Nelle parole dell’Apocalisse «Tu non sei né freddo né caldo … sei tiepido» (Ap 3,15) sembra quasi di percepire il sospiro addolorato di Cristo, un dolore che nasce dall’amore deluso. Eppure, la Chiesa di Laodicea, come appare dal testo completo, non ha apertamente rinnegato la fede e non sembra neppure segnata da gravi disordini morali. Il suo male, in realtà, è più sottile e, proprio per questo, più insidioso: è la tiepidezza. Potremmo dire che desidera rimanere con il Signore, ma nello stesso tempo cerca anche di compiacere il mondo. La sua predicazione è divenuta talmente misurata sulle possibili reazioni che potrebbe scatenare che ha perso la capacità di essere sale e luce del mondo. Più che annunciare il Vangelo, è preoccupata di mantenere equilibri e di evitare conflitti. E così, cedendo alla logica del consenso, ha soffocato la sua libertà e indebolito la forza della sua testimonianza. Ma una Chiesa che teme continuamente il giudizio del mondo finisce inevitabilmente per smarrire il coraggio della Verità. Che cosa manca a questa Chiesa per essere “calda”? Le manca la gioia di appartenere a Cristo. Ha paura di amare Dio «con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze» (Mc 12,30). Per questo, nel tentativo di scuotere la comunità dalla sua apatia spirituale, il Signore si augura che i suoi membri diventino freddi, cioè che lo rinneghino, che vivano nel peccato. L’importante è che escano dal loro torpore malato. La provocazione del Signore appare sconcertante alla nostra sensibilità perché la tiepidezza è pur sempre una situazione intermedia tra il caldo e il freddo, quindi meno peggio della negatività indicata dal freddo. Tuttavia, le parole del Signore non lasciano dubbi: la mediocrità spirituale è da temere più del peccato stesso, perché tradisce la natura stessa dell’essere umano, che è fatta per scegliere, amare, schierarsi. Il “tiepido” invece, poiché vive una forma di stanchezza spirituale, ha perso il desiderio della santità. Sant’Agostino spiega che non è l’esperienza del peccato riconosciuto che può portare lontano da Dio, ma quella povertà spirituale che non si decide né per il bene né contro di esso. Meglio una fede ferita, ma viva, che una fede senza passione. La tiepidezza non è forse un rischio che incombe anche sulla nostra vita e su molte comunità cristiane del nostro tempo? Anche oggi, infatti, accade che si continui a parlare di Cristo, ma senza avere il coraggio di lasciarlo parlare davvero dentro la vita delle persone e delle comunità. Si moltiplicano incontri, attività e momenti di confronto, ma spesso rimane nell’ombra ciò che dovrebbe stare al centro: l’amore per il Signore, il desiderio sincero della conversione e la passione per la Verità. In questo modo ci si adagia lentamente in una mediocrità rassicurante, che non disturba nessuno, ma nemmeno converte nessuno. E quello che viene chiamato dialogo, apertura agli altri, prudenza pastorale si trasforma in un compromesso che spegne il fervore missionario, indebolisce la gioia della fede e rende sempre più opaca la testimonianza cristiana. Cristo non cerca comunità perfette o semplicemente efficienti, ma cuori vivi, liberi, capaci di lasciarsi ferire e incendiare dal suo amore e di portare nel mondo il fuoco del Vangelo. Le sue parole al riguardo sono chiare: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso» (Lc 12,49).
Francesco Cavina, Vescovo emerito di Carpi