Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Possiamo capire Dio solo in analogia con le cose umane. Gesù aveva compreso questo e, nella sua predicazione, usava spesso le parabole per poter annunciare la verità del Vangelo. Tra le immagini preferite da lui nelle parabole c’è proprio quella del padre. Sovente Gesù tira in ballo un padre e i suoi figli per parlarci di Dio e del suo amore. Lo fa soprattutto quando deve spiegare la misericordia. La Parabola del Padre misericordioso nel Vangelo di Luca è forse l’esempio più alto.
Ma dove Gesù ha appreso la logica della misericordia se non nell’esperienza della misericordia che ha visto con i suoi occhi in questo suo padre terreno? La definizione di misericordia è incontrare l’amore nell’esperienza della propria miseria.
Il mondo ci ha educati a pensare che l’amore vada meritato.
Gesù ci annuncia un amore diverso, un amore che viene a cercare, che ci corre incontro quando ritorniamo da lui, un amore che è gratuito, immeritato e per questo salvifico. Mi piace pensare che la mansuetudine di quel padre che accetta il tradimento del figlio minore e la frustrazione del figlio maggiore sia stata appresa da Gesù negli atteggiamenti di Giuseppe. Quel tratto umano di delicatezza e di imprevedibile perdono certamente era patrimonio umano di Giuseppe. Quante volte Gesù avrà visto la delicatezza con cui Giuseppe trattava chi gli era accanto, e la differenza di mentalità che mostrava nell’affrontare le avversità e i soprusi. Certi atteggiamenti umani li si può apprendere solo con gli occhi.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Il rito della Circoncisione era per ogni israelita il gesto fisico dell’alleanza. Proprio attraverso di esso si sanciva un’appartenenza più grande. Giuseppe e Maria fanno circoncidere Gesù che non solo entra così nella grande storia dell’alleanza con Israele, ma segna anche il gesto di espropriazione che dovrebbe essere tipico di ogni vero amore. Infatti, se da una parte l’amore è aver cura appassionatamente di qualcuno, allo stesso tempo dobbiamo sempre ricordarci di non essere mai i proprietari degli altri, specie dei nostri figli.
Ricordarsi che essi sono liberi perché appartengono innanzitutto a Dio ci aiuta a coltivare anche quella giusta distanza che rende possibile la vita dell’altro. Tutto questo è evidente nel gesto con cui i genitori insegnano ai figli a camminare. Se da una parte vigilano su di loro e li rialzano se cadono, allo stesso tempo cercano di diminuire quanto più possibile il loro aiuto, affinché il bambino prenda fiducia e cominci a camminare da solo. Se invece prendesse il sopravvento un amore eccessivamente protettivo, quel figlio non riuscirebbe mai a imparare a camminare da solo. Ecco allora che il gesto di espropriazione che viene compiuto da Giuseppe e da Maria nel giorno della circoncisione coincide con il coraggio di fare un passo indietro affinché Gesù faccia un passo in avanti. Ancora una volta Giuseppe ci insegna che la scelta della marginalità è in funzione dell’amore. Chi ama sa farsi da parte.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

L’offerta di due tortore per il gesto di purificazione di Maria dopo il parto è un dettaglio che non deve sfuggirci. Questo tipo di offerta era il minimo previsto per le famiglie povere. Gesù è nato in una famiglia povera, e quindi la sua povertà non è una trovata romantica che lo rende più spendibile in ambito pubblicitario. La povertà della famiglia di Gesù è una povertà vera, non una povertà simulata. In un tempo come il nostro, in cui si può cadere anche in forme di vanagloria travestite da pauperismo, Giuseppe, Maria e Gesù ci ricordano la dignità che solitamente hanno i poveri. Essi non ostentano la loro povertà come qualcosa di cui vantarsi, ma sano rimanere dignitosi del loro poco. Basta far visita a qualche quartiere più malfamato, o entrare nelle case dei poveri per accorgersi che c’è una grande differenza tra lo sciatto, l’abbandonato e il povero. L’autentico povero non è mai sciatto anche se ha poco e ha una tremenda cura di quel poco affinché sia quanto più accogliente possibile. Il vero povero sa condividere e non contempla egoismi, perché sa che il suo destino è sempre legato a quello dell’altro. I poveri sanno ringraziare e capiscono la differenza tra il necessario e il superfluo. I poveri non sono mai indifferenti alla povertà degli altri. Forse per questo Gesù sfama le folle, sente compassione per loro, moltiplica i pani e i pesci e non fa buttare nulla di ciò che avanza perché non sia sprecato. C’è sicuramente un significato teologico, ma non dobbiamo dimenticare il motivo umano, quello che lui stesso ha appreso alla scuola di Giuseppe e Maria.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

La famiglia è l’unico equipaggiamento che Gesù ha voluto per venire al mondo. Il Verbo che si fa carne non si è fato bisognoso di null’altro se non di una famiglia, di due persone che si amassero veramente. Non è la difesa di un valore di parte, troppe volte tacciato come valore cristiano. La famiglia non è un valore cristiano, ma è il minimo sindacale di ogni essere umano. Ognuno di noi ha bisogno di alcune relazioni significative che rendano possibile la sua vita. La presenza o l’assenza di una famiglia fanno la differenza nella vita di una persona. E quando la famiglia non funziona, molto spesso si sedimentano nel cuore di chi ne fa parte degli autentici impedimenti e vuoti che bloccano la vita stessa e la rendono impraticabile e faticosa. Essere famiglia non significa semplicemente vivere insieme, ma poter portare l’esperienza che si è ognuno per l’altro. La forza della famiglia di Nazareth è esattamente in questo: Gesù, Maria e Giuseppe sono tutti l’uno per l’altro. Basta leggere il Vangelo per intuire la complicità affettiva, e la capacità di affrontare ogni male attraverso il grande esorcismo di essere una famiglia, di essere insieme. Non a caso la parola diavolo significa “divisione”. Se vuoi distruggere una persona devi dividerla da chi ama. Ecco perché il luogo più colpito dal male è la famiglia.
E Giuseppe questo lo sa bene, e tra i suoi patronati ha anche quello di difendere le famiglie.
Ma egli non agisce mai da solo, specie in questo caso.
La sua è una intercessione di comunione a Gesù per Maria.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Perché lavoriamo?
Molti possono rispondere a questa domanda dicendo che si lavora per portare il pane a casa. Ma forse lo scopo vero del lavoro dovrebbe essere quello di darci l’occasione di esprimere noi stessi. La mancanza di lavoro è come un’amputazione alla dignità della persona. Nel lavoro ci si percepisce utili e significativi. Molte volte la mancanza di lavoro ci getta nella più profonda delle depressioni. In questo senso, il tema del lavoro ha a che fare con la fede e con la santità. Giuseppe è conosciuto come un lavoratore, un artigiano. Gesù sarà chiamato “il figlio del falegname”. È certo che Giuseppe avrà insegnato il suo mestiere anche a Gesù. Il Figlio di Dio ha lavorato come ogni uomo al mondo. Ma anche chi
un lavoro ce l’ha non è detto che lo viva come qualcosa che lo rende felice, che lo santifica. Infatti, a volte facciamo lavori che non vorremmo fare e li facciamo solo per necessità. Così il lavoro non è più il luogo dove io esprimo me stesso, ma è il luogo dove accumulo frustrazione. Tutto questo però può essere capovolto attraverso una conversione dello sguardo. Il lavoro ci santifica non solo quando ci aiuta a esprimerci, ma quando lo facciamo “per amore” di qualcuno. Allora anche la cosa più noiosa o stancante diventa bellissima, quando sai che lo stai facendo “per amore” di chi ami. La vera domanda quindi è se abbiamo capito che dovremmo trovare un motivo “per cui” fare le cose e non farle e basta. Giuseppe è illuminante proprio per questa logica del “per amore”.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Gesù ha scoperto la paternità di Dio attraverso quella di Giuseppe.
È un meccanismo insito in ogni autentica esperienza spirituale: tutto quello che di relazionale viviamo, lo travasiamo tale e quale nella nostra esperienza spirituale, e viceversa. Così, se umanamente parlando facciamo fatica a fidarci degli altri, perché magari abbiamo fatto esperienze che ci hanno fatto soffrire proprio nell’affidamento e nella paura di un rapporto, troveremo ugualmente difficile fidarci di Dio a affidarci a Lui. Se guariamo nella fiducia con Dio, porteremo guarigione anche nelle nostre relazioni orizzontali.
L’esperienza che Gesù fa della paternità è positiva e, per questo, lui riesce a rapportarsi al suo vero Padre senza impedimenti. Giuseppe lo ha preparato a questa relazione verticale che non è solo testimoniata da tutte le volte in cui, nel Vangelo, il cielo conferma la predilezione che Dio ha per Gesù definendolo amaro, con la fiducia addosso, ma è soprattutto mostrato dal modo con cui Gesù accetta di morire in Croce. Pur sentendosi solo non smette di fidarsi di suo Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.
Imparare a vivere significa anche imparare a morire.
Giuseppe dà a Gesù la capacità di saper fare entrambe le cose.
La sua umanità funge per lui da segno di qualcosa di più grande.
Tutti abbiamo bisogno di esperienze relazionali positive che ci aiutino nel nostro rapporto con Dio e con noi stessi.
Giuseppe è un potente intercessore anche per questa necessità.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Il male suscita il male, ma non si può mai vincerlo con un altro male.
L’unica maniera di vincere il male è attraverso il bene. Fin qui sembra abbastanza chiaro quello che il Vangelo ci insegna, ma alla prova dei fatti ci accorgiamo che non è così semplice. Infatti, ci viene spontaneo reagire a uno schiaffo con un altro schiaffo e non certamente porgendo l’altra guancia. Scatta dentro di noi una forza che si infiamma sempre di più, tanto quanto è grande il senso di ingiustizia che si subisce. Gesù ci ha insegnato che l’unica reazione possibile davanti alla violenza dei nemici è la mansuetudine. Mi piace pensare che anche questa caratteristica umana Gesù l’abbia imparata guardando Giuseppe. I Vangeli non registrano un solo atteggiamento scomposto di quest’uomo, nemmeno davanti a situazioni tremendamente difficili. Egli mostra la sua forza nella calma. Troppe volte trascuriamo che l’esercizio della forza non è nello sfogo, ma nella capacità di non lasciarsi sconvolgere dal nemico. La mansuetudine, come la mitezza, è una ferma dolcezza, è la capacità di saper vincere il male con il bene. Nelle situazioni difficili solo la mansuetudine ci aiuta a non perdere la bussola e a continuare il viaggio. Giuseppe è esempio di coloro che forgiano il proprio carattere non con la violenza ma con la forza vincente della pazienza. In un mondo dove la violenza verbale, fisica e psicologica sembra fare da padrone, solo la mansuetudine può disarmarla.
Inizialmente sembrerà essere perdente ma alla lunga vince sempre.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

La povertà ci santifica solo se la scegliamo. Quando la subiamo, invece, rischia di esasperarci. Il Vangelo ci aiuta a capire che, in fondo, la povertà non è semplicemente non avere, ma non far dipendere la vita da ciò che si ha. I veri poveri sono quelli che sanno che il vero miracolo è la condivisione, è essere insieme, è tenere il cuore aperto. Giuseppe è definito dalla devozione popolare “padre dei poveri”. Forse questo viene anche dal fatto che Gesù venendo al mondo si è fatto povero, indifeso, fragile, bambino e Giuseppe ha avuto cura di lui. Ogni uomo e ogni donna che vengono al mondo nascono nudi. È forse l’immagine più simbolica della radicale povertà che ci contraddistingue. Siamo tutti bisognosi, non di cose, però, ma di amore. I ricchi non sono quelli che hanno, ma quelli che sono amati. E chi è amato può vivere anche la povertà senza soccombervi. L’amore consiste nel provvedere, nell’aver cura. Giuseppe è un uomo della provvidenza che sa tirare fuori provvidenza e cura anche dalle situazioni più difficili.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Il valore di una persona lo si vede nelle difficoltà. È una cosa che sappiamo bene, specie se abbiamo attraversato dei momenti difficili e ci siamo domandati, alla fine, “come ho fatto a venirne fuori?”. Ci sono in noi forze nascoste che emergono solo nei momenti di maggior pericolo e difficoltà. È vero però anche il contrario: infatti delle volte sono
proprio le situazioni difficili che ci costringono a scoprire le nostre paure e difficoltà e ci aiutano a ridimensionarci nel nostro io e nella nostra superbia. Un dolore, una prova o una pandemia ci ricordano in fondo che siamo umani, fragili e bisognosi gli uni degli altri. La spavalderia di Pietro si ridimensiona immediatamente dopo aver passato la triste vicenda del rinnegamento del Maestro. Giuseppe sembra invece un uomo già nella sua giusta dimensione, e ciò lo si evince da come reagisce di fronte alle avversità. Invece di scoraggiarsi o di lamentarsi, cerca sempre ingegnosamente una soluzione. Così la notte in cui Gesù viene al mondo lo troviamo capace di riadattare un rifugio per animali a luogo per un parto. O davanti alla minaccia di Erode non ha paura di partire immediatamente di notte, affrontando l’incognita. Giuseppe è un uomo forte, concreto e creativo. In lui vediamo esorcizzata la tentazione di lamentarci, scoraggiarci e arrenderci agli “ormai”. In questo senso, possiamo rivolgerci a lui chiedendo di essere liberati da ogni scoraggiamento e di essere illuminati su come diventare creativi in tempi di prova.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Non basta essere capaci di ascolto della realtà che c’è intorno a noi, c’è bisogno anche di saper ascoltare la realtà che è in ognuno di noi. E tutto questo è quanto di più complicato possa esserci, perché nella nostra interiorità abitano molte cose. Abitano pensieri, emozioni, traumi, ricordi di luce, insicurezze, tentazioni, ispirazioni, voci dello Spirito e voci del male. Come si fa a capire di chi è la voce che ci portiamo dentro? Anche in questo Giuseppe è un maestro. Ce lo suggeriscono i Vangeli quando ci parlano di lui come di un uomo capace di sognare e di ascoltare i sogni. Ora, tutti noi sogniamo, e sappiamo per certo che molte cose dei nostri sogni sono frutto del nostro inconscio. Come può Dio farsi spazio in una sfera così intima come quella dell’inconscio? E come faccio a sapere se è veramente Lui o una mia fantasia? La stessa cosa potremmo domandarcela rispetto ad alcune emozioni che proviamo: come facciamo a sapere che è Dio a ispirarci attraverso quel particolare sentire, oppure invece magari è il maligno o semplicemente la nostra
psiche? È proprio davanti a simili domande che ci rendiamo conto di avere bisogno di discernimento. Gesù nel Vangelo ci dà come indicazione un criterio che non dobbiamo mai perdere di vista: l’albero lo si riconosce dal frutto. Se ciò che ci accade interiormente aumenta la gioia, la luce, la libertà allora viene da Dio, diversamente o è frutto della nostra storia o è una tentazione del maligno, specie quando suscita paura, giudizio e chiusura. Giuseppe è l’uomo del discernimento.