Inizio anno catechistico

Cari genitori, dopo l’inizio della scuola, è giunto il momento di tornare anche al catechismo in presenza: le porte stanno per riaprirsi e, naturalmente nel rispetto delle norme vigenti, aspettano i vostri figli, per continuare a camminare nella fede. Aiutate i vostri bambini/ragazzi a vincere la pigrizia che forse in questo momento li può bloccare. Continuate a “fare famiglia” nella grande famiglia della nostra Parrocchia e a gustare la bellezza e la preziosità delle relazioni gratuite che per troppo tempo ci sono mancate! Ricordo sempre quanto sia sempre importante una stretta collaborazione tra voi famiglie e i catechisti che ringrazio già. Vi ricordo che sono tutti volontari, che ritagliano un po’ del loro tempo per i nostri bambini e ragazzi. E naturalmente rinnovo l’invito a farsi avanti, nuovi volti, forze fresche, anche solo per affiancare qualcuno di loro.
E allora ripartiamo con uno spirito nuovo affinché questo sia davvero un nuovo inizio.
Metteremo in programma alcuni incontri con i genitori i cui figli quest’anno dovranno celebrare un sacramento. Faremo tutto quello che è possibile affinché i vostri figli possano vivere il più serenamente possibile questo nuovo anno catechistico.
Nel rispetto dei protocolli vigenti ci saranno alcune regole da seguire, che ben conoscete, per il bene nostro e altrui, pur se costano fatica ed impegno.

Al primo incontro di catechesi i genitori sono invitati a consegnare alle catechiste e ai catechisti il foglio d’iscrizione compilato e firmato che sarà scaricabile dal sito parrocchiale. Sono anche invitati a consegnare 10 € di iscrizione al NOI

Iscrizione al nuovo anno catechistico

Per iscriversi al catechismo, sarà necessario compilare diversi moduli. Vi preghiamo di farlo per tempo così che i ragazzi possano arrivare ai loro incontri con i moduli già predisposti. In una serie di link qui sotto trovate tutto ciò che vi serve.

DOCUMENTI DA STAMPARE, COMPILARE E PORTARE AL CATECHISMO:

  • pagina 1 della SCHEDA DI PARTECIPAZIONE AI PERCORSI CATECHISTICI
  • pagina 3 della SCHEDA DI PARTECIPAZIONE AI PERCORSO CATECHISTICI solo se è necessario segnalare allergie, intolleranze o problemi di salute dei ragazzi. DA CONSEGNARE AL CATECHISTA IN BUSTA CHIUSA
  • MODULO DI ADESIONE AL NOI

DOCUMENTI DA LEGGERE E CONSERVARE A CASA:

  • pagine 2 e 4 della SCHEDA DI PARTECIPAZIONE AI PERCORSI CATECHISTICI

Vi ricordiamo che è possibile compilare i moduli direttamente all’interno del PDF.

L’iscrizione al catechismo e al NOI prevede una quota di dieci euro da consegnare al catechista.

Il Cristiano lo riconosci fuori dalla Chiesa

Già le due domeniche precedenti, poi questa e le prossime due, nella seconda lettura della Messa vengono proclamate per l’ascolto e la meditazione, alcune parti della Lettera di Giacomo apostolo.
Uno scritto umile e trascurato, eppure di immensa praticità. È un testo tutt’altro che secondario e scontato, tocca problemi urgenti e concreti, si impone per la sua viva attualità.
Viene da domandarsi perché questo scritto sia stato trascurato (nella Liturgia della Parola domenicale, ad esempio, se ne leggono solo brevi brani in queste Domeniche del Ciclo B e un passo nella Terza Domenica di Avvento del Ciclo A), snobbato, guardato con diffidenza, accolto nel Canone dopo molte resistenze e perfino contestato.
So benissimo che i motivi addotti sono: non si parla quasi mai di Cristo (solo due volte) e non si accenna alla sua passione e risurrezione, né al suo Spirito. Sembra contraddire apertamente il nucleo centrale, lo zoccolo duro della teologia di Paolo, il quale sostiene che è la fede che salva, non le opere, mentre l’autore di questa Lettera, dichiara che l’uomo viene giustificato dalle opere, e non solo dalla fede.
Difficile, poi – quasi un’impresa disperata – rintracciare un filo conduttore, mettere in evidenza un impianto unitario e armonico che conferisca una certa coesione a questo scritto: vi si scopre soltanto una successione, apparentemente disordinata, slegata, di temi, anzi una sovrapposizione di argomenti diversi.
Pur riconoscendo questi motivi, può forse essere che sia la semplicità di questa lettera a risultare inquietante e a renderla poco gradita a certi palati raffinati?
Il fatto è che si amano le complicazioni, il problematicismo contorto, esasperato e compiaciuto.
Si ritiene di essere pervenuti, nel corso del cristianesimo, a livelli superiori, mentre questo Giacomo insiste a ficcarci in testa l’abbicì della religione, i rudimenti della fede, tutte cose che forse ci sembrano scontate. Inoltre Giacomo ci dice, a muso duro: “devi” e basta. Non è disposto a fare concessioni, praticare riduzioni, scendere a compromessi. Per lui il cristianesimo è questo e non altro.
Forse la cosa più difficile è che per lui il cristiano è uno che fa, non uno che chiacchera e discute continuamente in maniera disimpegnata. Giacomo è un tipo pratico, che bada alla sostanza, va al sodo, punta sull’essenziale, senza perdersi in astrattezze e fumisterie e divagazioni accademiche.
Il suo scritto si caratterizza per la concretezza e la praticità. Lui non sopporta un cristianesimo parolaio, che si consenta furbastre evasioni nelle discussioni futili e nelle polemiche inutili oltre che dannose.

In questo anno pastorale, nella geografia della salvezza, dove metteremo in evidenza il segno della Strada, Giacomo obbliga il cristiano alla concretezza della vita, lo mette in strada. Ed è lì che vuole vederlo, esaminarlo, per accertare la sua identità, riconoscere il suo volto, verificare la qualità e la robustezza del suo impianto di fede. Giacomo non tollera la dissociazione tra fede e vita, tra dire e fare, tra pensieri e azioni, tra attenzione a Dio e sensibilità per il volto del prossimo.

C’è da rilevare che questa Lettera, pur collocata in un contesto storico e sociale piuttosto remoto, appare di grande attualità e conserva una sua carica provocatrice – quasi esplosiva – per la Chiesa del nostro tempo. Questo testo non pone – salvo rare eccezioni – grosse difficoltà di traduzione. Il grosso sforzo che richiede, invece, è quello di calarlo nella realtà odierna, scoprirne le indicazioni per il mondo d’oggi, allargarne gli orizzonti. Ritengo che di questo testo ne abbiamo un estremo bisogno.
Esso può illuminare la nostra vita. Forse è in grado di causare provvidenziali scottature.
Suggerisco di prenderlo tra le mani, farne una lettura e meditazione personale.
Si tratta di pochi capitoli, non ci porta via eccessivo tempo

Giornata nazionale di sensibilizzazione sulle offerte per il sostentamento del clero diocesano

Quest’anno la giornata nazionale di sensibilizzazione per le offerte per il clero ha subito una variazione di data: dalla domenica di “Cristo Re” passa stabilmente alla terza domenica di settembre.
Cambiando la data però non è cambiato il contenuto della Giornata rivolto alla sensibilizzazione delle offerte per il clero. I vescovi italiani insistono sulla necessità di informare il popolo italiano sui meccanismi del nuovo sistema di sostegno economico alla Chiesa italiana, sviluppando e migliorando una rete di informazione e promozione su tutto il territorio italiano.

Uniti nel dono possiamo fare molto

In questa domenica il tutte le parrocchie di tutta Italia si celebra una Giornata per i sacerdoti.
Non è solo una domenica di gratitudine per le loro vite donate al servizio del Vangelo e di tutti noi, ma un’occasione per parlare concretamente e con trasparenza del loro sostentamento.
Dal 1984 è stata soppressa la retribuzione statale ai preti, e quindi il loro sostentamento dipende esclusivamente dalla generosità dei fedeli. I sacerdoti sono affidati a loro affinché abbiano una remunerazione decorosa. Per questo è nata la Giornata per il sostentamento dei sacerdoti diocesani.
Le donazioni raccolte vanno all’Istituto Centrale Sostentamento Clero, a Roma, che le distribuisce equamente tra i circa 33mila preti diocesani, assicurando così un sostegno decoroso ai preti di tutte le parrocchie, dalle più piccole alle grandi. Raggiungono anche i presbiteri ormai anziani o malati, dopo una vita al servizio del vangelo, e circa 300 missionari nel terzo mondo.

Lo studio non è… una passeggiata (2)

Lo studio non è una passeggiata. La scuola (ma così tutta la vita) è fatta di fatica, intellettuale e anche fisica perché imparare costa fatica. il cervello fa ginnastica ogni volta che noi gli chiediamo di imparare qualcosa, ma per tenerlo in allenamento ci vuole costanza e fedeltà.
Chiedete alle persone che lavorano da anni e non studiano più, oppure semplicemente pensate a quanto sia difficile riprendere a studiare dopo le vacanze estive.
Lo studio è fatica come ogni altro momento della vita: se vogliamo raggiungere un traguardo bisogna mettere in conto sacrifici e impegno, si deve pure “spaccare la testa sui libri”.

Ma cosa sono questi ciuffetti d’erba?
Sono l’interesse, la voglia di approfondire, oppure idee e riflessioni che affiorano nella nostra mente.
Per esempio, non vi è mai capitato mentre studiate storia di avere all’improvviso un’intuizione e allora
magicamente fatti storici apparentemente slegati si mostrano nella loro interconnessione? In quel momento non vorreste continuare a leggere, divorare il libro? Ecco stiamo sperimentando cosa significa veramente studiare. Certo questi “sprazzi di luce” non vengono sempre, ma l’importante è tenere duro.
Se non ci proviamo, non ci saranno nemmeno gli “sprazzi”.
STUDIARE è allora ESSERE IN RICERCA!

Sperimentiamo così il desiderio di andare in profondità, di guardare oltre l’apparenza delle cose: in una parola il lasciarsi attrarre dal FASCINO della VERITÀ.
Per lasciarci affascinare dalla verità sono indispensabili:

L’UMILTÀ: il so di non sapere di Socrate! Se pensiamo di essere già imparati, di sapere tutto su di noi e sul mondo e consideriamo lo studio una perdita di tempo saremo solo dei presuntuosi e arroganti che bastano a se stessi!

LO STUPORE: la capacità di stupirsi è la conseguenza dell’atteggiamento di chi si sente ignorante. Di chi sa di essere un piccolo puntino nell’universo tutto da scoprire, di chi si guarda attorno e scopre l’infinito, chi si lascia prendere dalla bellezza delle diversità del mondo;

LA DOMANDA DI SENSO: a questo punto ci chiediamo “Chi siamo?”, “Cosa ci facciamo in questo mondo e com’è questo mondo?”. Prima di pensare a che cosa fare, bisogna pensare a ciò che si è e si deve essere;

LA PERSEVERANZA: il tempo passato ad apprendere e approfondire per capire il senso della vita è fatto di fatica, sudore, sbagli, percorsi tortuosi. L’importante è non mollare mai!

Queste sono le basi per ESSERE IN RICERCA!

Lo studio è… come l’asfalto

Lo studio è come un grande spiazzo asfaltato, grigio, duro, piatto, aspro se cadi, se ci cammini ti consuma le suole, se ti ci siedi dopo un po’ senti male.

GRIGIO PIATTO

Studio perché devo. Cerco di farlo il meno possibile. Il sei, il quieto vivere, il mio dovere l’ho fatto
ricordano il colore dell’asfalto delle strade, che ti portano dove devi andare, ma deturpano il paesaggio che attraversi. Come le autostrade dove nessuno sta perché ci si passa e basta per raggiungere più comodamente il luogo desiderato, la metà dei nostri desideri, il pezzo di carta che fa contenti i genitori.
Piatto perché ogni materia è uguale alle altre di fronte alla mia non voglia di studiare.

DURO

È studio. un impegno preso, una responsabilità, una scelta. E a volte è duro da capire, è duro da accettare.
Alcune volte si ha paura di sbagliare, di fallire…

ASPRO SE CADI, SE TI SIEDI TI FA MALE

I brutti voti fanno saltare gite, cinema, pizzate, feste…la vita a scuola con i compagni e i professori è un percorso ad ostacoli…

TI CONSUMA SE LO PERCORRI

Studiare richiede sacrificio, impegna la mente, consuma il nostro tempo.
Quando c’è la scuola tutte le risorse vengono assorbite dallo studio.

Ma talvolta in questo spiazzo fra le crepe nascono dei ciuffi d’erba, dei fiori striminziti. Allora capisci che sotto c’è la terra, fertile. È l’ispirazione, l’idea, qualcosa che lo studio mi ha regalato, che la fatica ha prodotto.

Trasmettere il sapere

Don Milani insegnava ai suoi ragazzi di Barbiana però che è un delitto ritenere il sapere e la cultura come un fattore di “prestigio”, di cui essere vanitosi e gelosi. “Il sapere serve solo per darlo”, scrivevano i ragazzi di Barbiana. Ma siamo matti? Io mi faccio a pezzi, mi ammazzo di studio e alla fine dovrei dare il frutto del mio impegno a qualcun altro? Ed io? Che vantaggio per me? Non scandalizzarti, ricordati che sei un cristiano, uno studente di speranza, ricordati di cosa questo significhi. Io ricordo questo: ci sentiamo veramente soddisfatti e realizzati solo quando il nostro agire trova il suo fine nell’altro. Pensa se imparassi a costruire una casa, studiando geometria, fisica, matematica, costruzioni: tutti i miei studi avrebbero un senso se io non potessi spendere questi miei saperi per costruire una casa a qualcun altro a cui serva?
Proviamo allora a domandarci quale senso abbiano le materie che studiamo a scuola, perché dobbiamo
studiarle, a cosa ci serviranno nel nostro domani e poi, ancora, gli altri come entrano a far parte della mia responsabilità di studente?

S. Messa In occasione dell’inizio dell’anno scolastico

Pregando per gli studenti e il corpo docenti

Domenica 12 settembre ore 10.30 S. Messa

Quante volte ci siamo chiesti “perché studiare?”. Spesso è dura stare ore ed ore davanti ad una pagina di latino o ad un esercizio di matematica. Tante cose ci sembrano chiacchiere inutili, sembra che non c’entrino nulla con la nostra vita. Questo non è certo un incentivo a studiare, specie quando sarebbe più comodo fare una passeggiata, leggere un bel romanzo, giocare a pallone…
Una possibile risposta – apparentemente banale – a questa domanda di senso è: dobbiamo studiare perché siamo studenti. È’ il nostro dovere. È il posto dove stiamo qui e adesso. È quello a cui siamo chiamati. In questo tempo. Ma perché? Se è questo il nostro compito, dobbiamo studiare e studiare bene, nel modo più coscienzioso ed intelligente possibile, cioè esercitandoci a “leggere nelle cose” (intelligenza, in latino, vuol dire proprio questo!). Perché studio è anche ricerca della verità: studiamo per dare una risposta a quella sete di verità che ogni uomo porta dentro di sé. Lo studio a scuola ci aiuta in questo senso, anche se a volte non capiamo perché dobbiamo studiare certe materie. Questa ricerca della verità assume un valore tutto speciale per gli studenti cristiani. Noi cerchiamo la verità, come in fondo tutti gli uomini.
Ma Gesù stesso ha detto: “Io sono la Verità”. Per noi, allora, cercare la verità è, in un certo senso, cercare Gesù stesso! Chi ama Gesù, ama anche lo studio come mezzo per arrivare a Lui.
Lo studio, allora, serve per imparare a riconoscere il Signore all’opera tra le pieghe della Storia, per contemplarlo nella bellezza dell’arte e nella perfezione del Creato e dell’opera dell’intelligenza umana. Per servirlo nei fratelli in maniera competente, dove Lui vorrà.

Sapere di non sapere

Quanto più già si conosce, tanto più bisogna ancora a apprendere. Col sapere cresce nello stesso grado il non-sapere o, meglio, il sapere del non-sapere.
Mi sono annotato la frase dello scrittore tedesco Friedrich von Schlegel (1772-1829), l’avversario ideologico di Goethe, iniziatore della poetica romantica e la propongo perché penso valga per tutti e non solo per chi deve operare nel mondo della cultura. “Se si è veramente intelligenti, si comprende che l’orizzonte della conoscenza è sterminato, anche per quanto riguarda le scelte pratiche, ed è perciò necessario porsi in atteggiamento costante di ricerca, di approfondimento, di ascolto. E’ solo l’ignorante becero e ottuso che crede di sapere già troppo e di poter pontificare su tutto, senza mai accogliere suggerimenti o critiche. Sapere di non sapere è certamente un segno non solo di umiltà ma di intelligenza.
La ricerca appassionata e costante della verità che è infinita come Dio, il suo Signore”.

Natività della Beata Vergine Maria

Come quasi tutte le solennità principali di Maria anche la Natività è di origine orientale. Nella Chiesa latina ve l’avrebbe introdotta il papa orientale san Sergio I alla fine del sec. VII. Originariamente doveva essere la festa della dedicazione dell’attuale basilica di sant’Anna in Gerusalemme. La Tradizione infatti indicava quel luogo come la sede dell’umile dimora di Gioacchino ed Anna, lontani discendenti di Davide, genitori di Maria santissima.
Occorre cercare in questo culto della Natività di Maria una profonda verità: la venuta dell’uomo-Dio sulla terra fu lungamente preparata dal Padre nel corso dei secoli. La personalità divina del Salvatore supera infinitamente tutto ciò che l’umanità poteva generare, però la storia dell’umanità fu come un lento e difficile parto delle condizioni necessarie all’Incarnazione del figlio di Dio.
La devozione cristiana ha voluto perciò venerare le persone e gli avvenimenti che hanno preparato la nascita di Cristo sul piano umano e sul piano della grazia: la sua Madre, la nascita di essa, la sua concezione, i suoi genitori e i suoi antenati. Credere nei preparativi dell’incarnazione significa credere nella realtà dell’incarnazione e riconoscere la necessità della collaborazione dell’uomo all’attuazione della salvezza del mondo. La vera devozione a Maria conduce sempre a Gesù.