Prosegue l’attività del Bambù

In questo tempo si Pandemia, il centro di ascolto è ancora chiuso, ma non si è mai fermata l’azione di solidarietà, di attenzione da parte dei volontari del “Bambù”. Ringrazio di cuore tutte le persone che svolgono questa missione indispensabile. Continua la distribuzione dei pacchi mensile porta a porta (grazie anche all’aiuto e alla disponibilità della Protezione Civile). Ma continua l’assistenza concreta di ascolto, di conoscenza e di pronto aiuto anche nei confronti di famiglie che sono in difficoltà economica. Insomma nel silenzio evangelico questo seme di solidarietà continua a dare frutti tanto belli.

È motivo di orgoglio sapere che nei momenti difficili le persone hanno un punto di riferimento e sanno a chi chiedere aiuto. Ed è bello vedere la pronta disponibilità e l’azione benefica di altrettante persone.

Giornata Mondiale del Turismo

“Turismo e sviluppo rurale”

La 41ma Giornata Mondiale del Turismo ricorre quest’anno nel contesto incerto segnato dagli sviluppi della pandemia COVID-19, di cui ancora non si vede la fine. Ne deriva una drastica riduzione della mobilità umana e del turismo, sia internazionale che nazionale, collocandosi ai minimi storici. La sospensione dei voli internazionali, la chiusura degli aeroporti e dei confini, l’adozione delle severe restrizioni ai viaggi, anche interni, sta causando una crisi senza precedenti in molti settori connessi all’industria turistica. Si teme che nella peggiore delle ipotesi, a fine 2020 si assisterà ad una diminuzione di circa un miliardo di turisti internazionali, con una perdita economica globale di circa 1.200 miliardi di dollari.                                         Ne conseguirebbe una perdita enorme di posti di lavoro nell’intero settore turistico.  Secondo il Segretario Generale dell’Organizzazione Mondiale del Turismo, Zurab Pololikashvili, «il turismo è stato tra tutti il settore maggiormente colpito dal lockdown globale, con milioni di posti di lavoro a rischio in uno dei settori più ad alta intensità di lavoro dell’economia».

Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato

Le offerte che verranno deposte nella bussola, all’ingresso della Chiesa,saranno consegnate secondo questa intenzione.

La Chiesa celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato dal 1914. È sempre stata un’occasione per dimostrare la preoccupazione per le diverse categorie di persone vulnerabili in movimento, per pregare per loro mentre affrontano molte sfide, e per aumentare la consapevolezza sulle opportunità offerte dalla migrazione.

«Le conflittualità e le emergenze umanitarie, aggravate dagli sconvolgimenti climatici, aumentano il numero di sfollati e si ripercuotono sulle persone che già vivono in stato di grave povertà. Molti dei Paesi colpiti da queste situazioni mancano di strutture adeguate che consentano di venire incontro ai bisogni di quanti sono stati sfollati» (Papa Francesco  –  9 gennaio 2020).

Ho deciso di dedicare questo Messaggio al dramma degli sfollati interni, un dramma spesso invisibile, che la crisi mondiale causata dalla pandemia COVID-19 ha esasperato. Questa crisi, infatti, per la sua veemenza, gravità ed estensione geografica, ha ridimensionato tante altre emergenze umanitarie che affliggono milioni di persone, relegando iniziative e aiuti internazionali, essenziali e urgenti per salvare vite umane, in fondo alle agende politiche nazionali. Ma «non è questo il tempo della dimenticanza. La crisi che stiamo affrontando non ci faccia dimenticare tante altre emergenze che portano con sé i patimenti di molte persone» (Papa Francesco: Messaggio Urbi et Orbi, 12 aprile 2020).

Vorrei partire dall’icona che ispirò Papa Pio XII nel redigere la Costituzione Apostolica Exsul Familia (1 agosto 1952). Nella fuga in Egitto il piccolo Gesù sperimenta, assieme ai suoi genitori, la tragica condizione di sfollato e profugo «segnata da paura, incertezza, disagi (cfr Mt 2,13-15.19-23). Purtroppo, ai nostri giorni, milioni di famiglie possono riconoscersi in questa triste realtà. Quasi ogni giorno la televisione e i giornali danno notizie di profughi che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie» (Angelus, 29 dicembre 2013).

In ciascuno di loro è presente Gesù, costretto, come ai tempi di Erode, a fuggire per salvarsi. Nei loro volti siamo chiamati a riconoscere il volto del Cristo affamato, assetato, nudo, malato, forestiero e carcerato che ci interpella (cfr Mt 25,31-46). Se lo riconosciamo, saremo noi a ringraziarlo per averlo potuto incontrare, amare e servire. Le persone sfollate ci offrono questa opportunità di incontro con il Signore, «anche se i nostri occhi fanno fatica a riconoscerlo: coi vestiti rotti, con i piedi sporchi, col volto deformato, il corpo piagato, incapace di parlare la nostra lingua» (Omelia, 15 febbraio 2019).

Si tratta di una sfida pastorale alla quale siamo chiamati a rispondere con i quattro verbi che ho indicato nel Messaggio per questa stessa Giornata nel 2018: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ad essi vorrei ora aggiungere sei coppie di verbi che corrispondono ad azioni molto concrete, legate tra loro in una relazione di causa-effetto.

Bisogna conoscere per comprendere.       È necessario farsi prossimo per servire.

Per riconciliarsi bisogna ascoltare.          Per crescere è necessario condividere.

Bisogna coinvolgere per promuovere.      È necessario collaborare per costruire.

Un rapporto fiducioso

Nei Vangeli, in Luca in particolare, emerge chiaramente il fatto che Gesù dedicava molto tempo alla preghiera. Questa sua dedizione ha dapprima incuriosito i discepoli, poi li ha profondamente colpiti, infine li ha travolti. Hanno scoperto che Gesù traeva la sua forza interiore, la sua compassione, la sua gioia nel rapporto costante, personale, intimo con Dio nella preghiera costante.

Che bisogno aveva Gesù di pregare? Nessuno, se la preghiera è l’elenco quotidiano dei nostri bisogni cui Dio deve sopperire. Ma se, invece, la preghiera è entrare in profonda comunione con lui, immergersi nella realtà spirituale che tutto avvolge e riempie, spalancare lo sguardo interiore assumendo la prospettiva dell’Eterno, allora Gesù è maestro di preghiera. Anzi: il Maestro di preghiera.

Gesù prega nei momenti cruciali della sua missione: durante il Battesimo, ricordandoci che i gesti della fede vanno anzitutto celebrati nell’interiorità; nel momento della Trasfigurazione, perché la preghiera ci conduce alla bellezza di Dio; prima della croce, perché la preghiera ci aiuta a sostenere la sofferenza.

Prega nei momenti salienti del suo ministero: prima di chiamare i Dodici, per ricordarci che la Chiesa nasce e vive nella preghiera; prima della confessione di Pietro e per sostenerlo nella prova, perché Gesù si fida e prega per noi.

Il rapporto col Padre è rapporto di fiducia: Gesù ringrazia il Padre che sempre lo ascolta prima della risurrezione di Lazzaro, certo di essere esaudito. La preghiera, per lui, è anche occasione di riconoscere con grande gioia l’opera del Padre verso i semplici e gli umili, primi ad accogliere l’annuncio del Regno. La preghiera dopo l’Ultima Cena, che riporta Giovanni, è una specie di grande sintesi: Gesù porta tutta la sua vita, la sua missione, le persone che ama nella sua preghiera. E porta anche noi, anche me.

Gesù ci svela il volto del Padre: è a lui che rivolgiamo la preghiera. Pregare con Gesù, pregare il Padre e Dio di Gesù, significa anzitutto credere che gli stiamo a cuore, che esiste una logica nel suo agire, nel pieno rispetto della nostra libertà, che Dio si occupa di me. Noi chiediamo al Padre ed egli invia lo Spirito. Perché alla luce dello Spirito possiamo vedere, nella nostra vita, in che modo Dio ascolta le nostre richieste.

La preghiera è un colloquio intimo e comunitario, uno scambio di opinioni, una reciproca intesa. La preghiera è fatta di ascolto di Dio, di intercessione.

La preghiera di Gesù

Perché pregare? L’unica vera e inoppugnabile ragione che trovo in me stesso, l’unica risposta che ancora mi convince è: perché lo ha fatto Gesù, e io, che sono suo discepolo, voglio imitarlo.  L’incontro con Dio accende in noi una nuova sensibilità, spalanca un modo diverso di vedere la realtà e attiva una sensibilità profonda che deriva dall’anima. La preghiera è chiedere, lodare, contemplare,  intercedere. La preghiera diventa il modo di tenersi in contatto con Dio ma anche di restare in unione con noi stessi e con gli altri: è nel profondo dell’anima che sperimentiamo la presenza dell’Assoluto.

Pregare “serve” a qualcosa?

Penso tutti noi siamo consapevoli di quanto si importante e necessario pregare. E come la preghiera sia la fonte della comunità cristiana. Ecco perché diventa importante, oltre alla celebrazione dell’Eucaristia, inserire all’interno del cammino pastorale, momenti di preghiera, celebrazioni, veglie, adorazioni, novene comunitarie. Pregando insieme si diventa comunità. Pregare è cambiare il proprio sguardo sulla realtà a partire dall’Eterno.

La preghiera, oggi, non gode di particolare notorietà, siamo onesti. E non solo fra chi si dichiara non credente, in ricerca, o dubbioso, cosa peraltro comprensibile e legittima, visto che, in genere, considera la preghiera come un’inutile perdita di tempo, quando va bene. Ma anche fra chi si professa cristiano, fra chi vive con semplicità e onestà il Vangelo, fra chi si è messo alla sequela del Nazareno. Pregare non va di moda. Le obiezioni che si rivolgono alla preghiera sono innumerevoli e degne di attenzione. Le persone faticano a pregare per molte ragioni, alcune molto complesse e di difficile valutazione, altre più intuitive e immediate. Eppure, penso, che la nostalgia sia tanta. Nostalgia che emerge prepotente quando si coagula intorno ai luoghi di spiritualità che radunano migliaia di persone disposte a mettersi in ascolto, a fare silenzio, a interrogarsi, a pregare. Mi domando: forse in parrocchia non si trova sufficiente nutrimento delle vere e proprie  oasi di interiorità?

Una nuova riapertura

Don Giuseppe e i Consigli Parrocchiali stanno lavorando insieme per pensare una riapertura degli spazi dell’oratorio, la cui chiusura si è protratta per diversi mesi a causa dell’emergenza sanitaria. Purtroppo, le norme da seguire per ricominciare a usufruire della struttura sono molto rigide, addirittura in misura maggiore rispetto a quelle utilizzate per gli altri locali con frequenza del pubblico. Proprio per questo ci sono limiti oggettivi che momentaneamente limitano l’utilizzo degli spazi alle attività sportive organizzate. Per pensare insieme al futuro e, soprattutto, per trovare nuovi volontari, indispensabili in questa fase, vi invitiamo a una riunione fissata per domenica 27 settembre, alle 17, in chiesa. Il fatto di costituire un gruppo di persone che possa gestire in sicurezza l’oratorio è condizione indispensabile per la riapertura. 

Alleati per il futuro

96° Giornata per l’Università Cattolica

Stiamo vivendo una stagione difficile e incerta. L’urto della realtà, misteriosa e sconcertante, ha provocato la nostra vita riportando a galla le domande che tante volte preferiamo evitare: perché e per chi accade quel che accade? Come vivere il dolore? Che senso hanno avuto tante morti a motivo della pandemia? Oggi tutti parlano di “ripartenza” e noi, la comunità dei credenti, abbiamo un grande e originale contributo da dare. Ricominciare può coincidere con la chiusura di una parentesi, ma non crediamo che possiamo darci l’obiettivo di ritornare a dove ci siamo fermati, scommettendo sul tempo che lenisce le ferite e richiudendo nel cassetto dei ricordi la sfida esistenziale di questi mesi. Riflettere su quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, su ciò che stiamo imparando alla dura scuola della realtà. Nel biennio 2020/2021 l’Istituto Toniolo e l’Università Cattolica compiono 10 anni.  “Pensare alla cultura superiore mentre l’Italia nostra è in preda a convulsioni, mentre imperversa una bufera che potrà forse tutto sommergere, può sembrare iniziativa di gente che vive fuori dal mondo, non a contatto con la tremenda realtà dell’oggi!”. Così scriveva il Comitato Promotore dell’Università Cattolica nel 1920. quello era un tempo cupo di rivoluzioni, di violenze, di incognite, di poteri opachi, di rovine ancora fumanti per gli incendi della Grande Guerra. Occorreva dare risposte, ma quali sarebbero state all’altezza? La risposta fu totalmente controcorrente, totalmente innovativa: la cultura. La risposta fu la formazione,  l’educazione ecco come germogliarono il Toniolo e l’Università. Oggi, alla luce del dramma che ci è accaduto, quell’insegnamento torna a vibrare per investire tutta la nostra ansia di ripartenza e ripresa.  Pensare alla cultura non è altro che pensare alla vita, oggi come un secolo fa, sospinti dalla stessa urgenza di contribuire alla costruzione del bene comune.  La Giornata per l’Università cattolica che si celebra il 20 settembre è stata intitolata: “Alleati per il futuro”.

Domenica 20 settembre: Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Le offerte che verranno deposte nella bussola, all’ingresso della Chiesa, saranno consegnate secondo questa intenzione.

Beata Vergine Maria Addolorata

Spesso una madre, addolorata per la sofferenza del figlio, soffre più del figlio stesso. È questo l’effetto dell’amore: di assumere in sé il dolore altrui e far sì che, con l’aumento del dolore, più dell’altro soffra colui che lo compatisce, al punto che spesso desidera soffrire lui solo, affinché l’altro non soffra. Nella sofferenza della compassione, l’anima di chi partecipa è divisa in qualche modo da se stessa e in se stessa.  Poiché quando soffre una persona amata, per associarsi al suo dolore, l’anima le si dona ed esce da sé spinta dalla compassione, per unirsi a lei e soffrire al suo posto. E, in certo modo, mostra di appartenere a  colui con il quale si è compenetrata per il sentimento di compassione, come se vivesse in quello di cui sente il tormento.  Perciò il vecchio Simeone, profetizzando di Cristo, disse: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione»; e subito, rivolgendosi alla Beata Vergine, aggiunse: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,34.35); cioè: la tua anima, quasi fosse la sua, sarà trafitta da una spada. Si può anche intendere così: la tua stessa anima, cioè la tua propria anima sarà trafitta da una spada. Infatti la Madre di Dio, che sapeva amare più di tutti, come anche più di tutti era amata, soffriva con il  Figlio morente come fosse lei stessa a soffrire. Il suo dolore era proporzionato al suo amore. Amando il Figlio più di se stessa, portò nel cuore con un intimo dolore tutte le ferite che erano inferte al corpo del Figlio. Il suo martirio fu la passione di Cristo. La carne di Cristo era in certo senso la carne sua, cioè carne della sua carne, e dopo che il Cristo l’ebbe assunta da lei, essa la amò in Cristo, più della propria in sé. Quanto più amò, tanto più soffrì. Patì nel cuore più di quanto un martire soffra nel corpo, perciò risplende per il singolare privilegio del glorioso martirio. Gli altri martiri sono giunti alla perfezione col martirio della propria morte; lei offrì alla passione la carne della sua carne per la salvezza del mondo, e nella passione e per la passione di Cristo la sua anima fu così invasa dalla violenza del dolore che, come consumata nello stesso martirio col Cristo, si può credere che abbia meritato la più alta gloria dei martiri, dopo Cristo.

Festa dell’Esaltazione della Croce

Dunque, la celebrazione dell’Esaltazione della Croce assume anche un significato ben più grande di quello prettamente storico: è la celebrazione del mistero della croce che Cristo, da strumento di ignominia e di supplizio, ha trasformato in strumento di salvezza. La formulazione più profonda di questo mistero si ha dalla lettera di Paolo ai Filippesi: «Cristo umiliò se stesso fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al disopra di ogni altro nome». Così pure Giovanni, nel suo Vangelo, ci dà una lettura preziosa del mistero della croce, quella dell’amore di Dio: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna».

La glorificazione di Cristo passa attraverso il supplizio della croce e l’antitesi sofferenza-glorificazione diventa fondamentale nella storia della Redenzione. Cristo si sottomette volontariamente alla condizione umiliante di schiavo e questo supplizio infamante viene tramutato in gloria eterna. Così la croce diventa il simbolo e il compendio della religione cristiana. La stessa evangelizzazione, operata dagli apostoli, è presentazione di Cristo crocifisso. S. Paolo afferma: «Predico Cristo e Cristo crocifisso», «Di null’altro mi vanto, se non della croce di Cristo». Anche noi possiamo pregare con la liturgia: «Di null’altro ci glorieremo se non della croce di Cristo Gesù, nostro Signore: Egli è la nostra salvezza, vita e resurrezione. Per mezzo di Lui siamo stati salvati e liberati». Ecco la nostra fede, ecco la nostra salvezza! Per questo ogni nostra preghiera, ogni nostra azione, inizia con il segno della croce. Esso ci aiuta a ricordare, a celebrare, ad accogliere, a vivere l’amore infinito di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, come ci è dimostrato da Gesù sulla croce. Nella croce si trova il senso vero della vita di ciascuno e della storia del mondo. Per questo è il segno più grande della speranza. Diventa allora il segno e la forza della testimonianza cristiana che la Chiesa intera è chiamata a offrire al mondo in ogni epoca della storia. Ogni croce o sofferenza che noi stessi viviamo e che l’umanità intera vive sono la partecipazione alla croce di Cristo per la salvezza del mondo. Dice S. Paolo: «Do compimento a ciò, che dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Ciò che è stoltezza, diventa sapienza; ciò che è considerato disgrazia diventa grazia e benedizione. Celebriamo, quindi, la gloria di Dio Padre, la nostra liberazione e tutto quel grandioso evento salvifico che noi chiamiamo redenzione, salvezza, riscatto. Tutto questo ci infonde speranza, luce e forza: anche noi indissolubilmente legati alla croce, alla sofferenza, veniamo esaltati perché redenti, perché anche noi siamo candidati alla risurrezione con Cristo.

È quantomeno strano parlare della croce in termini di “esaltazione”: come si può esaltare lo strumento di tortura più spietato che la mente umana abbia saputo concepire? Solo un serial killer lo farebbe. E chi può esaltarsi parlando di croce? Un mitomane? Un autolesionista? La Chiesa ogni anno celebra la croce, non per quanto umanamente parlando essa rappresenta, ma per quanto divinamente parlando essa è. L’uomo l’ha concepita come la sintesi del dolore del mondo mentre Dio l’ha trasformata in ricapitolazione del suo amore per il mondo.