La famiglia per il cristiano

La famiglia, costituita nel matrimonio, è una “realtà umana” così preziosa agli occhi e al cuore di Dio, che il Signore Gesù l’ha elevata a sacramento. Dio Trinità, in Gesù, si è incarnato in una famiglia, ha vissuto in famiglia ed è stato con le famiglie.
Nei racconti evangelici infatti vediamo che Gesù è presente alle Nozze di Cana; Gesù è presente nelle relazioni con la famiglia di Pietro e di Lazzaro; Gesù è presente nell’ascoltare il pianto dei genitori come per Giairo e la vedova di Nain.
Questa è la intima relazione tra Gesù Cristo e la Famiglia!
La famiglia che si costituisce nel matrimonio, per il cristiano è una vera e propria risposta vocazionale, in cui le ricadute
abbracciano ambiti di primaria importanza, quali il suo ruolo sociale, formativo ed ecclesiale. Per questo è importante
coltivare, condividere e prendersi cura di questa vocazione.
Ad esempio la famiglia ha ricadute a livello Sociale, quale luogo primario dell’umanizzazione della persona e della società;  a livello formativo della persona umana, quale ambito in cui si educano le nuove generazioni, preparandole a stabilire sane relazioni interpersonali che incarnino sani valori morali e umani a livello Ecclesiale, in cui gli sposi sperimentano e imparano la cura reciproca, il servizio e il perdono vicendevole.
La visione Cristiana della famiglia è il cammino di conversione personale e di coppia verso la vita buona del Vangelo, incarnata nel quotidiano. Prendersi cura delle nostre e altrui povertà spirituali, umane e psichiche; essere a servizio nell’accoglienza di famiglie e di coppie che desiderano condividere questo viaggio fantastico della vita a due; essere costruttori di ponti tra la comunità cristiana e chi si riaffaccia dopo tanto tempo, magari ferito … sono gesti di carità per noi stessi e per gli altri.

Perché non ci siano case senza famiglia

“La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa.
Spero che ognuno si senta chiamato a prendersi cura con amore della vita delle famiglie, perché esse non sono un problema,
sono principalmente un’opportunità”

Le famiglie di San Fiorano pregano per tutte le famiglie di San Fiorano

Con la solennità di san Giuseppe, anche la nostra comunità parrocchiale ha dato l’avvio all’Anno dedicato alla “Famiglia Amoris laetitia”, con un impegno concreto: pregare per tutte le famiglie di san Fiorano.
La nostra parrocchia crede fermamente nella potenza della preghiera comunitaria. Per questo, ogni giorno, pregheremo per tutte le nostre famiglie. Chi lo desidera può assumersi questo “impegno” per una settimana. Come? Prenotando da don Giuseppe l’immagine della Famiglia di Nazareth. Secondo un calendario stabilito verrà consegnata alla famiglia, durante una messa della domenica, l’immagine con il foglietto riportante la preghiera e una candela. Ogni giorno della settimana la famiglia si impegnerà ad accendere la candela per tutto il tempo della preghiera da recitare davanti all’immagine. La domenica successiva riporterà l’immagine che verrà passata ad un’altra famiglia che continuerà la catena di preghiera. Quando non ci sono famiglie disponibili la preghiera verrà garantita dalla comunità parrocchiale prima della recita del Rosario.

Cosa resterà del Natale?

Che cosa resterà in me, in ciascuno di noi, nelle nostre famiglie, nella nostra comunità
cristiana, nel nostro paese di san Fiorano di questo Natale?
Mi pongo e vi pongo questa domanda. Non vorrei proprio che queste Feste “finissero in niente di fatto” nella nostra vita personale e comunitaria. Fosse così, escluderemmo un Mistero che ci è dato proprio per un cambiamento della nostra vita, della nostra mentalità, dei nostri rapporti.
Il Natale è un evento di straordinaria bellezza, grazia e gioia: è la venuta di Cristo in mezzo a noi. Non è stato un semplice passaggio, ma una presenza continua, costante: ha posto la sua dimora in mezzo a noi. Da quel momento la storia umana non può non fare i conti (anche per una semplice serietà razionale, intellettuale) con questa presenza. La nostra esistenza non può non tenere conto di questo abitare del Figlio di Dio in mezzo a noi. È la certezza che Dio non si è dimenticato di noi, che ancora ci ama di un amore unico ed eterno. Troppo spesso l’inquietudine generata dalle esperienze dolorose che si incontrano inevitabilmente nella vita, produce una nebbia che offusca il nostro cuore rendendo la fiducia un sentimento desiderato, ma poco vissuto. La possibilità che ci è data dal Natale è che la sorgente della fiducia è possibile trovarla in Dio che è amore. La fiducia però non ignora la sofferenza, la sconfitta. Sono prove che ci interrogano: come è possibile, per chi è sostenuto da una vita di comunione in Dio, assumersi delle responsabilità concrete, quando tante volte ti sembra di perdere tempo, di non raccogliere i frutti, di dover solamente soffrire, dopo aver dato tanto tempo, energie e collaborazione? La fiducia che viene dal nostro intimo, anziché indurci a fuggire le responsabilità, ci aiuta ad assumere dei rischi, ad andare avanti anche quando sopraggiunge il fallimento. Dalla fiducia nasce un frutto stupefacente, che è la capacità di amare con un amore disinteressato. La fiducia e la speranza attingono alla misteriosa presenza di Cristo il quale vive in ciascuno di noi per mezzo dello Spirito Santo.
Per vivere la fiducia in Cristo, e non nelle e dalle persone pur le più rispettabili, stimabili e sante di questa terra, è essenziale aprirgli completamente il nostro cuore: per appartenere a Cristo e averne la consapevolezza, basta che il cuore sia pieno del semplice desiderio della comunione con Lui. Certo, seguire il Cristo comporta la fatica di una costante attenzione, ma dà in cambio tanta gioia, tanta pace, tanto chiarore. Se ci abbandoniamo a Lui, se gli affidiamo i nostri timori egli ci offre la possibilità di trovare un solido punto di appoggio. Alle persone diffidenti, alle persone perplesse, dico semplicemente: provate a mettere senza alcuna influenza esterna, senza condizionamenti, piccola parte del vostro tempo per un’informazione seria e approfondita della vita e del pensiero di Cristo. Provate a confrontarvi con Lui. Penso in modo particolare a quei genitori che confermano che si può vivere una vita umanamente buona e trasmetterla ai loro figli anche senza avere fede in Gesù Cristo.
Tenete presente che comunque Gesù Cristo ha segnato una parte della storia, che si voglia o no. In questa prospettiva perché non gettare “un’occhio”, almeno alla sua umanità, come lo si fa con l’umanità di personalità del presente e del passato?
Se Dio, in Gesù, si è unito all’uomo perché almeno non fare uno sforzo personale di maggior comprensione o conoscenza di questo uomo Gesù?

Battesimo del Signore

Gesù arriva al Giordano assieme alle folle che si recano da Giovanni il Battista per ascoltare la sua parole e per farsi battezzare. Questo il Battista proprio non se lo aspettava, perché il Messia non ha bisogno del perdono; è Lui piuttosto che lo porta e che lo offre. C’è una gradualità che deve essere onorata, sembra suggerire Gesù richiamando prima di tutto il tempo presente, “per ora”, perché ormai il ruolo di Giovanni sta concludendosi e il tempo è maturo per l’instaurazione di un altro battesimo. Al tempo presente occorre portare a compimento la “volontà divina”. Gesù sollecita ed educa Giovanni ad orientarsi verso la piena realizzazione della volontà divina. Uscendo dall’acqua “vide squarciarsi i cieli”. Il mondo nuovo si presenta come un’apertura del cielo: il cielo si apre, vita ne entra, vita ne esce. Si apre e accoglie, come quando si aprono le braccia agli amici, ai figli, ai poveri, all’amato. Il cielo si “squarcia” sotto l’urgenza dell’amore di Dio. Si apre e dona. Su ogni figlio scende una colomba simbolo dello Spirito, respiro di Dio. Questa immagine del cielo aperto continua a indicare la nostra vocazione: alzare gli occhi su pensieri altri, le vie che sovrastano le nostre vie; continua ad indicare che non abbiamo in noi la sorgente di ciò che siamo. Con questa fede possiamo anche noi aprire spazi di cielo sereno, da cui si affacci la giustizia per la nostra terra, dono che diventa conquista. Possiamo seminare segni di speranza, abitare la terra con quella parte di cielo che la compone.

Battesimo del Signore

Si conclude qui il tempo di Natale, con questa affermazione del Padre: “Tu sei il figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”. È un bisogno fondamentale sentirsi riconosciuti, apprezzati, ma qui c’è anche qualcosa di più: il Padre si compiace di te. Compiacersi di qualcuno è più che provare stima o orgoglio per lui, è provare un piacere intimo, una soddisfazione particolare nell’apprezzare il suo valore. Il Padre prova dunque anche una gioia intima nel dichiarare il suo amore per te, suo Figlio. Se penso che il Natale ci ha condotti proprio alla riscoperta del nostro essere figli di Dio, allora non posso non credere che queste parole siano rivolte anche a ciascuno di noi. Io, gli altri, siamo gli “amati”. Vivere in questa condizione è rappacificante, ma è anche uno stimolo a rispondere a un tale amore. È in questa direzione che sono andati gli anni che tu hai vissuto nel nascondimento, un lungo apprendistato all’umanità, all’ascolto interiore del Padre nell’imparare ad essere Figlio dalle cose che hai vissuto e patito.

Siamo figli, è vero, ma dobbiamo imparare ad esserlo. Il segno che qualifica il tuo essere figlio è l’aver ascoltato la voce del Padre in quella di Giovanni il Battista e nell’averla accolta nel mettersi in fila, accanto a coloro che confessavano il loro peccato per farsi battezzare. Il Padre non poteva non notare la tua umiltà e bontà, la tua vicinanza e solidarietà con gli uomini, ragione della tua venuta, per non prorompere in questa frase proveniente dal suo cuore a conferma di ciò che sei e fai: “Tu sei l’amato”. Tocca ora a me, seguire la medesima tua via, mettermi al passo degli ultimi e seminare ovunque i germi universali della fraternità, così come ci ha ricordato il Papa parlando di S. Francesco: “solo identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere fratello di tutti. Che Dio ispiri questo ideale in ognuno di noi”.

Epifania del Signore

“A Natale Dio cerca l’uomo. All’Epifania è l’uomo che cerca Dio”. Ed è tutto un germinare di segni. Come segno Maria ha un angelo, Giuseppe un sogno, i pastori un Bambino nella mangiatoia, ai Magi basta una stella, a noi bastano i Magi. Perfino Erode ha un segno; dei viaggiatori che giungono dall’Oriente, culla della luce, a cercare un altro re. Perché un segno c’è sempre, per tutti, anche oggi. Spesso si tratta di piccoli segni, sommessi; più spesso si tratta di persone che sono epifanie di bontà, incarnazioni viventi del Vangelo che hanno occhi e parole come stelle. L’uomo è la stella: “percorri l’uomo e troverai Dio” (S. Agostino). Perché Dio non è il Dio dei libri, ma della carne in cui è disceso.

Come possiamo diventare anche noi di segni, e non scribi sotto il cielo vuoto?

1. Il primo passo lo indica Isaia nella prima lettura di questa solennità: “Alza il capo e guarda!”.

La vita è estasi, uscire da sé, guardare in alto; uscire dal piccolo perimetro del sangue verso il grande giro delle stelle, delle mille sbarre dietro cui si racchiude e si illude il Narciso che è in me, verso l’Altro. Aprire le finestre di casa ai grandi venti.

2. Mettersi in strada dietro una stella che cammina.

Per trovare Cristo occorre andare, indagare, sciogliere le vele, viaggiare con l’intelligenza e con il cuore. Cercare è già un po’ trovare, ma non trovare Cristo vuol dire cercarlo ancora. “Andando di inizio in inizio, per inizi sempre nuovi” (Gregorio di Nissa). Camminando però insieme, come i Magi: piccola comunità, come loro fissando al tempo stesso gli abissi del cielo e gli occhi delle creature.

3. Non temere gli errori.

Occorre l’infinita pazienza di ricominciare, e di interrogare di nuovo la Parola e la stella, non come fa uno scriba, ma come fa un bambino. Come guarda un bambino? Con uno sguardo semplice e affettuoso.

4. Adorare e donare.

Il dono più prezioso che i Magi possono offrire è il loro stesso viaggio, lungo quasi due anni: il dono più grande è il loro lungo desiderio. Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui.

5. Infine cercare Dio è cambiare strada.

I Magi non sono né turisti né vagabondi: hanno cercato, hanno trovato. Poi “Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”, e cercando non si sono tenuti la cosa per sé. Perché quando si è trovata la parola che cambia la vita, allora la gioia straripa, proprio come avvenne per loro che – racconta testualmente Matteo – “gioirono di una gioia grande assai”.

La notizia di avere incontrato Gesù suscita il desiderio di comunicarla agli altri. Da tante parti sale il grido, dov’è il vostro Dio? Che cosa rispondiamo. Hai incontrato Dio? Dov’è la sua casa, quale stella hai seguito? Dimmelo perché venga anch’io ad adorarlo. Credere amando, amare adorando, adorare donando, come i santi Magi: non è forse qui il senso di tutto?

Maria Santissima Madre di Dio

“Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace”. Con questa antica benedizione biblica entriamo nel nuovo anno 2021, certi che il Signore veglierà su di noi, ci sarà vicino e ci accompagnerà giorno dopo giorno. “Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito, e su chi teme la mia parola”, si legge nel libro di Isaia. Sì, lo sguardo del Signore si rivolge su chi si dispone ad ascoltare la parola del Vangelo e cerca di metterla in pratica. Ancora una volta quei pastori di Betlemme ci sono di esempio. Erano disprezzati e ritenuti impuri e peccatori, eppure lo sguardo di Dio si posò su di loro: la notte si riempì di luce e la loro vita trovò un senso, una direzione verso cui andare. Quegli umili pastori divennero “i primi cristiani”: ascoltarono le parole dell’angelo, lasciarono le loro greggi e si diressero verso il luogo loro indicato. Giunti alla grotta videro quel Bambino di cui gli angeli avevano loro parlato; un bambino, una creatura debole, fragile, senza forza. Eppure quel Bambino riempì il loro cuore e la loro mente, tanto che, nota l’evangelista, “dopo averlo visto, riferirono ciò che di lui era stato detto loro”. Si potrebbe dire che tutta la nostra vita di cristiani è racchiusa in questa semplice scena. È posta all’inizio di questo anno perché illumini tutti i giorni che verranno. La scena che i pastori videro era quella di una madre che aveva tra le braccia un Bambino. Sono passati sette giorni dal Natale, da quando i nostri occhi si sono posati su questo piccolo bambino. Oggi la Chiesa sente il bisogno di guardare anche la Madre, e farle festa. Ma, è bene sottolinearlo, nel contemplarla non la troviamo sola: ha in braccio Gesù. I pastori, scrive il Vangelo, appena giunsero a Betlemme “trovarono Maria e Giuseppe e il bambino”.
E’ bello immaginare Gesù non più nella mangiatoia ma tra le braccia di Maria: lei lo mostra a quegli umili pastori e continua a mostrarlo ancora ai discepoli di ogni tempo, anche a noi. Maria che tiene Gesù tra le braccia è tra le immagini più familiari e tenere del mistero dell’incarnazione. Nella tradizione della Chiesa d’Oriente è talmente forte il rapporto tra quella madre e quel figlio che non si trova mai un’immagine di Maria senza Gesù; lei esiste per quel Figlio, suo compito è generarlo e mostrarlo al mondo. E’ l’icona di Maria, Madre di Gesù, ma è anche l’immagine della Chiesa e di ogni credente: abbracciare con affetto il Signore e mostrarlo al mondo.

La cultura della cura come percorso di pace

E’ ormai consolidata tradizione che il primo giorno dell’anno la Chiesa si riunisca in preghiera per invocare la pace. E’ bene iniziare l’anno sulla via della pace. Vogliamo raccogliere il grido di tanti uomini, donne, bambini e anziani che soffrono per la guerra. E la guerra vuol dire condanna a morte per tanti, uomini e donne, bambini ed anziani. La guerra è il volto più mostruoso e violento della storia. E’ lascia il mondo peggiore di prima.
Noi oggi preghiamo perché la pace che gli angeli hanno annunciato agli uomini la notte di Natale possa giungere su tutte le terre. Non possiamo rinunciare alla pace. Per questo, almeno con la nostra preghiera, vogliamo aiutare ogni uomo e ogni donna, chi ha responsabilità di governo, a camminare sulla via della pace. Oggi, 1° gennaio 2021, iniziamo questo nuovo anno con il passo della pace. Sì, la pace non è impossibile. Essa dipende in primo luogo dall’atteggiamento del cuore. “La persona umana è il cuore della pace”. È a dire anche che pace inizia dal cuore di ogni uomo.
Ciascuno è costruttore della pace se ha a cuore ogni uomo e ogni donna. Per questo dobbiamo impegnarci ogni giorno a compiere quei gesti di pace che sono necessari per difendere la dignità di ogni uomo, per rafforzare la convivenza umana, per ricomporre i rapporti lacerati. Insomma, non ci lasciamo vincere dal male, ma vinciamo il male con il bene. La nostra preghiera all’alba del 2021 riprenderà l’antico inno del “Veni, creator Spiritus” perché venga nel cuore degli uomini e “rinnovi la faccia della terra”. Sì, venga lo Spirito del Signore e trasformi i cuori dei credenti, perché sciolgano la loro durezza s’inteneriscano davanti alla debolezza del Bambino; trasformi i cuori delle nostre città e dei nostri paesi perché l’odio, l’invidia, la maldicenza, la sopraffazione, il disinteresse siano allontanati e cresca la solidarietà; trasformi il cuore del nostro paese perché non sia più traversato dall’individualismo, dall’interesse di singoli gruppi e abbondino il perdono, la misericordia e il senso del bene comune; trasformi il cuore delle nazioni e dei popoli in guerra perché siano disarmati gli spiriti violenti e si rafforzino gli operatori di pace; trasformi il cuore dei popoli ricchi perché non siano ciechi di fronte ai bisogni dei popoli poveri e gareggino piuttosto nella generosità; trasformi il cuore delle nazioni e dei popoli poveri perché abbandonino le vie della violenza e intraprendano quelle dello sviluppo; trasformi il cuore di ogni uomo e di ogni donna perché riscoprano il volto dell’unico Dio, Padre di tutti.

I verbi del Natale

Per sapere come vivere il Natale basta prendere sul serio i verbi del racconto evangelico, mirabile sintesi dell’esperienza della fede nella sua essenzialità.

Glorificare e lodare.

Sono gli ultimi verbi che riguardano i pastori. Ed è l’esito di ogni autentica esperienza di Dio: non si può fare a meno di esprimere la gioia e la gratitudine per tutto quello che si è ricevuto. Lodare e glorificare significa in definitiva riconoscere la “grazia” che ci è stata fatta, il dono che ci è giunto e l’amore che esso rivela.

Come vivere questo Natale? Il modo più sicuro e garantito è quello di vivere la stessa avventura dei pastori, di mettere in pratica quei verbi che hanno contrassegnato la loro esperienza di quella n otte che è anche l’esperienza di ogni discepolo di Gesù.

Te Deum (ringraziamento di fine anno)

L’ultimo giorno dell’anno non è una festa particolare della Chiesa. Ma ha un senso profondo: quello del tempo che trascorre. E il tempo – lo sappiamo tutti – non è una dimensione secondaria della vita: è la vita. E, come la vita, il senso va colto, va compreso. E, come la vita, potrebbe scorrere in maniera vuota. Il rischio che corriamo infatti è che le nostre giornate passino senza un senso, appunto, vuote di significato; magari sono anche piene di cose da fare, piene di impegni che magari non ci danno neppure tanta soddisfazione, e così il tempo diventa pesante, triste. Quante volte il tempo è difficile e alienante!
Eppure è un dono di Dio. È come la vita. Ed è un dono che Dio dona a tutti, più o meno largamente. E si tratta di un mistero grande di fronte al quale dobbiamo stare attenti e rispettosi. Per questo la Chiesa da sempre difende il tempo come difende la vita.
Il tempo è così prezioso che anche Dio, potremmo dire, ha deciso di regalarselo. Sappiamo che Dio è eterno e senza tempo. Ma un giorno Dio si donò il tempo. Si fece questo dono quando decise di creare l’uomo e quindi la storia. Da quel momento Dio si è come mischiato con il tempo, con la nostra storia. E non se ne è mai allontanato. Sempre è stato accanto all’uomo perché la storia che viviamo crescesse sempre più nell’amore. Dio si è dato il tempo per amare l’uomo o, in altre parole, Dio ci ha creato per amarci e perché ci amassimo gli uni gli altri. Quindi il senso del tempo, il senso delle giornate, il senso della storia, è l’amore. Sì, l’amore è la sostanza del tempo; l’amore lo rende benedetto, l’amore è il senso dell’anno, l’amore è il senso della nostra stessa vita. E Dio ha continuato ad amare gli uomini per tutto il tempo della storia. Purtroppo è accaduto che gli uomini si sono allontanati da Dio, e ogni volta che lo hanno fatto il tempo si è fatto triste e violento. Ma Dio non ha diminuito il suo amore. Anzi è cresciuto in lui l’amore per noi. Lo intuiamo da quanto dice Paolo nella lettera ai Galati: “quando venne la pienezza del tempo mandò il suo Figlio per riscattare quelli che erano sotto la legge perché ricevessimo l’adozione a figli”.
La pienezza del tempo è la pienezza dell’amore di Dio? E l’evangelista Giovanni scrive: “Dio ha tanto amato il mondo da inviare il suo Figlio nel mondo perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”, ossia abiti la pienezza del tempo. La nostra storia, questo nostro anno che sta per passare, è stato segnato da questa Pandemia, al punto tale che in cuor nostro diciamo: Speriamo che finisca il più presto possibile questo anno e tutto ciò che ha portato di così difficile. Ma da cristiani dobbiamo dire, che nonostante quanto accaduto, questo anno è stato segnato da questo amore di Dio per noi. Sì, lo vogliamo ringraziare perché in questo anno ci ha donato sempre il suo Figlio, ci ha sempre rivolto la sua parola con il Vangelo, ci ha sempre accompagnato con la sua benedizione. Il ritrovarci insieme alla Messa delle ore 18.00 sarà un segno forte e coraggioso di una comunità che nonostante tutto sa cantare: Noi ti lodiamo Dio e ti ringraziamo.
Noi siamo nati per stare accanto a quel Figlio, per poter amare con lui e come lui. Perché il tempo? Per stare accanto a Gesù. È quel che fecero i pastori. Giunti alla grotta – scrive Luca – si stupirono per quel che vedevano, ascoltarono quel che Maria disse loro del Bambino e, una volta partiti, parlavano di lui a tutti quelli che incontravano. Il tempo di quei pastori non era più quello scandito tristemente dalle notti buie della Palestina restando persone senza alcun peso.
Quell’incontro riscattò il lavoro e il tempo di quei pastori. Scoprendo quel Bambino, continuavano ad essere pastori, ma erano stati inseriti in una nuova storia, la storia dell’amore. Divennero i primi predicatori del Vangelo.
Anche noi nella celebrazione del Ringraziamento a fine anno vogliamo essere riscattati dal peso e dal buio delle vicende tristi e trovare nel Vangelo la forza e la saggezza per dire “Grazie o Signore per tutto quello che ci hai donato, soprattutto grazie per la tua presenza salvifica”.