Ma non siamo tutti giovani

L’ampiezza con cui si utilizza la parola “giovane”: di persona deceduta a 70 anni, è facile sentire affermare che “è morta giovane”; a un cinquantenne che aspira a qualche ruolo dirigenziale, nella società o nella Chiesa, è addirittura più comune che gli venga detto di pazientare, “sei ancora giovane”; viceversa se si parla di qualche fatto di cronaca che investe i ragazzi di scuola secondaria di primo grado, i giornali non ci pensano due volte  rubricarlo cotto “disagio giovanile” o “bullismo giovanile”.

Nel nostro tempo, “giovane” è diventato un aggettivo ecumenico: non conosce frontiere né alcuna sorta di limite. Giovane: è un essere in divenire. Indica inizio e fine. Se non è collegata all’idea di cammino (e quindi di inizio, di fine, di passaggio ad altro, di raggiungimento di una meta, che si trova altrove rispetto al punto di partenza), alla fine la parola “giovane” diventa una parola inflazionata, leggera: ecumenica, appunto.

Una parola per tutti e una parola per nessuno.

Se non c’è un dove, non c’è un cammino. Se non c’è cammino, non c’è verità della giovinezza. L’amore degli adulti per la giovinezza nega la possibilità stessa della giovinezza dei giovani. La ricerca da parte dei primi di un’impossibile giovinezza, oltre gli anni stabiliti, rende letteralmente impossibile la giovinezza vera, la giovinezza anagrafica dei secondi. Non è un caso pertanto che la nostra sia sempre di più una società che, amando moltissimo la giovinezza, destina i giovani veri all’oblio. È insomma una società di adulti che amano più la giovinezza che i giovani. Che cosa significa di per se essere giovane? Deriverebbe dal latino “iuven” e ha la stessa radice del verbo “iuvare” che significa essere utile, contribuire al bene comune. I giovani sono coloro che “aiutano”, coloro che portano un sostegno, un giovamento alla società. Possiede il meglio della forza fisica, il meglio della forza riproduttiva e il meglio della forza intellettiva e spirituale. È una straordinaria carica di energia, una vera e propria “cellula staminale”, capace di aiutare, di giovare alla società. Essere giovane indica, in sintesi, la forza di una novità e la novità di una forza.

La giovinezza è il lusso dell’aver tempo per decidere che tipo di persona essere e per questo le ragioni del suo charme non mancano, ma essa resta pur sempre in cammino: un cammino di scelte, di decisioni, di riappropriazione faticosa dell’eredità ricevuta e di restituzione originale della stessa. In ciò sta il suo fine e anche la sua fine. La parola “adulto” indica  –  etimologicamente  –  “cresciuto”, “compiutamente sviluppato”. Si diventa cioè come un albero ben piantato, che ha trovato il suo posto, ha messo radici e produce frutti, dispensando ombra e riparo al sottobosco.

Emergenza uomo

Proteggere la Terra, ricuperare il pianeta sta bene (anzi, benissimo!), ma se non si ricupera l’Uomo, è come restaurare la reggia e, nello stesso tempo, uccidere il re! Ben prima di ogni altro salvataggio, vogliamo salvare l’Uomo! Sì, perché la prima emergenza è qui: la scomparsa dell’umanità dall’uomo! Questo urge: riportare l’umanità nell’uomo.

Lorenzo Perone era un muratore nato a Fossano il 1904 e costretto dai tedeschi ad andare a lavorare in una fabbrica a Bruma Verke non lontana dal campo di sterminio di Auschwitz. La vicinanza della fabbrica al campo di concentramento, portò il muratore Lorenzo Perone ad incrociare gli occhi  dello scrittore Primo Levi. Come d’istinto, sentì che poteva fare qualcosa per il prigioniero! Così Primo Levi parla del nostro muratore: “Un operaio civile italiano mi portò un pezzo di pane e gli avanzi del suo rancio ogni giorno, per sei mesi, mi donò una maglia piena di toppe; scrisse per me una cartolina e mi fece avere la risposta. Per tutto questo, non chiese né accettò alcun compenso, perché era buono e semplice e non pensava che si dovesse fare il bene per un compenso.

Io credo che proprio a Lorenzo debbo d’essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi rammentato con il suo modo così piano e facile d’essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, estraneo all’odio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia metteva conto di conservarsi. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare d’essere io stesso un uomo!”.

Stupendo! Un pezzo di pane, gli avanzi del rancio, una maglia piena di toppe, il servizio dello scrivere: quattro semplici gesti di umanità che hanno salvato il corpo e l’anima di Primo Levi.

La geografia dei vizi: l’invidia

 Origine diabolica: invidioso della felicità dell’uomo, il demonio lo ha preso in odio e ne ha provocato la morte (“Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono” – Sap 2,24). Fin dalle sue origini lontane, lo schema “invidia-odio-omicidio” si applica sempre nello stesso senso: l’empio odia il giusto e si comporta come suo nemico.

Così Caino verso Abele, Esaù verso Giacobbe, i figli di Giacobbe verso Giuseppe, gli Egiziani verso Israele (Salmo 105,25), i re empi verso i profeti (1Re 22,8), i malvagi verso i pii dei Salmi, gli stranieri verso l’unto di Jahvè (Salmi 18 e 21), verso Sion (Salmo 129), verso Gerusalemme (Is 60,15).

Il termine viene dal latino che significa guardare male, con ostilità, non poter sopportare la vista. L’invidia è un modo di “guardare storto”. Ma cos è l’invidia? Forse non ci siamo mai posti questa domanda, anche perché la cultura che va per la maggiore l’ha molte volte camuffata abilmente chiamandola in mille modi diversi e tutti comunemente accettati: competizione, concorrenza, autorealizzazione, ecc. L’invidia è quell’atteggiamento che mette l’uomo contro l’uomo e non sopporta la diversità se non è sinonimo di inferiorità.

La vita spirituale e la vita interiore

Che cos’è la vita spirituale? La vita spirituale non è una tecnica, un insieme di regole, o qualcosa che facciamo noi. Essa è ciò che lo Spirito Santo fa dentro di noi. Questo è il motivo per il quale, quando uno dice che deve recuperare la vita spirituale, è come se dicesse che deve rendersi consapevole di quello che gli sta accadendo, di come lo Spirito Santo lo sta lavorando interiormente. Il nostro contributo primario è quello di “accorgerci”.

Quando uno si prende del tempo per la propria vita spirituale, non deve passarlo a spremersi le meningi per cercare di tirar fuori qualche “genialata” sulla propria vita. In realtà, quello è tempo che si prende per imparare a stare in silenzio e non semplicemente a stare zitti. È tempo di ascolto. Lo stare zitti e lo stare in silenzio sono due cose radicalmente diverse: uno può star zitto, tacere, ma essere con la mente e con il cuore altrove rispetto alla realtà che ha davanti. Così come uno può, invece, stare in silenzio perché sta ascoltando pienamente ciò che ha di fronte.

Questo capita quando si sta davanti a quello che si ama. Il silenzio è la piena cittadinanza del presente. Il silenzio non è un mero “taci!”, ma il fatto che abbiamo un urgentissimo bisogno personale di metterci in ascolto di qualcosa di diverso dai nostri pensieri ed emozioni. Ma se la vita spirituale è quello che lo Spirito fa dentro di noi, dobbiamo stare attenti a non confondere la vita spirituale con la vita interiore. Quest’ultima non è altro che tutto il nostro apparato emotivo, psicologico, affettivo, razionale, il nostro “mondo dentro”.

La vita interiore è la nostra capacità tutta umana di percepire la realtà nella sua profondità e non semplicemente nella sua estensione, nella sua superficialità. La vita interiore così intesa ce l’hanno tutti. La vita interiore è legata al nostro essere o non essere umani. È il minimo sindacale per dirsi umani per davvero. Non essere più avvezzi alla vita interiore ci rende così tremendamente superficiali e, per questo, tremendamente infelici e in molti casi depressi.

Un cristiano non può accontentarsi però di avere una semplice vita interiore, accontentarsi di questo minimo sindacale. Deve scavare più a fondo nella propria vita interiore, per trovare invece la vena dell’acqua della vita spirituale che gli scorre dentro e accorgersi, così, di quella vita che non dipende da lui, ma che in lui è presente: la vita dello Spirito. Darsi del tempo, darsi del “silenzio”, significa affinare la nostra capacità di accorgerci dei moti psicologici dentro di noi e saperli distinguere da quelli spirituali. Bisogna anche tener presente che a volte i moti psicologici si travestono da moti spirituali. È allora che il silenzio, l’attenzione, la vita di preghiera, la Parola soprattutto, sono come un vaglio che ci aiuta a capire cosa è e cosa non è spirituale. Per farci capire ciò che viene da Dio e ciò che viene invece semplicemente dalla nostra storia. Noi facciamo l’errore di continuare semplicemente a interpretarci e, così, ci ammaliamo di fatalismo («Se provo questo, allora Dio vuole dirmi questo…», «Se mi è successo questo, allora Dio vuole fare quest’altro…»). Dobbiamo imparare a intendere la vita di preghiera come partecipazione affettiva alla vita di Cristo.

Papa Francesco: un anno dedicato all’enciclica “Laudato sì”

Capitolo primo – Quello che sta accadendo alla nostra casa

Il capitolo assume le più recenti acquisizioni scientifiche in materia ambientale come modo per ascoltare il grido della creazione, «trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare» (19). Si affrontano così «vari aspetti dell’attuale crisi ecologica» (15).

I mutamenti climatici: «I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità» (25). Se «Il clima è un bene comune, di tutti e per tutti» (23), l’impatto più pesante della sua alterazione ricade sui più poveri, ma molti «che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi» (26): «la mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile» (25).

La questione dell’acqua: il Pontefice afferma a chiare lettere che «l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani». Privare i poveri dell’accesso all’acqua significa negare «il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità» (30).

La tutela della biodiversità: «Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre» (33). Non sono solo eventuali “risorse” sfruttabili, ma hanno un valore in sé stesse. In questa prospettiva «sono lodevoli e a volte ammirevoli gli sforzi di scienziati e tecnici che cercano di risolvere i problemi creati dall’essere umano», ma l’intervento umano, quando si pone a servizio della finanza e del consumismo, «fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia» (34).

Il debito ecologico: nel quadro di un’etica delle relazioni internazionali, l’Enciclica indica come esista «un vero “debito ecologico”» (51), soprattutto del Nord nei confronti del Sud del mondo. Di fronte ai mutamenti climatici vi sono «responsabilità diversificate» (52), e quelle dei Paesi sviluppati sono maggiori.

Nella consapevolezza delle profonde divergenze rispetto a queste problematiche, Papa Francesco si mostra profondamente colpito dalla «debolezza delle reazioni» di fronte ai drammi di tante persone e popolazioni. Nonostante non manchino esempi positivi (58), segnala «un certo intorpidimento e una spensierata irresponsabilità» (59). Mancano una cultura adeguata (53) e la disponibilità a cambiare stili di vita, produzione e consumo (59), mentre urge «creare un sistema normativo che […] assicuri la protezione degli ecosistemi» (53).

La geografia dei vizi: l’ira

 L’Ira è un vizio provocato dall’incapacità di padroneggiare alcuni aspetti del proprio carattere, che dovrebbero invece essere correttamente incanalati verso il bene. Come tale, essa non va confusa con la giusta indignazione nei confronti del male, che è un nobile sentimento attribuito nella Bibbia anche a Dio. Altra cosa è l’ira, che rivela ostilità e intolleranza verso la persona tendendo a colpirla o attraverso espressioni di violenza verbale, improntate a giudizi affrettati e offensivi, o attraverso gesti fuori misura, frutto cioè di esasperante e sproporzionate reazioni. L’ira è cieca.

1. Condanna dell’Ira

Dio condanna la reazione violenta dell’uomo che si adira contro un altro,

– sia egli geloso come Caino: “Il Signore non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto” (Gen 4,5);

– sia furioso come Esaù: “Fuggi finché l’ira di tuo fratello si sarà placata. Quando la collera di tuo fratello contro di te si sarà placata e si sarà dimenticato di quello che gli hai fatto, allora io manderò a prenderti di là” (Gen. 27,44ss.);

– o come Simeone e Levi: “ Simeone e Levi sono fratelli, strumenti di violenza sono i loro coltelli. Nel loro conciliabolo non entri l’anima mia, al loro convegno non si unisca il mio cuore, perché nella loro ira hanno ucciso gli uomini, e nella loro passione hanno mutilato i tori. Maledetta la loro ira, perché violenta, e la loro collera, perché crudele!” (Gen 49,5 ss.)

Gesù si è mostrato ancor più radicale, assimilando l’Ira al suo effetto abituale, l’omicidio: “Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio”  (Mt 5,22). Paolo la giudica incompatibile con la carità: “La carità non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto” (1Cor 13,5); è un male puro e semplice: “Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni”  (Col 3,8) da cui bisogna guardarsi, soprattutto a motivo della prossimità di Dio: “Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche” (1Tim 2,8).

2. L’Ira di Dio

È un fatto, Dio si adira. “Ecco il nome del Signore venire da lontano, ardente è la sua ira e gravoso il suo divampare” (Is 30,27). Il risultato di quest’ira è la morte con le sue ausiliarie: carestia, sconfitta o peste, tra cui David deve scegliere (2Sam 24,15ss); altrove sono le pi aghe (Num 17,11), la lebbra (Num 12,9ss), la morte (1Sam 6,19). Quest’ira si abbatte su tutti i colpevoli ostinati; in primo luogo su Israele, perché è più vicino al Dio Santo (Es 19; 32; Deut 1,34; Num 25,7-13), sia sulla comunità (2Re 23,26; Ger 21,5) che sugli individui; poi anche sulle nazioni (1Sam 6,9).

Gesù stesso scaccia con violenza i mercanti che hanno profanato il tempio. Nella manifestazione della sua Ira, Dio non si comporta come un uomo. L’uomo sperimenta sempre meglio che Dio non è un Dio dell’Ira, ma il Dio della misericordia (Es 34,6; Is 48,9; Salmo 103,8; Ger 3,12; Os 11,9). Punendo a suo tempo Dio manifesta all’uomo la portata educativa dei castighi causati dalla sua ira (Am 4,6-11).

San Pietro: il martirio

Nell’estate del 64 d.C. un terribile incendio scoppia nella città di  Roma, distruggendo gran parte dei suoi quartieri  e monumenti. Voci, vere o false non sappiamo, accusano l’imperatore Nerone di essere artefice del disastro. Per soffocare queste accuse, Nerone ordina che siano puniti i cristiani quali colpevoli dell’incendio e nemici del genere umano. Oppressi dalla persecuzione, sazi di sangue e lutti, i cristiani si raccolgono attorno al vecchio Pietro, che da quella “Babilonia” scrive un’epistola,  la Prima Lettera di Pietro, nella quale dà coraggio ai propri figli spirituali, il suo testamento dopo anni e anni di sofferenze: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione  della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare”.  Secondo un’antica tradizione, ricercato dalle guardie imperiali, Pietro riesce a fuggire ma lungo la via Appia incontra il Maestro, luminoso e magnifico, che, portando la croce sulle spalle alla domanda dell’apostolo: “Dove vai, Signore?” risponde: “Torno a Roma per essere crocifisso un’altra volta”.  Il messaggio è chiaro: attraverso Pietro, Gesù tornerà a sacrificarsi per la sua Chiesa. L’apostolo non osa ribadire, torna solennemente a Roma; arrestato, viene  condotto nel carcere Mamertino (oggi Chiesa di s. Pietro in Carcere) nella stessa cella dell’amico e compagno, Paolo di Tarso. L’ora dei due apostoli scocca, secondo fonti antiche, il 29 giugno di un anno imprecisato, fra il 64 e il 67 d.C. I due vengono condotti l’uno preso il circo di Nerone nelle vicinanze del colle Vaticano, l’altro presso la zona delle Acquae Salviae, Pietro condannato alla crocifissione, Paolo essendo cittadino romano, alla decapitazione. Prima di  essere inchiodato al legno della croce, l’apostolo ha un ultimo desiderio: essere crocifisso a testa in giù poiché non degno di morire come il Maestro.

San Pietro: la guida della Chiesa

Rinvigorito nell’animo, Pietro, a seguito dell’ascensione al cielo del Maestro, prende in pugno la situazione e raduna attorno al gruppo apostolico la comunità di discepoli che avevano seguito Gesù durante i tre anni di vita pubblica. Cinquanta giorni dopo la Pasqua si ritrova a Gerusalemme con gli apostoli, le donne e Maria, la madre di Gesù divenuta ora Madre premurosa della prima comunità cristiana. Sono immersi nella preghiera, celebrando il giorno della Pentecoste, quando un forte vento li investe e lingue di fuoco si posano sui capi di ciascuno: è lo Spirito Santo, il Consolatore promesso dal Maestro nel cenacolo.

È proprio questo Consolatore, che infuoca i loro cuori, spinge i dodici apostoli ad uscir fuori e a gridare al mondo intero “Gesù di Nazareth, che voi avete inchiodato e ucciso, Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte”. È proprio Pietro il primo a parlare. Tutto ciò è accompagnato da un prodigio che ha dell’incredibile: il popolo che ascolta il suo discorso è composto da uomini di varie etnie e diverse lingue; tutti però comprendono le parole dell’apostolo. Alcuni ipotizzano che i dodici siano ubriachi ma le loro calunnie non fanno breccia nella mente della gente, che accorre verso Pietro e chiede da lui il Battesimo: quel giorno nacquero alla fede circa tremila persone. Comincia a sorgere una prima comunità di credenti, tanti cuori uniti in un unico, intenso, battito, tanti occhi puntati verso la vita eterna. Da questa comunità fino ad oggi la Chiesa continua ad essere nel mondo l’annuncio del Vangelo e il segno della fede nel Cristo morto e risorto.

Una Messa in più

Dalla prossima domenica, la trasmissione della Messa in streaming sarà sospesa. Siamo arrivati a questa decisione perché, nonostante sia ancora il tempo della prudenza, abbiamo sperimentato una partecipazione alle celebrazioni molto attenta e adatta a garantire sicurezza. Il ringraziamento va a tutti coloro che hanno vinto il timore e hanno iniziato a frequentare di nuovo la nostra chiesa. L’affluenza si sta lentamente alzando e, così, per riuscire a dare a tutti la possibilità di partecipare alla Messa domenicale, dal prossimo 5 luglio, don Giuseppe presiederà una celebrazione aggiuntiva, alle 21 della domenica sera nello spazio del Mortorino. In particolare, proprio il 5 luglio, la Messa sarà dedicata alle famiglie che hanno avuto un lutto dovuto all’epidemia di coronavirus. Sarà una Messa di suffragio per tutti i defunti che non hanno potuto avere un funerale. In questa occasione, naturalmente, la precedenza all’ingresso sarà data a questi nuclei famigliari, invitati personalmente da don Giuseppe. Ricordiamo che restano in vigore tutte le misure di sicurezza già previste, cioè misurazione della temperatura, sanificazione delle mani e distanziamento sociale. 

Santi Pietro e Paolo

Ed è venuto anche per Pietro il momento di sistemare dinanzi all’Interessato quella faccenda, decisamente scabrosa, del rinnegamento. C’era già stato un incontro. Ma Gesù non aveva potuto fermarsi. Soltanto uno sguardo, ed era bastato per far ruscellare le lacrime sul suo volto del colpevole. Adesso, però, c’è una faccia a faccia impegnativo. La questione va  chiarita. Bella roccia, sei stato, Pietro. Hai scricchiolato penosamente dinanzi all’alito di una donnicciola. Dove sono andate a finire le tue promesse di fedeltà incrollabile? E dire che dovevi costituire il fondamento della Chiesa… Incaricato di dare solidità anche ai tuoi fratelli. Ma l’incontro con Cristo risorto al lago è stato esaltante e incoraggiante.

Non sono venuto, dice Gesù, per giudicarti. Non mi ricordo più della tua viltà. Sono io che torno verso di te per primo, dopo quello che hai combinato. E ritorno verso di te unicamente per domandarti se mi ami ancora, se il tuo rimorso, che è senz’altro grande, non ha distrutto in te l’amicizia che ci univa. Se il sentimento di colpevolezza che provi nei miei riguardi non ha per caso inaridito in te la sorgente dell’amore. Non ti dico neppure che ti perdono, come a coloro che mi hanno inchiodato sulla croce; quelli non mi amavano;  meglio, non avevano capito che li amavo. Ma a te chi mi amavi, che condividevi la mia esistenza quotidiana, ti domando soltanto se mi ami ancora, se queste drammatiche giornate pasquali non hanno ucciso in te l’amore. Ti domando esclusivamente questo. Perché è questo l’essenziale. È l’unico necessario per la tua felicità e la tua gioia”.

Ecco evidenziato, in questo episodio, la differenza tra rimprovero e perdono. Il rimprovero rende presente una mancanza. Il perdono la allontana, fino a farla sparire, crea una situazione nuova. Col rimprovero si rinfaccia una colpa che appartiene al passato, la si rende ancora attuale. Col perdono Cristo ci rinfaccia  –  ossia ci mette di fronte  –  l’avvenire, le nostre possibilità (e non le nostre manchevolezze). Il rimprovero finisce per far ripiegare un individuo su se stesso, sul suo peccato. Col perdono, Cristo ci fa uscire dal peccato. Il rimprovero spesso è sterile. Il perdono, che è offerta di amore, è sempre creativo. Col rimprovero si dimostra di conoscere una persona e le sue colpe. Cristo, invece, col perdono, più che conoscerci, dimostra di inventarci. Inventarci “diversi”. Il rimprovero ci costringe a guardare indietro. Il perdono ci obbliga a guardare avanti. Cristo chiude il passato. Ce lo porta via, definitivamente.

Non esiste più. Non è che lo tenga nascosto, magari per rinfacciarcelo al momento giusto. Cristo ci consegna il futuro. Con molta acutezza è stato osservato che la penitenza che Gesù ha affibbiato a Pietro è stato l’incarico affidatogli. Quasi gli dicesse: “Và, d’ora in poi farai il Papa!”. Anche a noi il Signore impone questo genere di penitenza impegnativa. “Adesso và … Ti affido l’avvenire”. Il perdono, più che saldare un conto col passato, ne apre uno col futuro. Ma l’episodio precisa anche il senso con cui bisogna intendere l’espressione: “su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. La pietra non è quella di Pietro. La pietra della sua presunzione, della sua sicurezza è stata frantumata dall’esperienza del rinnegamento. E poi è stata sciolta, definitivamente, dalle lacrime del pentimento. Ora Pietro, e noi con lui, è in grado di capire che la pietra, la roccia è unicamente Cristo. Soltanto Lui offre tutte le garanzie di tenuta. La fedeltà è la sua. Ed è una fedeltà che non viene mai meno, nonostante i tradimenti e le debolezze degli uomini.

D’altra parte, anche l’esperienza dell’altro apostolo di cui celebriamo la festa, dimostra la medesima realtà. Paolo stesso non esita a riconoscere: “Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi …”. (Gal 1,13). Deve riconoscere di essere stato “un bestemmiatore, un persecutore e un violento” (1Tm 1,13). Ma ci tiene a sottolineare: “Per grazia di Dio sono quello che sono” (1Cor 15,10). Dunque, la Chiesa si fonda sulla misericordia di Dio, non sulla forza degli uomini. La Chiesa è la comunità dei peccatori perdonati, “graziati”, non dei perfetti. Dobbiamo renderci conto, senza farne un dramma, che la Chiesa rivela, ma anche nasconde Dio.

Lo manifesta, ma  –  in certi momenti  –  lo oscura.  Lo presenta, ma talvolta ce lo allontana. Già. La Chiesa è santa, ma fatta di peccatori. La Chiesa ci consegna Dio, certamente. Ma ce lo offre come avvolto nella ganga della propria miseria, nell’intrico delle proprie contraddizioni. In Dio non c’è né ombra, né ruga, né macchia. La Chiesa, invece, è fatta di uomini, e quindi fatta di miserie, debolezze, colpe, disordini assortiti. I deliranti di una purezza idealistica della Chiesa sono “nemici del Regno”. È necessario imparare ad amare e accettare con gioia la Chiesa così com’è.  Perché anch’io sono Chiesa. E anch’io ho bisogno di essere accettato dalla Chiesa col mio peso di miserie e le mie ombre. Sono sicuro che non mi vergognerò mai della Chiesa. Anzi, le sarò sempre riconoscente. Perfino per le sue ombre. Perché mettono in risalto la luce che è di un Altro.