Nella gioia di vivere

La spiritualità del Tempo Ordinario ci fa scoprire che la vita non è fatta solo di grandi momenti, di grandi eventi, ma di fatti piccoli e soprattutto costanti. Anche la natura ha i suoi  temporali e le sue giornate di bel tempo. Poi c’è il quotidiano del giorno che inizia e della notte che finisce, e diciamo: sempre la stessa cosa! Ci sembra tutto uguale, abbiamo orari, usanze, manie. Ogni giorno può essere, come un bicchiere d’acqua, gustato con piacere. Partecipare la vita: della famiglia, della società, della natura, può essere percepito come dono che genera allegria e crescita.
Lo stesso gesto, fatto con gratuità, si trasforma per noi in un elemento di crescita, allo stesso modo dell’alimento per il corpo: è sempre lo stesso, ma dona sempre vita nuova. Anche il dolore e la sofferenza possono, anche se è difficile, diventare liberatori. La spiritualità del popolo rifiuta la sofferenza e non è capace di percepire in essa il valore della vita, che invece possiede. La croce libera. Certamente dobbiamo curarci, ma anche comprendere che la fragilità fa parte della vita.

Un tempo molto comune

Con la vita che scorre.
Nella liturgia abbiamo diversi tempi. Il più importante è il tempo Pasquale. Dopo abbiamo il Tempo di Natale (che abbiamo appena terminato) e per finire il Tempo Comune o Ordinario (che iniziamo) che occupa 34 settimane dell’anno. È il più grande come estensione e non è meno importante degli altri tempi. In esso non celebriamo un mistero particolare della vita del Signore. Celebriamo ogni settimana, in modo particolare la Domenica, il mistero di Cristo e della Chiesa nella sua globalità. In questo periodo celebriamo con maggiore intensità le feste di Cristo, della Vergine Maria e dei Santi. Così come scorre la vita, percorriamo i cammini del Signore che si intersecano con i nostri. La nostra storia diventa storia di salvezza. Il Tempo Ordinario è una scuola di spiritualità per la vita cristiana. In esso, il Mistero dell’Incarnazione e la Nascita di Gesù si incarnano nella nostra vita. In esso, la Pasqua di liberazione e la Pasqua della Nuova Alleanza, rivivono settimanalmente nel giorno del Signore, la Domenica, e la nostra vita spirituale cresce e prende forza. Così ci prepariamo all’incontro del Signore. In questo tempo, si potrebbe dire: ma è sempre la stessa cosa! invece è così che impariamo a conoscere il valore di ciò che è comune e ripetitivo nella nostra vita. Ogni momento, anche facendo e vivendo la stessa cosa, non viviamo una monotonia, ma un tempo sempre nuovo, poiché ogni momento è un morire e un rinascere. Tutti i tempi grandi derivano da altri tempi che sono il loro piccolo fondamento. In ogni momento viviamo la Nascita e la Pasqua di Cristo. Egli dice sempre: “Ecco che faccio nuove tutte le cose”. La vita fluisce, e ci conduce ad un bella meta.

Che cosa cercano? (3)

I vuoti che sempre di più vengono lasciati nella comunità cristiana, tra le altre cose, dovrebbero pesare sull’anima dei credenti e di quanti hanno a cuore la vita della Chiesa. Le assenze, oltre alle responsabilità proprie e personali, parlano di una Chiesa che affatica nella sintonia con le persone e, prima ancora, con
il Vangelo. Le varie prese di distanza sono un invito ad un nuovo modo di credere: più fedele al Vangelo; capace di coinvolgere tutta la persona: cuore, mente, emozioni, corpo, scelte, progetti di vita.
È necessario comprendere che si può credere con i propri dubbi, con le proprie e altrui fragilità, con i propri e altrui tradimenti: affidarsi alla misericordia significa credere che Dio si prende cura della nostra umanità ferita, e vorrebbe guarirla.
Credere è un giogo leggero, di cui parla il Vangelo. È questa una fede bella per tutti.

“Anime sfiduciate non vedono altro che tenebre gravare sulla faccia della terra. Noi, invece, amiamo riaffermare tutta la nostra fiducia nel Salvatore nostro, che non si è dipartito dal mondo, da Lui redento. Anzi, facendo nostra la raccomandazione di Gesù di saper distinguere “i segni dei tempi”, ci sembra di scorgere, in mezzo a tante tenebre, indizi non pochi che fanno bene sperare sulle sorti della chiesa e dell’umanità”.

Con queste parole, il 25 dicembre 1961, nella Bolla Humanae salutis di indizione del Concilio, Giovanni XXIII introduceva la categoria di “segni dei tempi” che divenne poi una cifra di riferimento per esprimere l’atteggiamento nuovo della Chiesa nei confronti del mondo. È necessario osservare il mondo puntando diritto lo sguardo sulla figura di Gesù, motivo di fiducia e di speranza per ogni epoca della storia.
Si tratta di una lettura di fede della storia che cerca i “germogli di bene”.

Che cosa cercano? (2)

Nelle prime pagine della Scrittura si legge che Dio passeggia nel giardino in cui ha collocato le creature che sono appena uscite dalle sue mani. È un Dio che cerca l’uomo e la donna con cui si intrattiene come con amici. Possiamo immaginare la gioia di Dio che cerca Adamo ed Eva, che però dopo il peccato si nascondono. La consuetudine legge in quel: “Adamo dove sei?”, un timbro inquisitorio e di condanna. La Bibbia non lo dice, ma è il nostro senso del peccato che prevale e porta a fare di questo straordinario testo della Scrittura, quello dell’amicizia tra Dio e l’uomo, cercato da Dio come amico gradito e amato, il testo del rimprovero e del giudizio.
Quante sono le pagine della Scrittura che sono state oggetto di questa interpretazione, che sovrappone all’intenzione dell’autore quella visione della vita che guarda all’uomo e alla donna con sguardo colpevole? Guardare al Vangelo liberandolo dalle incrostazioni sacrificali che ne hanno imprigionato la bellezza lo avvicinerebbe alla sensibilità di più persone. Dio ha il volto amabile di Gesù di Nazaret, che è stupito per la bellezza dei gigli del campo, che ha incontrato con tenerezza gli amici e con passione molti volti, che ha raccontato la passione del Padre che attende e corre incontro al figlio che se n’è andato di casa. Questa è la fede di coloro che sono assetati di vita e desiderano la gioia esplosiva per aver incontrato il messaggio liberante, pieno di amore e di passione, di un Dio amante della vita.

Che cosa cercano? (1)

La domanda mi nasce pensando a quale fede la nostra comunità cristiana intende proporre.
Ritengo che vorremmo trasmettere un cristianesimo che ama la vita, un Dio alleato al nostro desiderio di vita piena. In fondo, mi sembra di poter dire, la scrittura ci presenta proprio un Dio così: non si spiega il messaggio cristiano se si prescinde da questo spirito.
Eppure nel tempo, anche questo mi sembra di aver percepito, sopra questo messaggio gioioso si è depositata la polvere di un modo di interpretare la parola di Dio triste e pessimista, che ha dato al messaggio cristiano un timbra sacrificale e al volto di alcuni cristiani i tratti funebri.
Faccio un esempio molto semplice di questo effetto interpretativo.

Domenica 21 novembre: Giornata mondiale della gioventù (2)

La missione di testimoni della luce

E’ nelle ultime pagine del testo che Francesco chiede ad ogni giovane di non “piangerti addosso” perché c’è una missione da compiere, facendosi testimone di quello che si vive in ogni cuore: la fuga da Dio, il riconoscere comunque “un fuoco ardente” che è più forte di noi, sentirsi figli di un padre e quindi piccoli, aprirsi ad una prospettiva completamente nuova.

Alzati e testimonia la tua esperienza di cieco che ha incontrato la luce, ha visto il bene e la bellezza di Dio in sé stesso, negli altri e nella comunione della Chiesa che vince ogni solitudine. Alzati e testimonia l’amore e il rispetto che è possibile instaurare nelle relazioni umane, nella vita familiare, nel dialogo tra genitori e figli, tra giovani e anziani. Alzati e difendi la giustizia sociale, la verità e la rettitudine, i diritti umani, i perseguitati, i poveri e i vulnerabili, coloro che non hanno voce nella società, gli immigrati.

Alzati e testimonia il nuovo sguardo che ti fa vedere il creato con occhi pieni di meraviglia, ti fa riconoscere la Terra come la nostra casa comune e ti dà il coraggio di difendere l’ecologia integrale.

Alzati e testimonia che le esistenze fallite possono essere ricostruite, che le persone già morte nello spirito possono risorgere, che le persone schiave possono ritornare libere, che i cuori oppressi dalla tristezza possono ritrovare la speranza. Alzati e testimonia con gioia che Cristo vive! Diffondi il suo messaggio di amore e salvezza tra i tuoi coetanei, a scuola, all’università, nel lavoro, nel mondo digitale, ovunque.

Domenica 21 novembre: Giornata mondiale della gioventù (1)

“Vorrei ancora una volta prendervi per mano”: è la prima frase che Francesco scrive nel messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù, celebrata a livello diocesano il 21 novembre 2021, incentrata sul tema: “Alzati! Ti costituisco testimone di quel che hai visto”. Il Papa invita i giovani a soffermarsi sulla conversione di Paolo sulla via di Damasco, su quell’”Alzati” che Gesù pronuncia e che ancora oggi è un invito più vivo che mai.

La riflessione del Papa parte dalla conversione di Saulo, folgorato sulla via di Damasco.

Gesù lo chiama con il suo nome perché conosce chi è, conosce l’odio che prova verso i cristiani ma il Signore vuole far conoscere la sua misericordia. “Sarà proprio questa grazia, questo amore non meritato e incondizionato, la luce – scrive – che trasformerà radicalmente la vita di Saulo”. Lui al sentire il suo nome chiede: “Chi sei, Signore?” Una domanda che tutti siamo chiamati a porci. “Non basta aver sentito parlare di Cristo da altri, è necessario parlare con Lui personalmente. Questo, in fondo, è pregare”.

“Non possiamo dare per scontato che tutti conoscano Gesù, anche nell’era di internet”.

A Saulo arriva il “dolce rimprovero” di Gesù che attende il suo ritorno.
“Nel cuore di ognuno c’è come un fuoco ardente: anche se ci sforziamo di contenerlo, non ci riusciamo, perché è più forte di noi” e c’è anche se possiamo sembrare irrecuperabili.
Attraverso l’incontro personale con Lui è sempre possibile ricominciare. Nessun giovane è fuori della portata della grazia e della misericordia di Dio. Per nessuno si può dire: è troppo lontano… è troppo tardi… Quanti giovani hanno la passione di opporsi e andare controcorrente, ma portano nascosto nel cuore il bisogno di impegnarsi, di amare con tutte le loro forze, di identificarsi con una missione!

Saulo diventato cieco, inizia davvero a vedere, sceglierà di chiamarsi “Paolo” che significa “piccolo” ma, sottolinea Francesco, non è “un nickname” o un “nome d’arte” è la presa di coscienza di un cambiamento, di una prospettiva nuova.

Oggigiorno tante “storie” condiscono le nostre giornate, specialmente sulle reti sociali, spesso costruite ad arte con tanto di set, telecamere, sfondi vari. Si cercano sempre di più le luci della ribalta, sapientemente orientate, per poter mostrare agli “amici” e followers un’immagine di sé che a volte non rispecchia la propria verità. Cristo, luce meridiana, viene a illuminarci e a restituirci la nostra autenticità, liberandoci da ogni maschera. Ci mostra con nitidezza quello che siamo, perché ci ama così come siamo

Laboratorio di Presepi

In tutte le domeniche di Novembre, in oratorio, al pomeriggio, dalle ore 15.30 alle ore 18.00, viene organizzato un Laboratorio di Presepi. Usando diversi materiali verranno costruiti più presepi. Poi verranno consegnati a Tonino Cataldo e messi in esposizione per tutto il mese di Dicembre e i primi giorni di Gennaio al Mortorino, insieme ad altre opere artistiche.
Incoraggiamo i bambini e i ragazzi a prendere parte a questa iniziativa.
Invitiamo calorosamente anche i genitori nel motivare e accompagnare i propri figli. Ringrazio le persone che si sono rese disponibili e se altri vogliono dare un aiuto nei pomeriggi domenicali sono ben accetti.

Amare il silenzio

Per arrivare all’adorazione ci sono difficoltà, resistenze iniziali, concezioni errate al riguardo come: preghiera difficile, adatta per persone già avanzate nella pratica della preghiera; poca familiarità con la preghiera silenziosa; frettolosità…
Soprattutto forse non è superata la concezione dell’adorazione come procedimento di diminuzione di se stessi. È necessario avviare un processo che arrivi a fare dell’adorazione la forma più alta della preghiera e, di conseguenza, di umanizzazione.
Soprattutto bisogna iniziare ad amare il silenzio, a saper fare silenzio.