico dell’unzione. Nella prospettiva veterotestamentaria questo titolo è riservato al discendente davidico che realizza il regno di Dio di giustizia e di pace.
La primitiva comunità cristiana riconosce e proclama Cristo e Signore, Gesù, il discendente della
stirpe di Davide, scelto da Dio per realizzare il suo regno e il dono della salvezza a favore di tutti gli esseri umani. Si tratta essenzialmente della signoria, del dominio, della sovranità di Dio sul mondo.
Il regno di Dio non è dunque un luogo, una situazione o un gruppo di persone, ma è il fatto che Dio regna e le potenze che gli si oppongono (peccato, morte, satana) sono vinte.

“Gesù si è fatto povero per voi” (2 Cor 8,9)

Si celebra domenica 13 novembre 2022 la Giornata Mondiale dei Poveri, che Papa Francesco ha dedicato al tema Gesù Cristo si è fatto povero per voi. Papa Bergoglio, a partire dalla tragica attualità del conflitto in Ucraina, dall’insensatezza della guerra più volte definita dal Santo Padre “una pazzia”, individua tre percorsi per vivere la solidarietà responsabile.
Il primo è quello di rifiutare ogni forma di “rilassatezza che porta ad assumere comportamenti non coerenti”. È un tema che ritorna spesso nel magistero del Papa perché è una condizione culturale frutto di un esasperato secolarismo che rinchiude le persone all’interno di una muraglia cinese senza più senso di responsabilità sociale, con l’illusione di vivere un’esistenza felice ma di fatto effimera e senza fondamento.
Il secondo percorso è quello di assumere la solidarietà come forma di impegno sociale e cristiano. La solidarietà è proprio questo: condividere il poco che abbiamo con quanti non hanno nulla, perché nessuno soffra. Più cresce il senso della comunità e della comunione come stile di vita e maggiormente si sviluppa la solidarietà. Molti Paesi negli ultimi decenni hanno fatto progressi grazie a politiche familiari e progetti sociali, è giunto quindi il momento della condivisione di questo “patrimonio di sicurezza e stabilità”, perché nessuno abbia a trovarsi nell’indigenza. Centrale in questo spirito di condivisione è il valore che si dà al denaro e l’uso che se ne vuole fare.
Il terzo passaggio è la proposta contenuta nel titolo di questa VI Giornata Mondiale dei Poveri.
È tratto dalla seconda Lettera di Paolo ai cristiani di Corinto: “Gesù Cristo si è fatto povero per voi”. Il contesto della Lettera dell’apostolo è quello della raccolta di fondi per sostenere i poveri della comunità di Gerusalemme. Ieri come oggi è importante dare continuità alla generosità.
La solidarietà, in effetti, è proprio questo: condividere il poco che abbiamo con quanti non hanno nulla, perché nessuno soffra. Più cresce il senso della comunità e della comunione come stile di vita e maggiormente si sviluppa la solidarietà. Come membri della società civile, manteniamo vivo il richiamo ai valori di libertà, responsabilità, fratellanza e solidarietà. E come cristiani, ritroviamo
sempre nella carità, nella fede e nella speranza il fondamento del nostro essere e del nostro agire.

Il Dio della tenda…

Il Dio della tenda è il Maestro, per ricostruire le nostre case traballanti, fondate sulla sabbia, case in cemento armato che conservano l’armatura, per difendere il proprio egoismo e difendersi da quello altrui, case che hanno perso il cemento per tenere uniti i mattoni inerti che si staccano e rendono invivibile uno spazio sforacchiato, aperto a tutte le intemperie.
La casa dell’Antico Testamento è il luogo in cui Dio abita, dove l’uomo può abitare, perché la si porta dietro, sulle spalle, nel cuore, perché è aperta alle relazioni, al dialogo, aperta allo Spirito.
La casa di carne è quella che più di ogni altra noi siamo chiamati a costruire, quella che in Cristo Gesù si realizza.
Rispondere alla domanda su chi è l’uomo, porta a progettare la casa dove possa abitare, una casa dove Dio dimora perché egli possa dimorare in Dio. La casa concepita non come fine, ma mezzo attraverso il quale il progetto degli uomini si trasforma in progetto di Dio, attraverso cui una casa di uomini diventa parte di Lui, parte della Sua casa. Dio è relazione, è comunione, è famiglia.
Nello sforzo di rendere visibile il Dio relazione d’amore, il Dio uno e trino, si costruisce la casa che può subire mille traslochi senza perdere mai la sua identità.
In una casa siffatta tutto appartiene a Dio e quindi vi prende stabile dimora la santità.
Partire dall’uomo primo Adamo, e tornare a Cristo, nuovo Adamo è l’unica strada per sapere di quale casa egli ha bisogno.

Una maestra di una scuola materna aveva portato la sua classe
a visitare una chiesa con le figure dei santi sulle vetrate luminose.
A scuola il parroco domanda ai bambini: “Chi sono i santi?”.
Un bambino risponde: “Sono quelli che fanno passare la luce”.
 

Commemorazione di tutti i defunti (2)

L’essenziale è questo: piegarsi su quel mistero che è la partecipazione alla vita di Dio, attraverso l’alleanza in Cristo Gesù, nel suo Spirito. Si tratta di un mistero, e quindi non possiamo offrire una definizione o una prova, ma siamo in grado, nonostante tutto, di balbettare sempre qualcosa per far percepire la grandezza di ciò che avviene. La nostra vita viene strappata all’anonimato, a una solitudine angosciosa, e ci sentiamo (e siamo veramente) «figli di Dio». Che cosa significa questo concretamente nella vita quotidiana?
Quale dignità, quale novità comporta? Quali esigenze richiede questa condizione, segnata dalla vicinanza di Dio, dalla sua presenza in noi? Nell’affrontare questo tema si dovrebbe sfuggire a due tentazioni: una sicurezza invadente, e per certi aspetti offensiva; e un atteggiamento spiritualistico che perde di vista i concreti problemi quotidiani. Non si dimentichi che «fin d’ora siamo figli di Dio», ma che questa nostra condizione verrà manifestata solo al tempo del compimento: si sia quindi saggi, pensosi e attenti davanti al mistero. E nello stesso tempo si cerchi di offrire alcune tracce, o anche semplici indizi, di un modo nuovo di vivere, nel segno della fiducia, della benevolenza, della limpidezza, della fraternità, che rendono evidenti l’amore per Dio e per i fratelli.

L’annuncio della vita eterna diventa «Vangelo» per tutti coloro che sono disposti a riporre in Dio la loro fiducia, a seguire la sua Parola, a lanciarsi nell’avventura del Regno. I discepoli di Gesù non sono affatto esenti da insuccessi talora brucianti, da fallimenti, da sofferenze. Essi devono spesso fare i conti con la loro fragilità, con la debolezza, con il peccato. Quanto essi vivono quaggiù, però, è già l’inizio di una adesione a Dio che diverrà definitiva e si manifesterà compiutamente dopo la morte.
Tutto ciò che di nobile e di grande attraversa la vita di un credente, non è destinato ad essere perduto.
Al contrario, ogni gesto e ogni parola di tenerezza e di misericordia, di cordialità e di fraternità, di giustizia e di onestà concorre a far crescere in noi quella vita che Dio ci ha donato e ci porta verso una realizzazione piena. La prospettiva della vita eterna rianima tutti coloro che rischiano di lasciarsi afferrare dal dubbio e dalla sfiducia, o di cedere alla stanchezza e alla durezza del cammino.

Uniti possiamo

Riuscirà la nostra comunità parrocchiale a raccogliere in un mese il necessario per il sostentamento di un sacerdote?

Nel mese di novembre la nostra comunità parrocchiale, come altre comunità che sono state scelte, è invitata a contribuire al sostentamento dei parroci attraverso la raccolta di offerte. Possono partecipare tutti. Con la raccolta di circa 1000 euro riusciremo a garantire una mensilità ad un sacerdote dei circa 33.000 impegnati ogni giorno a diffondere i valori del Vangelo in Italia e nei Paesi in via di sviluppo.
Concretamente, nel mese di novembre, sul tavolino dove ci sono i disinfettanti per le mani, all’ingresso della Chiesa, troverai una busta.
La puoi portare a casa compilare il modulo che trovi in essa e inserire la tua offerta libera. Chiudi il tutto e puoi riporlo nell’urna
situata sempre all’ingresso della Chiesa prima delle Messe del sabato pomeriggio e della domenica mattina.
Riceverai direttamente a casa tua la ricevuta per dedurre l’offerta in sede di dichiarazione dei redditi. Grazie per il tuo gesto, è un
segno di vicinanza.

Solennità Dedicazione della nostra Chiesa (2)

Con gioia e letizia celebriamo il giorno natalizio di questa chiesa:
ma il tempio vivo e vero di Dio dobbiamo esserlo noi.
Questo è vero senza dubbio. Tuttavia i cristiani usano celebrare la solennità della chiesa matrice, poiché sanno che è proprio in essa che sono rinati spiritualmente. Dopo il battesimo siamo diventati tempio di Cristo. Cerchiamo di fare con il suo aiuto quanto è in nostro potere, perché questo tempio non abbia a subire alcun danno per le nostre cattive azioni. Cristo si è degnato di fare di noi la sua dimora. Se dunque vogliamo celebrare con gioia il giorno natalizio della nostra chiesa, non dobbiamo distruggere con le nostre opere cattive il tempio vivente di Dio.
Se tu vuoi che la basilica sia piena di luce, ricordati che anche Dio vuole che nella tua anima non vi siano tenebre. Fa’ piuttosto in modo che in essa risplenda la luce delle opere buone, perché sia glorificato colui che sta nei cieli.
(Cesario di Arles)

Il secondo passaggio che dovremmo riuscire a cogliere, è che un’esistenza che costruisce ogni frammento di vita in questa esperienza dovrebbe condurci al rapporto con il Padre; è il vivo rapporto con Padre il quale vuole questo culto in spirito e verità perché il senso della nostra vita è la nostalgia del volto del Padre!
Quando ci ritroviamo in chiesa, abbiamo accesso al volto del Padre, ci ritroviamo attorno a Gesù Cristo, nello Spirito Santo, in una meravigliosa comunione fraterna perché lo sguardo del cuore sia rivolto al Padre. Gesù è venuto in mezzo a noi per parlarci del Padre, Gesù ci comunica la sapienza che è presso il Padre perché la nostra esistenza sia tutta nel Padre.
Ecco perché nella preghiera della Chiesa ci rivolgiamo sempre al Padre, alla fonte della vita, al senso della vita e alla meta della nostra esistenza.
Il cristiano è autentico, quando dice: “Padre!” In quel momento il cristiano è veramente uomo, in quel momento è veramente discepolo del Signore, nel momento in cui dice Padre riempie di eternità la propria storia.

Solennità Dedicazione della nostra Chiesa (1)

Il discepolo è colui nel quale si celebra il culto in spirito e verità.
È il senso della solennità della Dedicazione della nostra Chiesa
che celebriamo Domenica 30 ottobre
.
In questo ricordo dobbiamo tenere sempre presente le parole che Gesù ci ha detto: “Né su
questo monte, né in Gerusalemme adoriamo il Padre”. Il culto a Dio non avviene nel tempo
e nello spazio e allora, davanti a questa forte provocazione di Gesù per il quale il vero culto
è l’uomo che, nella sua identità, dà gloria a Dio, cerchiamo di chiederci: cosa voglia dire
ritrovarci in una chiesa?

E la risposta immediata è molto semplice: riscoprire ogni giorno la propria identità di discepoli.
La bellezza di ritrovarci in un luogo di culto non è assommare riti, non è ritrovare criteri morali, non è gratificare una coscienza giuridica, ma ritrovarci nel luogo di culto è ritrovare la gioia di essere uomini che vivono e danno un culto in spirito e verità.
La bellezza di una comunità è condividere il senso della vita che viene dall’alto.
Il Signore sempre si rende presente dove c’è una comunità che respira la sua mentalità.
La bellezza della fede non è fare tante cose, non è di per sé neanche entrare in un tempio, ma la bellezza della fede è imparare quella sapienza che viene dall’alto, quella sapienza che ci viene comunicata continuamente, quella sapienza che è il gusto della vita.
Il luogo è semplicemente un segno, non è un valore. Il valore è essere nel mistero di Cristo che vuole essere presente in una comunità, per regalarci la sua interiorità. Il cristiano è culto in spirito e verità, è una mentalità che viene dal Padre, che nello Spirito Santo ci è regalata e ci fa diventare sempre più il volto di Cristo. E il volto di Cristo è il volto della pienezza della nostra umanità.
Saremmo dei cristiani molto poveri se venissimo in chiesa perché dobbiamo porre i riti della tradizione; noi siamo cristiani perché veniamo in chiesa per essere alunni del Risorto che ci regala la vera sapienza, quella interiorità che ci permette di costruire la nostra esistenza.
Il cristiano è colui che nasce ogni giorno da lassù e quindi, a livello personale, ha il gusto delle realtà divine. Ecco il primo elemento che possiamo percepire nella festa di oggi: diventare il Cristo che in noi è culto in spirito e verità.

Andiamo con gioia alla casa del Signore

“Andiamo con gioia alla casa del Signore” che non è questa chiesa di mattoni ma in quel ” Andiamo alla casa del Signore” orientiamo la nostra vita verso l’eternità beata.
Il fatto di ritrovarci nella nostra Chiesa è gustare la nostalgia dell’incontro glorioso.
Potrebbero abbattere anche questa chiesa e noi non abbiamo nessun problema perché la Chiesa siamo noi che gustiamo la stessa mentalità di Cristo nello Spirito Santo per tendere verso il volto del Padre.
E se riuscissimo a cogliere questo aspetto della festa di oggi, di quella provocazione che Gesù ci dà di essere un culto in spirito e verità, è chiaro che non ci guarderemmo più d’attorno, non guarderemmo a tanti riti…
Il Signore è molto semplice, il Signore guarda solo la nostra persona nella quale Egli con il Padre e lo Spirito Santo abita, anima le emozioni del nostro cuore, ci fa desiderare la sua parola, ma soprattutto ci dà quel gusto alla nostra umanità sacramento della presenza trinitaria.
Noi non amiamo nessun luogo perché noi siamo il luogo in cui il mistero divino si realizza in pienezza e, allora, ci accorgiamo che la vita di tutti i giorni è un meraviglioso culto in spirito e verità.
Gesù ci ha detto: “È venuto il momento ed è questo in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. L’uomo, che è nato da Dio Padre, gusta il volto del Cristo nella quotidiana docilità allo Spirito e allora ogni frammento della vita, qualunque cosa noi possiamo fare, qualunque aspirazione nasce dal nostro cuore è il culto in spirito e verità! I troppi riti possono far dimenticare il volto di Dio Padre, le troppe prescrizioni ci rendono autoreferenziali e dimentichiamo che il vero culto è la Trinità che opera in noi per cantare eternamente la Trinità. Non c’è momento della nostra vita che non sia un adorare il Padre in spirito e verità e in questo cogliamo lo sviluppo della nostra identità umana.