Celebrare il Santo Patrono

Carissimi San Fioranesi,

l’arrivo delle giostre in Piazza degli Orti ci attesta la prossimità della Festa Patronale di San Floriano che, per la prima volta, ho la gioia di celebrare con Voi. Celebrare il santo patrono significa onorare la figura religiosa che i nostri predecessori nella fede hanno scelto come protettore speciale del territorio comunale e della comunità cristiana che in esso si ritrova. San Floriano, per la sua coraggiosa testimonianza di fede, alla consacrazione della chiesa parrocchiale, nel 1892, è stato collocato come aiuto e mediatore tra i credenti residenti a San Fiorano e il Dio scelto individualmente e comunitariamente come quotidiano punto di riferimento. La festa patronale, per essere tale, ha sempre al centro la celebrazione dell’Eucaristica e la processione per le vie del paese con l’effige del Santo per il rafforzamento e la testimonianza della fede comunitaria. La festa incrementa il legame con le proprie radici storiche e rappresenta un punto di convergenza tra la comunità religiosa e quella civile in quanto la vita dei credenti non è una fuga nostalgica nel passato o rifugio in un futuro che ancora non c’è, ma attiva partecipazione alle attuali scelte del paese. Tra le molteplici manifestazioni civili calendarizzate quest’anno, il 3 maggio è prevista l’inaugurazione del nuovo Asilo Nido Comunale. Credo che sia proprio questo l’evento da affidare particolarmente alla testimonianza e all’intercessione di San Floriano. Il Nido è un inequivocabile “segno” che a San Fiorano, in un contesto nazionale e continentale sempre di più caratterizzato dalla denatalità, si desidera andare controcorrente scommettendo fortemente sulla Vita in quanto tale e specificatamente sulla qualità della Vita. Scommessa sulla ricerca ed educazione alla “pienezza di Vita” che, anche noi oggi, come San Floriano ai suoi tempi, sostanzialmente non dissimili dai nostri, confessiamo di aver trovato e vivere condividendo la sua stessa Fede.
Grazie a Tutti i San Fioranesi che ogni giorno, in ambito religioso o civile, con disinteresse personale, dedizione, competenza e gioia, danno il meglio di sé per custodire, rafforzare e tramandare la bellezza dei Valori umani e cristiani vissuti a San Fiorano.

(Immagine: deposizione di San Floriano: Scuola danubiana, 1516 – 1518)

San Floriano

Secondo la tradizione, Floriano era un soldato romano vissuto tra il III e il IV secolo, di stanza nel Norico, una provincia dell’impero corrispondente grosso modo all’attuale Austria. Servì egregiamente da ufficiale in difesa dei confini settentrionali e pare facesse parte di una speciale squadra militare addestrata a spegnere gli incendi. La conversione al cristianesimo gli costò la vita durante la grande persecuzione di Diocleziano. Nel 304 Floriano, in servizio nell’attuale Sankt Pölten, volle raggiungere a Lauriacum (oggi Lorch, un sobborgo di Enns) quaranta correligionari cristiani che erano stati condannati a morte e condividere con loro il martirio. Giunto in città, confessò la propria fede.
Durante il processo sommario il giudice non ebbe pietà: lo fece torturare e gettare nel fiume con una macina di pietra legata al collo.
Si racconta che il corpo fu raccolto dalla matrona Valeria e sepolto sul sito dove i vescovi di Passavia fecero erigere la grande abbazia di Sankt Florian, che è uno dei più celebri monumenti del barocco austriaco. Tra gli affreschi sulla vita del santo che si ammirano in questo luogo, uno mostra il salvataggio, grazie all’intercessione di Floriano, di un uomo caduto nel fuoco.
Nei secoli sono fiorite molte leggende, tra cui quel-la che racconta di come il santo abbia estinto un incendio con una sola brocca d’acqua.
Non era raro un tempo in Austria vedere nelle abitazioni rurali la scritta: «O santo Floriano, risparmia la mia casa». Un’invocazione che oggi vale per quella casa comune che è il pianeta Terra, minacciato dalla nostra cattiva coscienza ecologica.

(Enzo Romeo da Santi e Beati)

La scoperta del dono di Dio

Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani!
Guidati e custoditi da Gesù Risorto, celebriamo domenica 26 aprile, nella IV domenica di Pasqua, detta “domenica del buon Pastore”, la LXIII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. È un’occasione in cui condividere alcune riflessioni sulla dimensione interiore della vita, intesa come scoperta del dono gratuito di Dio che sboccia nel profondo del cuore di ciascuno di noi. Percorriamo allora insieme la via di una vita veramente bella, che il Pastore ci indica!
La via della bellezza
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù si definisce letteralmente il «pastore bello» (Gv 10,11). L’espressione indica un pastore perfetto, autentico, esemplare, in quanto è pronto a dare la vita per le sue pecore, manifestando così l’amore di Dio. È il Pastore che affascina: chi lo guarda scopre che la vita è davvero bella se lo si segue. Per conoscere questa bellezza non bastano gli occhi del corpo o criteri estetici: occorrono contemplazione e interiorità. Solo chi si ferma, ascolta, prega e accoglie il suo sguardo può dire con fiducia: “Mi fido, con Lui la vita può essere davvero bella, voglio percorrere la via di questa bellezza”. E la cosa più straordinaria è che, diventando suoi discepoli, si diventa a propria volta “belli”: la sua bellezza ci trasfigura. Come scrive il teologo Pavel Florenskij, l’ascetica non crea l’uomo “buono”, ma l’uomo “bello”. Il tratto che contraddistingue i santi, infatti, oltre alla bontà, è la bellezza spirituale luminosa che irradia da chi vive in Cristo. Così la vocazione cristiana si rivela in tutta la sua profondità: partecipare della sua vita, condividere la sua missione, splendere della sua stessa bellezza. Questa comunicazione interiore di vita, di fede e di senso fu l’esperienza anche di Sant’Agostino, il quale, nel libro terzo delle Confessioni, mentre dichiara e confessa i suoi peccati ed errori giovanili, riconosce Dio «più intimo di ogni mia intimità». Oltre la consapevolezza di sé, egli scopre la bellezza della luce divina che lo guida nel buio. Agostino scorge la presenza di Dio nella parte più interiore della sua anima, e ciò implica l’aver compreso e vissuto l’importanza della cura dell’interiorità come spazio di relazione con Gesù, come via per sperimentare la bellezza e la bontà di Dio nella propria vita. Tale relazione si edifica nella preghiera e nel silenzio e, se coltivata, ci apre alla possibilità di accogliere e vivere il dono della vocazione, che non è mai un’imposizione ma un progetto di amore e di felicità. La cura dell’interiorità: è da qui che è urgente ripartire per gustare la bellezza della vita cristiana. In questo spirito, invito tutti a impegnarsi sempre di più nel creare contesti favorevoli affinché questo dono possa essere accolto, nutrito, custodito e accompagnato per portare abbondante frutto. Solo se i nostri ambienti splenderanno per fede viva, preghiera costante e accompagnamento fraterno, la chiamata di Dio potrà sbocciare e maturare, diventando strada di felicità e salvezza per ciascuno e per il mondo.
Incamminati sulla via che Gesù, il bel Pastore, ci indica, impariamo allora a conoscere meglio noi stessi e a conoscere più da vicino Dio che ci ha chiamati.
Conoscenza reciproca
«Il Signore della vita ci conosce e illumina il nostro cuore con il suo sguardo d’amore». Ogni vocazione, infatti, non può che iniziare dalla consapevolezza e dall’esperienza di un Dio che è Amore: Egli ci conosce profondamente, ha contato i capelli del nostro capo e ha pensato per ognuno una via unica di santità e di servizio. Questa conoscenza, però, dev’essere sempre reciproca: siamo invitati a conoscere Dio attraverso la preghiera, l’ascolto della Parola, i Sacramenti, la vita della Chiesa e la donazione ai fratelli e alle sorelle. Come il giovane Samuele, che nella notte, forse in maniera inaspettata, udì la voce del Signore e imparò a riconoscerla con l’aiuto di Eli, così anche noi dobbiamo creare spazi di silenzio interiore per intuire ciò che il Signore ha in cuore per la nostra felicità. Non si tratta di un sapere intellettuale astratto o di una conoscenza dotta, ma di un incontro personale che trasforma la vita. Dio abita il nostro cuore: la vocazione è un dialogo intimo con Lui, che chiama – nonostante il rumore talvolta assordante del mondo – invitandoci a rispondere con vera gioia e generosità. «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso, la Verità abita nell’uomo interiore». Ancora sant’Ago-stino ci ricorda quanto sia importante imparare a fermarsi, costruire spazi di silenzio interiore per poter ascoltare la voce di Gesù Cristo.
Carissimi fedeli tutti, ascoltate questa voce! Ascoltate la voce del Signore che vi invita a vivere una vita piena, realizzata, mettendo a frutto i propri talenti. Fermatevi, dunque, in adorazione eucaristica, meditate assiduamente la Parola di Dio per viverla ogni giorno, partecipate attivamente e pienamente alla vita sacramentale ed ecclesiale. In questo modo conoscerete il Signore e, nell’intimità propria dell’amicizia, scoprirete come donare voi stessi, nella via del matrimonio, o del sacerdozio, o del diaconato permanente, oppure nella vita consacrata, religiosa o secolare: ogni vocazione è un dono immenso per il mondo e per chi la accoglie con gioia. Conoscere il Signore significa soprattutto imparare a fidarsi di Lui e della sua Provvidenza, che sovrabbonda in ogni vocazione.
Fiducia
Dalla conoscenza nasce la fiducia, atteggiamento che è figlio della fede, essenziale sia per accogliere la vocazione, sia per perseverare in essa. La vita, infatti, si rivela come un continuo fidarsi e affidarsi al Signore, anche quando i suoi piani sconvolgono i nostri.
Pensiamo a San Giuseppe, che, nonostante l’inatteso mistero della maternità della Vergine, si affida al sogno divino e accoglie Maria e il Bambino con cuore obbediente (cfr Mt 1,18-25; 2,13-15). Giuseppe di Nazaret è un’icona di fiducia totale nel disegno di Dio: si fida anche quando tutto intorno a lui sembra essere tenebra e negatività, quando le cose sembrano andare in direzione opposta rispetto a quella prevista. Egli si fida e si affida, certo della bontà e della fedeltà del Signore. «In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani».
Come ci ha insegnato il Giubileo della Speranza, occorre coltivare una fiducia ferma e stabile nelle promesse di Dio, senza cedere mai alla disperazione, superando paure e incertezze, certi che il Risorto è Signore della storia del mondo e della nostra personale: Egli non ci abbandona nelle ore più buie, ma viene a diradare con la sua luce tutte le nostre tenebre. E proprio grazie alla luce e alla forza del suo Spirito, anche attraverso prove e crisi, possiamo vedere la nostra vita maturare, riflettere sempre più la stessa bellezza di Colui che ci ha chiamato, una bellezza fatta di fedeltà e fiducia, nonostante le ferite e le cadute. (…)
Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani, vi incoraggio a coltivare la vostra relazione personale con Dio attraverso la preghiera quotidiana e la meditazione della Parola. Fermatevi, ascoltate, affidatevi: in questo modo, il dono della vostra vocazione maturerà, vi renderà felici e porterà frutti abbondanti per la Chiesa e per il mondo.
La Vergine Maria, modello di accoglienza interiore del dono divino e maestra dell’ascolto orante, vi accompagni sempre in questo cammino!


Dal Vaticano, 16 marzo 2026
LEONE PP. XIV

Affrettarsi

Pasqua è tutta una corsa: Maria di Magdala, scoperto il sepolcro vuoto, corre da Pietro e dall’altro discepolo, e questi a loro volta corrono al sepolcro, a due diverse velocità: per primo arriva il discepolo amato e poi Pietro. Ma perché corrono? Si può correre per tre diversi motivi: o per fuggire da qualche pericolo o per sostenere una gara sportiva o per affrettare un incontro desiderato. La Maddalena e i discepoli non corrono per fuggire o per gareggiare, ma per affrettare un incontro: Maria deve vedere i discepoli e questi vogliono rendersi conto di per-sona se il Signore è stato imprigionato dalla morte. La fede cristiana nasce da queste corse del mattino di Pasqua, che in poco tempo raggiungono tante persone e formano una rete di testimoni della risurrezione di Gesù, formano una comunità. La Chiesa sorge da questo andirivieni dei primi testimoni, che correvano perché avevano fretta di an-nunciare a tutti che la morte aveva perso la sua forza, perché Gesù l’aveva vinta. Anche oggi la Chiesa va avanti perché tanti corrono – non con i piedi ma con il cuore – per trasmettere la bellezza della fede a coloro che incontrano. Però a volte noi cristiani rischiamo di correre non per comunicare l’incontro con Gesù risorto, ma per gli altri due motivi: per fuggire o per gareggiare. La nostra corsa è una FUGA quando inseguiamo le cose da fare e non troviamo il tempo di fermarci a pensare; quando portiamo avanti impegni e iniziative – nella società e nella comunità cristiana – senza darci una formazione adeguata; quando siamo preoccupati dell’efficienza, di orari e risultati, ma trascuriamo le persone che abbiamo a fianco. I nostri fratelli Ortodossi dicono che noi Cattolici siamo caduti nella malattia dell’attivismo, dove conta solo fare e non pensare, dove contano più le prestazioni che le re-lazioni, più la quantità dei risultati raggiunti che la qualità dei rapporti tra le persone. Ma c’è anche l’altro motivo della corsa, che potrebbe insinuarsi dentro di noi: la GARA. San Paolo dice che l’unica gara ammessa tra i cristiani è quella della stima: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10); tutte le altre competizioni non appartengono ai cristiani. Nel racconto evangelico della Risurrezione il discepolo amato giunge per primo al sepolcro, ma poi attende Pietro ed entra dopo di lui: non vuole vincere una gara, ma rispetta la precedenza di Pietro. Eppure entriamo in concorrenza tra di noi a causa degli spazi da occupare e dei compiti da svolgere, accusandoci di reciproche ingerenze e invasioni di campo. Quando questo atteggiamento, così diffuso nella società, si infiltra anche nelle nostre comunità, perdiamo quasi tutte le energie nei faticosi tentativi di ricucire le relazioni, di ridefinire spazi e compiti, di rimettersi d’accordo. Dante Alighieri aveva intuito che in paradiso uno è contento per i doni di un altro e non solo per i propri. Pre-sentando due grandissimi santi medievali, Francesco e Domenico, fondatori di due ordini che all’epoca di Dante erano spesso in competizione, il poeta ha questa geniale trovata: a cantare le lodi di Francesco nel PARADISO non è un francescano, ma un domenicano, san Tommaso (canto XI), così come a cantare le lodi di Domenico è un francesca-no, san Bonaventura (canto XII). Dante suggerisce così che quando riusciamo a mettere da parte la competizione e a provare gioia per i doni degli al-tri, viviamo già un paradiso anticipato. La risurrezione di Gesù, insomma, per essere credibile deve cominciare già ora, nella nostra vita quotidiana, a farsi presente, a gettare le sue luci: chi crede nel Risorto non si affanna a correre, come se questa vita terrena finisse per sempre con la morte; e non vive sempre in competizione con gli altri, tentando di abbassarli per innalzare se stesso. Chi crede nel Risorto corre solo per partecipare ad altri la gioia della fede. Grazie a Dio, non solo sugli altari ma an-che nelle nostre case e nelle nostre strade esistono tanti cristiani che davvero rendono testimonianza che Cristo è risorto. Una di queste persone – molto provata dalla vita – che ho incontrato in parrocchia mi ha detto: «Il Signore in fondo è stato buono con me, perché mi ha tolto tutto tranne la fede». Que-sta persona non si può più muovere fisicamente, ma in realtà corre più di tanti perché testimonia che la fede nel Risorto è capace di dare senso alla vita, anche quando la vita, di senso sembrerebbe non averne più.

Ci parlino i gesti di umiltà e di dono

Questa sera voglio lavarti i piedi, fratello. Non ri-bellarti, non schermirti, non tirarti indietro. Lascia che questo gesto abbia il suo spazio. Ne sono cer-to, è la vera rivoluzione da fare. Lascia, allora, che il gesto ci parli. Inginocchiato davanti a te mi passerà davanti l’umanità sofferente, in particolare i popoli estenuati che soffrono e lottano per il diritto a esi-stere. Questa sera gli occhi di ogni celebrante, an-che i miei, si riempiranno di lacrime e di luce; di gioia e di dolore; di speranza e di domande. Questa sera non permetteremo al male di sopraffarci. Non gli daremo tregua. Gli dichiareremo guerra. Una guerra combattuta senz’armi e senza requie. Con coraggio e abnegazione. Beati coloro che oggi, Giovedì santo, sapranno riposare sul petto di Gesù, sapranno mettersi in ascolto del battito del suo cuore, e delle sue parole. Gesù, dimmi, come ci vedi da lassù? Che stai pensando di questi tuoi figli ot-tusi, illogici, ribelli? Come fai a resistere davanti a tanta sofferenza, a tanta ignavia, a tante sarcasti-che menzogne? Perché ti copri il volto? Perché ti fai sordo al pianto e alle preghiere dei piccoli e dei giusti? Ai traumi e alle grida soffocate dei bambini? Eppure, anche questa sera, ci inviti a cena: «Man-giate! Questo è il mio corpo. Bevete! Questo è il mio sangue», continui a ripeterci. «Accogliete l’invito, rimanete nel mio amore, non allontanatevi, non lasciatevi ingannare dal re della menzogna. Anche se ancora non capite, fidatevi. Dopo, tutto sarà chiaro». Il sangue. Quanto sangue ancora que-sta terra dovrà bere? Fino ad allagarsi? Quante vite innocenti dovranno ancora pagare un prezzo atro-ce per i folli deliri di onnipotenza, le bramosie di denaro e di successi altrui? Caino si chiamava chi uccise per la prima volta, ma la voce di quel sangue ancora non si è spenta. Abele ancora piange, anco-ra geme. Fino alla fine dei tempi, dunque, dovrà tormentarsi Abele? Fino alla fine dei tempi, Caino, s’inebrierà di sangue come se fosse mosto? Questa sera, nel calice, insieme al vino da consacrare, ver-seremo, addolorati e stanchi, il sangue dei nostri fratelli e sorelle vittime innocenti degli egoismi personali, nazionali, di religione o di razza che pro-prio non vogliono finire. Questa sera, non potendo essere nei luoghi martoriati dalle bombe e dalla cattiveria umana, ci ritroveremo tutti nel Cenacolo. Con Cristo, per Cristo e in Cristo. Sulla vetta più al-ta del più alto monte, celebreremo, insieme, la Messa sul mondo.
Per noi, per i tormentati dalla guerra, vivi e morti – ovunque si trovino – e per i loro tormentatori, chiunque essi siano. Il sangue versato dai giusti non andrà perduto. No, non vogliamo indagare sul come e sul perché, ci basta sapere che – nonostante tutto – nemmeno un gemito di quelle donne avvili-te e violentate, di quei bambini privati della vita dalla viltà animalesca di violentatori, e che nem-meno una lacrima, una ferita che non vuole e non può guarire, dei vecchi e degli ammalati andrà sprecata. Se così non fosse, se in modo misterioso ma terribilmente vero, tu, Signore, non raccogliessi i nostri tormenti, i nostri dolori, le nostre angosce, in preziosissimi otri che sfideranno i secoli, davve-ro non varrebbe la pena nascere. Lasciaci riposare accanto a te. Vogliamo saziarci di Pane, ubriacarci di vino anche per chi non può partecipare alla Messa del Giovedì santo. Desideriamo lavare, asciugare, baciare i piedi dei nostri fratelli. Non per ripetere un rito suggestivo, ma per dire a noi stessi e al mondo che ti prendiamo sul serio. Che l’unica strada da percorrere è quella del servizio. Come sa-rebbe, oggi, Signore, questa nostra terra se ti avessimo ascoltato? Quale fantastico paradiso avremmo costruito in questi anni? Ce lo hai ripetu-to tante volte: solo nel servire si nascondono la gioia e il futuro dell’intera umanità. Un servizio che scaturisce dall’amore. Amore a te, Creatore e Si-gnore del cielo e della terra. E a coloro che tu im-mensamente ami e ci chiedi di amare: gli uomini, le donne, i bambini usciti dalla tua volontà, dalle tue mani, dal tuo cuore.

Solennità di San Giuseppe

O caro San Giuseppe, amico e protettore di tutti, Custode di Gesù e di tutti quelli che invocano il tuo aiuto, tu sei grande perché ottieni da Dio tutto quello che gli uomini ti chiedono. Ti prego di accogliere la mia preghiera: veglia e custodisci tutte le famiglie perché vivano l’armonia, l’unità, la fede, l’amore che regnava nella Famiglia di Nazareth. Guarda con tenerezza particolare le famiglie dei disoccupati, dona a tutti un lavoro, affinché con la loro opera creino un mondo migliore e diano lode a Dio Creatore. Ti affido la Chiesa, in particolare il Papa, i Vescovi, i Sacerdoti, e tutti i missionari perché si sentano sostenuti dalla tua paternità. Chi li può amare più di te, o caro San Giuseppe? Proteggi tutte le persone consacrate perché trovino nella tua obbedienza e adesione alla volontà di Dio, l’esempio per vivere nel silenzio, nell’umiltà e nella missionarietà la vita di unione con Dio che le rende felici nel compimento della divina Volontà. La gioia di sentirsi di Dio è così grande che non ha paragoni; solo in Dio si trova tutta la felicità. San Giuseppe esaudisci la mia preghiera! (Giovanni Paolo II°)

Quaresima e malattie spirituali

“Tutti abbiamo delle malattie spirituali, da soli non possiamo guarirle; tutti abbiamo dei vizi radicati, da soli non possiamo estirparli; tutti abbiamo delle paure che ci paralizzano, da soli non possiamo sconfiggerle”. Papa Francesco ci ha sempre invitati a riconoscere le nostre malattie spirituali per poter iniziare o continuare il nostro cammino di conversione. Della lista di malattie che Papa Bergoglio ci presenta, ne scegliamo alcune, mantenendo l’originalità del suo linguaggio.

  1. La malattia, “del sentirsi immortale, indispensabile”. È la malattia di coloro che si trasformano in padroni e si sentono superiori a tutti e non al ser-vizio di tutti. Essa deriva spesso dalla patologia del potere, dal “complesso degli Eletti”, dal narcisismo che guarda appassionatamente la propria immagi-ne e non vede l’immagine di Dio impressa sul volto degli altri, specialmente dei più deboli e bisognosi.
    Un’ordinaria visita ai cimiteri ci potrebbe aiutare a vedere i nomi di tante persone, delle quale alcuni forse pensavano di essere immortali, immuni e in-dispensabili! È la malattia del ricco stolto del Van-gelo che pensava di vivere eternamente nei suoi sogni di potere e autosufficienza. (Lc 12,13-21).
  2. La malattia “del martalismo” (parola che deriva da Marta), dell’eccessiva operosità: ossia di coloro che si immergono nel lavoro, trascurando, inevitabilmente, “la parte migliore”, il sedersi ai piedi di Gesù (Lc 10,38-42) per una ricarica spirituale e umana, per il bene personale e un migliore servizio agli al-tri.
  3. C’è anche la malattia “dell’impietrimento menta-le e spirituale”: ossia la malattia di coloro che posseggono un cuore di pietra e la “testa dura” (At 7,51). È pericoloso perdere la sensibilità umana necessaria per piangere con coloro che piangono e gioire con coloro che gioiscono! È la malattia di co-loro che perdono “i sentimenti di Gesù” (Fil 2,5) per-ché il loro cuore, con il passare del tempo, si indurisce e diventa incapace di amare.
  4. C’è anche la malattia “dell’Alzheimer spirituale”: ossia la dimenticanza della storia personale con il Signore, del «primo amore» (Ap 2,4). Lo vediamo in coloro che hanno perso la memoria del loro incontro con il Signore; che si sono dimenticati del consiglio di Gesù: “rimanete in me, perché senza di me non potete far niente” (Gv 15). Lo vediamo in coloro che dipendono completamente dal loro presente, dalle loro passioni, capricci e manie; in coloro che costruiscono intorno a sé muri diventando, sempre di più, schiavi degli idoli che hanno scolpito con le loro stesse mani.
  5. La malattia “della schizofrenia esistenziale”. È la malattia di coloro che vivono una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del mediocre e del progressi-vo vuoto spirituale che titoli onorifici o titoli acca-demici non possono colmare. Una malattia che colpisce spesso coloro che, dimenticando lo spirito di servizio, perdono il contatto con la realtà, con le persone concrete. Creano così un loro mondo parallelo, dove mettono da parte tutto ciò che insegnano severamente agli altri e iniziano a vivere una vita nascosta e sovente dissoluta.
  6. La malattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi. È una malattia grave, che inizia magari solo per fare due chiacchiere e si impadronisce della persona facendola diventare “seminatrice di zizzania” tra gli altri. È la malattia delle perso-ne vigliacche, che non avendo il coraggio di parlare direttamente, parlano dietro le spalle. San Paolo ci ammonisce: «Fate tutto senza mormorare e senza esitare, per essere irreprensibili e puri» (Fil 2,14-18). Guardiamoci dal terrorismo delle chiacchiere!
  7. La malattia “dell’accumulare”: quando un cri-stiano cerca di colmare un vuoto esistenziale nel suo cuore accumulando beni materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro. A queste persone il Signore ripete: «Tu dici: sono ricco, mi so-no arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo … Sii dunque zelante e convertiti» (Ap 3,17-19). L’accumulo appesantisce il cuore, rallenta il cammino verso Dio, mentre un cuore pieno di Dio è un cuore felice.
  8. La malattia “dell’indifferenza”: più che di malattia, in questi tempi dobbiamo parlare di epidemia, di globalizzazione dell’indifferenza. Tutti abbiamo un debito: non abbiamo amato abbastanza. Si, abbiamo debiti con Dio e con i nostri fratelli e sorelle e, soprattutto, con chi soffre, con i poveri, con gli emigrati, con gli scartati, con gli ultimi. Abbiamo debiti immani che non potremo mai pagare: il debito della vita di chi è rimasto sepolto nelle acque del cimitero del Mediterraneo. Sono debiti creati dalla nostra indifferenza, dal nostro cuore indurito. È il debito creato da quel delirio di grandezza che ci porta a ritenerci più importanti degli altri, a voler essere serviti, ad occupare i primi posti. Abbiamo anche un debito pesante: non abbiamo portato la croce degli altri, non abbiamo portato il peso degli altri. Terminiamo con una preghiera di Charles De Foucauld che Papa Francesco propone per la quaresima:
    “Signore voglio ciò che tu vuoi.
    Signore mio Gesù, voglio amare tutti coloro che tu ami. Voglio amare con te la volontà del Padre.
    Non voglio che nulla separi il mio cuore dal tuo.
    Tutto quel che vuoi io lo voglio.
    Tutto quel che desideri io lo desidero.
    Dio mio, ti do il mio cuore, offrilo assieme al tuo a tuo Padre, perché esso ti appartiene.”.
    (Papa Francesco, Dicembre 2014)

La bellezza nascosta

Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Matteo 17,1-9

La seconda domenica di Quaresima è dedicata alla Trasfigurazione. Mentre percorriamo il viaggio che ci prepara alla Pasqua, è importante misurarci con la bellezza nascosta di Gesù e fissare lo sguardo sul vero volto di Cristo, per dire con Pietro: «È bello per noi essere qui!». È interessante notare che la prima lettura è la chiamata di Abramo, ma cosa c’entra con l’esperienza fatta sul Tabor? La parola Trasfigurazione – meta-morfè – indica un cambiamento fondamentale nella forma di qualcosa. Quando il Signore chiama Abramo dice: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione». A pensarci bene, il Signore annunzia ad Abramo una trasfigurazione: era un vecchio sterile, diventerà un padre di moltitudini. Sarà questa l’opera di Dio. La frase «Farò di te…» è al centro di ogni vocazione. Quando Gesù chiama Pietro e Andrea dice «Vi farò diventare pescatori di uomini». La chiamata è un’opera di Dio e chi viene chiamato è trasformato dalla Sua potenza. Nella Trasfigurazione vediamo che, in Cristo, il Padre porta a compimento la Sua opera nell’umanità: la natura umana viene trasfigurata in luce, in bellezza. Non è solo il corpo di Cristo che è cambiato, ma è il corpo umano che viene trasfigurato, e viene rivelata la sua recondita verità. Questa opera è un sentiero che passa per l’intimità con Dio e per il contatto con la Parola – Mosè ed Elia rappresentano la Legge e i Profeti. Allora viene svelata la relazione di Gesù con il Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato»; in questa relazione la natura umana viene trasfigurata. Quando Pietro, Giacomo e Giovanni vedono Gesù trasfigurato stanno scoprendo ciò che è nascosto nella natura umana, ciò che è recondito in ognuno di noi. Siamo con il Signore per non rimanere opachi e perché si sveli il nostro segreto, la nostra dignità. Attraverso il viaggio della Quaresima, ognuno di noi ha l’opportunità di riprendere possesso del suo tesoro nascosto, della sua dimensione profonda e spirituale. Attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina, noi torniamo alla sorgente della nostra nobiltà e ci riscopriamo belli. Va notato che, nella domenica precedente, Satana metteva in dubbio lo status di figlio di Dio di Gesù – «Se tu sei Figlio di Dio…» -, ma ora è il Padre che lo proclama tale. «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento»: questa è la luce nascosta del Signore Gesù, l’amore del Padre. Ma questa è anche la nostra luce. Si vede quando una donna si sente amata dal suo uomo, è luminosa e raggiante. Si vede quando un figlio si sente amato dai suoi genitori, è stabile e libero. Si vede quando una persona conosce e sente l’amore di Dio su di sé: è trasfigurata, diviene luce e irradia pace. È libera dalla tristezza che porta in sè, finalmente sa di essere voluta, amata, importante, preziosa.

“Ecco il tempo favorevole”

La Quaresima è il tempo liturgico in cui la Chiesa prepara la celebrazione annuale del mistero pasquale del Signore. Essa orienta, da una parte, i nuovi aspiranti alla vita cristiana verso la preparazione prossima ai sacramenti dell’iniziazione cristiana e, dall’altra, accompagna i battezzati sin dalla nascita in un cammino penitenziale che conduce al rinnovamento delle promesse battesimali. Il tempo quaresimale ha inizio il Mercoledì delle Ceneri, si articola lungo cinque settimane e si conclude il Giovedì Santo, prima della Messa in Cena Domini. La Quaresima ha sempre avuto come orizzonte la Pasqua del Signore. Fin dalle sue prime attestazioni, essa si è configurata come tempo di preparazione immediata alla celebrazione dei sacramenti pasquali dei catecumeni e come periodo di riconciliazione dei penitenti pubblici con la comunità ecclesiale. La durata di questo tempo ha conosciuto una progressiva evoluzione: da una preparazione di pochi giorni si è giunti al periodo di quaranta giorni. Già agli inizi del IV secolo in Oriente e alla fine dello stesso secolo in Occidente, tale durata si è imposta stabilmente, richiamando alla mente dei fedeli la ricca tipologia biblica del numero quaranta, presente nelle vicende di Noè, di Mosè, del popolo d’Israele, di Elia e, soprattutto, di Gesù stesso. Il simbolismo dei quaranta giorni qualifica la Quaresima come un itinerario di conversione, di lotta e di penitenza, al cui termine l’evento pasquale del Crocifisso risorto inaugura e rinnova la condizione nuova del cristiano. Attraverso i sacramenti pasquali, il credente viene inserito nel mistero di Cristo e reso partecipe della sua morte e risurrezione. Cristo Gesù è così principio e fine del pellegrinaggio ecclesiale e personale verso Dio Padre: un cammino che avanza nella storia e nella vita dei singoli attraverso la progressiva conformazione al Figlio. Il Mercoledì delle Ceneri si presenta come il punto di partenza dell’itinerario spirituale che conduce a celebrare la Pasqua del Figlio con cuore rinnovato. Il simbolo delle ceneri, proveniente dall’antica disciplina dei penitenti pubblici, richiama la fragilità della con-dizione umana e manifesta il bisogno radicale di riconciliazione e di misericordia. La Quaresima si configura così come un «cammino di vero cambiamento» nel quale la lotta contro lo spirito del male si attua mediante le tradizionali armi della conversione: la preghiera, l’elemosina e il digiuno. Queste pratiche non hanno un valore puramente ascetico, ma mirano a ricomporre la relazione dell’uomo con gli altri, con Dio e con se stesso, spezzando i legami del male e della sofferenza e aprendo alla libertà dei figli di Dio. Questo itinerario spirituale è sostenuto e alimentato dalla Parola di Dio, che la Chiesa offre come cibo che non perisce a quanti sono in cammino verso la Pasqua eterna. I lezionari delle Messe feriali e festive mostrano le grandi tappe della storia della salvezza e le esigenze concrete dell’esistenza cristiana. La Quaresima si rivela inoltre un luogo privilegiato di interazione tra liturgia e devozioni popolari, chiamate a un reciproco arricchimento. Numerose pratiche trovano in questo tempo una particolare collocazione: la lettura e la meditazione della Passione del Signore, la Via Crucis, la venerazione della croce e delle sue reliquie. La celebrazione quaresimale richiede uno spazio sobrio ed essenziale, capace di riflettere esteriormente il cammino interiore di conversione. Le chiese, caratterizzate dall’assenza dei fiori, educano progressivamente all’attesa della gioia pasquale. Il silenzio della preparazione viene sottolineato dall’assenza del canto dell’Alleluia e dell’inno del Gloria, e dall’uso moderato degli strumenti musicali che sostengono appena la Parola cantata. In questo modo, anche il luogo della riflessione e della preghiera, diventa parte integrante del percorso quaresimale verso la vita nuova in Cristo, perché aiuta il credente a convertire l’uomo interiore dagli spazi angusti della vita terrena alle spaziose dimore della vita divina. La Quaresima si presenta come un tempo forte in cui la voce dello Spirito Santo attrae i cristiani ad un’immersione nuova e rinnovata nella vita risorta di Cristo. Attraverso un itinerario scandito dalla Parola di Dio, dai segni sacramentali, dalla disciplina penitenziale, il battezzato è chiamato a riscoprire la propria identità cristiana e a misurare la distanza che ancora lo separa dal «raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13). La Quaresima non è, dunque, un tempo di mera rinuncia, ma un cammino di libertà e di speranza, orientato all’accresci-mento della vita divina nella nostra carne mortale. Per questo la Chiesa, pellegrina nella storia, rinnova annualmente la propria condizione a morire al peccato per vivere in Cristo, nell’attesa del compimento definitivo della salvezza.