La sfida del Ricordare (1)

C’è un incontro che riaccende la fiamma della speranza, la possibilità di risentire il palpito del cuore e il suo ardore e porterà i due discepoli a dire: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre …».

Loro che prima erano «tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti», ora si trovano aperti a una nuova storia, lanciati verso un nuovo cammino. In una semplice congiunzione, “mentre”, l’assenza di speranza che li accompagnava, è ora volta a una direzione diversa, lasciando intravedere ciò che ha riattizzato la fiamma, il calore della vita. Un incontro che riconsegna la memoria di una Parola e la condivisione del dono della vita, e che dà impulso a un nuovo cammino, così da offrire ciò che fino a poco prima sembrava disperante e che ora, invece, lascia spazio al miracolo di un riconoscimento: «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero». In quel “mentre” c’è una consapevolezza nuova che ora li abilita alla missione che li attende e, prima ancora, a un ri-cordare, a un riandare al cuore dell’esperienza stessa di Gesù. Tornano all’essenziale a ciò che era il vero motivo della loro ricerca, sperimentando come la vita contrassegnata dall’amare fino alla fine, anche se apparentemente fallimentare, è una vita pienamente riuscita. Questo motivo di speranza permetterà a loro di tornare ora nella stessa città e comunità da cui si erano allontanati.

Rosario con intenzioni missionarie

In questo mese di ottobre, preghiamo insieme come comunità parrocchiale, prima di ogni santa messa feriale, il Rosario missionario. Lo scopo è, come aveva sottolineato san Giovanni Paolo II “inventando il rosario missionario”, di far pregare per la pace nel mondo e per la conversione di tutti gli uomini. I cinque colori diversi rappresentano i cinque continenti e richiamano l’intenzione secondo la quale si deve pregare. La decina del Rosario, quella bianca è per la vecchia EUROPA, perché sia capace di riappropriarsi della forza evangelizzatrice che ha generato tante Chiese; la decina gialla è per l’ASIA, che esplode di vita e di giovinezza; la decina verde è per l’AFRICA, provata dalla sofferenza, ma disponibile all’annuncio; la decina rossa è per l’AMERICA, vivaio di nuove forze missionarie; la decina azzurra è per il continente dell’OCEANIA e dell’Australia che attende una più capillare diffusione del Vangelo.
Un rosario è “missionario” quando è capace di andare fino ai confini del mondo non soltanto con le parole, le lingue e le intenzioni, ma anche con il cuore! Un rosario è “missionario” quando ogni singola parola del rosario ti interpella, te la senti addosso, ti scorre nelle vene e non ti lascia la coscienza tranquilla per il solo fatto che hai pregato per quell’intenzione missionaria! 
Un rosario è “missionario” quando il pregare “per” e il pregare “con” coincidono! 
Un rosario è “missionario” quando il tempo della preghiera è lo spazio dove inizi ad agire! 
Un rosario è “missionario” quando lo reciti con cuore, mente, mani e occhi apertissimi…
per sconfiggere il peggiore di tutti i mali: l’indifferenza! Infine, un rosario è “missionario”
quando avrai il coraggio e la forza di vivere il resto della tua vita… a colori!

Bancarella di torte e oggetti pro-Missioni

Sabato 21 e domenica 22 ottobre, in Chiesina, prima e dopo le sante Messe, il Gruppo Missionario Parrocchiale organizza una bancarella di prodotti e oggetti missionari e vendita di torte fatte in casa.
Il ricavato sarà versato al Centro Missionario di Lodi in occasione della Giornata Missionaria Mondiale. Invito, le signore esperte in cucina, a preparare le torte per la vendita. Grazie mille

Santo del mese: Beato Carlo Gnocchi

La malattia, l’ultimo dono e la morte

Ai primi di novembre 1955, mentre visitava il Centro Pilota di Roma, don Carlo si sentì male. Sulle prime i medici pensarono che fosse un esaurimento, ma quando fu ricoverato alla clinica Columbus di Milano emerse la verità: aveva un tumore allo stomaco, con metastasi diffuse ai polmoni.
Una domenica di febbraio mandò a chiamare il professor Cesare Galeazzi, direttore dell’ospedale Oftalmico di Milano, per chiedergli quello che definì «un grande favore»: dopo la sua morte, le sue cornee dovevano essere espiantate, per ridare la luce degli occhi a uno dei suoi ragazzi.
Non molti giorni dopo morì, nel pomeriggio del 28 febbraio 1956, a 53 anni.
L’operazione di espianto ebbe successo e destò molto clamore: si era agli albori della cultura dei trapianti d’organi, che in Italia non erano ancora disciplinati per legge. I beneficati furono Silvio Colagrande e Amabile Battistello, l’uno rimasto privo della vista a causa di un incidente, l’altra cieca dalla nascita.

La fama di santità e il processo di beatificazione

I funerali furono celebrati nel Duomo di Milano il 1° marzo 1956 dall’arcivescovo Giovanni Battista
Montini, poi papa Paolo VI e Santo, con un’imponente partecipazione di popolo.
Durante i funerali, un mutilatino, Domenico Antonino, fu portato al microfono e disse: «Prima ti dicevo: ciao don Carlo. Adesso ti dico: ciao, san Carlo». Era solo la prima attestazione pubblica di una buona fama che, col passare degli anni, non venne meno.
Il nulla osta per l’avvio della causa di beatificazione di don Carlo Gnocchi è giunto il 5 gennaio 1987: già il 6 maggio del medesimo anno fu aperta, a Milano, la fase diocesana del processo, conclusa il 23 febbraio 1991 e convalidata il 29 ottobre 1993. La “positio super virtutibus” è stata trasmessa a Roma nel 1997.
Fu ottenuto parere positivo circa l’esercizio delle virtù eroiche sia dai consultori teologi, il 22 ottobre 2002, sia dai cardinali e vescovi membri della Congregazione vaticana per le Cause dei Santi, il 3 dicembre dello stesso anno. San Giovanni Paolo II autorizzò quindi, il 20 dicembre 2002, la promulgazione del decreto con cui don Carlo Gnocchi era dichiarato Venerabile.

Il miracolo e la beatificazione

Come presunto miracolo per ottenere la beatificazione fu preso in esame il caso di Sperandio Aldeni, artigiano elettricista e alpino bergamasco. Il 17 agosto 1979 era sopravvissuto a una scarica elettrica altrimenti mortale, invocando proprio don Carlo Gnocchi. Il processo sull’asserito miracolo venne quindi aperto il 22 ottobre 2004 e concluso quasi tre mesi dopo, il 19 novembre; fu convalidato il 6 maggio 2005.
La giunta medica della Congregazione per le Cause dei Santi diede parere favorevole circa l’inspiegabilità dell’evento il 5 luglio 2007. L’opinione fu confermata dai consultori teologi il 4 novembre 2008 e dai cardinali e vescovi della Congregazione il 13 gennaio 2009. Infine, il 17 gennaio 2009, papa Benedetto XVI ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui l’evento prodigioso era da attribuirsi all’intercessione del Venerabile Carlo Gnocchi, aprendo quindi la strada alla sua beatificazione. Il 25 ottobre 2009, nella stessa piazza Duomo che aveva visto i suoi funerali, don Carlo Gnocchi veniva ufficialmente posto alla venerazione dei fedeli. Il rito di beatificazione è stato presieduto da monsignor Angelo Amato come inviato del Santo Padre, all’interno della celebrazione eucaristica presieduta dal cardinal Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano.

Storie di cuori (2)

Sono comunque tutti “cuori” in cui si racconta la vita, e dove questa pulsa in tutto ciò che la circonda; cuori che permettono di contemplare ciò che vive al centro di una persona, nei quali traspare il mistero di un amore che deborda e permea il tessuto delle relazioni che lo circondano; motori palpitanti di possibilità insperate e capaci di dare slancio e qualità all’esistenza. Il Vangelo stesso è uno splendido scrigno in cui si custodiscono questi “cuori” feriti, spenti o ardenti. Cuori che comunque vibrano e che Dio ama incontrare, interpellare, riattivare, accompagnare per riaprirli alla forza della vita, sostenendoli con la promessa e la stessa passione di Dio per la vita. In Gesù, Dio stesso, si rivela come il “miseri-cordioso”, Colui il cui cuore batte nella vita del misero. Figura di questo incontro appassionante, capace di raccontare il permanere di una disponibilità di Dio alla vita e di riscaldare il cuore, è quello di Gesù con i due discepoli in cammino verso Emmaus (Lc 24,32).
Un incontro che ci presenta il volto di un “cuore spento” nel segno di un allontanamento (vv. 13-14), di un non riconoscimento (vv. 15-16), e di interrogativi che sembrano non avere risposta (vv. 17-19). In essi c’è un “cuore ferito” da un sogno infranto (vv. 19b-24), dalla perdita della memoria di una esperienza che aveva motivato la speranza (vv.25-27), dalla realtà di un vuoto che chiede vicinanza (vv. 28-29).

Storie di cuori (1)

Ci sono stagioni della vita che racchiudono, pur con tutta la loro contraddizione, le domande e le speranze che le persone portano nel loro “cuore”, il luogo più intimo in cui custodire, maturare e orientare le scelte della vita, anche quelle che poi si infrangono sulle rocce della prova o del fallimento.
Storie di cuori È la vita che, talora, si presenta in situazioni di sofferenza e di delusione, capaci di mettere in scacco anche la nostra comprensione di fede.
In questi tempi bui dell’esistenza emergono cuori feriti e scompensati dalla aritmia di condizioni che tolgono armonia alla vita: un affetto interrotto, una libertà negata, un dialogo mancato, un sogno infranto o anche una semplice occasione perduta. Un cuore ferito può diventare chiuso in se stesso, nella convinzione che forse quell’opportunità non tornerà più. Ci sono anche cuori spenti, smorzati dalla paura, o bloccati dal peso del dolore e dalla stanchezza di realtà insopportabili.
Cuori spenti, dove la vita sembra naufragata nella violenza dei giudizi, costretta a pagare il prezzo delle incomprensioni, o deturpata da drammi che, come macigni, si abbattono sui germogli della speranza. Cuori di donne e uomini inerti, perché privati del calore di un affetto o sfregiati dalla violenza dell’ingiustizia e della dignità negata. Ci sono inoltre cuori ardenti, palpitanti di intensa passione, desiderosi di relazioni pregnanti, capaci di sognare e che sanno coltivarsi ostinatamente nella speranza, guardando con fiducia al domani. Cuori all’interno dei quali è difficile trattenere le emozioni, traboccanti di gioia, di gratitudine e di fiducia, carichi del calore di un incontro vissuto con gioia e sempre più desiderosi di più intense e qualificate relazioni.

Il Rosario: stare sempre in preghiera (2)

Ottobre, il mese dedicato al S. Rosario, ci offre l’occasione di poter riscoprire la bellezza e ricchezza di una delle forme di preghiera più belle della tradizione cristiana. Questa ha nei fatti caratterizzato la devozione di una moltitudine di fedeli nel corso del tempo ed è da sempre stata valido strumento di sostegno della fede, nel suo essere mezzo semplice ed accessibile a tutti per mettere in contatto con i principali misteri della nostra salvezza, insieme a Colei che più di tutti li ha vissuti da vicino, la Vergine Maria.

Il Rosario: imparare da Maria come “stare in preghiera”
Il Rosario, proprio perché semplice, è accessibile a chiunque.
Nel soffermarci sugli episodi della vita di Cristo, per capire cosa Egli voglia darci attraverso questi, siamo aiutati dalla sua stessa Madre, che fin dal primo momento, nell’evento dell’Annunciazione, si fece attenta ed obbediente al Verbo, accogliendolo nel suo grembo.
Con l’aiuto di Maria, impariamo anche noi ad essere presenti a Cristo, ad avere «gli stessi sentimenti che furono di Cristo».
Facendo nostro il mistero contemplato, lasciamo che porti frutto nella nostra quotidianità, come avviene nella Vergine Maria, impariamo a conformarci Cristo, perché in ogni momento ci è dato di crescere con lui, e Maria, in «età, sapienza e grazia».
Questo è il bel clima di continua orazione che ci lascia questa stupenda preghiera, che si traduce nel desiderio di Cristo, nella gioia di essere suoi imitatori: «Siete beati se le mettete in pratica». Tale desiderio può sempre trovare appagamento ed essere nuovamente alimentato, proprio perché il Rosario è una preghiera a cui è possibile ricorrere in ogni momento della giornata, nei più diversi contesti ed anche in momenti di attività.
Ricorriamo dunque a Maria, con l’augurio che sempre più persone possano trovare beneficio da questa pia pratica.

Il Rosario: stare sempre in preghiera (1)

Ottobre, il mese dedicato al S. Rosario, ci offre l’occasione di poter riscoprire la bellezza e ricchezza di una delle forme di preghiera più belle della tradizione cristiana. Questa ha nei fatti caratterizzato la devozione di una moltitudine di fedeli nel corso del tempo ed è da sempre stata valido strumento di sostegno della fede, nel suo essere mezzo semplice ed accessibile a tutti per mettere in contatto con i principali misteri della nostra salvezza, insieme a Colei che più di tutti li ha vissuti da vicino, la Vergine Maria.
Il comando della preghiera
L’urgenza di affermare l’importanza del Rosario è tanto più necessaria oggi, in un tempo in cui sembra che la maggior parte degli uomini abbia smarrito il significato autentico della preghiera. Non possiamo dimenticare che essa è indispensabile al progresso nella vita spirituale, dunque a tutti noi che siamo chiamati alla santità.
Se infatti l’orazione, come ricorda san Giovanni Damasceno, è «elevazione della mente in Dio», essa vuole essere modo di entrare in comunione, in intimità con Colui a cui siamo ordinati come compimento della nostra felicità. Non dovrebbe sembrarci strano il comando del Signore di «stare sempre in preghiera, senza stancarsi. Certo, ciò può apparire difficile, soprattutto per coloro che, non essendo consacrati, sono impegnati nella vita attiva, nel lavoro, nella famiglia, nelle cose del mondo. Difficile, forse, ma non impossibile. Ed il Rosario è in questo una provvidenziale soluzione.

Santo del mese: Beato Carlo Gnocchi

Cappellano degli alpini
Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò ufficialmente nel secondo conflitto mondiale. Don Carlo si arruolò volontariamente come cappellano militare del Battaglione degli Alpini «Val Tagliamento», che partecipò alla campagna di Grecia. Dopo il congedo, riprese il suo impegno al Gonzaga, ma sentiva di dover andare dove ci fosse più bisogno di lui: scrisse quindi più volte al cardinale Schuster perché acconsentisse alla sua partenza per il fronte russo. Infine, nel mese di luglio 1942, poté partire per la campagna di Russia, come cappellano degli Alpini della Divisione Tridentina.
La prima idea di “un’opera di carità
La disastrosa ritirata del gennaio 1943, che vide la morte di numerosi soldati, lo colpì profondamente, spingendolo a riflettere sul significato e sul valore della sofferenza degli innocenti.
Maturò il lui il desiderio di provvedere all’assistenza degli orfani dei suoi alpini: così, tornato in patria, cominciò a cercarli personalmente.
Decorato con medaglia d’argento al valor militare, negli anni 1944-45 partecipò alla Resistenza. Incarcerato a San Vittore, fu liberato dieci giorni dopo per l’intervento del cardinale Schuster.
Nel 1945 lasciò l’incarico di direttore spirituale all’Istituto Gonzaga, prendendo quello di assistente ecclesiastico degli studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, restandovi tre anni.
Mentre l’arcivescovo pensava di destinarlo a una parrocchia, don Carlo andava concretizzando quello che, dal fronte russo, aveva scritto al cugino Mario Biassoni: «Sogno dopo la guerra di potermi dedicare per sempre ad un’opera di Carità, quale che sia, o meglio quale Dio me la vorrà indicare. Desidero e prego dal Signore una sola cosa: servire per tutta la vita i Suoi poveri.
Ecco la mia “carriera”».
Nascita della Fondazione Pro Juventute
Nell’aprile 1945 don Carlo venne nominato direttore dell’Istituto Grandi Invalidi di Arosio (in provincia di Como). L’8 dicembre dello stesso anno aveva appena terminato la celebrazione della Messa, quando il portinaio gli annunciò che gli era stato portato un bambino, Bruno Castoldi, il cui padre era morto in Russia. A lui si aggiunsero, nel corso della giornata, altri ventisette orfani. L’arrivo di un bambino di otto anni, Paolo Balducci, che aveva invece perso una gamba per lo scoppio di una bomba, lo orientò definitivamente verso l’accoglienza di quei piccoli sofferenti.
Per coordinare meglio l’attività dell’istituto di Arosio verso i cosiddetti mutilatini, don Carlo istituì la «Federazione Pro Infanzia Mutilata», che il 26 marzo 1949 fu ufficialmente riconosciuta con Decreto del Presidente della Repubblica. Nel 1951 l’istituzione cambiò denominazione in «Fondazione Pro Juventute» e, due anni dopo, riconosciuta come Ente Morale.
Don Carlo si fece propagandista itinerante in Italia e all’estero per le sue istituzioni, che ormai si erano ramificate, aumentando con ritmo veloce, in Lombardia e in altre regioni italiane.
Fu anche scrittore fecondo di spiritualità, educazione, pedagogia.

Cuori ardenti, piedi in cammino (2)

Per la Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno Papa Francesco ha scelto un tema che prende spunto dal racconto dei discepoli di Emmaus, nel Vangelo di Luca (24,13-35): «Cuori ardenti, piedi in cammino». Attraverso l’esperienza di questi due discepoli che, nell’incontro con Cristo risorto, si trasformano in attivi missionari, Papa Francesco richiama prima di tutto il valore della Parola di Dio per la vita dei battezzati: «La conoscenza della Scrittura è importante per la vita del cristiano, e ancora di più per l’annuncio di Cristo e del suo Vangelo» «Gesù infatti è la Parola vivente, che sola può far ardere, illuminare e trasformare il cuore». In un secondo passaggio del suo messaggio il papa ci sottolinea l’importanza dell’Eucarestia: «Occorre ricordare che un semplice spezzare il pane materiale con gli affamati nel nome di Cristo è già un atto cristiano missionario. Tanto più lo spezzare il Pane eucaristico che è Cristo stesso è l’azione missionaria per eccellenza, perché l’Eucaristia è fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa». Infine il Papa ci ricorda l’importanza del mantenere viva la missione con l’impegno di ciascuno e con la preghiera per le vocazioni missionarie: «L’immagine dei “piedi in cammino” ci ricorda ancora una volta la perenne validità della missio ad gentes, la missione data alla Chiesa dal Signore risorto di evangelizzare ogni persona e ogni popolo sino ai confini della terra».
Già il profeta Isaia, molti secoli prima di Cristo, così proclamava: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: “Regna il tuo Dio”» e oggi Papa Francesco, profeta del nostro tempo, così scrive nel suo messaggio per la Giornata missionaria mondiale: “L’andare in fretta, per condividere con gli altri la gioia dell’incontro con il Signore, manifesta che «la gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento.
Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia». Non si può incontrare davvero Gesù risorto senza essere infiammati dal desiderio di dirlo a tutti. Perciò, la prima e principale risorsa della missione sono coloro che hanno riconosciuto Cristo risorto, nelle Scritture e nell’Eucaristia, e che portano nel cuore il suo fuoco e nello sguardo la sua luce. Costoro possono testimoniare la vita che non muore mai, anche nelle situazioni più difficili e nei momenti più bui.”