I movimenti del cuore: conoscere l’amore

“Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: Sradicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe” (Luca 17,6). È Dio che invita l’uomo a uscire da sé per andare verso la verità e l’amore. Nella fede non sono attive solo alcune funzioni umane, ma tutta la persona. Nella Bibbia, infatti, quando, si parla di cuore cisi riferisce all’intera persona: l’intelletto, il volere, l’affettività. In queste dimensioni l’uomo si apre alla verità e all’amore e in queste si lascia toccare e trasformare nel profondo. Avere fede non vuol dire abbandonarsi alla “cieca”, cancellando il proprio pensiero, e nemmeno andare a trovare ragioni per cose che sono sempre più grandi del limite che accompagna la propria esistenza. Sono erronei a riguardo sia la razionalità sia il fideismo. Fede e ragione, più che scontarsi, dovrebbero unirsi per spiccare il volo. Sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità.

Fede è sinonimo di bellezza di vivere

Acquisire fede è acquisire bellezza del vivere; non consiste nell’uscire dalla propria vita, ma nell’entrarci sempre di più per scoprire la bellezza dell’esistenza con l’Autore della vita. “Tu mi hai sedotto Signore, e io mi sono lasciato sedurre; nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”. (Geremia 20,7-9).

La fede è il “luogo” dove l’uomo riconosce che la qualità del vivere è una relazione con quel Dio che lo chiama e desidera stabilire con lui un’alleanza. Dio brama l’amicizia dell’uomo! Davanti alla proposta di Dio l’uomo è chiamato a prendere posizione con un atto decisivo, un atto di fede, uno slancio del cuore  accompagnato da fiducia e abbandono.

Avere dentro di sé un fuoco nascosto

Ogni uomo porta in sé quelle domande che lo conducono a pensare al senso della vita. Egli cerca di interpretare la sua storia e di regolarla e orientarla al meglio. Questa dinamica interiore non è solo preparazione alla fede, ma effetto stesso della presenza di Dio nell’uomo che cerca di trovarlo.

Ogni uomo ha in sé un fuoco nascosto, un desiderio radicato nella profondità del proprio essere. Egli anela alla verità e all’amore: “O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua” (Salmo 63).

L’inquietudine è la via d’accesso per progredire e scoprire il dono della fede, quella sete dell’anima che cerca e desidera, anela all’infinito, a un amore eterno, non come fuga dal finito, ma come senso che si ritrova in tutto il proprio agire. “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Salmo 42).

L’uomo è capace di accogliere il dono della fede nel momento in cui riesce a penetrare nelle profondità del suo cuore, nell’intimo della sua esistenza, e sente l’attrazione verso quel Qualcuno che è al di là di lui.

La fede è il riconoscimento di questa presenza sempre attiva dentro di sé.

Fidarsi di Dio è dargli il nostro assenso

La Fede è la virtù teologale per la quale il cristiano crede in Dio, gli dice “sì”, si fida di lui. La parola di Dio è la perla preziosa dalla quale si riceve il dono della Fede, un battito nuovo nel cuore che è riempito di quell’amore e di quella fiducia che consentono all’uomo di aprirsi alla ricchezza del mistero.

Quel “sì” nasce da un incontro, quello di Dio creatore con l’uomo sua creatura, e questo incontro è caratterizzato da una relazione che si innesta in un quotidiano che diventa straordinario. Davanti alla parola di Dio l’uomo professa il suo credo perché riconosce che essa è degna di Fede per la sua vita, contiene una promessa, una proposta, la possibilità di una vita nuova piena di luce e di amore, dove si possono sperimentare la Fedeltà e la paternità di Dio.

La Fede: dalle virtù cardinali a quelle teologali

Le virtù teologali non sono separate da quelle cardinali: la pratica delle seconde può guidare naturalmente alle prime, che però restano sempre un dono gratuito di Dio.

L’uomo virtuoso, felice di praticare le virtù umane, se si spinge a una continua ricerca del bene, si radica nelle virtù teologali, che si riferiscono direttamente a Dio. Se le virtù umane sono acquisite mediante l’educazione e gli atti di perseveranza nel vivere il bene, quelle teologali dispongono i cristiani a vivere in relazione con la Santissima Trinità. Queste virtù sono dono gratuito di Dio.

Nell’era della Pandemia

Il Covid-19 ha precipitato il mondo intero in uno stato di desolazione. Lo stiamo vivendo già da tanto tempo; è un’esperienza che non si è conclusa e potrà durare ancora a lungo. Ma quale interpretazione possiamo darne? Certo, siamo chiamati ad affrontarlo con coraggio. La ricerca di un vaccino e di una spiegazione scientifica accurata su cosa ha scatenato questa catastrofe ne sono la prova. Ma siamo anche chiamati a una consapevolezza più profonda? Se così fosse, in che modo questa presa di distanza ci impedirà di cadere preda dell’inerzia della noncuranza, o peggio, della complicità con la rassegnazione? È possibile fare “un passo indietro” ponderato, che non significhi inazione, un pensiero che possa trasformarsi in un ringraziamento per la vita data, come se fosse un passaggio verso una rinascita della vita?

Con il Covid-19, ci siamo trovati collegati in modo diverso, condividendo un’esperienza comune di contingenza: non risparmiando nessuno, la pandemia ci ha resi tutti parimenti vulnerabili, tutti ugualmente esposti.Tale consapevolezza è stata raggiunta a un caro prezzo. Quali lezioni abbiamo appreso? Inoltre, quale conversione del pensiero e dell’agire siamo preparati a vivere nella nostra responsabilità comune per la famiglia umana?

La dura realtà delle lezioni apprese

La pandemia ci ha regalato lo spettacolo delle strade vuote e di città fantasma, di una prossimità umana ferita, del distanziamento fisico. Ci ha privato dell’esuberanza degli abbracci, della gentilezza delle strette di mano, dell’affetto dei baci e ha trasformato le relazioni in interazioni timorose tra sconosciuti, lo scambio neutro di individualità senza volto, avvolte nell’anonimità dei dispositivi di protezione. Le limitazioni ai contatti sociali sono spaventose; possono portare a situazioni di isolamento, disperazione, rabbia e abusi. Per gli anziani agli ultimi stadi di vita, la sofferenza è stata ancora più accentuata, in quanto il disagio fisico si è accompagnato ad una qualità della vita deteriorata e alla mancanza delle visite da parte della famiglia e degli amici.

Vita tolta, vita ricevuta: la lezione della fragilità

Le metafore principali che oggi invadono il nostro linguaggio comune sottolineano l’ostilità e un senso pervasivo di minaccia: gli incoraggiamenti ripetuti a “combattere” il virus, i comunicati stampa che risuonano come “bollettini di guerra”, gli aggiornamenti quotidiani sul numero di contagiati, che presto diventano “caduti”. Nella sofferenza e nella morte di così tante persone, abbiamo imparato la lezione della fragilità. In numerosi paesi, gli ospedali fanno ancora fatica a soddisfare le innumerevoli richieste, e sono costretti alla pena del razionamento e al logoramento del personale sanitario. Una miseria immensa, indescrivibile e la lotta per il bisogno primario di sopravvivenza hanno messo in evidenza la condizione dei carcerati, di coloro che vivono in condizioni di povertà estrema ai margini della società, soprattutto nei paesi in via di sviluppo e degli abbandonati destinati all’oblio nell’inferno dei campi profughi.

Abbiamo toccato con mano il volto più tragico della morte: alcuni hanno conosciuto la solitudine della separazione, sia fisica che spirituale, hanno lasciato le proprie famiglie impotenti, impossibilitate ad accomiatarsi dai loro cari, senza neanche la possibilità della più elementare pietà di una sepoltura adeguata. Abbiamo visto vite finire senza alcuna distinzione di età, status sociale o condizioni di salute. “Fragili”. Ecco cosa siamo tutti: radicalmente segnati dall’esperienza della finitudine che è al cuore della nostra esistenza; non si trova lì per caso, non ci sfiora con il tocco gentile di una presenza transitoria, non ci lascia vivere indisturbati nella convinzione che tutto andrà secondo i nostri piani.

Affioriamo da una notte dalle origini misteriose: chiamati a essere oltre ogni scelta, presto arriviamo alla presunzione e alle lamentele, rivendicando come nostro quello che ci è stato solamente concesso. Troppo tardi abbiamo imparato ad accettare l’oscurità da cui veniamo e a cui, infine, torneremo. Secondo alcuni questa storia è assurda, in quanto tutto si riduce al nulla. Ma come potrebbe questo nulla essere la parola finale? E se così fosse, perché combattere? Perché ci incoraggiamo reciprocamente a sperare in giorni migliori, quando tutto ciò che stiamo vivendo in questa pandemia sarà finito?

La vita va e viene, dice il custode della prudenza cinica. Ma questo suo crescere e decrescere, ora reso più evidente dalla fragilità della nostra condizione umana, potrebbe aprirci a una diversa saggezza, una diversa consapevolezza: la dolorosa prova della fragilità della vita può anche rinnovare la nostra consapevolezza che è un dono. Tornando alla vita, dopo aver assaporato il frutto ambivalente della sua contingenza, non saremo più saggi? Non saremo più grati, meno arroganti?

Come predicare Gesù Cristo

“Ritenni di non sapere altro se non Gesù Crocifisso”

Si comprende la scelta di Paolo apostoli a partire dalla Prima Lettera ai Corinzi. Un testo sul quale è utile soffermarsi in una stagione in cui troppe volte ci si illude di poter rendere più attraente il Vangelo grazie all’acquisizione di nuove tecniche di comunicazione o alla padronanza di nuove tecnologie.

In questa pagina, Paolo ritorna con la memoria alle origini della sua permanenza in quella città, nella quale era giunto dopo aver sperimentato il fallimento del suo talento oratorio davanti alla folla riunita all’Areopago di Atene (cfr. Atti Apostoli capitolo 17). Di fatto, a Corinto lo aveva inviato Gesù, esortandolo a non aver paura: “Continua a parlare e non tacere, perché io sono con te” (cfr. At. Ap. 18,9-11). Ora, scrivendo alla comunità, l’apostolo rievoca questi inizi umili:

“Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”. (1 Cor. 2,1-5)

Nei versetti precedenti, Paolo aveva già introdotto il tema della sapienza di Dio e in quella luce aveva rievocato la propria esperienza, al centro della quale campeggia la parola eloquente della Croce, che è portatrice della potenza divina (cfr. 1 Cor 1,18). Guardando ad essa, l’apostolo ha imparato a riconoscersi avvolto e salvato dal mistero di quella morte, fino ad esclamare: “Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal. 2,20). Di conseguenza, presentandosi ai Corinzi, non può che adeguarsi allo stile di Dio, quello che anche lui ha sperimentato. Non può cioè che proporsi con l’umiltà di chi è consapevole della sproporzione fra la vocazione ricevuta e la propria persona, fra l’annuncio di cui è portatore e la debolezza della propria parola.

Mi sono voluto soffermare sulla Parola della Croce, perché è il cuore del Vangelo e lì occorre tornare in un tempo che non è per la distrazione, ma al contrario per rimanere vigili e risvegliare in noi la capacità di guardare all’essenziale. E guardare all’essenziale è necessario per mantenere viva la memoria di una salvezza che ci ha raggiunto nel mistero della morte e risurrezione del Signore Gesù. Sta qui la verità del vangelo, che dovrebbe essere comunicata anche oggi, senza cedere alla tentazione di addomesticarla per timore che risulti poco attraente in un mondo abituato a coltivare l’illusione dell’autosufficienza e dell’autorealizzazione. Di fronte al mistero di questo amore, che gratuitamente ci precede e ci interpella, riaffiorano però dal cuore alcune domande: Come si può diventare oggi contemporanei di Gesù? Dove si rende disponibile per noi l’esperienza di un incontro con Lui? E a quali condizioni?

Ci è stata affidata questa operazione: mantenere viva la memoria di Gesù e lasciarci continuamente ricreare dalla sua Pasqua. Tale memoria è alimentata dalla mediazione del Vangelo, che resta condizione imprescindibile non solo per accedere a Lui, ma anche per riconoscere la sua prossimità, che ci accompagna e non viene meno neppure nei tempi di crisi. Per questa ragione la predicazione non può sopportare i linguaggi fittizi di una comunicazione diffusa ma incapace di dire cose vere, e nemmeno può patteggiare con il linguaggio della croce, perché ne va della qualità stessa della nostra vita.

Pellegrinaggio Unità Pastorale

Parrocchia Maria Madre del Salvatore

(Cappuccini di Casalpusterlengo)

Mercoledì 9 Settembre

Ore 20.30 recita del Santo Rosario presso il santuario e tempo a disposizione per le Sante Confessioni.

Ore 21.00 S. Messa concelebrata.

Se qualcuno non avesse un mezzo di trasporto a disposizione, può contattare personalmente don Giuseppe.

La vita è una strada

La vita è una strada. PARTIRE. Da quando si nasce sempre bisogna partire. Uscire dal presente, protendersi verso l’avvenire.

CAMMINARE. Non ci si può fermare perché l’esistenza prosegue. L’importante è Camminare sulla Strada, anche se faticosa. Verso la META. La vita invoca una meta, pena l’apatia, la disperazione, il fallimento. Il futuro è davanti a noi, invita a camminare con speranza.

CRISTO ti si presenta nella vita come Colui che ti lancia in questa meravigliosa avventura, ti fa partire. E’ il tuo cammino, la tua meta. Cristo: Via, Verità, Vita.

Il Cammino del cristiano: un incontro con Cristo. Dallo sconforto alla gioia, dalla paura al coraggio, dalla sordità all’ascolto, dalla cecità al riconoscimento, dalla fuga alla Testimonianza

Non lasciare a terra il pilota…

L’aeroporto di una città dell’Estremo Oriente venne investito da un furioso temporale. I passeggeri attraversarono di corsa la pista per salire su un DC3 pronto al decollo per un volo interno. Un missionario, bagnato fradicio, riuscì a trovare un posto comodo accanto ad un finestrino.

Una graziosa hostess aiutava gli altri passeggeri a sistemarsi. Il decollo era prossimo e un uomo dell’equipaggio chiuse il pesante portello dell’aereo. Improvvisamente si vide un uomo che correva verso l’aereo, riparandosi come poteva, con un impermeabile. Il ritardatario bussò energicamente alla porta dell’aereo, chiedendo di entrare. L’hostess gli spiegò a segni che era troppo tardi. L’uomo raddoppiò i colpi contro lo sportello dell’aereo. L’hostess cercò di convincerlo a desistere. «Non si può… E’ tardi… Dobbiamo partire», cercava di farsi capire a segni. Niente da fare: l’uomo insisteva e chiedeva di entrare. Alla fine, l’hostess cedette e aprì lo sportello.

Tese la mano e aiutò il passeggero ritardatario a issarsi nell’interno. E rimase a bocca aperta. Quell’uomo era il pilota dell’aereo.

Attento! Non lasciare a terra il pilota della tua vita. Sia Gesù il tuo pilota che ti permetterà di decollare e spaziare i cieli !!! «Ecco, io sto alla tua porta e busso» dice il Signore.

ApriGli!!!