Una luce per il cammino

La Giustizia è la guida, la luce che orienta il cammino dell’uomo sulla retta via. È una virtù che non è data tanto in vista delle opere compiute, ma dalla fede in Cristo, dalla giustizia che viene da Dio: un dono che scende dall’alto, dalla grazia divina verso il credente che viene avvolto sempre più nella carità.

La Giustizia come dono di Dio viene fortificata dalla carità, che tutto crede e tutto spera. Per questo non è tanto la logica della punizione che esclude ed emargina a rendere l’uomo tale, ma la logica del saper investire su ciò che ogni singolo ha di buono nel suo cuore, così che la sua vita sia elevata a beneficio di tutti.

Dio chiede agli uomini di mettere al servizio del prossimo i doni che lui ha elargito: la giustizia è perciò data all’uomo perché sia messa al servizio dell’uomo, per permettergli di  crescere, di comprendere quanto è importante che viva nel rispetto e nell’amore del prossimo, perché il suo sia uno sguardo che edifica e promuove l’altro e non sia di oppressione, di potere e di violenza.

Papa Francesco: un anno dedicato all’enciclica “Laudato sì”

Capitolo quinto – Alcune linee di orientamento e di azione

Questo capitolo affronta la domanda su che cosa possiamo e dobbiamo fare. Le analisi non possono bastare: ci vogliono proposte «di dialogo e di azione che coinvolgano sia ognuno di noi, sia la politica internazionale» (15), e «che ci aiutino ad uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando» (163). Per Papa Francesco è imprescindibile che la costruzione di cammini concreti non venga affrontata in modo ideologico, superficiale o riduzionista. Per questo è indispensabile il dialogo, termine presente nel titolo di ogni sezione di questo capitolo:

«Ci sono discussioni, su questioni relative all’ambiente, nelle quali è difficile raggiungere un consenso. […] la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma [io] invito ad un dibattito onesto e trasparente, perché le necessità particolari o le ideologie non ledano il bene comune» (188).

Su questa base Papa Francesco non teme di formulare un giudizio severo sulle dinamiche internazionali recenti: «i Vertici mondiali sull’ambiente degli ultimi anni non hanno risposto alle aspettative perché, per mancanza di decisione politica, non hanno raggiunto accordi ambientali globali realmente significativi ed efficaci» (166). E si chiede «Perché si vuole mantenere oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo?» (57). Servono invece, come i Pontefici hanno ripetuto più volte a partire dalla Pacem in terris, forme e strumenti efficaci di governance globale (175): «abbiamo bisogno di un accordo sui regimi di governance  per tutta la gamma dei cosiddetti beni comuni globali» (174), visto che «“la protezione ambientale non può essere assicurata solo sulla base del calcolo finanziario di costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere o di promuovere adeguatamente”» (190).

Sempre in questo capitolo, Papa Francesco insiste sullo sviluppo di processi decisionali onesti e trasparenti, per poter «discernere» quali politiche e iniziative imprenditoriali potranno portare «ad un vero sviluppo integrale» (185). In particolare, lo studio dell’impatto ambientale di un nuovo progetto «richiede processi politici trasparenti e sottoposti al dialogo, mentre la corruzione che nasconde il vero impatto ambientale di un progetto in cambio di favori spesso porta ad accordi ambigui che sfuggono al dovere di informare ed a un dibattito approfondito» (182).

Particolarmente incisivo è l’appello rivolto a chi ricopre incarichi politici, affinché si sottragga «alla logica efficientista e “immediatista”» (181) oggi dominante: «se avrà il coraggio di farlo, potrà nuovamente riconoscere la dignità che Dio gli ha dato come persona e lascerà, dopo il suo passaggio in questa storia, una testimonianza di generosa responsabilità» (181).

Quattro teorie, un solo corpo 

Il corpo macchina.

La concezione del corpo-macchina si sta sempre più diffondendo. Tale riduzione è inaccettabile per due ragioni. La prima, perché strappa dal corpo la sua realtà più preziosa: l’io, l’anima. Il cuore umano non è mai una sola pompa, il rene non è mai un solo filtro, il polmone non è mai un radiatore, né il cervello un calcolatore, perché il nostro corpo è sempre intrecciato con il nostro io, con la nostra anima in modo da formare un’unità (diciamo “unità”, non “unione”). L’unione non fa fusione: due mani giunte continuano ad essere distinte, anima e corpo, invece, non sono mai distinti: sono un blocco solo, un’unità.

La seconda ragione per cui non possiamo accettare la teoria del corpo-macchina è il fatto che il corpo viene assimilato ad una cosa, ad uno strumento che si butta quando non è più efficiente. Come un’auto si butta quando non funziona più, così si potrà buttare un corpo, quello degli anziani, ad esempio, quando si inceppa e si consumano le batterie. Ma c’è di più. La teoria del corpo-macchina può portare a concepire il nostro corpo come un puro strumento di piaceri. E così l’uomo da animale che è (e che deve restare!), diventa bestia. Ancora. Se l’uomo è una macchina, lo si potrà programmare fin dal livello embrionale per renderlo sempre più efficiente. E così l’uomo diventa un manufatto. Sono queste le ragioni che ci impediscono di accettare la teoria del corpo-macchina. Non meno pericolosa è la seconda concezione del nostro corpo: la concezione del corpo come spettacolo. Vediamola.

Il corpo spettacolo.

La teoria del corpo-spettacolo è, forse, oggi la più diffusa. Corpo spettacolo da esibire o come bellezza o come salute. Ciò che conta è, comunque, apparire. Pur di apparire, si è disposti a tutto! È il mito dell’immagine.

Il corpo come espressione della persona.

Una terza teoria è quella che ritiene che il corpo sia la manifestazione di una realtà più profonda che lo supera: l’io, la persona. Questa è una buona interpretazione di ciò che è veramente il corpo umano. Il corpo esprime la persona con la quale fa un tutt-uno. Ecco perché il corpo umano è ben diverso da quello animale. Mentre quello dell’animale è ripetitivo, quello dell’uomo è creativo, dà vita a qualcosa che non è mai esistito.

Il corpo come tempio.

Quarta interpretazione del corpo, tipica del Cristianesimo. Ad essa vogliamo alludere anche per correggere il persistente errore secondo il quale la religione cristiana sarebbe ostile al corpo. “Mai il corpo è stato preso tanto sul serio e onorato come nel Cristianesimo” (Ladislaus Boros).

Solo il Cristianesimo ha osato collocare un corpo d’uomo nelle profondità di Dio” (Romano Guardini).

Le due affermazioni non sono per nulla esagerate! Basti pensare a tre grandi cardini della dottrina cristiana: Dio stesso ha preso carne (Gv 1,14); ogni corpo è tempio di Dio (1Cor 6,19-20); il corpo dell’uomo è destinato alla risurrezione (1Cor 15,41-56). Gesù ha sempre protetto il corpo, lo ha sempre difeso. Dio ama il corpo nello splendore e con l’energia con cui lo ha creato!

Corpo da ammirare. Corpo da interpretare. Non basta: il corpo è anche una realtà da gestire. Una buona gestione del corpo comporta quattro doveri.

Il primo è quello di conoscerlo. Aveva ragione lo studioso Paul Chauchard ad osservare: “Incongruenza di un’epoca nella quale le macchine sono tanto ben conosciute e curate, mentre l’uomo ignora la sua macchina, le condizioni del suo uso perfetto e quanto è necessario per mantenerla in efficienza”. Secondo dovere fondamentale verso il corpo è quello di accettarlo. Il noto poeta libanese Kalhil Gibran ci regala un profondo messaggio: “Sono nato una seconda volta quando la mia anima e il mio corpo si amarono e si unirono in matrimonio”.  Amare il proprio corpo è la base per amare se stessi, gli altri, la vita. Nessun timore a portare tranquillamente in giro il proprio corpo. Eppure forse mai come oggi è stato così difficile accettare il proprio corpo, gioire d’essere nella propria pelle.

Terzo dovere verso il corpo è quello di tenerlo in forma. È grazie al corpo che viviamo, è attraverso il corpo che percepiamo il mondo. Chi ha una buona vista vede più mondo. Chi ha un buon udito sente più note…

Tenere in forma il proprio corpo significa proteggere la salute. Salute intesa (si noti!) non solo come assenza di malattia, ma come completo benessere fisico, psichico e spirituale. Nei confronti del corpo abbiamo il dovere di curarlo. Tale dovere ha una ragione profondissima: il corpo non è solamente destinato a me, ma appartiene anche agli altri. Il mio corpo non è solo il primo biglietto da visita, ma anche un dono per gli altri.

Vivere bene è amare Dio

“Vivere bene altro non è che amare Dio con tutto il proprio cuore, con tutta la propria anima e con tutto il proprio agire. Gli si dà (con la temperanza) un amore totale che nessuna sventura può far vacillare (e questo mette in evidenza la fortezza), un amore che obbedisce a lui solo (è questa è la giustizia), che vigila al fine di discernere ogni cosa, nel timore di lasciarsi sorprendere dall-astuzia e dalla menzogna (è questa è la prudenza)  (sant’Agostino)

Indulgenza della Porziuncola o “Perdono d’Assisi”

Dal mezzogiorno del primo agosto alla mezzanotte del giorno seguente si può lucrare una volta sola l’Indulgenza plenaria. Condizioni richieste:

1. Visita, entro il tempo prescritto, a una Chiesa cattedrale o parrocchiale e recita del Padre Nostro e del Credo;

2. Confessione sacramentale;

3. Comunione eucaristica;

4. Preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre (almeno un Padre Nostro e un’Ave Maria o altre preghiere a scelta);

5. Disposizione d’animo che escluda ogni affetto al peccato anche veniale

Le condizioni di cui ai nn. 2, 3 e 4 possono essere adempiute anche nei giorni precedenti o seguenti quello in cui si visita la chiesa; tuttavia è conveniente che la santa Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Papa siano fatte nello stesso giorno in cui si compie la visita. L’indulgenza può essere applicata ai defunti in modo di suffragio, ma non ad altri che siano ancora in vita.