Autore: parrocchiasanfloriano
Festa dell’accoglienza
Organizzata dal gruppo Caritas e Missioni
Programma:
11.30-12.00 ritrovo all’oratorio
12.00: preghiera interreligiosa – Parteciperà Don Antonello Martinenghi missionario fidei donum in Costa d’Avorio e Niger;
a seguire, nel giardino dell’oratorio allestimento di zone: gastronomica; musicale; letteratura; pittura; gioco libero. La festa si concluderà alle 18/18:30.
Per informazioni e collaborazioni: Antonia Sanchirico, Daniela Marchiotti, Rachele Rossi.
Ordinazione Diaconale di Filippo Vanelli
L’11 ottobre, a Ferrara, alle 16.00, Filippo Vanelli di San Fiorano, diventa diacono.
Per tutte quattro le parrocchie della comunità pastorale, organizziamo la partecipazione in pullman partendo dalla Piazza del Comune di San Fiorano alle ore 13.00, rientro per le 20.00. L’iniziativa sarà confermata con almeno 25 iscritti. Quota di partecipazione: offerta libera. Adesioni entro il 27 settembre rivolgendosi a Don Gianmario, Antonia Sanchirico, Bruno Groppi.
L’esperienza di Jessica Todaro
Da sbattezzata a credente
Jessica Todaro, classe 1993, laureata in scienze giuridiche, ha conseguito un master in sicurezza informatica. Sposata, mamma di un Bambino. Da oltre dieci anni attiva nella cooperazione internazionale, ha collaborato in progetti tra Africa, Kurdistan, Ucraina e Palestina.
Avevo perso la fede. Poi in Ucraina ho incontrato chi soffriva e mi sono vergognata di me. Anni fa, dopo l’adolescenza, ho perso la fede. Ero molto arrabbiata con Dio e con la Chiesa, e mi sono allontanata. Ho vissuto una vita con il cuore desolato, e sono persino arrivata a chiedere lo sbattezzo. Ho lavorato, per tanti anni in contesti di guerra, cercando giustizia in situazioni difficili. Giustizia non ne ho trovata, ma in Ucraina ho ritrovato il Signore. L’ho visto illuminare il cuore di chi soffriva; davanti alla loro fede incrollabile, mi sono vergognata di me. Ho ripreso in mano la Bibbia, da due anni la studio settimanalmente con una cara amica, molto devota, che ha avuto la pazienza di starmi accanto nella mia paura di tornare in Chiesa. Oggi mi sento pronta a tornare a casa. Il Signore è stato accanto a me nonostante io non lo guardassi e non lo ascoltassi; è stato sempre un padre fedele, e io vorrei tornare a essere una figlia fedele. Nella sofferenza anche Dio diventa un problema. Nella vita personale, questo è per me un momento di sfida. Quando riceviamo una cattiva notizia, una delle reazioni più spontanee è domandarci: “Perché proprio a me?”, oppure dirsi “Non è giusto”. Sono domande profondamente umane. Di fronte al dolore, alla malattia, alla perdita o al fallimento, ci sentiamo spesso smarriti e tentati di pensare che tutto sia privo di senso. Per qualcuno, la sofferenza diventa persino un motivo per dubitare di Dio: “Se Dio esistesse, non ci sarebbe tutto questo dolore nel mondo”; “Se Dio esistesse non mi farebbe questo”. Eppure, la Bibbia non ci presenta mai un Dio che promette una vita facile. Nella Bibbia, però, Dio non ci promette una vita senza dolori. Ci promette “soltanto” la Sua presenza. Dio non ci promette che saremo sempre in salute. Non ci garantisce che i nostri cari non soffriranno mai. Non ci vende l’illusione di poterci distaccare dal dolore, di raggiungere la beata apatia. Non ci promette che realizzeremo facilmente tutti i nostri sogni o che saremo risparmiati dalle prove della vita. Nulla di tutto questo si trova nelle Scritture. C’è però una promessa infinitamente più bella che attraversa tutta la Bibbia: Dio sarà con noi. Nel Salmo 91, Davide descrive il Signore come il suo rifugio e la sua fortezza. Nei Vangeli vediamo Gesù presente sulla barca durante la tempesta; i discepoli sono terrorizzati dalle onde, ma la sua presenza cambia tutto. La tempesta non scompare immediatamente; ciò che cambia è la certezza che non sono soli. La fede non consiste nel credere che non accadranno cose terribili. Consiste nel sapere che, qualunque cosa accada, Dio non ci abbandonerà. Dio è fedele. È costante. È l’unico punto fermo in un mondo che cambia continuamente. Le circostanze mutano, la salute può venir meno, i progetti possono fallire, ma il suo amore rimane. Per questo la fede può diventare una fonte di consolazione nei momenti più difficili. Non perché renda il dolore meno reale, o ci ovatti la coscienza con una dolce bugia, ma perché ci ricorda che nel mezzo del dolore possiamo trovare la sua pace e la sua grazia. Ci ricorda che esiste un’ancora capace di tenerci saldi quando tutto sembra crollare. Il Creatore della Vita, l’origine degli atomi e delle galassie, è una fonte d’amore: ecco la grande consolazione della fede, che consente di attraversare il dolore con grazia e speranza. Nel luogo della nostra ferita Dio ci viene incontro. Dio non desidera la nostra sofferenza e non si diverte a punire i suoi figli. Il dolore fa parte della condizione umana, di un mondo segnato dalla fragilità. Ma proprio lì, nel luogo della nostra ferita, Dio ci viene incontro e ci dice: “Non temere. Io sono con te”. L’amore non cancella il dolore, ma gli impedisce di avere l’ultima parola. L’amore ci permette di essere feriti senza diventare disperati, di piangere senza perdere completamente la speranza, di arrabbiarci senza odiare. Nel suo disegno di grazia, anche il dolore ha la sua bellezza, perché ci apre il cuore alla sofferenza altrui. Accettiamo e accogliamo la sofferenza! Gioiremo, perché Dio è con noi, porta con noi e per noi il nostro “giogo”, nel Suo morire con noi, se crediamo, sperimentiamo la Vita.
San Michele Arcangelo
Il nome ‘Michele’ è quasi una professione di fede e significa “Chi è come Dio?”. Nel libro dell’Apocalisse, è colui che difende la Donna e il Figlio da lei partorito. É immagine del popolo di Dio, della Chiesa, di Maria. Vengono usate parole altisonanti per dire che Michele è il portabandiera del bene che difende i giusti e sfida il potere del male che si annida negli imperi opprimendo e scatenando guerre. Ci troviamo di fronte a tante paure che affliggono molte persone; ci sono nuove povertà; c’è bisogno di sicurezze; ci si sente insicuri; spesso sono compromesse le relazioni sociali e ci si rifugia nel privato, a volte anche in forme di isolamento. La vita ecclesiale ha come caposaldo l’incontro, cioè il sentirsi convocati, radunati dal Signore. Non è pensabile che un cristiano viva da solo. Ricordare San Miche è una bella occasione per pregare Dio e mettere nelle sue mani noi, la nostra comunità, la nostra storia e le nostre famiglie attraverso la mediazione dell’Arcangelo Michele. Il Signore stesso aveva raccomandato ai suoi “chiedete e otterrete, bussate vi sarà aperto”. Ebbene vogliamo invocare San Michele perché ci aiuti a superare il senso di insicurezza che spesso ci attanaglia e ci impedisce di esprimerci pienamente. Abbiamo bisogno di guardare in avanti, coscienti dei nostri limiti, ma fiduciosi in un avvenire decisamente migliore. All’intercessione di San Michele affidiamo le nostre famiglie: sono i luoghi dove siamo trattati meglio e sono i luoghi dove abbiamo imparato ed impariamo ad amare, a rispettarci, ad aiutarci, all’essere sensibili specie verso coloro che fanno più fatica a reggere le prove della vita. Sono i luoghi dove sperimentiamo nei gesti di tutti i giorni la bellezza del camminare insieme. Spesso sono stati anche i luoghi dove è nata la nostra fede in Dio grazie ai valori cristiani passati a noi nelle scelte quotidiane dei nostri cari. A San Michele chiediamo la grazia di saper cogliere gli appelli dei più poveri, di chi cerca lavoro per poter vivere una vita dignitosa per sé e per chi gli sta attorno, di chi vive situazioni di disagio e fragilità, di chi vive ai margini ed è dimenticato da tutti.
A San Michele chiediamo la forza della speranza che ci fa guardare oltre le prove, certi che Dio non ci ha dimenticati, ma continua a parlare, a guidarci, a consolarci, a indicarci le strade da percorrere. Non basta vivere di ricordi o di nostalgie per un passato che ormai non c’è più. Non basta aver ricevuto dei sacramenti e relegare il nostro rapporto con Dio a gesti occasionali, spesso troppo isolati e privi di senso. Non basta nemmeno rifugiarsi in un attivismo sfrenato per non pensare. Oggi abbiamo bisogno di leggere la nostra realtà per cogliere le sfide, farle nostre: in esse Dio ci sta parlando. Va vissuta la vera vita cristiana, fatta di ascolto, di preghiera personale e comunitaria, di gesti di carità, di uno stile di vita evangelico. I santi, gli angeli e gli arcangeli sono al nostro fianco. Spetta a noi fidarci di più di Dio che non smette di compiere autentici miracoli.
Riprendiamo il cammino: la Parola di Dio “lampada ai nostri passi”
Questo è il compito dei cristiani: imparare da Gesù, ascoltare la sua Parola e lasciarsi illuminare dal suo insegnamento. Tutta la nostra vita di discepoli di Cristo consiste proprio in questo continuo allenamento nell’ascolto della sua parola, che non è solo esercizio di orecchie che sentono dei suoni, ma impegno del cuore che mette in pratica ciò che ha sentito e capito. Ascoltare vuol dire fare, agire di conseguenza. Quando una mamma sgrida il suo bambino dicendo: “Tu non mi ascolti!”, intende dire “tu non fai quello che ti ho detto”. Il bambino poi dice: “Sì che ti ho ascoltato, ho sentito tutto quello che mi hai detto!” – “Sì, ma l’hai fatto? No, allora non mi ascolti!”. Concretamente la vita del cristiano è conseguenza dell’ascolto della Parola di Dio. In questo deposito scritto della rivelazione noi abbiamo la Luce che guida la nostra esperienza umana e cristiana; abbiamo come solido fondamento la parola dei profeti e la testimonianza degli apostoli messa per iscritto nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Sono le parole che da sempre la Chiesa ci propone come fondamento della nostra vita. Il nostro impegno è quello di ascoltare, di conoscere, di comprendere e di realizzare. “È una lampada per i miei passi la tua parola, o Signore”. È una lampada che brilla in un luogo oscuro. Non è ancora giorno, siamo ancora nella notte, aspettiamo il giorno, quando il volto del Signore brillerà come il sole; non è ancora spuntato quell’ultimo giorno definitivo, siamo ancora nella notte del mondo. L’apostolo Paolo precisa: «La notte è avanzata, il giorno è vicino»; eppure è ancora notte … e di notte c’è bisogno di una luce. Noi ormai siamo abituati a premere un interruttore e a illuminare a giorno tutti i nostri ambienti. Nell’antichità la lampada era l’unico modo per avere un po’ di luce. La Parola di Dio è una lampada nel buio della nostra vita, nel buio della nostra coscienza, in mezzo alle tenebre del male che ci avvolgono, delle opinioni cattive, delle tante situazioni che rovinano il mondo. Abbiamo una luce. L’evangelista Matteo adopera una immagine paradossale, parla di una «nube luminosa». La nuvola di solito è oscura, quando il cielo si annuvola viene scuro, qui invece è una nube luminosa. Così è l’esperienza della nostra conoscenza: non vediamo tutto chiaro, non possiamo spiegare tutto, ci sono infinità di cose che non sappiamo comprendere e spiegare, abbiamo l’illusione che la scienza abbia chiarito tutto, ma è solo una illusione. Abbiamo l’impressione che i medici con la conoscenza di oggi sappiano curare tutto, ma è solo l’impressione! Ci sono tantissime cose del nostro mondo che non capiamo … basta guardarci attorno. Un marito e una moglie possono dirsi a vicenda: “Non ho ancora capito cos’hai nella testa”, lo si può dire di un figlio: “Ma cosa pensa?” Ma come fai a spiegare chi è quella persona? Siamo avvolti nella nube della non-conoscenza. Sono molte di più le cose che non sappiamo di quelle che sappiamo, e riconoscerlo ci fa bene. Anche nei confronti del Signore non abbiamo una conoscenza diretta, completa: l’avremo un giorno per grazia di Dio, ma adesso siamo nella notte, siamo ancora avvolti nella nube della non-conoscenza … eppure abbiamo una luce. Quella nube è luminosa, ci permette di vedere dove mettiamo i passi. Non sono favole quelle che gli i profeti e gli apostoli ci hanno raccontato: è la testimonianza fedele di testimoni oculari che hanno sperimentato con Gesù un evento straordinario e ci hanno lasciato per iscritto la loro testimonianza di fede. Tale testimonianza è una lampada che brilla nella nostra vita oscura, finché non spunti il giorno e non sorga nei nostri cuori la stella del mattino. La stella del mattino è Cristo stesso, che annuncia il giorno ultimo e definitivo. Siamo in attesa di quel mattino decisivo e adesso, nella notte della nostra vita, teniamo accesa quella lampada che è l’ascolto della Parola di Dio. Facciamo tesoro di tutto quello che ascoltiamo nella liturgia, impegniamoci a leggere personalmente la Parola di Dio, non per sapere delle cose, ma per poter vivere meglio. Facciamo tesoro poco per volta, parola per parola della ricchezza che ci è data … è quello il tesoro nascosto nel nostro campo che noi abbiamo trovato, è quella la perla di grande valore che ci è stata regalata. Nella nube luminosa della nostra vita ascoltiamo il Signore: è lui la nostra luce, è lui che ci insegna a vivere.
A San Francesco
Tu, che hai tanto avvicinato il Cristo alla tua epoca, aiutaci ad avvicinare Cristo alla nostra epoca, ai nostri difficili e critici tempi.
Aiutaci! Questi tempi attendono Cristo con grandissima ansia, […] Non saranno tempi che ci prepareranno ad una rinascita del Cristo, ad un nuovo Avvento?
Noi, ogni giorno, nella preghiera eucaristica esprimiamo la nostra attesa, rivolta a lui solo, nostro Redentore e Salvatore, a lui che è compimento della storia dell’uomo e del mondo.
Aiutaci, san Francesco d’Assisi, ad avvicinare alla Chiesa e al mondo di oggi il Cristo.
Tu, che hai portato nel tuo cuore le vicissitudini dei tuoi contemporanei, aiutaci, col cuore vicino al cuore del Redentore, ad abbracciare le vicende degli uomini della nostra epoca.
I difficili problemi sociali, economici, politici, i problemi della cultura e della civiltà contemporanea, tutte le sofferenze dell’uomo di oggi, i suoi dubbi, le sue negazioni, i suoi sbandamenti, le sue tensioni, i suoi complessi, le sue inquietudini…Aiutaci a tradurre tutto ciò in semplice e fruttifero linguaggio del Vangelo. Aiutaci a risolvere tutto in chiave evangelica, affinché Cristo stesso possa essere «Via, Verità, Vita» per l’uomo del nostro tempo. […]
Giovanni Paolo II
Agostino, maestro della ricerca di Dio
L’esperienza di vita e di fede di Agostino si fonda tutta sul coraggioso passaggio dalla evasione da sé al rientro, dal cercare fuori al ritrovare dentro. La fuga da sé per lui è finita proprio nella consapevolezza di avere in Dio un inseguitore instancabile che lo chiama e lo precede, lo avverte e lo soccorre. Per riconoscere la Sua voce e ascoltarla servono, ancora oggi, coraggio, onestà, umiltà. “Non uscir fuori da te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore. Rientrate nel vostro cuore! Dove volete andare lontani da voi? Torna, torna al cuore”. L’invito al viaggio della vita, quello interiore e più avventuroso di sempre, ci raggiunge nel giorno in cui si fa memoria dell’uomo, che l’ha pronunciato, Agostino d’Ippona, il 28 agosto. Parole sincere, sapienti, che si stagliano nitide tra le nebulose contraddizioni di questo tempo in cui la paura e la precarietà per il futuro ci confondono e disperdono. Agostino può aiutarci a vivere questo momento se decidiamo che è finalmente il tempo di rientrare in noi stessi, di smettere la fuga e di rientrare in noi stessi. La sua esperienza di vita e di fede si fonda tutta su questo coraggioso passaggio. “Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato. Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te” (Conf. X.). Coraggio: una delle tre virtù che il santo ci può insegnare ad esercitare ancora oggi. Non la forza aggressiva degli eroi, ma il mite coragere, letteralmente l’agire del cuore. Agostino ha avuto il coraggio di agire con il cuore, muscolo che nel mondo antico era sede dei pensieri e dell’intelligenza, della sapienza e della volontà, luogo delle decisioni e sacrario dell’anima che solo Dio scruta nel profondo. È possibile per tutti noi, figli di questo tempo, tornare al cuore essere coraggiosi, strappando al degrado quello spazio interiore dove decidere in modo nuovo le direzioni da prendere, gli orientamenti da dare alla vita perché sia sapiente, sapida, gustosa. Onestà: con rettitudine e franchezza Agostino ha dialogato con la sua coscienza, scegliendo di non mentire mai a sé stesso, ai suoi amici, né ai suoi nemici cercando in tutto la Verità, ammettendo ogni errore, confutando ogni menzogna senza sottrarsi a nessun confronto. La fuga da sé per lui è finita proprio nella consapevolezza di avere in Dio un inseguitore instancabile che lo chiama e lo precede, lo avverte e lo soccorre: “Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace”. Ecco professata l’onestà di arrendersi alla Verità. Umiltà: “filo d’erba assetato” (Conf.) si definisce Agostino, uomo arido mendicante la rugiada di Dio. Questa la sua imitabile umiltà: il sapersi bisognoso dell’Altro e di altro da sé, attendendo all’opera dell’artigiano che con fatica e Grazia leviga le dure pietre del proprio cuore perché sa che solo insieme ai fratelli può costruire la casa della comunione fraterna, casa sicura dove tutti hanno “un cuor solo e un’anima sola”.
Iscrizioni Grest settembre 2026
Grest dal 31 agosto al 11 settembre 2026.
Le iscrizioni saranno raccolte dalle ore 16.00 alle ore 18.00 nei seguenti giorni:
– domenica 23 agosto 2026;
– mercoledì 26 agosto 2026;
– giovedì 27 agosto 2026
… e mattina del 31 agosto.
Si invita a scaricare e compilare preventivamente i moduli editabili qui allegati. È preferibile effettuare il pagamento tramite bonifico bancario.
L’iscrizione si intende perfezionata esclusivamente a seguito della:
- consegna della distinta di pagamento del bonifico (oppure del saldo in contanti);
- consegna del modulo di iscrizione compilato in tutte le sue parti.
Modulo di iscrizione per i ragazzi e le ragazze che hanno già frequentato il grest a giugno e luglio
(scarica qui)
Modulo di iscrizione per i ragazzi e le ragazze che NON hanno frequentato il GREST in precedenza
(scarica qui)
Per i/le ragazzi/e che presentano allergie e/o intolleranze alimentari è obbligatoria la compilazione dell’apposito modulo, che dovrà essere consegnato in busta chiusa al momento dell’iscrizione.
L’altruismo di S. Rocco
Ciò che ha impressionato i contemporanei di San Rocco è il coraggio e la dedizione dimostrata, in viaggio verso Roma, con il mettersi a servizio e dare assistenza ai malati di peste senza alcuna preoccupazione per sé, come avvenuto ad Acquapendente e poi a Roma, tra il 1367 e il 1368, e poi ancora, sulla via del ritorno verso la Francia, di dove era originario, a Piacenza nel 1371. Il fatto che ha colpito i contemporanei è che il suo passaggio e i segni della cura di san Rocco agli appestati spesso ottenevano la guarigione. Tanti sono, nel corso della storia, gli esempi di cristiani che si sono messi a servizio degli appestati anche mettendo a repentaglio la propria salute e la propria vita; l’esempio di Rocco è accompagnato, come pochi altri, da una forza di guarigione che lo hanno reso noto in tutta Europa lasciando dietro di sé un ricordo indelebile che dura intatto fino ad oggi. Ancora più ammirevole è la decisione che Rocco prende quando scopre di aver contratto pure lui la peste, così che si ritira in un luogo sconosciuto e irraggiungibile, per evitare di trasmettere ad altri il contagio mortale. Sarà un cane, come racconta la storia della sua vita, a portargli ogni giorno un pezzo di pane così da assicurargli la sopravvivenza fino alla guarigione dalla peste. La nota caratteristica di san Rocco è davvero l’altruismo, la sua premura per il bene degli altri, ai quali si dedica senza nessuna preoccupazione per sé. Pur di fare del bene agli altri, non teme di esporsi al pericolo, e quando sa di essere diventato un pericolo, non esita a fuggire da ogni frequentazione anche a rischio di rimanere solo e abbandonato da tutti. In lui la fede è diventata vita, senza tanti fronzoli e senza inutili discorsi; un esempio di amore cristiano semplice e puro, il suo, consumato in una breve vita, considerato che è morto poco più che trentenne. A san Rocco non dobbiamo ricorrere solo per chiedere aiuto, ma anche per ottenere la capacità di fare come lui, che si è preoccupato degli altri prima che di sé stesso, da vero discepolo di Gesù e da autentico cristiano. E noi? Non vogliamo anche noi essere cristiani? Ma che cristiani siamo e che devoti siamo di san Rocco se contraddiciamo apertamente il suo esempio e la sua testimonianza? Siamo buoni soltanto a pensare a noi stessi o addirittura ricorriamo a san Rocco per consentirci di continuare a vivere egoisticamente solo per noi stessi e per i nostri comodi? C’è in questo una grave contraddizione, una incoerenza insanabile, che dobbiamo contrastare. È significativo nel Vangelo l’atteggiamento della donna cananea che arriva, con la sua insistenza, a far cambiare idea a Gesù, il quale riconosce la sua fede così ostinata e ne accoglie la richiesta di liberarle la figlia dal demonio. Anche noi dobbiamo imparare a essere insistenti e ostinati con il Signore e con i suoi santi. Ma dobbiamo farlo non solo per chiedere la guarigione e la liberazione da ogni male; dobbiamo imparare a farlo soprattutto per venire risanati dall’egoismo e dal ripiegamento su noi stessi. Le nostre comunità, e la società tutta, stanno soffocando perché ciascuno pensa solo a sé stesso, noncurante degli altri e del bene comune. E non ci si accorge che quando si pensa solo a sé stessi, in realtà ci si prepara il peggioramento del proprio malessere, altro che maggiore benessere! Chi pensa che badando solo a sé e curando solo i suoi interessi, magari a danno degli altri, starà bene, si illude; la crisi economica, ambientale e morale, che stiamo attraversando, non è il frutto del caso o di un destino cieco, ma il risultato di comportamenti individuali che rischiano di portare al disastro il futuro della collettività, di cui a pagare per primi saranno i giovani, già di oggi e soprattutto di domani. Impariamo, dall’esempio di san Rocco, la generosità e la dedizione agli altri nel nome di Gesù, e impariamo dalla donna del Vangelo a chiedere e a fare di tutto per risollevarci dal male che ci opprime. La nostra insistenza porterà frutto e ridarà speranza alla nostra vita di persone singole e di comunità.