Qual è la buona notizia? (1)

Se dovessimo riassumere in poche frasi, o magari in una sola, il vangelo di Gesù, qual è questa buona notizia o, in altri termini, come si riassume la nostra fede cristiana? Se dovessimo spiegare in poche parole facili ad un non cristiano qual è l’elemento essenziale della nostra fede, perché crediamo nel vangelo, sapremmo dare una risposta convincente, sapremmo chiarirlo anche a noi stessi? Temo che facilmente, come essenziale, molti proporrebbero degli imperativi morali come “amare il prossimo ed amare Dio”. Credo che sia il difetto di fondo: abbiamo un’impostazione moralistica. Sembra che l’essenziale della buona notizia stia nell’imperativo del fare, ed anche nell’imperativo dell’amare, ma sempre un imperativo, sempre un discorso di azione dell’uomo: non è una buona notizia. Molte volte noi abbiamo fatto del vangelo una serie di precetti, di norme, di regole, di imperativi, come se Gesù fosse venuto a presentarci una legge perfetta, che dobbiamo impegnarci seriamente a compiere, che ci comanda di volerci bene, di non giudicare, e così via: una legge difficile, molto difficile da osservare. In questi termini, non potremmo parlare di “buona notizia”! Purtroppo, le parole che usiamo, che sarebbero quelle giuste, della “buona notizia”, vengono da noi rivestite di una struttura che genera sconcerto.

Prima domenica di Quaresima

Quaresima! Ci siamo. Siamo nuovamente davanti a un dono. Quale? Beh… semplice direi: ancora una volta Dio si fa per noi strada luminosa da scegliere per vivere in pienezza. Dio ci raggiunge e ci spinge amorevolmente a ritornare verso di lui… e a farlo con tutto il cuore. Dio si offre a noi nel tempo, come vita da scegliere in ogni istante. Lui, Parola che fa vivere, ci raggiunge, vive in noi, nel nostro cuore, sulle nostre labbra e può farci vivere. Ecco cos’è la Quaresima. Un tempo in cui concentrarci più del solito per capire se questo dono lo accettiamo o meno. Un tempo in cui disarmarci più del solito per lasciarci stupire dalla presenza trasformante di Dio. Un tempo offertoci per smetterla di perdere occasioni preziose nell’incontro con lui. E allora buon cammino a tutti noi che, passo dopo passo, vogliamo arrivare alle soglie di quel sepolcro non spaventati e disorientati dagli eventi, ma pronti a lasciarci stupire da Dio e dalle sue inedite logiche di dono e di redenzione.
Questa prima domenica ci porta nel deserto, ma quello che mi piacerebbe emergesse non è tanto ciò che accade: le tentazioni, il tentatore, la risposta di Gesù… Vorrei che prima di ogni cosa potesse emergere una certezza: nel deserto Gesù è spinto dallo Spirito. È guidato da lui. E se è vero che il diavolo tenta è ancora più vero che lo Spirito non abbandona: lui guida e resta. Il deserto è il luogo in cui la vita è messa a dura prova. E quando il deserto è interiore la situazione non cambia. Eppure anche in questi deserti, per noi, come per Gesù lo Spirito non ci lascia, resta con noi e ci guida. È nel deserto che più facilmente la Parola che parla può essere ascoltata. E allora, in questa Quaresima, lasciamoci condurre dallo Spirito, perché ogni deserto in noi possa fiorire.

Quaresima…

Il tempo di Quaresima che ci apprestiamo a vivere non è come tutti gli altri. Veniamo da mesi di ferite, fatiche, solitudini, da una sorta di lungo tempo nel deserto che ha lasciato ciascuno di noi e la nostra comunità piena di cicatrici che occorrerà molto perché siano risanate completamente. Ma è proprio in queste occasioni che la liturgia, Parola ed Eucaristia, ci viene in soccorso, aiutandoci a reinterpretare ciò che abbiamo vissuto, e che alcuni di noi stanno ancora vivendo, come un’occasione. Dal rito delle Ceneri, che ci ricorda la nostra fragilità, alle tentazioni nel deserto, che aprono le domeniche quaresimali ricordandoci che Gesù ha accolto su di sé l’intera fatica del cammino umano, fino al Triduo santo e alla notte di risurrezione, questo tempo forte dell’anno è una vera e propria catechesi sull’umano alla luce del divino.

Le celebrazioni e la preghiera personale e comunitaria saranno un piccolo aiuto per tradurre l’ascolto della Parola nella nostra vita. L’orizzonte verso il quale ci muoviamo è quello della Speranza  in cui il Dio che ha sofferto con noi e per noi non smette di essere anche colui che ci consola nelle nostre fatiche.

Piccolo esercizio spirituale: nel deserto per pregare.

Il primo esercizio con cui possiamo introdurci in questa Quaresima è cercare uno spazio e un tempo ben precisi, nella nostra casa, per pregare. I giorni del lockdown ci hanno spinti, spesso, a usare i nostri spazi per una convivenza forzata, per un “deserto” obbligato. Oggi possiamo trasformare il luogo della fatica e della prova in spazio di occasione. Una volta definiti questo tempo della nostra giornata e questo spazio, ritiriamoci per una preghiera.

All’ingresso della Chiesa potrai trovare dei sussidi che possono aiutarti per questo momento quotidiano, personale o familiare di incontro con il Signore.

QUANTI DESERTI, SIGNORE, LA VITA CI FA ATTRAVERSARE…
SOLITUDINI E INCOMPRENSIONI, SOFFERENZE FISICHE E MORALI,
PAURE E DELUSIONI…
EPPURE IL DESERTO NON È MORTE:
È SPAZIO CHE TU ABITI CON LA TUA PAROLA;
È TEMPO CHE TU RIEMPI CON LA TUA PRESENZA.
E ALLORA, SIGNORE, GUIDACI!

NEI TANTI DESERTI IL TUO SPIRITO CI GUIDI, CI ACCOMPAGNI,
SOSTENGA I NOSTRI PASSI, PERCHÉ TUTTO FIORISCA IN NOI,
PERCHÉ LA VITA SBOCCI,
PERCHÉ LA NUOVA CREAZIONE GERMOGLI,
REGALANDOCI SCINTILLE DI GIOIA
CON CUI RENDERE PIÙ BELLO IL MONDO. AMEN.

Inizia la Quaresima

“Convertitevi e credere al Vangelo”

L’emergenza Covid-19, che ha sconvolto la vita, cambierà anche il rito del delle ceneri che introduce il tempo di Quaresima.

Quest’anno il Mercoledì delle ceneri sarà il 17 febbraio. Il sacerdote potrà, come sempre, impartire le ceneri sul capo dei fedeli, ma non potrà pronunciare la formula del rito “Convertitevi e credete al Vangelo” oppure “Ricordati, uomo, che polvere tu sei e in polvere ritornerai”. Avvicinandosi al fedele, dovrà restare a bocca chiusa, e con la mascherina ben indossata. Naturalmente dovrà prima avere igienizzato le mani. La formula del rito verrà pronunciata, una volta per tutti, dall’altare.

Siamo caduti e abbiamo bisogno

È un momento di grazia, questo inizio di Quaresima, tempo di conversione, in cui siamo esortati a rientrare in noi stessi, a ripensare la nostra vita in cui vi sono cose buone, ma anche cose che chiedono d’esser riviste e cambiate. Vorrei richiamare l’attenzione sulle tre letture di questo Mercoledì delle Ceneri, inizio dei quaranta giorni che sono gli esercizi spirituali annuali.

Il profeta Gioele (Gl 2,12-18) ci invita a superare l’esteriorità, a lacerarci il cuore e non le vesti; all’inizio della Quaresima dobbiamo davvero penetrare in noi stessi. E, come ci dice l’apostolo Paolo (2Cor 5,20 – 6,2), lasciarci riconciliare con Dio. È quasi un grido il suo: “Lasciatevi riconciliare con Dio”. Tutti abbiamo necessità d’imparare un fondamentale della vita spirituale: siamo caduti e abbiamo bisogno di Qualcuno che ci rialzi; da soli non ce la possiamo fare e l’atto di umiltà essenziale è quello di chiedere perdono al Signore, riconoscendo d’essere bisognosi del suo aiuto e della sua misericordia. Pur percorrendo strade diverse, ci troveremo insieme a camminare lungo la stessa via (cfr. Mt 6,1-6.16-18); è una strada semplice che ci fa avvertire lo sguardo del Padre e sentire che Dio scruta il nostro cuore. E tutti quei gesti di fede che accompagnano la nostra comunità cristiana in tempo di Quaresima debbono essere consegnati al Padre che è nei cieli. Dobbiamo combattere l’ipocrisia, il desiderio di apparire e lasciare che il Signore si manifesti nelle nostre fragilità, non perché le fragilità siano in sé virtù, ma perché, riconoscendole e accettandole, diventino per noi punti di appiglio e, con i fratelli, di concreta ripartenza verso Dio. La vita sociale nasce dal cuore degli uomini. Sì, le leggi hanno origine dal cuore dell’uomo, l’obbedienza alle leggi nasce dal cuore dell’uomo, la stessa cultura ha a che fare col cuore dell’uomo. La Quaresima, tempo di ripensamento e ridefinizione delle vie che a fatica accettiamo di mettere in discussione, sia risposta alla grazia del Signore, e un consegnarci gli uni agli altri per ritornare con tutto il cuore al Padre celeste.

Sant’Agata co-patrona della Parrocchia

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La città di Catania ha l’onore di aver dato i natali a questo mistico fiore reciso dalla bufera nella persecuzione di Decio nell’anno 251. Discendente d’illustre famiglia, nel fiore dell’età si era consacrata a Dio col voto di perfetta castità. Ma Quinziano, pretore della Sicilia, conosciutane la bellezza e l’immenso patrimonio, decise di sposarla, e vedendo che non riusciva con le lusinghe, pensò di saziare almeno la sua avarizia valendosi dei decreti imperiali allora pubblicati contro i Cristiani. Agata venne arrestata e per ordine del duce consegnata ad una donna malvagia di nome Afrodisia la quale aveva l’incarico di condurla poco per volta al male. A nulla giovarono contro la giovane vergine le arti di quella spudorata megera, tanto che dopo un mese abbandonò la scellerata impresa.

Quinziano, informato dell’insuccesso, richiamò Agata al tribunale, e con tono benigno le disse: « Come mai tu che sei nobile ti abbassi alla vita umile e servile dei Cristiani? “Perchè, disse ella, sebbene io sia nobile, tuttavia sono schiava di Gesù Cristo.” Ed allora, continuò il giudice, in che consiste la vera nobiltà? “Nel servire Dio” fu la sapiente risposta. Egli irritato dalla fermezza della martire, la fece schiaffeggiare e gettare in carcere. Il giorno seguente Quinziano trovando in Agata non minore coraggio di prima, la fece stendere sul cavalletto, e più crudele di una belva, comandò che le fosse strappato il seno con le tenaglie. Dopo l’esecuzione dell’ordine feroce la fece rimettere in carcere vietando a chiunque di medicarla o di darle da mangiare. Ma Iddio si burla dell’arroganza e dei disegni umani; infatti in una visione apparve ad Agata l’Apostolo S. Pietro il quale, confortatala ricordandole la corona che l’attendeva, fece su di lei il segno della croce e la guarì completamente. Non si può descrivere la sorpresa di Quinziano quando, dopo quattro giorni, fatta di nuovo condurre Agata al tribunale, dovette constatare la prodigiosa guarigione. Al colmo della rabbia, preparato un gran braciere, in cui ai carboni ardenti erano mescolati cocci di vasi, vi fece stendere sopra e rigirare la vittima. Ad un tratto, mentre i carnefici compivano quell’orribile ufficio, un terribile terremoto scosse la città, e fra le altre vittime seppellì pure due intimi consiglieri del pretore. Frattanto tutta la città spaventata, cominciò a gridare che quello era un castigo di Dio per la crudeltà usata verso la sua serva e tutti correvano tumultuando verso la casa del pretore, il quale al sentire lo schiamazzo della folla, temendo che gli fosse tolta di mano la preda, nascostamente la rimandò nel carcere. La martire stremata di forze, ma lieta di aver consumato il suo sacrificio, in un supremo sforzo, congiunte le mani, così pregò: « Signore mio Dio, che mi avete protetto fin dall’infanzia ed avete estirpato dal mio cuore ogni affetto mondano e mi avete dato forza nei patimenti, ricevete ora in pace il mio spirito ». Ciò detto chiudeva per sempre gli occhi alla luce del mondo

L’opera educativa: essere adulti

L’educazione è strutturalmente legata ai rapporti tra le generazioni.
Il dialogo richiede una significativa presenza reciproca e la disponibilità di tempo. L’educazione si realizza attraverso la dialettica dell’incontro/scontro con l’alterità che permette la composizione e configurazione della propria identità in crescita.
Il percorso e processo educativo non si realizza pertanto in modo automatico e indolore: è infatti attraversato da una necessaria dose di conflittualità, la quale, lasciando emergere le differenze, favorisce pure lo sbocciare delle ricchezze e delle potenzialità di queste ultime.

Ciò che manca al processo educativo attuale è l’adulto.
Alla radice della questione è il sorgere e l’imporsi di un nuovo sentimento di vita in direzione di una cultura della giovinezza, che di fatto costituisce un grosso ostacolo per l’esistenza dei giovani.
Viviamo un tempo in cui gli adulti amano più la giovinezza che i giovani.
Sentimento di vita = ciò che rende pienamente umana la vita degli uomini.
Ciò che stabilisce oggi amabile, vivibile e degna la vita degli uomini è propriamente il culto della giovinezza.
Giovinezza intesa come forza, come grande salute, come vigore, come bellezza e sensualità, come scenario sempre aperto delle possibilità di un’esistenza, come senso di libertà sempre revocabile.
Oggi al centro dell’immaginario collettivo vige il desiderio di restare sempre giovane. Non si intende qui la giovinezza dello spirito.
Solo se riesci a mostrare la giovinezza nel modo di vestire, nella traccia del tuo corpo, nel modo
di considerare l’esistenza come possibilità sempre aperta, solo allora hai diritto ad una vita degna,
ad una vita riuscita.
La giovinezza è la grande macchina della felicità degli adulti odierni, l’unica macchina di felicità.

Vietato lamentarsi

Perché smetterla di lamentarsi? Perché le lamentele ci impediscono di trovare una soluzione, ci fanno disperdere energia, generano uno stato d’animo negativo e influenzano le relazioni interpersonali. Perché ci lamentiamo? Perché siamo abituati a farlo, perché siamo insoddisfatti della nostra vita e perché è un meccanismo efficace per manipolare gli altri.

Tutti si lamentano? No, c’è una percentuale di persone che, pur avendone validi motivi, decide di fronteggiare le difficoltà sviluppando competenze emotive e tecniche e quindi capacità di risoluzione dei problemi.

La gente si accorge di essere in preda a questa abitudine? Non tutti, a volte è tanta l’abitudine a farlo che non ci si rende conto della paralisi egocentrica di cui si è vittime. Addirittura qualcuno può dire: “Che ci posso fare se sono fatto così”.

Il lamento fa male al cervello? Recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato che ascoltare o produrre per più di trenta minuti al giorno contenuti intrisi di “negatività” nuoce a livello cerebrale.

Invece le persone che scelgono consapevolmente di trasformare le cosiddette “crisi” in opportunità sono di fatto i benefattori, veri e propri architetti di reti neurali che migliorano la funzionalità del cervello.

Cosa succede se ci lamentiamo e basta? Rischiamo di rovinarci la vita e di sentirci sempre più impotenti. Se c’è una cosa che fa male alla vita è non riuscire a esprimere il proprio talento e la propria ricchezza interiore. Lamentarsi vuol dire: brontolare, compiangere, recriminare, accusare, affliggersi, disperarsi, lagnarsi, mugugnare … senti il suono di queste parole? Sono demotivanti al massimo.

A forza di lamentarti, ti induci ad avere una “faccia da lamento”, ti imbruttisci e diminuisci la tua motivazione positiva. Cerca invece di trovare modi opposti di fronteggiare le cose della vita. Utilizza parole che aprono e che portano a stati d’animo positivi come: opportunità, possibilità, risultati, soluzioni, comprensione, realizzazione e gratitudine. Ottimizzare ciò che abbiamo per farne qualcosa in più.

Perché ci trattiamo male? Perché non conosciamo la nostra vera natura, il nostro grande potenziale e perché ci siamo allontanati da Dio. Una persona che crede poco in se stessa è simile a un albero a cui vengono regolarmente tagliate le radici per impedirgli di crescere. Non arriva mai a conoscere la fioritura, il rigoglio, il profumo. Vive per consumare e magari cercherà la felicità dell’ennesimo oggetto, nella macchinetta mangiasoldi … Per trovare Dio bisogna togliersi le bende dagli occhi e cominciare a vedere che c’è un’altra vita che ti aspetta: quella del risveglio. Cercare un altrove attraverso la preghiera, l’invocazione, la propria vocazione. Vedere è più che guardare. Tutti guardano, pochi vedono.