Giovedì eucaristico

Pensando alla celebrazione dell’Eucaristia, sembra che in prima battuta essa rinvii all’esperienza dello “stare”, piuttosto che dell’andare; del fermarsi, piuttosto che del camminare.
Eppure, come la stessa etimologia del termine assemblea è capace di evocare (assemblea, da ad-simulare, mettere insieme; secondo altri da simul ambulare, camminare insieme), il tema del camminare non è affatto estraneo all’evento del convenire liturgico: si cammina per andare all’assemblea; si cammina dentro l’assemblea, nei diversi movimenti previsti dal rito (tra tutti, quello della comunione eucaristica); si cammina al termine della celebrazione, per sciogliere l’assemblea e fare ritorno alla vita quotidiana, nella prospettiva del servizio testimoniale e della vita vissuta come missione.
Certamente si cammina per convenire verso una meta ed insieme una sorgente: nella statio dell’assemblea radunata per la celebrazione dei misteri si manifesta al contempo il mistero del Signore che si fa presente in mezzo ai suoi e il mistero della Chiesa che si riceve dal suo Signore.

Il logo del Congresso Eucaristico (2)

Il logo è definito da una circonferenza, la quale contiene al suo interno gli elementi che esprimono simbolicamente i contenuti del CEN. La circonferenza in sé rappresenta il fulcro del tema, ovvero il Pane Eucaristico. La circonferenza aperta, i dodici chicchi di grano e le brattee rappresentano i dodici apostoli e l’apostolato di ogni battezzato nella direzione di una comunione di una “Chiesa in uscita”, come ospedale da campo. Lo stelo della spiga delinea la forma dell’Eucaristia, attraversando il pane di Matera, contenuto all’interno della circonferenza. Pane che tagliato appare sempre sotto forma di cuore: il cuore di Dio.
Il profilo dei Sassi di Matera e la croce del campanile richiamano la Chiesa locale che accoglie quella italiana per celebrare il Congresso. Una città fra le più antiche del mondo, con oltre 150 chiese rupestri, piccola ma capace, alla luce dell’esperienza di Capitale Europea della Cultura del 2019, di accogliere anche 50.000 persone in un solo giorno. A Matera converge la Chiesa italiana. Da Matera, nel cammino sinodale, riparte la Chiesa italiana con il pane che rimanda a quello eucaristico: “il pane della vita…Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,48.51).

Giovedì eucaristico

La nostra vita quotidiana deve essere “Eucaristia”, movimento di amore e di adorazione verso Dio, il movimento in cui unicamente può essere rivelato e adempiuto il significato e il valore di tutto ciò che esiste.
Sappiamo di aver perduto questa vita eucaristica e che, nel Cristo, il nuovo Adamo, l’uomo perfetto, la vita eucaristica fu restituita all’uomo. Perché egli stesso fu la perfetta Eucaristia. Egli offrì se stesso in totale obbedienza, in totale amore e rendimento di grazie a Dio. Dio era la sua vera vita. Ed egli diede a noi questa vita perfetta ed eucaristica.
In lui, Dio divenne la nostra vita. E perciò questa offerta a Dio del pane e del vino, del cibo che noi dobbiamo mangiare per vivere, è la nostra offerta a lui di noi stessi, della nostra vita e del mondo intero.
Questa è la nostra Eucaristia.

Fuoco

Matera è citta di Maria e della Visitazione. Chi ha messo in movimento Maria per andare a visitare la cugina Elisabetta è stato il fuoco dello Spirito Santo che ha concepito in lei Gesù, cibo di vita eterna. A Matera c’è una spiritualità trinitaria, cristologica, mariana al punto che dal 27 novembre 1954 si fregia del titolo di Civitas Mariae, quando il Consiglio comunale, a seguito dell’Anno mariano, si fece portavoce della richiesta dei cittadini presso il proprio vescovo. Una scelta confermata da S. Giovanni Paolo II, il quale, durante l’Eucaristia celebrata sulla piazza di Matera il 27 aprile 1991, ebbe a dire che questa è la Diocesi della Visitazione e del Magnificat, ampliando questa caratterizzazione mariana all’intera Arcidiocesi di Matera-Irsina. La festa della Visitazione corrisponde alla festa della Madonna della Bruna che a Matera continua ad essere celebrata sempre il 2 luglio nonostante la riforma liturgica.
Nella civiltà contadina i pani lievitati venivano portati nei forni più vicini da alcuni garzoni che passavano a raccoglierli sistemandoli su una tavola posta sulla testa. Per sapere di chi fossero i pani, questi venivano timbrati. Il timbro, con le iniziali del capo famiglia o con un simbolo, era segno di appartenenza.
Il pane diviene così il segno della comunione, della fraternità, dell’appartenenza all’unica famiglia che si nutre dell’unico pane che è sacro, che viene spezzato e distribuito dal capo famiglia ai componenti della famiglia. Esattamente come fece Gesù quando istituì l’Eucaristia.

Terra

«Una caratteristica che animava la vita sociale nei paesi del Sud Italia era il vicinato. Nei Sassi si è maggiormente sviluppato in una micro-aggregazione con più famiglie che avevano le loro case-grotta in una forma urbana attorno ad una piccola piazzetta. Ogni famiglia era di aiuto e sostegno all’altra: il bene
comune superava quello personale, la solidarietà allontanava ogni forma di egoismo.

Il bisogno di stare insieme manifestava che oltre la singola famiglia esiste una grande famiglia che è la comunità. Nell’assemblea liturgica domenicale si manifestava pienamente. Di domenica, per vivere il senso della festa, si usciva dalle proprie case-grotta con il vestito bello, soprattutto a Natale, a Pasqua e il 2 luglio per la festa della Madonna della Bruna: la Visitazione della Madonna a S. Elisabetta.
Dai Sassi si usciva anche per fare i pellegrinaggi verso i luoghi di culto più significativi: a maggio al Santuario di Picciano, il lunedì dell’Angelo alla chiesa di S. Liborio ai Cappuccini, alla chiesa di Cristo alla Gravinella a marzo. Tutti luoghi dove la famiglia del vicinato confluiva nell’unica famiglia di Dio, la Chiesa. Tutti figli dell’unico Padre, in cammino dietro alla Madre per ricevere la Parola del Figlio, Gesù, partecipare all’Eucaristia sperimentando di essere Corpo di Cristo, sentendo la forza dello Spirito Santo» .
I prodotti della terra sono il segno della provvidenza divina. L’amore e il rispetto per la terra avevano un valore di sacralità: il ventre della vita fecondata dall’acqua.

Acqua

«Matera oltre che città del pane è anche città dell’acqua. Uno dei motivi che ha portato l’Unesco a inserire Matera nel patrimonio dei Beni dell’Umanità nel 1993 è stata l’attenzione verso il sofisticato, intricato e ingegnoso sistema di raccolta e distribuzione delle acque piovane e risorgive. Il sistema di raccolta delle acque nella terra materana trova già la sua canalizzazione nel tempo del Neolitico. Condizionati dalla
configurazione geologica, i Sassi sono stati scavati nella calcarenite costruendo nel tempo un agglomerato urbano di abitazioni, strutturato a terrazzamenti, seguendo il canyon dove scorre il torrente Gravina.
Questa struttura urbana ha sviluppato negli abitanti l’ingegno di raccogliere e distribuire l’acqua in ogni casa, scavando delle cisterne. Interessanti sono le cisterne enormi realizzate in diversi punti della città,
incominciando dalla piazza principale, fino a quella vicina alla chiesa del Purgatorio Vecchio: i palombari. Non si può venire a Matera senza visitare questi luoghi. Matera, Città millenaria, inserita nel bacino del Mediterraneo, guarda Maria come la “Grande Madre”, come Colei dalla quale scaturisce la sorgente della Vita: nel cuore del Sasso Caveoso sorge la Chiesa rupestre della Madonna de Idris con chiari riferimenti all’acqua della prima creazione e all’Annunciazione come nuova creazione.
Le donne di Matera salivano, arrampicandosi lungo lo sperone di roccia, per arrivare alla chiesa e ringraziare la Madonna per il dono dell’acqua, elemento base della vita ma anche simbolo sotterraneo di Matera.
Ogni goccia d’acqua era da custodire, non andava sprecata. Ed è l’acqua che è capace di amalgamare la farina donando vita ad un impasto che, con il lievito madre, cresce nel segno della SS. Trinità, nutrimento per ogni famiglia, di ogni corpo che richiama l’appartenenza al corpo di Cristo: tante membra un solo
corpo che è la Chiesa, la famiglia di Dio, popolo in cammino».

Il logo del Congresso Eucaristico (1)

Nel logo, in basso, viene riportato il “pane di Matera” con le tre gobbe ricavate dal triplice taglio trinitario con tre colori cromatici diversi che indicano gli stessi elementi necessari perché ogni pane possa essere pronto e gustato: acqua, terra, fuoco. «Matera ha una tradizione di panificazione che nel corso dei secoli ha sempre più sviluppato, affermandosi come città del pane. Questa città, da quando ha accolto l’annuncio evangelico, ha saputo sviluppare una particolare teologia nella semplicità dei gesti e dei segni. Uno di questi è appunto il pane. Il suo profumo inebria le strade e le case, il suo sapore è una carezza per il cuore.
Non a caso ogni fetta del pane tradizionale ha la forma del cuore.
Un cuore che si dilata, si fa cibo, esattamente come Dio Trinità.
Anticamente le mamme di questa città, come un po’ dappertutto, iniziavano la lavorazione dell’impasto per il pane con il segno della croce. Successivamente, per risparmiare spazio nel forno e mettere più pani, si sviluppò la tecnica di creare un pane che lievitasse soprattutto in altezza. Questa tecnica si basava sulla teologia della Santissima Trinità. La pasta veniva stesa a forma di rettangolo: si univano le estremità di un lato arrotolandola tre volte, mentre si pronunciava: “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Dall’altro lato, con la stessa tecnica, si facevano due giri per
ricordare la doppia natura di Gesù Cristo: umana e divina. Al termine l’impasto veniva piegato al centro e fatti tre tagli sopra recitando: Padre, Figlio e Spirito Santo. A questo punto il pane veniva lasciato riposare nel giaciglio caldo dove aveva dormito il marito: luogo sacro perché luogo dell’amore e nascita di vita nuova. La formula che la donna usava era questa: “Cresci pane, cresci bene come crebbe Gesù nelle fasce. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Qui, continuando a lievitare con il lievito madre, si amalgamava diventando una sola massa».

Adorare non è facile

Mentre la riforma liturgica muoveva i primi passi, «a volte l’intrinseco rapporto tra la santa Messa e l’adorazione del Ss.mo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito». In effetti, mentre l’Eucaristia-Sacrificio eucaristico fu recepita come «fonte e apice di tutta la vita cristiana» ; «fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione», non sono mancate obiezioni nei confronti dell’Adorazione eucaristica. Una delle più diffuse affermava che il Pane eucaristico non ci sarebbe stato dato per essere contemplato, ma per essere mangiato. Altre derivano da una inopportuna “concentrazione eucaristica” – o, meglio sarebbe dire, “celebrativa” – sulla Messa. Gli altri Sacramenti, le altre espressioni della Liturgia, per non parlare delle «devozioni» e delle «pratiche di pietà» sono relegate o in secondo piano o nel «limbo» della «pietà popolare», adatta forse ad alcuni ceti, ma non certo a credenti preoccupati della loro crescita spirituale. Ma le difficoltà nei confronti dell’adorazione attingono anche ad un livello più profondo, che coinvolge la crisi della fede e della vita-testimonianza cristiana. Se la preghiera è «il caso serio della fede», non meraviglia la contestazione aperta o la trascuratezza tacita nei suoi confronti. Gli acuti problemi al riguardo sono ben individuati: si va dalla presenza pervasiva della secolarizzazione alla crisi di paternità; dalla perdita del senso del peccato alla cultura dell’effimero; dal prevalere del sentimentalismo emotivo all’interesse esclusivo all’«azione», alla “prassi” sociale, di liberazione concreta dalle ingiustizie… Non mancano – è vero – segni di riscoperta in questo ambito, quali la ricerca di spiritualità; il bisogno di silenzio; l’amore alla Parola; la diffusione di gruppi di preghiera; un rinnovato interesse per la pietà popolare; l’attenzione alla spiritualità orientale ed alla pratica della «preghiera del cuore»… Si potrebbe senza dubbio continuare. Mi preme però rilevare che adorare non è facile.

Ma è necessario

L’adorazione è l’unico atto religioso che non si può offrire a nessun altro, nell’intero universo, se non a Dio: «Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto». Adorare Dio significa riconoscere che tutto proviene da lui, e «lodarlo, esaltarlo e umiliare se stessi, confessando con gratitudine che egli ha fatto grandi cose e che santo è il suo nome», come Maria nel Magnificat. Per “situare” adeguatamente l’adorazione, occorre considerare come la presenza di Cristo nella Chiesa sia molteplice: il Salvatore è presente nell’assemblea stessa dei fedeli riuniti in suo nome; è presente nella sua parola, nella persona del ministro; è presente infine e soprattutto sotto le specie eucaristiche: una presenza, questa, assolutamente unica, detta reale «non per esclusione, quasi che le altre non siano ‘reali’, ma per antonomàsia». L’adorazione eucaristica va vista perciò in stretta relazione con la celebrazione: tale intrinseco rapporto rappresenta un significativo aspetto della fede della Chiesa ed un elemento decisivo del cammino ecclesiale, compiuto alla luce del Concilio. Per ben orientare e alimentare l’adorazione verso il SS.mo Sacramento, è necessario dunque tener presente il mistero eucaristico in tutta la sua ampiezza, sia nella celebrazione della Messa che nel culto delle sacre specie. È la celebrazione dell’Eucaristia l’origine e il fine del culto che ad essa vien reso fuori della Messa. L’adorazione al di fuori della santa Messa prolunga e intensifica quanto è avvenuto nella celebrazione liturgica, e rende possibile un’accoglienza vera e profonda di Cristo». Già Agostino insegnava: «Rivestito di questa carne [Cristo] mosse i suoi passi quaggiù e la stessa carne ci lasciò affinché ne mangiassimo per conseguire la salute. Orbene nessuno mangia quella carne senza prima averla adorata».

Maestro, dove dimori?

L’Eucaristia è stata istituita da Gesù per essere celebrata, obbedendo al suo comando.
“Fate questo in memoria di me”. Ma, fin dall’inizio, il Pane consacrato è stato conservato anche tra una celebrazione e l’altra. Questa presenza del Signore è sempre stata oggetto anche di particolare venerazione e di adorazione. Come Lui stesso ci ha detto, “è con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”, e in tanti modi. Ma nel Pane consacrato è presente anche con il corpo che ha ricevuto da Maria, crocifisso e risorto a motivo del suo amore divino e umano, per il Padre e la nostra umanità.
E, allora, è bello saperlo lì, visitarlo con la mente e con il cuore, ma anche fisicamente quando è possibile. Un caro ricordo è quello di alcune mamme e nonne che, indicando ai loro bambini e nipotini la Chiesa parrocchiale, chiedono loro di mandare un “bacino” a Gesù eucaristia.
E commuove vedere degli adulti che, passando davanti alla Chiesa, si fermani, entrano, si inginocchiano pensando soprattutto a Gesù presente nel Tabernacolo.
Ancora più bello quando viene “esposto” per essere adorato dalla comunità cristiana, come insegna, desidera, raccomanda la Chiesa, in modo particolare con la Parola e l’esempio degli ultimi Papi. Senza l’adorazione la nostra opera non adempie la sua missione.
Capire l’Eucaristia significa capire l’Amore con cui il Signore Gesù l’ha promessa e istituita per tutti noi a nostro beneficio.

Giovedì eucaristico

Siamo dei cristiani abituati a riflettere, abituati anche a non scandalizzarci.
Non possiamo meravigliarci se, in duemila anni di storia, sul cammino della Chiesa si sia potuto accumulare della polvere, la polvere dell’umanità, la polvere delle nostre fragilità, la polvere delle nostre debolezze, la polvere dei nostri peccati. Togliere questa polvere e far sì che la Chiesa risplenda di perenne giovinezza è possibile soltanto se noi teniamo presente questa esigenza: che la Chiesa abbia un modello, un punto di riferimento.
E questo è il volto di Gesù: “ciò che Egli ci ha detto, ciò che Egli ci ha dato”.
Questa preoccupazione deve essere coltivata in particolare nella preghiera di adorazione.
Questa preghiera che ognuno di noi vive, non è soltanto un pur legittimo, utile, fecondo rapporto interpersonale, ma è anche un fatto apostolico di rilevante valore.

Vorrei fare le mie personali congratulazioni a tutti i cristiani della nostra comunità parrocchiale che settimanalmente sostano davanti al Santissimo Sacramento, nel silenzio della contemplazione, dell’ascolto e della riflessione. Voglio anche incoraggiare più persone possibili, soprattutto coloro che hanno un ruolo e un impegno all’interno della Parrocchia, a vivere questo momento davvero straordinario. È quasi passato un anno pastorale da quando abbiamo iniziato ad esporre il Santissimo Sacramento nella mattinata di tutti i Giovedì e alcune volte anche alla sera: mi è parso di cogliere in questa istanza proveniente dalla vita concreta di fede, un’esigenza dello Spirito che parla alle nostre coscienze.
La nostra attività apostolica è tanto più feconda quanto meno ostacoli lo Spirito Santo incontra nell’esercizio della sua missione. A volte noi uomini più che favorire l’azione dello Spirito, poniamo ostacoli all’azione dello Spirito Santo. Ponendoci in ascolto della Sua persona noi dichiariamo la nostra piena disponibilità a lasciarci attraversare dalla luce di Cristo, a lasciarci plasmare dalla Sua Grazia redentrice e quindi ad essere strumenti docili nelle sue mani per la realizzazione del suo Regno. Tutto questo è la ricchezza dell’Adorazione Eucaristica.
Cresciamo numericamente ma anche qualitativamente a livello di fede.