Riprende per la nostra comunità parrocchiale la proposta settimanale del Giovedì Eucaristico (esposizione del Santissimo Sacramento per l’adorazione personale). Riprende dopo il tempo liturgico del Natale e riprende sull’esempio dei Magi (Epifania).
Non possiamo non fare nostro (comunità parrocchiale) il gesto dei Magi raccontato nel Vangelo di Matteo («Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo») per sottolineare che adorare è il traguardo del loro percorso, la meta del loro cammino. Infatti, quando, giunti a Betlemme, “videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Se perdiamo il senso dell’adorazione, perdiamo il senso di marcia della vita cristiana, che è un cammino verso il Signore, non verso di noi. È il rischio da cui ci mette in guardia il Vangelo, presentando, accanto ai Magi, dei personaggi che non riescono ad adorare.
C’è il re Erode, che utilizza il verbo adorare, ma in modo ingannevole. Chiede infatti ai Magi che lo informino sul luogo dove si trovava il Bambino “perché – dice – anch’io venga ad adorarlo”. In realtà, Erode, adorava solo sé stesso e perciò voleva liberarsi del Bambino con la menzogna. Che cosa ci insegna questo? Che l’uomo, quando non adora Dio, è portato ad adorare il suo io. Quante volte abbiamo scambiato gli interessi del Vangelo con i nostri, quante volte abbiamo ammantato di religiosità quel che ci faceva comodo, quante volte abbiamo confuso il potere secondo Dio, che è servire gli altri, col potere secondo il mondo, che è servire sé stessi!
Oltre a Erode, ci sono altri personaggi che non riescono ad adorare Dio: i capi dei sacerdoti e gli scribi del
popolo: «Essi», indicano a Erode con estrema precisione dove sarebbe nato il Messia: a Betlemme di Giudea. Conoscono le profezie e le citano esattamente. Sanno dove andare, ma non vanno. Anche da questo possiamo trarre un insegnamento. Nella vita cristiana, non basta sapere: senza uscire da sé stessi, senza incontrare, senza adorare non si conosce Dio. La teologia e l’efficienza pastorale servono a poco o nulla se non si piegano le ginocchia; se non si fa come i Magi, che non furono solo sapienti organizzatori di un viaggio, ma camminarono e adorarono. Quando si adora ci si rende conto che la fede non si riduce a un insieme di belle dottrine, ma è il rapporto con una Persona viva da amare. È stando faccia a faccia con Gesù che ne conosciamo il volto.
Adorando, scopriamo che la vita cristiana è una storia d’amore con Dio, dove non bastano le buone idee,
ma bisogna mettere Lui al primo posto, come fa un innamorato con la persona che ama.
Così dev’essere la nostra Comunità parrocchiale, un’adoratrice innamorata di Gesù suo sposo.

L’adorazione fuori dalla messa

La celebrazione dell’Eucaristia nel sacrificio della Messa è veramente l’origine e il fine del culto che ad essa vien reso fuori della Messa. Infatti Cristo Signore, che nel sacrificio della Messa è immolato quando comincia a essere sacramentalmente presente come cibo spirituale dei fedeli sotto le specie del pane e del vino, anche dopo l’offerta del sacrificio, allorché viene conservata la Eucaristia nelle chiese, è veramente l’Emmanuele, cioè Dio con noi.
Giorno e notte resta in mezzo a noi, e in noi abita, pieno di grazia e di verità”.
Questa permanente presenza dell’Emmanuele è all’origine dell’adorazione eucaristica. Di questa adorazione sottolineo due aspetti che possiamo definire l’uno soggettivo e l’altro oggettivo.
Innanzitutto Cristo è presente in modo reale e permanente nelle specie del pane, non in forma statica ma dinamica, in quanto è lui che perpetua nel tempo quell’adorazione al Padre che si è compiuta nel tempo della celebrazione eucaristica: è l’aspetto soggettivo dell’adorazione eucaristica. Quando si propone l’adorazione eucaristica, si invita ad unirsi all’adorazione di Gesù: l’adorazione è fatta con Cristo per Cristo e in Cristo.
Ma la presenza di Cristo nelle specie eucaristiche (ed è l’aspetto oggettivo) chiama la chiesa, sua sposa, all’adorazione di lui, cioè ad un dialogo d’amore. Nell’adorazione eucaristica si ascolta il Signore, ci si abbandona a lui. È bello intrattenersi con Lui e, chinati sul suo petto come il discepolo prediletto, essere toccati dall’amore infinito del suo cuore.
Se il cristianesimo deve distinguersi, nel nostro tempo, soprattutto per l’arte della preghiera, come non sentire un rinnovato bisogno di trattenersi a lungo, in spirituale conversazione, in adorazione silenziosa, in atteggiamento di amore, davanti a Cristo presente nel Santissimo Sacramento? Quante volte abbiamo fatto questa esperienza, e ne abbiamo tratto forza, consolazione, sostegno!

Gesù, unico e vero adoratore del Padre (2)

Poiché aderire alla Verità, cioè alla Rivelazione, che è la parola e la vita di Gesù, trascende le capacità della nostra persona, è necessaria l’azione dello Spirito Santo, come fu necessaria l’opera della Spirito perché una donna diventasse la Madre di Dio.
Lo Spirito, facendoci aderire alla Verità che è Cristo, per ciò stesso ci introduce nella sua adorazione del Padre: l’adorazione cristiana è quella ispirata e nutrita dalla rivelazione di Cristo sotto l’azione dello Spirito Santo. Nell’adorazione non siamo noi gli attori, noi entriamo nell’adorazione di Gesù, facendo nostri i suoi “sentimenti”, egli che “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere
come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini, …. facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.
L’iniziazione all’adorazione è lasciare che egli entri in noi, e noi possiamo guardare al Padre, al mondo e agli altri con gli stessi suoi occhi.

Gesù, unico e vero adoratore del Padre (1)

L’adorazione, intesa in senso cristiano, non è primariamente una semplice azione umana, ma opera di Cristo: è lui il vero e unico adoratore; con la sua incarnazione e la sua Pasqua ha redento l’uomo e ha associato a sé l’umanità nell’adorazione al Padre.
Nel vangelo di Giovanni leggiamo che la donna samaritana, ad certo punto del colloquio, introduce il tema dell’adorazione: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
Fermiamo la nostra attenzione sull’espressione “adorare in spirito e verità”.
La parola “Verità” nel quarto Vangelo indica la Rivelazione, che si identifica con le parole e la persona di Gesù: ormai possiamo adorare il Padre solo “nella Verità”; cioè in Gesù Cristo. Il Verbo incarnato infatti è “pieno di grazia e verità”, è “la via, la verità, la vita” e per mezzo di lui “vengono a noi la grazia e la verità”: ormai il “luogo” della nostra adorazione è la persona del Verbo incarnato. Gesù dice anche che noi dobbiamo adorare il Padre “in Spirito”.

L’adorazione, un consegnarsi di amanti

Davanti a Dio che si rivela, si fa conoscere, propone prospettive inaudite, l’uomo (come Mosé, Isaia, Maria…), comincia a balbettare, si arrende.
La Vergine, dice Luca, “rimase molto turbata”. È il turbamento di chi avverte l’abisso del proprio nulla da una parte e dall’altra rimane affascinato dalla grandezza di Dio che lo riempie e lo vuole esaltare. Non c’è ragionamento che tenga, c’è la resa incondizionata, c’è il silenzio, c’è il consegnarsi all’amato, c’è l’adorazione. Il modo migliore di adorare è consegnarsi, come avviene tra due amanti. L’atto supremo di adorazione per Gesù è stato quando ha detto: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.

L’adorazione, un consegnarsi di amanti

Davanti a Dio che si rivela, si fa conoscere, propone prospettive inaudite, l’uomo (come Mosé, Isaia, Maria…), comincia a balbettare, si arrende.
La Vergine, dice Luca, “rimase molto turbata”. È il turbamento di chi avverte l’abisso del proprio nulla da una parte e dall’altra rimane affascinato dalla grandezza di Dio che lo riempie e lo vuole esaltare. Non c’è ragionamento che tenga, c’è la resa incondizionata, c’è il silenzio, c’è il consegnarsi all’amato, c’è l’adorazione. Il modo migliore di adorare è consegnarsi, come avviene tra due amanti. L’atto supremo di adorazione per Gesù è stato quando ha detto: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.

Dalla contemplazione e dalla conoscenza all’adorazione come comunione d’amore

Sfogliando un Dizionario etimologico, troviamo che la parola adorazione può derivare dal latino ad os (oris), “alla bocca”, gesto del baciare, perciò dell’amore; per questo i vocabolari indicano che adorare significa anche “amare con trasporto”, “amare con piena dedizione e con grande tenerezza”. L’adorazione nasce dalla gioia di percepire la grandezza di Dio non come di colui che ci opprime ma di colui che ci ama immensamente, dà senso alla nostra vita, diviene la pienezza di quello che siamo. Davanti a questa esperienza ci comportiamo come i bambini che aprono la bocca, portano la mano “alla bocca” (ad os) e poi rimangono così, senza parole.
L’adorazione fondamentalmente è questo stare davanti a Dio pieni di stupore, senza parole, senza pensieri, ma soltanto aprendoci e godendo dell’intimità con il Signore.
È questa l’adorazione del Verbo; dall’eternità egli è “rivolto verso il Padre”, quasi in un bacio eterno (ad os) he è lo Spirito. Egli introdusse questa adorazione nel mondo quando “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”; a coloro che, ieri e oggi, lo accolgono, egli dà “il potere di diventare figli di Dio”, partecipi perciò della sua stessa relazione con il Padre, della sua stessa adorazione. A questa luce è pienamente comprensibile l’espressione: “viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. Il supremo gesto di adorazione del Verbo incarnato, questo “bacio” del Dio-uomo, trova la
massima attuazione e rivelazione sul calvario, quando viene innalzato sulla croce e attira a se chi crede in lui. Da allora coloro che “credono nel suo nome” e “da Dio sono stati generati”, partecipando del suo sacrificio, possono adorare Dio “in spirito e verità.

Giovedì eucaristico

Dal vedere alla contemplazione, all’adorazione

Per adorare bisogna saper vedere. Lo scienziato si avvicina alla natura con uno sguardo indagatore, scopre moltissimi segreti, ma spesso non arriva all’adorazione, chiuso in un conoscere che non gli permette di andare oltre l’esperimentabile. Bisogna avere occhi per vedere oltre, per intuire una Presenza, cogliere un’Azione, e così arrivare a contemplare: allora il creato e l’uomo che lo abita, appariranno nel loro splendore, riveleranno una presenza e un’azione insospettata, porteranno a quella gioiosa adorazione.


Dalla conoscenza di se stessi e di Dio all’adorazione

Conoscere noi stessi come Dio ci vede e conoscere Dio è la via che porta all’adorazione.
Nel dialogo con la Samaritana Gesù dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva”; è questa conoscenza, dono di Dio, che introduce ad adorarlo. Gesù le dice: “Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo… Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano”. Non c’è adorazione senza conoscere chi è Dio e chi siamo noi. Non si tratta di una conoscenza astratta, da di quella che man mano che ti addentri in essa, te ne senti affascinato, conquistato e non puoi che adorarlo. Nell’ultima cena Gesù ripetutamente richiama di aver introdotto alla conoscenza-rivelazione di lui e del Padre: “Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».” Questo rapporto profondo tra conoscenza e amore, di cui parla Gesù, ci porta a scoprire il significato più profondo dell’adorazione.

Siamo una comunità che adora il Signore

Non si può non pensare all’inizio del “decalogo”, i dieci comandamenti, dove sta scritto: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me” (Es 20,2-3). Troviamo qui l’elemento costitutivo dell’Eucaristia: inginocchiarsi in adorazione di fronte al Signore. Adorare il Dio di Gesù Cristo, fattosi pane spezzato per amore, è il rimedio più valido e radicale contro le idolatrie di ieri e di oggi. Inginocchiarsi davanti all’Eucaristia è professione di libertà: chi si inchina a Gesù non può e non deve prostrarsi davanti a nessun potere terreno, per quanto forte. Noi cristiani ci inginocchiamo solo davanti al Santissimo Sacramento, perché in esso sappiamo e crediamo essere presente l’unico vero Dio, che ha creato il mondo e lo ha tanto amato da dare il suo Figlio unigenito. Ci prostriamo dinanzi a un Dio che per primo si è chinato verso l’uomo, come Buon Samaritano, per soccorrerlo e ridargli vita, e si è inginocchiato davanti a noi per lavare i nostri piedi sporchi.
Adorare il Corpo di Cristo vuol dire credere che lì, in quel pezzo di pane, c’è realmente Cristo, che dà vero senso alla vita, all’immenso universo come alla più piccola creatura, all’intera storia umana come alla più breve esistenza. L’adorazione è preghiera che prolunga la celebrazione e la comunione eucaristica e in cui l’anima continua a nutrirsi: si nutre di amore, di verità, di pace; si nutre di speranza, perché Colui al quale ci prostriamo non ci giudica, non ci schiaccia, ma ci libera e ci trasforma.
Ecco perché adorare ci riempie di gioia. Facendo nostro l’atteggiamento adorante di Maria, preghiamo per noi e per tutti; preghiamo per ogni persona che vive in questa comunità, perché possa conoscere Te, o Padre, e Colui che Tu hai mandato, Gesù Cristo. E così avere la vita in abbondanza.

Giornata Eucaristica (2)

Un abisso chiama un altro abisso”, dice il salmista (sal 42). Solamente l’infinito e eterno Amore di Dio può riempire il vuoto esistenziale che c’è nell’uomo quando non conosce né ha incontrato Dio. Quando non c’è Dio nell’orizzonte di una vita si vive l’angusta contraddizione fra l’essere stato creato col desiderio di eternità e la realtà dei propri limiti, della fragilità e dell’effimero di questa vita.
Ogni uomo -anche quando non sia cosciente di cio’- ha sete di eternità, di infinito, di trascendenza. Questa sete è in realtà sete di Dio. Come lo spiega il salmista: “la mia anima ha sete del Dio vivo” (sal 42). Ma -questa è la Buona Novella che ci rivela il Signore- anche Dio ha sete dell’uomo, della sua salvezza. Non è un caso che il dialogo di Gesù Cristo con la samaritana inizi con “dammi da bere”. Sicuramente il Signore aveva sete fisica ma Lui aveva un’altra sete più importante da appagare. Per questo anche ai discepoli -che erano ritornati e si erano meravigliati nel vederlo parlare con una donna per giunta samaritana- quando gli chiedono che mangi, lui risponde che ha un cibo da mangiare che loro non conoscono e poi spiega che questo alimento “è fare la volontà del Padre”. La sete di Cristo è sete di salvezza delle anime, la sua fame è fare la volontà del Padre: salvare tutta l’umanità. Gesù, in questo momento concreto della relazione, ha sete della salvezza di quella vita persa e attraverso di lei di tutti gli abitanti di Sicar.
In quel “dammi da bere” sotto il sole di mezzogiorno nel pozzo di Giacobbe, si specchia un altro mezzogiorno, quando si oscura il sole nel Golgota: è il “ho sete” della croce.
Il dialogo comincia con il “dammi da bere” ma culmina con la domanda della samaritana sul dove adorare Dio. Dalla sete del Signore deriva la sete della samaritana: dove adorare Dio. La sete dell’uomo e la sete di Dio si incontrano nell’adorazione. Si incontrano e si saziano reciprocamente. Solo l’amore infinito di Dio riempie l’infinito vuoto di eternità, di bontà, di bellezza dell’uomo.