La Madonna degli Angeli – S. Francesco e il perdono di Assisi

San Francesco d’Assisi era al terzo anno della sua conversione e vide una piccola cappella della Madonna, di 4 metri per 7, abbandonata e in rovina, che decise di restaurare. Il terreno era di proprietà dei monaci benedettini, che glielo donarono. Nel 1209 nacque in questo modo la chiesetta della Porziuncola, che oggi si trova all’interno del santuario di Santa Maria degli Angeli. Questa piccola cappella divenne il centro del movimento francescano, e fu proprio qui che nel 1211 Santa Chiara ricevette il suo saio. La Vergine e Cristo apparvero a San Francesco proprio all’interno della Porziuncola. Nel 1216 Maria apparve al Giullare di Dio circondata dagli angeli. In una notte del 1216 il giovane Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione della chiesetta della Porziuncola. All’improvviso, la chiesina fu invasa da una vivissima luce. Il giovane Francesco scorse sopra l’altare Gesù Cristo rivestito di luce. Alla destra del Salvatore vi era la sua Madre Santissima, contornata da una moltitudine di Angeli. Allora Francesco si mise in adorazione del suo Signore in tutto silenzio e con la faccia a terra. Gesù e Maria chiesero al Poverello di Assisi cosa desiderasse per la salvezza delle anime. La risposta di colui che diventerà San Francesco fu pressoché immediata. “Signore, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”, disse Francesco. Il Signore allora replicò dicendogli: “Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio Vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza”. Poco dopo Francesco si presentò al Pontefice Onorio III. In quei giorni il Pontefice si trovava a Perugia. San Francesco si recò da lui raccontandogli con grande candore lo speciale incontro avuto in visione. Il Pontefice lo ascoltò con attenzione, non senza difficoltà a recepire le sue parole. Alla fine delle quali, tuttavia, concesse la sua approvazione. Al termine della quale, però, chiese a San Francesco. “Per quanti anni vuoi questa indulgenza?”. Il giovane rispose: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. E si avviò, rallegrato, verso la porta di uscita. “Come, non vuoi nessun documento?”, lo allarmò il Pontefice. La risposta di San Francesco: “Gli Angeli sono i miei testimoni!” Francesco fu ben certo della sua risposta: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento: questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”. Passarono pochi giorni, e il santo di Assisi si rivolse, con le lacrime agli occhi e insieme ai Vescovi dell’Umbria, al popolo che era accorso festante e devoto alla Porziuncola, dicendo loro: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”. Il Poverello di Assisi morì proprio all’interno della Porziuncola nel 1226.

Supplica a “Santa Maria degli Angeli”

Vergine degli Angeli,
che da tanti secoli avete posto
il vostro trono di misericordia alla Porziuncola,
ascoltate la preghiera dei figli vostri
che fiduciosi ricorrono a voi.
Da questo luogo veramente santo e abitazione di Dio,
particolarmente caro al cuore di San Francesco,
avete sempre richiamato tutti gli uomini all’Amore.
I vostri occhi, colmi di tenerezza,
ci assicurano una continua, materna assistenza
e promettono aiuto divino
a quanti si prostrano ai piedi del vostro trono
o da lontano si rivolgono a voi,
chiamandovi in loro soccorso.
Voi siete veramente
la nostra dolce Regina e la nostra speranza.
O Madonna degli Angeli, otteneteci,
per la preghiera del Beato Francesco,
il perdono delle nostre colpe,
aiutate la nostra volontà
a tenerci lontani dal peccato e dalla indifferenza
per essere degni di chiamarvi sempre nostra Madre.
Benedite le nostre case, il nostro lavoro, il nostro riposo,
dandoci quella pace serena
che si gusta fra le mura della Porziuncola
dove l’odio, la colpa, il pianto,
per il ritrovato Amore
si tramutano in canto di letizia,
come il canto dei vostri Angeli e del Serafico Francesco.
Aiutate chi non ha sostegno e chi non ha pane,
coloro che si trovano in pericolo o in tentazione,
nella tristezza o nello scoraggiamento,
nella malattia o in punto di morte.
Benediteci come vostri figli prediletti
e con noi vi preghiamo di benedire,
con uno stesso gesto materno,
gli innocenti e i colpevoli,
i fedeli e gli smarriti, i credenti e i dubbiosi.
Benedite l’intera umanità,
affinché gli uomini
riconoscendosi figli di Dio e figli vostri
ritrovino, nell’Amore, la vera Pace e il vero Bene.

Perdono di assisi

L’indulgenza plenaria concessa quotidianamente alla Porziuncola di Assisi si estende, in questi due giorni a tutte le chiese del mondo. Per ottenere, grazie all’intercessione di San Francesco, il “Perdono di Assisi”, per sé e per i Defunti, è necessario accostarsi al Sacramento della Confessione, partecipare alla Messa, rinnovare la propria fede con il Credo Apostolico o Nicenocostantinopolitano, pregare il Padre nostro secondo le intenzioni di Papa Leone XIV^.

“Io non ti dimenticherò mai”

LEONE XIV PER LA VI GIORNATA DEI NONNI E DEGLI ANZIANI

Cari fratelli e sorelle,
per bocca del profeta Isaia il Signore promette che non si dimenticherà mai di nessuno di noi. Ci assicura che i nostri volti li porta disegnati sulle palme delle sue mani (Is 49,16) e che il suo amore è più grande di quello di una madre per suo figlio (Is 49,15). Il profeta ci lascia intravedere un dialogo intimo e serrato nel quale Dio si rivolge a ciascuno e al popolo stesso dandogli del “tu”. Anche oggi possiamo leggere queste parole riferite a ciascuno di noi, e ognuno può sentire quel “Non ti dimenticherò mai” rivolto a sé.
Sono parole che riempiono di consolazione e di fiducia. Esse sono la risposta a un angoscioso sentimento che agita il cuore: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato» (Is 49,14). Quante volte nella Sacra Scrittura, in particolare nei Salmi, la preghiera nasce dallo smarrimento di chi ha l’impressione che la propria vita non rivesta interesse per nessuno e venga trascurata! La dolorosa sensazione di essere dimenticati accomuna purtroppo molte persone, e tra queste non poche sono anziane.
L’amore di Dio, che invece non dimentica nessuno, si offre come atto di giustizia e risposta all’anonimato, nel quale troppo spesso la vita umana finisce per smarrirsi. Sopra le esistenze di molti anziani, in particolare, sembra essere disteso un velo che sfuma i tratti dei volti e ammanta di oblio. È quello che accade nelle case dove regna la solitudine, e anche in quei luoghi di ricovero dove la singolarità di ogni persona rischia di essere ridotta al numero del suo letto o alla sua patologia.
La celebrazione della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani è un’opportunità per riscoprire che la Chiesa è chiamata a essere madre di tutti e che ad ogni età è sempre possibile scoprirsi figli e figlie di Dio. Questa Giornata sia dunque uno stimolo per tutti, in particolare per i più giovani, a riprendere la bella abitudine di visitare i propri nonni, gli anziani della famiglia, e anche coloro che non ricevono alcuna visita. Portate loro, con questo messaggio e la vostra presenza, la vicinanza e l’affetto del Papa. Fate in modo che le parole del profeta “Io invece non ti dimenticherò mai” prendano la forma di un tenero e affettuoso incontro. «In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 239).
La Chiesa conosce la sofferenza dei suoi figli più anziani, sa bene che troppo spesso si guarda a loro con pregiudizio e li si considera un peso; è consapevole che un’economia incentrata sul profitto indebolisce i legami familiari; sa che molti anziani vengono lasciati dai figli costretti a migrare o, in alcuni casi, a combattere in guerra. Per ognuno di questi motivi, è lieta di annunciare la promessa del Signore: “Io invece non ti dimenticherò mai!”.
È dolce, ad ogni età, ma specialmente quando non si è più giovani, scoprire, come disse il Beato Giovanni Paolo I, che siamo destinatari «da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà; più ancora è madre» (Angelus, 10 settembre 1978). Anche se non viene spontaneo pensare così, la verità è che nemmeno da vecchi cessiamo di essere figli e figlie, e perciò resta valido, ogni giorno, l’invito a tornare tra le braccia di Dio, il cui amore è paterno e materno insieme.
La scoperta della tenerezza di Dio, per molti, avviene nel corso dell’esistenza, talvolta proprio nell’ultimo tratto della vita. Sempre più spesso, infatti, a differenza del passato, è possibile diventare anziani senza aver avuto una reale esperienza di fede. L’età avanzata, in questo caso, a partire dalle domande che in questa stagione della vita con più urgenza ci si pone, può divenire il tempo opportuno per iniziare o riprendere una vita spirituale. In questo nuovo cammino si può riconoscere che Dio, come dice Sant’Agostino, «è madre perché riscalda, perché nutre, perché allatta, perché custodisce» (Commento al Salmo 26, II, 18). È una consapevolezza che aiuta a non provare vergogna della fragilità che emerge e anche a comprendere che tutti, sempre, siamo bisognosi gli uni degli altri e mendicanti di attenzione e di cura. A Dio, che si fa prossimo e che impariamo a riconoscere nella sua tenerezza, possiamo ora rivolgerci con fiducia filiale nella preghiera. Non è mai troppo tardi per iniziare a rivolgersi a Lui. Può essere un grande dono per tutti.
Cari anziani e anziane, Papa Francesco parlava di voi come di un “nuovo popolo” (Catechesi, 23 febbraio 2022), in quanto il numero di persone avanti con l’età non è mai stato così alto nella storia umana. È allora quanto mai importante con voi, “nuovo popolo”, riflettere su quale possa essere la nostra vocazione quando la fragilità, compagna dell’uomo fin dalla nascita, sembra prendere il sopravvento. Mi sento di dirvi: non abbiate paura della fragilità! Proprio questa debolezza cela in sé una nuova potenzialità che illumina anche le altre età della vita. Infatti, quando è accettata e riconosciuta, la fragilità «apre il cuore al sostegno vicendevole e all’invocazione di Colui che può donare ciò che nessun potere umano è in grado di garantire: la riconciliazione profonda dei cuori e con essa la pace vera» (Incontro con la comunità algerina, Basilica di Nostra Signora d’Africa, Algeri, 13 aprile 2026).
È così che possiamo vivere da cristiani il tempo della vecchiaia: “fragili” ma allo stesso tempo “chiamati”. Un uomo e una donna possono, infatti, rinascere da vecchi (cfr. Gv 3,4 6) ed esclamare, con il profeta: «Nella conversione e nella calma sta la nostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la nostra forza» (Is 30,15). Una forza che può diventare invito a non ricorrere alle vie dell’arroganza e della potenza per garantire la convivenza umana, ma alle vie della riconciliazione e della pace vera. In questo tempo, segnato in maniera così dura dalla violenza bellica e sociale, molti si interrogano su come sarà il mondo nel quale cresceranno i propri nipoti. Vi esorto, carissimi, ad unirvi a me nel pregare con insistenza perché giunga presto la pace nel mondo intero.
Sorelle e fratelli anziani, vi ringrazio perché mi sostenete ogni giorno con le vostre preghiere, specialmente quando recitate il santo Rosario. Ricambio di cuore e vi lascio questo augurio: il Signore ci rinnovi sempre nella fede, nella speranza e nella carità, Lui che mai si dimentica di noi!

Dal Vaticano, 15 giugno 2026
Leone XIV

Madonna del Carmelo

Vergine Benedetta, Madre e Regina del Carmelo,
ho bisogno di dirti che ti voglio bene.
Desidero la tua presenza materna nella mia vita.
Attendo da Te il dono della tua protezione,
di cui è segno il tuo Scapolare,
segno che nutre la mia speranza di vita eterna.
Attendo da Te
soprattutto il dono del tuo Figlio, Gesù Cristo.
Vergine Madre del Carmelo,
insegnami come devo credere a Gesù,
come Lo devo conoscere,
come Lo devo amare,
come Lo devo seguire.
Questo è il tuo dono.
Vergine Benedetta, ascolta la mia preghiera,
benedici le mie pene, benedici anche la mia gioia.
Benedici tutto e tutti.
Reso migliore dalla tua benedizione,
potrò riprendere il cammino di ogni giorno
con speranza nuova,
con il desiderio di essere più buono,
con il fermo proposito di vivere il mio cristianesimo
con coerenza di fede.
Fa’ che possa essere tra i miei fratelli come lo sei Tu,
segno levato dal Cielo, dono di bontà.
Vergine del Carmelo,
sii presenza materna nella mia vita. Amen.
(Padri carmelitani scalzi – Arenzano)

La preghiera è innanzitutto relazione. Non è una tecnica, non è una formula da ripetere, ma un modo concreto di stare davanti a Dio. Per questo le parole della preghiera nascono spesso da un bisogno semplice e profondo. Quando si vuole bene a qualcuno, si sente il desiderio di dirglielo. Non semplicemente per informarlo, ma per entrare più profondamente in quella relazione. È ciò che accade anche in questa preghiera, dove si esprime con immediatezza un affetto filiale: «ho bisogno di dirti che ti voglio bene». Dentro questa dinamica si inserisce anche il riferimento allo scapolare. È importante comprenderlo bene. Non è un oggetto magico, non è un talismano che protegge automaticamente. È un segno. E come ogni segno autentico, rimanda a una realtà più grande. Indica un legame, una appartenenza, una relazione viva. È memoria concreta di una maternità che accompagna e di una figliolanza che si affida. Indossare lo scapolare significa allora ricordarsi continuamente di essere figli. Non in modo astratto, ma dentro la trama ordinaria della vita. È un richiamo silenzioso a vivere sotto uno sguardo che ama, a lasciarsi guidare, a non dimenticare la direzione del cammino. La preghiera lo dice chiaramente quando collega questo segno alla speranza della vita eterna e al desiderio più grande, che è Cristo stesso. Il compito di Maria è sempre quello di condurre a Gesù, di insegnare a crederlo, a conoscerlo, ad amarlo, a seguirlo. E quando una persona si scopre amata in questo modo, qualcosa cambia davvero. Non si tratta di una emozione passeggera, ma di una trasformazione profonda. Il cuore si apre, la vita si semplifica, nasce il desiderio di essere migliori, di vivere con maggiore coerenza. E così che la preghiera diventa testimonianza. Non perché si aggiungano parole, ma perché la vita stessa diventa segno. Chi si sente amato diventa capace di amare. E in questo passaggio, spesso silenzioso, si compie il miracolo più grande: la fede prende forma nella vita quotidiana e diventa luce anche per gli altri.

12 Luglio, la Domenica del Mare

Ogni anno, nella seconda domenica di luglio, le comunità cattoliche celebrano la Domenica del Mare. Per l’occasione il Cardinale Michael Czerny invia un messaggio a quanti svolgono professioni e attività legate al mare. Il tema scelto quest’anno è “Oltre le merci e il commercio: il volto umano del mare”. La vita del mondo continua a passare attraverso i mari, i fiumi e le vie d’acqua del pianeta. Dietro il commercio globale e le industrie della pesca si trovano innumerevoli marinai, pescatori e lavoratori portuali il cui lavoro sostiene le nazioni e connette i popoli. La Domenica del Mare è l’occasione in cui la Chiesa ricorda questi uomini e queste donne non soltanto per ciò che fanno, ma come persone create a immagine e somiglianza di Dio, dotate di dignità inviolabile. “Una nave, quindi, non deve mai diventare un luogo di silenzioso isolamento o di indifferenza, una moderna Babele dove le persone vivono fianco a fianco ma rimangono invisibili e inascoltate.” Il messaggio sottolinea come molti lavoratori marittimi vivano oggi una crescente solitudine: turni ridotti, permessi a terra sempre più brevi e conflitti armati che li costringono a bordo hanno acuito il loro isolamento. Come ricorda il Cardinale Czerny citando la Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, nessun sistema economico o tecnologico può ridurre la persona umana a «un dato, un ingranaggio di un macchinario o una merce» (n. 180). Il messaggio affronta anche la dimensione ecologica: gli oceani sono parte della creazione affidata alla cura dell’uomo, e la loro protezione non può essere separata dalla difesa della dignità di chi ci lavora.

La fine fa capire l’inizio. Benedetto XVI: eredità e futuro

La fine fa capire l’inizio. E le ultime parole terrene di Benedetto XVI sono state: «Gesù ti amo». Erano il senso di tutta un’esistenza dedicata a Dio e alla Chiesa. Non poteva esserci miglior conclusione. L’inizio aveva preso le mosse nella Germania dopo la Prima guerra mondiale, con la sua sconfitta. Joseph Ratzinger, infatti, nasceva il Sabato Santo 16 aprile 1927 in una modesta famiglia, che aveva le sue radici tra il Tirolo e la Baviera, e che viveva di una fede semplice e profonda. Il mite Joseph affrontò gli anni duri del periodo tra le due guerre mondiali e fu costretto da adolescente, diciassettenne, a indossare l’uniforme militare. Erano tempi di guerra e violenza, ma lui conosceva l’amore della famiglia ed era preso dall’amore di Dio, tanto che entrò in seminario e divenne prete, per amare Dio soprattutto e sopra tutti. Ma servendo i fratelli. E lui capì che il suo servizio passava per la scienza massima dell’amore, la teologia. E alla fine della vita dirà giustamente: «Gesù ti amo». Cosa è successo nel mezzo di questa esistenza? Il ragazzo di campagna non solo è divenuto prete, ma anche uno dei maggiori teologi cattolici del Novecento e del XXI secolo, arcivescovo e cardinale di Monaco di Baviera, prefetto del Sant’Uffizio, pontefice e primo Papa emerito della storia. Non male per un timido ragazzo di campagna. In tutti questi ruoli troviamo un filo rosso che, nella sua elezione a pontefice, è divenuto anche un patrimonio per l’intera Chiesa. Ratzinger in tutta la sua esistenza non ha voluto dire e indicare nient’altro che “Dio”. Sembra ovvio per un sacerdote e soprattutto per un Papa, ma non lo è. Nella storia si sono avuti Papi intellettuali (da Pio II a Benedetto XIV e non solo), Papi di governo (come Gregorio XVI e Leone XIII), Papi di ogni tipo (da Benedetto IX a Giulio II), ma in Ratzinger c’è tutta un’esistenza intellettuale, pastorale, accademica, musicale, umana e di governo che ruota costantemente e continuamente intorno a Dio, senza divagazioni o distrazioni. La sua vita è stata una battaglia per Dio, anche e soprattutto nei suoi scontri teologici e dottrinali. Una vita dietro la cattedra universitaria, sopra una cattedra (episcopale e papale), dietro una scrivania, in biblioteca e al pianoforte, una vita apparentemente tranquilla e pacifica, ma in realtà è stata un’esistenza di battaglia intellettuale vera. Una di quelle vite che si sono spese per dire la verità di Dio in tempi in cui a livello teologico e di fede succedeva di tutto e il contrario di tutto.
Ratzinger non si è tirato indietro. E allora ha parlato della verità di Dio, dell’interpretazione del concilio Vaticano II inteso come una riforma nella continuità, dell’incarnazione della fede che genera cultura, come quella europea e occidentale, nonostante i loro esiti ultimi deleteri, che tolgono sempre più spazio alla religione nello spazio pubblico e non mancano di persecuzioni religiose. Ha tentato di dare spazio e voce al contributo dell’intelligenza della fede a partire dall’incontro con Cristo. È una esperienza, quella con Gesù di Nazareth, vero Dio e vero uomo, a cambiare l’esistenza dei credenti. E questa fede che entra in dialogo con tutti dentro lo spazio della laicità. Dialoga per dare il suo contributo culturale, dialoga per permettere alla ragione di non cadere nei totalitarismi che il giovane Joseph aveva conosciuto (nella sua Germania ci fu prima il nazismo nel 1933 e poi, nella parte orientale, il comunismo dopo il 1945). Questo Ratzinger è stato la scommessa di Paolo VI, che l’ha voluto arcivescovo e cardinale, e la salda colonna di Giovanni Paolo II, che l’ha voluto al suo fianco a capo del Dicastero per la dottrina della fede. Una promessa per un Papa e una certezza per un altro. E per Giovanni Paolo II anche un amico. Cosa ha lasciato Benedetto XVI alla Chiesa? Il suo pontificato rifugge da ogni rigida categoria. È possibile comprenderlo solo nell’ottica della riforma ecclesiale, e in particolare della riforma papale.
Il papato di Ratzinger ha centrato il confronto con il mondo intorno ai temi antropologici, a difesa della persona e della famiglia. A causa di questa bella e combattiva vita, Benedetto XVI verrà ricordato nel corso di quest’anno con iniziative previste in tutto il mondo promosse da Diocesi, Università, Case editrici, Tv e radio. Il ricordo di Joseph Ratzinger vuole essere un rilancio del suo pensiero e soprattutto della sua sensibilità ecclesiale, quale contributo per il nostro tempo di spaesamento e cinismo. Si intende presentare l’eredità di Benedetto XVI come una provocazione per l’uomo di oggi in un approccio intergenerazionale affinché molti giovani o meno giovani possano dire con convinzione, come Ratzinger “Gesù ti amo”.

Immersi nella vita di Cristo

La Lettera ai Romani è un autentico Vangelo, è la buona notizia della grazia di Dio che salva l’umanità. L’apostolo Paolo ha fatto esperienza della grazia di Dio, che lo ha trasformato da persecutore in apostolo; perciò, può annunciare a tutti la potenza di questo amore di Dio che regge l’universo e cambia le persone. Tutti siamo inclinati al male, ma su tutti si stende la grazia di Cristo che ci rende capaci di fare il bene. Dopo aver presentato la riflessione su Cristo, l’apostolo passa a considerare la risposta dei cristiani che hanno accolto il Cristo e sono diventati partecipi della sua stessa vita: «Per mezzo del battesimo noi siamo stati sepolti insieme con Cristo nella morte». Il battesimo fu per la prima comunità cristiana un evento straordinario che segnava simbolicamente morte e risurrezione. Col tempo purtroppo si è persa la forza significativa del rito. Noi oggi abbiamo semplicemente un gesto che richiama vagamente un lavaggio, abbiamo però perso l’idea della immersione. Il termine greco battesimo vuol dire immersione. “Essere battezzati in Cristo” vuol dire immergersi in Cristo.
Quando si impara una lingua moderna, si dice che il modo migliore per apprenderla è full immersion in quell’ambiente linguistico. Si va in Inghilterra per imparare l’inglese, ma se chi va è da solo e si troverà in mezzo a persone che parlano solo inglese, sarà pienamente immerso in quella realtà, con fatica comincerà a parlare, a capire, a esprimersi … entrerà in modo efficace in quel mondo linguistico nuovo. Il battesimo è full immersion in Cristo, ma l’immersione nell’acqua implica un annegamento, perché è bello essere immersi a nuotare, ma rimanere sott’acqua vuol dire morire. Il rito antico del battesimo implicava proprio un gesto del genere: venivano eretti grandi battisteri – ancora nel medioevo abbiamo monumenti significativi, pensate al battistero di Pisa più grande della cattedrale – per indicare l’importanza del battesimo. Quell’aula liturgica, distinta dalla chiesa, chiamata battistero, era segnata da una grande vasca profonda, dove i catecumeni coloro che facevano il catechismo e si preparavano a diventare cristiani venivano immersi nella notte di Pasqua. Si svestivano completamente, scendevano nudi nell’acqua nel buio più assoluto, senza che nessuno fosse presente, se non il celebrante e il padrino o la madrina. Il catecumeno veniva sepolto nell’acqua, poi risaliva dall’altra parte e veniva rivestito di bianco, come segno della risurrezione alla nuova vita; e con una lampada accesa in mano entrava in chiesa per la celebrazione della Messa.
Il rito evocava la potenza dell’evento che si realizza nella nostra persona. Quello che noi abbiamo perso è, oltre al fatto della immersione, anche la scelta della persona adulta. Col tempo il battesimo è diventata una prassi di inizio della vita. La parola battesimo equivale a inaugurazione, per cui c’è anche il battesimo del volo o il battesimo di una nave … significa semplicemente che inizia qualcosa. Battesimo invece implica una scelta che pone una netta cesura fra ciò che era prima e ciò che viene dopo. Un adulto che accoglieva Cristo, convinto della verità del Vangelo, si svestiva dell’uomo vecchio, decideva di cambiare vita, si immergeva, moriva a quello che era prima, e ricominciava una vita nuova, rivestito della grazia di Cristo.
La realtà del mistero cristiano continua a sussistere anche oggi, anche se abbiamo cambiato i riti. Tuttavia, è più difficile cogliere l’evento perché per un bambino non c’è una scelta, non c’è una decisione, non c’è un cambio di vita … sembra semplicemente una benedizione inaugurale per togliere qualcosa e cominciare bene la vita. Quindi noi dobbiamo pensare al nostro battesimo non come un fatto del passato che ha segnato l’inizio della nostra infanzia, ma come l’evento che caratterizza tutta la vita siamo immersi in Cristo non è un fatto che avviene una volta sola, ma proprio perché si celebra un’unica volta significa che abbraccia tutta la vita ed è valido sempre. Siamo morti con Cristo per risorgere con lui, perché possiamo camminare in una vita nuova, possiamo cioè comportarci in un modo nuovo, cristiano, conforme a Cristo. Crediamo che vivremo con lui, vivremo come lui, possiamo camminare in una vita nuova. È quello che ci viene annunciato ogni anno nella notte di Pasqua. Fin dall’antichità nella notte della risurrezione di Cristo si proclama questa bella notizia: anche noi siamo morti e risorti con Cristo, perciò, abbiamo la possibilità di vivere bene, abbiamo la possibilità di vivere come Cristo; non abbiamo tenuto la nostra vita, abbiamo deciso di perderla con Cristo. In quanto battezzati siamo immersi in lui, siamo morti con lui e proprio per questo, in grazia della sua risurrezione, noi possiamo trovare la nostra vita, trovare in pienezza la nostra esistenza, in modo significativo possiamo dare qualche cosa di valido, perché abbiamo ricevuto. Siamo stati accolti nel battesimo nella famiglia di Dio, abbiamo ricevuto una vita nuova: accogliamola, cioè concretamente viviamola, possiamo camminare in una vita nuova. Allora coraggio! facendo memoria della grazia che sta all’origine della nostra vita, camminiamo con entusiasmo in una vita nuova.