Una nuova riapertura

Don Giuseppe e i Consigli Parrocchiali stanno lavorando insieme per pensare una riapertura degli spazi dell’oratorio, la cui chiusura si è protratta per diversi mesi a causa dell’emergenza sanitaria. Purtroppo, le norme da seguire per ricominciare a usufruire della struttura sono molto rigide, addirittura in misura maggiore rispetto a quelle utilizzate per gli altri locali con frequenza del pubblico. Proprio per questo ci sono limiti oggettivi che momentaneamente limitano l’utilizzo degli spazi alle attività sportive organizzate. Per pensare insieme al futuro e, soprattutto, per trovare nuovi volontari, indispensabili in questa fase, vi invitiamo a una riunione fissata per domenica 27 settembre, alle 17, in chiesa. Il fatto di costituire un gruppo di persone che possa gestire in sicurezza l’oratorio è condizione indispensabile per la riapertura. 

Alleati per il futuro

96° Giornata per l’Università Cattolica

Stiamo vivendo una stagione difficile e incerta. L’urto della realtà, misteriosa e sconcertante, ha provocato la nostra vita riportando a galla le domande che tante volte preferiamo evitare: perché e per chi accade quel che accade? Come vivere il dolore? Che senso hanno avuto tante morti a motivo della pandemia? Oggi tutti parlano di “ripartenza” e noi, la comunità dei credenti, abbiamo un grande e originale contributo da dare. Ricominciare può coincidere con la chiusura di una parentesi, ma non crediamo che possiamo darci l’obiettivo di ritornare a dove ci siamo fermati, scommettendo sul tempo che lenisce le ferite e richiudendo nel cassetto dei ricordi la sfida esistenziale di questi mesi. Riflettere su quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, su ciò che stiamo imparando alla dura scuola della realtà. Nel biennio 2020/2021 l’Istituto Toniolo e l’Università Cattolica compiono 10 anni.  “Pensare alla cultura superiore mentre l’Italia nostra è in preda a convulsioni, mentre imperversa una bufera che potrà forse tutto sommergere, può sembrare iniziativa di gente che vive fuori dal mondo, non a contatto con la tremenda realtà dell’oggi!”. Così scriveva il Comitato Promotore dell’Università Cattolica nel 1920. quello era un tempo cupo di rivoluzioni, di violenze, di incognite, di poteri opachi, di rovine ancora fumanti per gli incendi della Grande Guerra. Occorreva dare risposte, ma quali sarebbero state all’altezza? La risposta fu totalmente controcorrente, totalmente innovativa: la cultura. La risposta fu la formazione,  l’educazione ecco come germogliarono il Toniolo e l’Università. Oggi, alla luce del dramma che ci è accaduto, quell’insegnamento torna a vibrare per investire tutta la nostra ansia di ripartenza e ripresa.  Pensare alla cultura non è altro che pensare alla vita, oggi come un secolo fa, sospinti dalla stessa urgenza di contribuire alla costruzione del bene comune.  La Giornata per l’Università cattolica che si celebra il 20 settembre è stata intitolata: “Alleati per il futuro”.

Domenica 20 settembre: Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Le offerte che verranno deposte nella bussola, all’ingresso della Chiesa, saranno consegnate secondo questa intenzione.

Scuola: ripartire in tempo di virus

Nelle celebrazioni eucaristiche di domenica 13 settembre avremo un ricordo per tutti gli insegnanti, studenti e personale di servizio.

A settembre si torna in classe. Quest’anno lo si farà in un clima di incertezza e comprensibile preoccupazione. Non sarà semplice per nessuno: sia per gli studenti, ma anche per i professori e tutti i collaboratori. Tanti pensieri accompagnano questi giorni di attesa. Con le giuste e doverose precauzioni si parte. Saranno necessari anche i primi tempi per capire i giusti atteggiamenti e comportamenti. Ci sarà evidentemente tanta pazienza, comprensione e calma da parte di tutti.

In questo contesto vorrei prendere in considerazione un tipo di senso, di cui tutti siamo dotati: il senso critico. Senso critico. In apparenza un parolone come tanti: suona come qualcosa di grosso, forse ci è anche un po’ difficile capire di che si tratta. Proviamo a scomporre il “parolone” e vediamo se la cosa ci sarà d’aiuto.

Senso: che cosa mi dice questo termine? Da vocabolario si tratta della capacità di avvertire l’azione prodotta da uno stimolo esterno. Una reazione, dunque, a qualcosa che la nostra esperienza quotidiana ci trasmette.

Critico: che ha a che fare con la critica, dunque in qualche modo con il giudizio, con una lettura ‘ragionata’ della realtà.

Se vogliamo tentare una definizione “a spanne”, senso critico è l’esercizio di una critica, nel senso positivo del termine, verso quanto viviamo nel nostro quotidiano. Vivere il quotidiano con attenzione, con gli occhi aperti, sapendo discernere ciò che è buono e quello che non va o potrebbe migliorare. Credo che, oltre alle lezioni, la scuola sarà un ulteriore opportunità per aiutare i ragazzi a sviluppare questo senso critico e a capire cosa potrebbe insegnare di positivo e costruttivo questo tempo che stiamo attraversando. Nelle difficoltà, nelle ristrettezze, forse la vita giovane, come quella adulta, potrebbe trarne beneficio se saprà raccogliere i valori presenti.

“Perché studiare?”.

Una possibile risposta – apparentemente banale –  a questa domanda di senso è: dobbiamo studiare perché siamo studenti. È’ il nostro dovere. È il posto dove stiamo qui e adesso. È quello a cui siamo chiamati. In questo tempo. Ma perché? Se è questo il nostro compito, dobbiamo studiare e studiare bene, nel modo più coscienzioso ed intelligente possibile, cioè esercitandoci a “leggere nelle cose” (intelligenza, in latino, vuol dire proprio questo!). Perché studio è anche ricerca della verità: studiamo per dare una risposta a quella sete di verità che ogni uomo porta dentro di sè. Lo studio a scuola ci aiuta in questo senso, anche se a volte non capiamo perché dobbiamo studiare certe materie.

Questa ricerca della verità assume un valore tutto speciale per gli studenti cristiani. Noi cerchiamo la verità, come in fondo tutti gli uomini. Ma Gesù stesso ha detto: “Io sono la Verità”. Per noi, allora, cercare la verità è, in un certo senso, cercare Gesù stesso! Chi ama Gesù, ama anche lo studio come mezzo per arrivare a Lui.

Lo studio, allora, serve per imparare a riconoscere il Signore all’opera tra le pieghe della Storia, per contemplarlo nella bellezza dell’arte e nella perfezione del Creato e dell’opera dell’intelligenza umana. Per servirlo nei fratelli in maniera competente, dove Lui vorrà.

Racconto per riflettere in questo anno dedicato alla “Laudato Sii” e alla cura del creato

Un padre ricco, volendo che suo figlio sapesse che significa essere povero, gli fece passare alcuni giorni con una famiglia di contadini. Il bambino passò tre giorni e tre notti nei campi.

Di ritorno in città, ancora in macchina, il padre gli chiese:

Che mi dici della tua esperienza? Bene, rispose il bambino …. Hai appreso qualcosa? insistette il padre.

1. Che abbiamo un cane e loro ne hanno quattro.

2. Che abbiamo una piscina con acqua trattata, che arriva in fondo al giardino. Loro hanno un fiume, con acqua cristallina, pesci e altre belle cose.

3. Che abbiamo la luce elettrica nel nostro giardino ma loro hanno le stelle e la luna per illuminarli.

4. Che il nostro giardino arriva fino al muro. Il loro, fino all’orizzonte.

5. Che noi compriamo il nostro cibo; loro lo coltivano, lo raccolgono e lo cucinano.

6. Che noi ascoltiamo CD … Loro ascoltano una sinfonia continua di pappagalli, grilli e altri animali … tutto ciò, qualche volta accompagnato dal canti di un vicino che lavora la terra.

7. Che noi utilizziamo il microonde. Ciò che cucinano loro, ha il sapore del fuoco lento.

8. Che noi per proteggerci viviamo circondati da recinti con allarme… Loro vivono con le porte aperte, protetti dall’amicizia dei loro vicini.

9. Che noi viviamo collegati al cellulare, al computer, alla televisione. Loro sono collegati alla vita, al cielo, al sole, all’acqua, ai campi, agli animali, alle loro ombre e alle loro famiglie.

Il padre rimase molto impressionato dai sentimenti del figlio. Alla fine il figlio concluse: Grazie per avermi insegnato quanto siamo poveri!

XV giornata per la custodia del creato

Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà

“Per nuovi stili di vita” (Tt 2,12)

Celebriamo questa 15ª Giornata nazionale per la custodia del Creato sotto la sferza della realtà della pandemia in cui ci siamo trovati smarriti e ci siamo interrogati. Soprattutto ci ha ferito il passaggio della morte, che ha colpito in modo lacerante per il dolore di quanti privati di ogni segno di conforto sono morti in estrema solitudine. La normale distrazione almeno per un momento è stata scossa ed ha fatto nascere la domanda non sulla vita in genere, ma sulla nostra vita. E con la grande domanda siamo stati provocati alla ricerca di un perché.

I volti degli ammalati soffocati e dei morti ci hanno fatto riflettere sul nostro volto e sulla sua fragilità. E sul volto del creato, profondamente ferito anch’esso. L’abituale distrazione e l’“orgoglio tecnologico” sono profondamente provati. Sono bloccate le scappatoie. Nella sua drammaticità questa provocazione è salutare perché blocca ogni scorciatoia almeno per un po’ di tempo. Inoltre, mai come in questa circostanza, scopriamo di essere tutti connessi, tutti accomunati da una sofferenza, da un destino comune, dall’incertezza e infine dalla paura.

A partire dalla fase 2 si sono riprese le attività, ma non è stata eliminata la possibilità di essere nuovamente contagiati. E la paura permane. E la domanda sul futuro si fa più grave. Quando ci è passata accanto la devastazione della nostra vita ci è parsa più vicina anche la devastazione del pianeta in cui viviamo. In queste circostanze affiorano le domande fondamentali della ragione e del cuore sul nostro destino e sul pianeta in cui abitiamo.

Ma come cristiani possiamo dire solamente questo? E di fronte all’enigma della morte possiamo solo aspettare che la pandemia passi? E noi non abbiamo incontrato chi ci dona una speranza oltre la morte?

In questo percorso di domande e risposte ci guida la Laudato si’ di Papa Francesco, di cui celebriamo il V anniversario, e lui, molto appassionato alle sorti del Pianeta, ha il coraggio di affermare: “La domenica è il giorno della risurrezione, il primo giorno della nuova creazione, la cui primizia è l’umanità risorta del Signore, garanzia della trasfigurazione finale di tutta la realtà creata” (LS 237).

Anche l’Esortazione Apostolica Querida Amazonia lo afferma quando, di fronte agli immensi problemi sociali e ambientali di questo territorio proclama come un profeta la forza dell’annuncio cristiano.

“È l’annuncio di un Dio che ama infinitamente ogni essere umano, che ha manifestato pienamente questo amore in Cristo crocifisso per noi e risorto nella nostra vita. (…) Senza questo annuncio appassionato, ogni struttura ecclesiale diventerà un’altra ONG, e quindi non risponderemo alla richiesta di Gesù Cristo:  ‘Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura’ (Mc 16,15)” (QA 64). Il Papa affronta tutte le problematiche ambientali e sociali che valgono per l’Amazzonia e l’intero pianeta e le illumina con la sapienza del Vangelo. “Il kerygma e l’amore fraterno costituiscono la grande sintesi dell’intero contenuto del Vangelo che non si può fare a meno di proporre in Amazzonia” (QA 65).

Da questo nucleo infiammato scaturisce l’originalità della proposta cristiana e anche una prospettiva originale nella questione ambientale. L’enciclica Laudato si’, mediante la proposta di una “ecologia integrale”, indica una direzione nuova dal punto di vista culturale, scientifico ed operativo per il futuro del nostro pianeta.

Da questa enciclica nasce l’invito ad un cambiamento di paradigma per cui la sostenibilità ambientale giova alla sostenibilità economica e questo è un bene condiviso anche in campo ecumenico per abbattere ogni barriera che impedisce un giusto rapporto tra le persone e con la casa comune.

Avere dentro di sé un fuoco nascosto

Ogni uomo porta in sé quelle domande che lo conducono a pensare al senso della vita. Egli cerca di interpretare la sua storia e di regolarla e orientarla al meglio. Questa dinamica interiore non è solo preparazione alla fede, ma effetto stesso della presenza di Dio nell’uomo che cerca di trovarlo.

Ogni uomo ha in sé un fuoco nascosto, un desiderio radicato nella profondità del proprio essere. Egli anela alla verità e all’amore: “O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua” (Salmo 63).

L’inquietudine è la via d’accesso per progredire e scoprire il dono della fede, quella sete dell’anima che cerca e desidera, anela all’infinito, a un amore eterno, non come fuga dal finito, ma come senso che si ritrova in tutto il proprio agire. “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Salmo 42).

L’uomo è capace di accogliere il dono della fede nel momento in cui riesce a penetrare nelle profondità del suo cuore, nell’intimo della sua esistenza, e sente l’attrazione verso quel Qualcuno che è al di là di lui.

La fede è il riconoscimento di questa presenza sempre attiva dentro di sé.

Nell’era della Pandemia

Il Covid-19 ha precipitato il mondo intero in uno stato di desolazione. Lo stiamo vivendo già da tanto tempo; è un’esperienza che non si è conclusa e potrà durare ancora a lungo. Ma quale interpretazione possiamo darne? Certo, siamo chiamati ad affrontarlo con coraggio. La ricerca di un vaccino e di una spiegazione scientifica accurata su cosa ha scatenato questa catastrofe ne sono la prova. Ma siamo anche chiamati a una consapevolezza più profonda? Se così fosse, in che modo questa presa di distanza ci impedirà di cadere preda dell’inerzia della noncuranza, o peggio, della complicità con la rassegnazione? È possibile fare “un passo indietro” ponderato, che non significhi inazione, un pensiero che possa trasformarsi in un ringraziamento per la vita data, come se fosse un passaggio verso una rinascita della vita?

Con il Covid-19, ci siamo trovati collegati in modo diverso, condividendo un’esperienza comune di contingenza: non risparmiando nessuno, la pandemia ci ha resi tutti parimenti vulnerabili, tutti ugualmente esposti.Tale consapevolezza è stata raggiunta a un caro prezzo. Quali lezioni abbiamo appreso? Inoltre, quale conversione del pensiero e dell’agire siamo preparati a vivere nella nostra responsabilità comune per la famiglia umana?

La dura realtà delle lezioni apprese

La pandemia ci ha regalato lo spettacolo delle strade vuote e di città fantasma, di una prossimità umana ferita, del distanziamento fisico. Ci ha privato dell’esuberanza degli abbracci, della gentilezza delle strette di mano, dell’affetto dei baci e ha trasformato le relazioni in interazioni timorose tra sconosciuti, lo scambio neutro di individualità senza volto, avvolte nell’anonimità dei dispositivi di protezione. Le limitazioni ai contatti sociali sono spaventose; possono portare a situazioni di isolamento, disperazione, rabbia e abusi. Per gli anziani agli ultimi stadi di vita, la sofferenza è stata ancora più accentuata, in quanto il disagio fisico si è accompagnato ad una qualità della vita deteriorata e alla mancanza delle visite da parte della famiglia e degli amici.

Vita tolta, vita ricevuta: la lezione della fragilità

Le metafore principali che oggi invadono il nostro linguaggio comune sottolineano l’ostilità e un senso pervasivo di minaccia: gli incoraggiamenti ripetuti a “combattere” il virus, i comunicati stampa che risuonano come “bollettini di guerra”, gli aggiornamenti quotidiani sul numero di contagiati, che presto diventano “caduti”. Nella sofferenza e nella morte di così tante persone, abbiamo imparato la lezione della fragilità. In numerosi paesi, gli ospedali fanno ancora fatica a soddisfare le innumerevoli richieste, e sono costretti alla pena del razionamento e al logoramento del personale sanitario. Una miseria immensa, indescrivibile e la lotta per il bisogno primario di sopravvivenza hanno messo in evidenza la condizione dei carcerati, di coloro che vivono in condizioni di povertà estrema ai margini della società, soprattutto nei paesi in via di sviluppo e degli abbandonati destinati all’oblio nell’inferno dei campi profughi.

Abbiamo toccato con mano il volto più tragico della morte: alcuni hanno conosciuto la solitudine della separazione, sia fisica che spirituale, hanno lasciato le proprie famiglie impotenti, impossibilitate ad accomiatarsi dai loro cari, senza neanche la possibilità della più elementare pietà di una sepoltura adeguata. Abbiamo visto vite finire senza alcuna distinzione di età, status sociale o condizioni di salute. “Fragili”. Ecco cosa siamo tutti: radicalmente segnati dall’esperienza della finitudine che è al cuore della nostra esistenza; non si trova lì per caso, non ci sfiora con il tocco gentile di una presenza transitoria, non ci lascia vivere indisturbati nella convinzione che tutto andrà secondo i nostri piani.

Affioriamo da una notte dalle origini misteriose: chiamati a essere oltre ogni scelta, presto arriviamo alla presunzione e alle lamentele, rivendicando come nostro quello che ci è stato solamente concesso. Troppo tardi abbiamo imparato ad accettare l’oscurità da cui veniamo e a cui, infine, torneremo. Secondo alcuni questa storia è assurda, in quanto tutto si riduce al nulla. Ma come potrebbe questo nulla essere la parola finale? E se così fosse, perché combattere? Perché ci incoraggiamo reciprocamente a sperare in giorni migliori, quando tutto ciò che stiamo vivendo in questa pandemia sarà finito?

La vita va e viene, dice il custode della prudenza cinica. Ma questo suo crescere e decrescere, ora reso più evidente dalla fragilità della nostra condizione umana, potrebbe aprirci a una diversa saggezza, una diversa consapevolezza: la dolorosa prova della fragilità della vita può anche rinnovare la nostra consapevolezza che è un dono. Tornando alla vita, dopo aver assaporato il frutto ambivalente della sua contingenza, non saremo più saggi? Non saremo più grati, meno arroganti?

Come predicare Gesù Cristo

“Ritenni di non sapere altro se non Gesù Crocifisso”

Si comprende la scelta di Paolo apostoli a partire dalla Prima Lettera ai Corinzi. Un testo sul quale è utile soffermarsi in una stagione in cui troppe volte ci si illude di poter rendere più attraente il Vangelo grazie all’acquisizione di nuove tecniche di comunicazione o alla padronanza di nuove tecnologie.

In questa pagina, Paolo ritorna con la memoria alle origini della sua permanenza in quella città, nella quale era giunto dopo aver sperimentato il fallimento del suo talento oratorio davanti alla folla riunita all’Areopago di Atene (cfr. Atti Apostoli capitolo 17). Di fatto, a Corinto lo aveva inviato Gesù, esortandolo a non aver paura: “Continua a parlare e non tacere, perché io sono con te” (cfr. At. Ap. 18,9-11). Ora, scrivendo alla comunità, l’apostolo rievoca questi inizi umili:

“Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”. (1 Cor. 2,1-5)

Nei versetti precedenti, Paolo aveva già introdotto il tema della sapienza di Dio e in quella luce aveva rievocato la propria esperienza, al centro della quale campeggia la parola eloquente della Croce, che è portatrice della potenza divina (cfr. 1 Cor 1,18). Guardando ad essa, l’apostolo ha imparato a riconoscersi avvolto e salvato dal mistero di quella morte, fino ad esclamare: “Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal. 2,20). Di conseguenza, presentandosi ai Corinzi, non può che adeguarsi allo stile di Dio, quello che anche lui ha sperimentato. Non può cioè che proporsi con l’umiltà di chi è consapevole della sproporzione fra la vocazione ricevuta e la propria persona, fra l’annuncio di cui è portatore e la debolezza della propria parola.

Mi sono voluto soffermare sulla Parola della Croce, perché è il cuore del Vangelo e lì occorre tornare in un tempo che non è per la distrazione, ma al contrario per rimanere vigili e risvegliare in noi la capacità di guardare all’essenziale. E guardare all’essenziale è necessario per mantenere viva la memoria di una salvezza che ci ha raggiunto nel mistero della morte e risurrezione del Signore Gesù. Sta qui la verità del vangelo, che dovrebbe essere comunicata anche oggi, senza cedere alla tentazione di addomesticarla per timore che risulti poco attraente in un mondo abituato a coltivare l’illusione dell’autosufficienza e dell’autorealizzazione. Di fronte al mistero di questo amore, che gratuitamente ci precede e ci interpella, riaffiorano però dal cuore alcune domande: Come si può diventare oggi contemporanei di Gesù? Dove si rende disponibile per noi l’esperienza di un incontro con Lui? E a quali condizioni?

Ci è stata affidata questa operazione: mantenere viva la memoria di Gesù e lasciarci continuamente ricreare dalla sua Pasqua. Tale memoria è alimentata dalla mediazione del Vangelo, che resta condizione imprescindibile non solo per accedere a Lui, ma anche per riconoscere la sua prossimità, che ci accompagna e non viene meno neppure nei tempi di crisi. Per questa ragione la predicazione non può sopportare i linguaggi fittizi di una comunicazione diffusa ma incapace di dire cose vere, e nemmeno può patteggiare con il linguaggio della croce, perché ne va della qualità stessa della nostra vita.

Pellegrinaggio Unità Pastorale

Parrocchia Maria Madre del Salvatore

(Cappuccini di Casalpusterlengo)

Mercoledì 9 Settembre

Ore 20.30 recita del Santo Rosario presso il santuario e tempo a disposizione per le Sante Confessioni.

Ore 21.00 S. Messa concelebrata.

Se qualcuno non avesse un mezzo di trasporto a disposizione, può contattare personalmente don Giuseppe.

La vita è una strada

La vita è una strada. PARTIRE. Da quando si nasce sempre bisogna partire. Uscire dal presente, protendersi verso l’avvenire.

CAMMINARE. Non ci si può fermare perché l’esistenza prosegue. L’importante è Camminare sulla Strada, anche se faticosa. Verso la META. La vita invoca una meta, pena l’apatia, la disperazione, il fallimento. Il futuro è davanti a noi, invita a camminare con speranza.

CRISTO ti si presenta nella vita come Colui che ti lancia in questa meravigliosa avventura, ti fa partire. E’ il tuo cammino, la tua meta. Cristo: Via, Verità, Vita.

Il Cammino del cristiano: un incontro con Cristo. Dallo sconforto alla gioia, dalla paura al coraggio, dalla sordità all’ascolto, dalla cecità al riconoscimento, dalla fuga alla Testimonianza