La geografia dei vizi: la superbia

  • Un eccesso del desiderio di eccellere, che va oltre la giusta misura
  • Non riconosce il proprio bene come donato da un altro
  • Amore disordinato della propria eccellenza, di tutto ciò che innalza la propria persona e che viene ricercato appunto in vista di questo scopo.

La superbia si può manifestare sai nei confronti del prossimo che nei confronti di Dio. L’uomo che non vuol piegarsi dinanzi a Dio e ai suoi comandamenti. Il peccato per eccellenza che ha ferito l’umanità intera è stato in ultima analisi un peccato di superbia nei confronti del Creatore. Gli orientali distinguono tra vanagloria e orgoglio.

  • Orgoglio = il vizio soprattutto dei pagani che sono tentati di opporsi a Dio.
  • Vanagloria = dimenticanza di Dio.

La geografia dei vizi: l’invidia

 Origine diabolica: invidioso della felicità dell’uomo, il demonio lo ha preso in odio e ne ha provocato la morte (“Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono” – Sap 2,24). Fin dalle sue origini lontane, lo schema “invidia-odio-omicidio” si applica sempre nello stesso senso: l’empio odia il giusto e si comporta come suo nemico.

Così Caino verso Abele, Esaù verso Giacobbe, i figli di Giacobbe verso Giuseppe, gli Egiziani verso Israele (Salmo 105,25), i re empi verso i profeti (1Re 22,8), i malvagi verso i pii dei Salmi, gli stranieri verso l’unto di Jahvè (Salmi 18 e 21), verso Sion (Salmo 129), verso Gerusalemme (Is 60,15).

Il termine viene dal latino che significa guardare male, con ostilità, non poter sopportare la vista. L’invidia è un modo di “guardare storto”. Ma cos è l’invidia? Forse non ci siamo mai posti questa domanda, anche perché la cultura che va per la maggiore l’ha molte volte camuffata abilmente chiamandola in mille modi diversi e tutti comunemente accettati: competizione, concorrenza, autorealizzazione, ecc. L’invidia è quell’atteggiamento che mette l’uomo contro l’uomo e non sopporta la diversità se non è sinonimo di inferiorità.

La geografia dei vizi: l’ira

 L’Ira è un vizio provocato dall’incapacità di padroneggiare alcuni aspetti del proprio carattere, che dovrebbero invece essere correttamente incanalati verso il bene. Come tale, essa non va confusa con la giusta indignazione nei confronti del male, che è un nobile sentimento attribuito nella Bibbia anche a Dio. Altra cosa è l’ira, che rivela ostilità e intolleranza verso la persona tendendo a colpirla o attraverso espressioni di violenza verbale, improntate a giudizi affrettati e offensivi, o attraverso gesti fuori misura, frutto cioè di esasperante e sproporzionate reazioni. L’ira è cieca.

1. Condanna dell’Ira

Dio condanna la reazione violenta dell’uomo che si adira contro un altro,

– sia egli geloso come Caino: “Il Signore non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto” (Gen 4,5);

– sia furioso come Esaù: “Fuggi finché l’ira di tuo fratello si sarà placata. Quando la collera di tuo fratello contro di te si sarà placata e si sarà dimenticato di quello che gli hai fatto, allora io manderò a prenderti di là” (Gen. 27,44ss.);

– o come Simeone e Levi: “ Simeone e Levi sono fratelli, strumenti di violenza sono i loro coltelli. Nel loro conciliabolo non entri l’anima mia, al loro convegno non si unisca il mio cuore, perché nella loro ira hanno ucciso gli uomini, e nella loro passione hanno mutilato i tori. Maledetta la loro ira, perché violenta, e la loro collera, perché crudele!” (Gen 49,5 ss.)

Gesù si è mostrato ancor più radicale, assimilando l’Ira al suo effetto abituale, l’omicidio: “Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio”  (Mt 5,22). Paolo la giudica incompatibile con la carità: “La carità non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto” (1Cor 13,5); è un male puro e semplice: “Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni”  (Col 3,8) da cui bisogna guardarsi, soprattutto a motivo della prossimità di Dio: “Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche” (1Tim 2,8).

2. L’Ira di Dio

È un fatto, Dio si adira. “Ecco il nome del Signore venire da lontano, ardente è la sua ira e gravoso il suo divampare” (Is 30,27). Il risultato di quest’ira è la morte con le sue ausiliarie: carestia, sconfitta o peste, tra cui David deve scegliere (2Sam 24,15ss); altrove sono le pi aghe (Num 17,11), la lebbra (Num 12,9ss), la morte (1Sam 6,19). Quest’ira si abbatte su tutti i colpevoli ostinati; in primo luogo su Israele, perché è più vicino al Dio Santo (Es 19; 32; Deut 1,34; Num 25,7-13), sia sulla comunità (2Re 23,26; Ger 21,5) che sugli individui; poi anche sulle nazioni (1Sam 6,9).

Gesù stesso scaccia con violenza i mercanti che hanno profanato il tempio. Nella manifestazione della sua Ira, Dio non si comporta come un uomo. L’uomo sperimenta sempre meglio che Dio non è un Dio dell’Ira, ma il Dio della misericordia (Es 34,6; Is 48,9; Salmo 103,8; Ger 3,12; Os 11,9). Punendo a suo tempo Dio manifesta all’uomo la portata educativa dei castighi causati dalla sua ira (Am 4,6-11).

La geografia dei vizi: l’avarizia

Col denaro il cristiano va guardingo, come su un campo minato.

Egli sa che l’avidità della ricchezza è idolatria. “Un uomo è ricco in proporzione alle cose delle quali riesce a fare a meno”: questo motto dello scrittore statunitense Henry David Thoreau potrebbe essere una bandiera per la vita quotidiana del cristiano comune.

Un altro autore americano, lo storico Gary Cross, ci ha spiegato ultimamente che “fare a meno” di una certa quantità di beni superflui è l’unica via  –  sociale e personale  –  per sottrarci al “ciclo consumistico perpetuo”, che ci induce a un superlavoro, il quale produce un superguadagno e un superconsumo che si inseguono e non si fermano e ci costringono a cedere “tutto il nostro tempo” in cambio di denaro che non abbiamo più la libertà di goderci. Secondo Cross non c’è altro metodo, per spezzare quella spirale, che “puntare sul tempo e non sul denaro”, scegliendo di “andare verso un’esistenza più frugale ma più libera”.

L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti” (1Tim. 6,10).

Lo sfrenato desiderio del guadagno produce oggi una pazzia diffusa: il doppio lavoro, la doppia casa, la doppia pensione non fanno dormire, non fanno amare, non permettono d’avere figli, infelicitano la vita. La moltiplicazione dei beni non porta a godere i giorni nella serenità, ma ad affrettarli nell’inseguimento di un miraggio che tende a farsi totale e tirannico. “Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dá a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi”. (Lc 6,27-35)

È curioso come il precetto evangelico del prestito a rischio, o in perdita, non sia entrato affatto nella coscienza cristiana comune! Eppure nelle parole di Gesù esso è intrecciato al comandamento dell’altra guancia e dell’amore dei nemici, che sono ancora più esigenti e che invece sono entrati nel linguaggio di ogni giorno. Anche l’arte del regalo va coltivata. La dispendiosità cui si è arrivati è nemica di ogni sobrietà, addirittura del buon gusto. Ciò cui dobbiamo porre attenzione è il valore simbolico del dono, la sua reale destinazione d’uso, la parola d’amore che dice o non dice. Gli antichi dicevano che l’avarizia è una madre prolifica e le attribuiscono delle figlie.

a] La durezza di cuore. Il danaro è troppo prezioso per essere dilapidato tra mendicanti e questuanti o per essere sciupato per seguire sentimenti di pietà. Ognuno per sé e Dio per tutti.

b] L’eccessiva inquietudine nel procurarselo e nel custodirlo. L’avaro non dorme, non riposa, non si prende uno svago, teme sempre che sopravvenga qualcosa che gli impedisce di giungere a possedere il bene agognato. L’inquietudine per il denaro toglie la pace.

c] La violenza nel procurarselo e nel difenderlo. Il danaro è un padrone esigente: chiede tutto, anche la vita. Per amore del denaro non si fugge di fronte a qualunque crimine. Si diventa anche omicidi, parricidi, fratricidi.

 d] La menzogna e lo spergiuro. Si può tradire la verità e la parola data. Tanto queste sono parole, e le parole volano, mentre le ricchezze restano.

e] La frode e il tradimento. Non c’è dignità, amicizia che tenga. Non è bello ricorrere all’inganno e tradire l’amico: ma le ricchezze ricompensano ampiamente anche questi sforzi e queste sofferenze.

L’avarizia si esprime in due modi:

I. Come peccato contro il prossimo: amore di possesso. Desiderio di accumulare e possedere ricchezze. Colui che vive per accumulare e conservare denaro, senza mai goderselo, o meglio facendo del possesso il suo godimento. In questo caso l’avaro pecca direttamente contro il prossimo. Se un uomo ne possiede in eccedenza, gli altri ne verranno a  mancare. Il cristiano dice sì al risparmio che garantisca una vita sobria, senza la necessità  di moltiplicare gli impegni di lavoro; ma dice no all’accumulazione del denaro per l’arricchimento. La forma più sofisticata e recente dell’avarizia è quella del risparmiatore creativo, che acquista i fondi di investimento e studia contratti personalizzati con le banche e compra e vende azioni secondo il mercato. Egli non vive il suo tempo nella gratitudine per la vita e i beni ricevuti, ma nell’ansia di moltiplicarli. Non conosce il  tempo lento dell’amore. Specula l’andamento della borsa e non scruta i segni dei tempi. “Chi ama il denaro, mai di denaro è sazio e chi ama la ricchezza non ne ha che basti: anche questa è un’illusione” (Qoelet 5,9).

II. Come peccato contro se stessi: amore di desiderio. C’è un’altra forma di avarizia, con un altro disordine morale, ed è l’avarizia che si esprime nella cupidigia interiore, che si può avere verso le ricchezze in quanto le ricchezze sono oggetto di amore, di desiderio o di piacere disordinato. In questo senso l’avaro pecca contro se stesso: si chiude nel cerchio ristretto dei beni materiali, con la conseguenza di rendersi sensibile e indisponibile per i beni spirituali. Lo dice Gesù nella parabola del Seminatore: “La preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto” (Mt 13,22).

La geografia dei vizi: la gola

“Magro nel corpo, obeso nella mente”

Dici “goloso” e pensi d’istinto al bambino che non sa resistere davanti a un gelato, a un vassoio di patatine fritte, a una torta cremosa. Il vizio conosciuto come “gola” andrebbe definito “voracità”, “ingordigia” o,secondo il termine greco “follia del ventre”. Per i padri orientali questa passione è significativamente la prima della lista: essa è “la porta di tutti i pensieri malvagi”. Ma perché riservare tanta attenzione all’atto del nutrirsi? Forse il vizio della gola, inteso come malattia dell’eccesso, andrebbe ridefinito e ridisegnato. Chi semplicemente eccede nel mangiare e nel bere sbaglia, ma non può essere considerato un pericoloso peccatore. Va chiarito che l’ingordigia non indica il piacere nel mangiare né tanto meno la capacità di gustare la buona qualità dei cibi. No, essa è “una brama di cibo non ordinata” (Tommaso d’Aquino), una voracità che stravolge il mezzo in fine: il cibo non è più inteso come uno strumento per vivere, per condividere e fare festa, ma come una sorta di fine in se stesso!

I veri insospettabili “viziosi”, piuttosto, siamo un po’ tutti noi quando contribuiamo, con i nostri comportamenti insensati, a uno dei grandi peccati sociali contemporanei, il colossale spreco di cibo acquistato e buttato via. “Goloso”, ossia “malato d’eccesso”, è chi magari appare in perfetta forma ma tiene il frigo stracolmo e butta via un sacco di cibarie. Magro nel corpo, obeso nella mente.

Lo strumento per eccellenza proposto dalla tradizione cristiana per lottare contro la voracità è il digiuno moderato, inscritto nel ritmo dei giorni della settimana o lungo lo svolgimento dell’anno, in particolare durante la quaresima. La pratica del digiuno non indica un disprezzo del cibo, né va intesa come una penitenza meritoria: “Vano è il digiuno senza carità, ed è meglio mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare con la maldicenza i fratelli”, avvertono i padri del deserto. Al contrario, il digiuno è una forma di rispetto originata da una sana presa di distanza dal cibo, è una disciplina del desiderio per discernere che cosa, oltre il pane, è veramente necessario per vivere. Sì, digiunare con coscienza di causa  –  e sempre nel segreto, senza ostentazione  –  può condurre a porsi le domande essenziali: perché mangio? Cosa mangio? Come mangio? Non è forse dopo aver digiunato nel deserto che Gesù ha sperimentato cosa significa che “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”?

Non è infine casuale che l’eucaristia sia stata collocata da Gesù all’interno di una cena e accompagnata dalle parole: “Prendete e mangiate  … prendete e bevete”. Non è facile apprendere l’arte umana del mangiare e del bere, ma Gesù ha scelto proprio queste due realtà come cifra della nuova alleanza. L’eucaristia dovrebbe dunque insegnarci anche questo: ci cibiamo del Corpo e del Sangue del Signore immettendoci in quella logica di dono e di comunione che sconfessa ogni voracità. E tutto avviene nel rendimento di grazie, nella confessione che ogni cosa proviene da Dio: il cibo è buono, ogni alimento è puro, ma occorre nutrirsene ringraziando Dio e condividendolo con chi è a tavola con noi. Davvero il rapporto con il cibo è l’ambito elementare in cui il cristiano è chiamato alla lotta essenziale: passare dalla logica del consumo a quella della comunione, così che anche l’atto di mangiare e bere renda gloria a Dio. Si può giungere a utilizzare il cibo come arma di ricatto emotivo, di autodistruzione, di invocazione d’aiuto. L’anoressia e la bulimia sono prima di tutto malattie dell’anima.

Accettare il cibo e accettarlo in giusta misura è un modo per accettare se stessi, per dire di sì alla vita, per nutrirsi anche nella relazione sana e arricchente con gli altri che il cibo permette di avere. Proviamo a misurare, a partire dal nostro rapporto con il cibo, quanto è grande il nostro bisogno di amore.

La geografia dei vizi: la lussuria

“Quando l’altro diventa oggetto”

La Lussuria è un vizio del corpo.  È relativa alla sessualità. La sessualità non è una parte corporea dominata dal desiderio del piacere, ma è un modo di essere persona umana.

L’uomo e la donna sono sessuati in tutte le cellule del loro corpo e in tutte le espressioni della loro vita.

La sessualità è forza di relazione in cui l’uomo e la donna comunicando in un rapporto interpersonale si comunicano a vicenda la loro vita. Il tradimento e la perversione maggiore della sessualità avviene quando la sessualità non è più vissuta come comunicazione feconda di vita, ma come ricerca di piacere fisico nel quale ognuno dei due si chiude, impedendosi di comunicare. Non è più forza di dialogo e di umanizzazione, ma diventa forza di piacere e di incomunicabilità. In questa concezione il peccato maggiore contro la sessualità è il peccato di mancanza di amore. L’uomo e la donna non si uniscono nel linguaggio dell’amore, ma nel mutismo del piacere. La lussuria è proprio questo tradimento della sessualità. Riduce la persona a due corpi in cerca di piacere e attenua o addirittura annulla tutta la capacità di relazione feconda che la sessualità porta dentro di sé. La lussuria non è solo l’immersione della persona nel piacere fisico, ma la negazione della comunicazione di amore e il rispetto dovuto alla persona.

Tuttavia l’affermazione di Gesù: “Dal cuore umano escono fornicazioni, concupiscenze, impudicizia”, ci rende coscienti che la lussuria è anche “un vizio dell’anima”, che nasce dal cuore e che a partire dal cuore va combattuta. Chi è preda di questo “pensiero” assolutizza la propria pulsione e nega la relazione con l’altro, compiendo una scissione della propria personalità e una “codificazione” dell’altro. Eppure questa passione nasce nello spazio della sessualità voluta da Dio, il quale, all’atto di creare l’uomo e la donna, “li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi”.

Il desiderio sessuale è santo, è un invito a un cammino verso la comunione: il piacere sessuale è un fenomeno complesso, che non riguarda solo la genialità ma la persona intera. Esso è l’epifania del dono di sé all’altro, è il coronamento dell’unione e, come tale, è inscritto nella storia d’amore di un uomo e di una donna; al contrario, la lussuria consiste nell’intendere il piacere come qualcosa che è scisso dai soggetti ed è perciò una ferita inferta a se stessi, all’altro e, in definitiva, a quel Dio di cui l’essere umano è immagine.

Si inizia a essere preda della lussuria con quello sguardo vorace che è già un acconsentire alla tentazione, come Gesù ha avvertito: “Chiunque guarda una donna con concupiscenza ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore”. Egli ha anche detto: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”, per indicare che solo la percezione del mistero dell’altro può aprire al dono della conoscenza di Dio.

Non è possibile pensare di “vedere Dio”, se non si è imparato a vedere l’altro nella sua verità, cioè come soggetto e oggetto di amore e di libertà: “Chi non ama suo fratello che vede, non può amare Dio che non vede”. Ecco perché Paolo potrà scrivere: “Il corpo non è per la fornicazione, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo … Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo e che non appartenete a voi stessi?”. La grande tradizione cristiana insegna che per affrontare la lussuria occorre un’igiene dei pensieri, una lotta per dominare fantasie sessuali distorte, e così poter accedere alla percezione del mistero del corpo, il proprio e quello altrui.

La geografia dei vizi: l’accidia

“Tutti in giostra ma con il cuore vuoto”

Accidia, e che sarà mai? Tra tutti i vizi, è l’unico racchiuso in una parola che da tempo non appartiene al linguaggio comune. Che superbo, un attacco d’ira, sei goloso, ti invidio … queste espressioni ci sono chiare, e ci capita di usarle; ma nessun professore dirà a uno studente: ultimamente ti vedo accidioso. Accidia, ovvero: negligenza, indifferenza, trascuratezza, instabilità, pessimismo, sconforto, noia.

È la figura del fannullone, così ben designata dallo scrittore umorista Jerome K. Jerome: “Il lavoro mi piace, mi affascina. Potrei starmene seduto per ore a guardarlo”.

Il sospetto è che l’accidia, nel ventunesimo secolo, sia qualcosa di diffuso.

È la condizione di chi non padroneggia la propria vita, non sa darle una direzione, ha perso lo scopo. Di chi detesta tutto ciò che non ha, salvo detestarlo non appena se ne impossessa. Di chi non sa più perché sta vivendo. Eppure vive. Tutti viviamo e andiamo sempre più veloci, frenetici, con l’agenda strapiena.

Come possiamo dunque essere accidiosi, se non stiamo mai fermi e produciamo e ci arricchiamo senza sosta? Dovremmo essere l’esatto contrario dell’accidioso. La vita degli accidiosi contemporanei è simile a una giostra: si muove frenetica, ma non va da nessuna parte. Gli accidiosi sono indaffaratissimi ma improduttivi, perché privi di ideali e di passioni. Forse ci siamo. L’accidia è l’incapacità di sentir vibrare il proprio cuore, di appassionarsi davvero alla famiglia e alla professione, di perseguire un grande progetto di vita.

Se ciò è vero, l’accidia è forse il più diffuso vizio sociale. “Questo vizio   –  scrive un blogger nel suo sito  –  è il male del nostro tempo. Viviamo senza passione, senza impeto, sforzandoci come matti di mostrare ogni giorno nuovi interessi, tanti impegni, grande dinamismo … ma sempre più attenti a non venir feriti, delusi o abbandonati. Riempiamo, con mille sciocchezze, un contenitore che per molti si è svuotato lentamente. Tanto lentamente da non farcene accorgere: il cuore”.

 L’accidia è il vizio capitale dimenticato, è come calata la cortina del silenzio.

Accidia: la tristezza del bene spirituale, soprattutto del bene divino” (s. Tommaso).

Accidia: una tristezza affaticante” (s. Giovanni Damasceno).

Chi intraprende un cammino di vita spirituale sa per esperienza che la noia, l’aridità, la stanchezza, il rifiuto delle cose divine sono sempre in agguato, mentre rimane vivo il richiamo delle cose terrene e materiali. Questa sensazione non è peccato finché resta allo stadio di sensazione: denota solo l’imperfezione del cristiano e la fragilità della sua conversione. Diventa peccato quando l’uomo si lascia dominare da questo stato d’animo e abbandona il cammino verso Dio, preferendo prima l’inerzia e poi ricercando beni alternativi. L’accidia è il rifiuto dell’amore di Dio e della gioia che l’anima assapora nel suo rapporto con Dio.

Il bene divino che dovrebbe dare gioia all’anima, viene invece vissuto come un  peso e viene rifiutato. E con il bene divino vengono rifiutate tutte le realtà che fanno parte del mondo di Dio e che sono gli strumenti per accedere a questo mondo: la Beatitudine, l’amicizia con Dio, i Sacramenti, la preghiera, la vita di Grazia, le buone opere, la Legge di Dio. Tutto diventa faticoso, noioso, insopportabile. San Tommaso nella risposta a chi obiettava che l’accidia non è un peccato perché non si oppone ad un precetto in particolare, dice che l’accidia si oppone al precetto della santificazione del sabato. È il riposo dello spirito in Dio, che viene invece rifiutato da chi non trova riposo, ma tristezza nel bene divino. Il richiamo al sabato apre un nuovo capitolo sull’accidia. Infatti la cultura attuale propone con sempre maggiore insistenza il tema del “tempo-libero”. Può diventare il tempo del vuoto, il tempo del non-fare, per reazione ad un tempo di stress e di fatica prodotta dal lavoro.

La domenica non come tempo dedicato a Dio e alle cose spirituali.