Cuori ardenti, piedi in cammino (1)

Iniziamo il mese di Ottobre e ancora una volta vogliamo viverlo tenendo presente la sua dimensione missionaria per continuare a sensibilizzare la nostra comunità cristiana a partecipare e farsi carico della missione universale della Chiesa. Come educare la nostra comunità a questa apertura missionaria universale?
Creando tra tutti noi uno spirito di fraternità universale nella preghiera e nella solidarietà.
Il mese missionario trova il suo apice nella celebrazione della Giornata Missionaria Mondiale che ricorre nella penultima domenica del mese, ossia il 22 ottobre prossimo. In quella giornata la nostra comunità cristiana si unisce spiritualmente a tutti i missionari inviati nel mondo ad annunciare il Vangelo fino agli estremi confini e, attraverso la raccolta di offerte a favore delle Pontificie Opere Missionarie, durante le Messe Festive e la Bancarella delle Torte, contribuisce al sostegno di tutti i missionari sparsi nel mondo e di tutte le comunità più povere di mezzi, quelle che vivono in situazioni di assoluta minoranza e quelle che soffrono controversie e persecuzioni.

Ottobre: mese del Rosario

Ottobre è comunemente chiamato il Mese del Rosario perché il giorno 7 viene celebrata la memoria della Beata Maria Vergine del Rosario.  
Il rosario resta oggi, come ieri, come sempre e fin dalle sue origini, la preghiera mariana della fede, con una sua caratteristica sintesi della fede, incentrata nel mistero della salvezza.
La caratteristica del Rosario non sta tanto nell’essere una preghiera a Maria costituita in quel determinato modo quanto nell’essere una preghiera con Maria. Se la grande dignità della preghiera liturgica sta nella sua unione con Cristo e la Chiesa, l’umile dignità del Rosario sta nella sua unione con Maria.
La preghiera dell’Ave Maria non è altro che la ripetizione dell’evento fondamentale del mistero cristiano: Dio diventa uomo nel grembo della vergine, perché l’uomo diventi il figlio di Dio.
Il mistero dell’amore di Dio si svela al mondo in quell’evento che viene mirabilmente compendiato nella preghiera dell’ Ave Maria.
Maria, che è anche la chiave di accesso al mistero di Dio, nella preghiera del Rosario apre le porte della contemplazione a chiunque voglia entrare per fare esperienza di Dio.
Perché, come accade in Galilea la Vergine aveva chiesto il miracolo e Gesù lo aveva fatto, così ancor oggi questa attenta Madre si prende cura di noi se la invitiamo a partecipare alle vicende della nostra vita. Lei intercederà affinché Gesù, come a Cana, non “sostituisca” la nostra vita -come tante volte noi vorremmo per sfuggire dalla nostra realtà – ma la trasforma per poterci realizzare in pienezza.
Il rosario della vergine è un efficace strumento di preghiera di contemplazione che ci potrà aiutare a riscoprire questa presenza di Dio nel nostro quotidiano e rivivere la vita del Cristo sull’esempio di Maria che conservava viva nel suo cuore la memoria delle cose di Dio.
È nota l’affermazione del cardinal Newman: “il rosario è il credo che diventa preghiera”.
È un’intuizione, che sa cogliere il senso più autentico, più originale e originario di questa devozione.

Santo del mese: Beato Carlo Gnocchi

In questo anno pastorale sulla santità ogni mese metteremo in evidenza una figura di santo, a noi particolarmente vicino (del nostro territorio).
Conosceremo meglio la sua vita e alcuni suoi pensieri.
L’infanzia
Carlo Gnocchi nacque a San Colombano al Lambro, in provincia di Milano ma molto vicino a Lodi, il 25 ottobre 1902. Il padre, Enrico, era un marmista, mentre la madre, Clementina Pasta, lavorava come sarta e si occupava della casa. Fu battezzato cinque giorni dopo la nascita coi nomi di Carlo Fortunato Domenico nella chiesa parrocchiale del suo paese.
Alla morte del padre, ammalato di silicosi per via del suo lavoro, Carlo si trasferì con la famiglia a Milano, dove ricevette il sacramento della Cresima presso la parrocchia di Sant’Eufemia il 19 maggio 1910.
Nell’anno scolastico 1914-1915 fu allievo dei Salesiani.
La vocazione al sacerdozio e la formazione
Avvertita la vocazione al sacerdozio, nel 1915, anno in cui perse il fratello Andrea (un altro fratello, Mario, era invece morto nel 1909) entrò nel Seminario della diocesi di Milano, nella sede di Seveso.
Tre anni dopo passò alla sede di Monza per frequentare il liceo, ma per ottenere il diploma di maturità
dovette sostenere l’esame nel liceo statale Berchet di Milano.
Nel 1921, quindi, passò al Seminario maggiore nella sede di corso Venezia a Milano.
Venne ordinato sacerdote il 6 giugno 1925 dall’arcivescovo di Milano, il cardinal Eugenio Tosi.
Celebrò la Prima Messa lo stesso giorno a Montesiro di Besana Brianza, il paese dove trascorreva le vacanze ospite di una zia e dove la madre si era trasferita quando lui era entrato in Seminario.
I primi incarichi
Il primo incarico di don Carlo fu quello di vicario parrocchiale incaricato dell’oratorio (o coadiutore) della parrocchia di Santa Maria Assunta a Cernusco sul Naviglio, ma già l’anno successivo ebbe una nuova destinazione: San Pietro in Sala, a Milano. Nel 1928 don Carlo fu nominato dal cardinal Tosi cappellano dell’Opera Nazionale Balilla. Il successore, il cardinal Alfredo Ildefonso Schuster (Beato dal 1994), gli diede cinque anni dopo l’incarico di assistente spirituale del GUF (Gruppo Universitari Fascisti) di Milano.
Fu sempre il cardinal Schuster a chiamarlo ad assumere il ruolo di direttore spirituale dell’Istituto Gonzaga di Milano, diretto dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Lì ebbe l’opportunità di conoscere meglio l’uomo inquadrato nella società, i giovani, ma anche le loro famiglie e l’ambiente, affinando così la sua passione
e la sua sensibilità come educatore.

Cosa dice a noi oggi San Francesco

Essere cristiani è un rapporto vitale con la Persona di Gesù, è rivestirsi di Lui, è assimilazione a Lui.
Da dove parte il cammino di Francesco verso Cristo? Parte dallo sguardo di Gesù sulla croce.
Lasciarsi guardare da Lui nel momento in cui dona la vita per noi e ci attira a Lui. In quel crocifisso Gesù non appare morto, ma vivo! Gesù non ha gli occhi chiusi, ma aperti, spalancati: uno sguardo che parla al cuore. E il Crocifisso ci parla di una morte che è vita, che genera vita, perché ci parla di amore, perché è l’Amore di Dio incarnato, e l’Amore non muore, anzi, sconfigge il male e la morte.

L’amore dei nonni non si dimentica mai

La festa dei nonni viene celebrata proprio per sottolineare la loro importanza, il loro ruolo all’interno della famiglia, della comunità cristiana e della società. I nonni tramandano memoria, valori e saggezza, rappresentano un anello di congiunzione tra le generazioni e sono un vero patrimonio nazionale.
Nel giorno dei Santi Angeli Custodi, lunedì 2 ottobre, invito tutti alla messa delle ore 18.00, a ringraziare per il dono dei nonni e degli anziani, veri e propri “angeli custodi” delle nostre case.
I nonni e gli anziani sono pane che nutre la nostra vita.
Siamo grati per i loro occhi attenti, che si sono accorti di noi, per le loro ginocchia che ci hanno tenuto in braccio, per le loro mani che ci hanno accompagnato e sollevato, per i giochi che hanno fatto con noi e per le carezze con cui ci hanno consolato.
Gli anziani, i nonni hanno una capacità di capire le situazioni più difficili. Sanno trasmettere la storia di una famiglia, di una comunità, di un popolo: perché sono un “popolo” di alberi le cui radici continuano a portare frutto, nonostante la vecchiaia, che non toglie peso agli anni. “Polmoni di umanità” per il paese, per la parrocchia. Bussole indispensabili nelle ordinarie difficoltà quotidiane ma anche pilastri di cemento armato, se si tratta di mantenere salda la fiammella della fede.

Assenze o scelte che fanno soffrire

Care mamme e cari papà, mi rivolgo direttamente a voi.
Mi spinge una forte preoccupazione che vorrei condividere. Vi ringrazio se riuscite a dedicare qualche minuto alla lettura di questo mio scritto, che affido alla vostra sensibilità umana e cristiana. 
Prendetelo come una confidenza dettata solo dal bene che voglio a voi, ai vostri ragazzi e al popolo che mi è stato affidato.
È facilmente visibile, nel tempo estivo e quando non ci sono in calendario gli incontri di catechesi dell’Iniziazione Cristiana, l’assenza totale dei bambini, dei ragazzi e anche dei genitori alla Messa domenicale e festiva. Questo dato di fatto è davvero preoccupante. Oppure, quando riprende la catechesi, qualcuno accompagna il figlio in chiesa, ma non si ferma per la Messa.
La prima cosa che desidero è vedere tutta la famiglia unita, come lo è in tanti momenti e occasioni della vostra vita quotidiana, anche durante la Celebrazione Eucaristica. Devo ammettere che non sempre la Messa è coinvolgente per un bambino. È vero, i ragazzi a Messa si stancano e si annoiano. Comprendo quanto sia necessario e urgente rendere le nostre celebrazioni più belle. Ma questa difficoltà non deve
diventare pretesto per giustificare assenze.
Vivace e incoraggiante è invece la presenza di alcuni vostri figli alla catechesi.
E di questo non c’è che da ringraziare il Signore, ma anche voi per la generosa collaborazione offerta.
Per questa scelta potete ben immaginare la mia gioia.
Purtroppo si sta allarga sempre di più una scelta che desta nel mio cuore tanta tristezza: vedere classi intere, o quasi, di catechesi scomparire dopo la Cresima. Oppure non vedere per un anno alla catechesi ragazzi che non devono prepararsi per ricevere un Sacramento.
Il nostro compito di comunità cristiana, che vi ha garantito quando avete chiesto il Battesimo di vostro/a figlio/a, è quello di affiancarci a voi, cari genitori, per aiutarvi e camminare insieme e in maniera costante verso la piena maturità della fede. C’è bisogno infatti che il ragazzo faccia concreta esperienza di Gesù e della Chiesa: esperienza che ha i suoi momenti forti nella vita di famiglia e di comunità parrocchiale.
Mi faccio voce e impegno della nostra comunità cristiana: il sottoscritto, i catechisti e gli operatori pastorali ci mettiamo al vostro fianco per sostenere il cammino cristiano dei vostri figli. 
Senza dimenticare che i primi protagonisti siete voi, essendo diventati educatori nella fede dei vostri ragazzi da quando, nella celebrazione del sacramento, vi siete impegnati ad educare, “secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa”, i figli che il Signore vi avrebbe donato.
Non posso che esprimere riconoscenza a quelle famiglie che iscrivono i loro figli alla proposta parrocchiale offrendo così loro un valido percorso di fede.
Incoraggio coloro che, in accordo con i propri figli sospendono per un anno o in maniera definitiva la presenza al catechismo, a rivedere le proprie scelte sempre pensando alla parola data il giorno del Battesimo: ricordo che mantenere una parola è, prima che cristianamente, umanamente, segno di serietà, maturità e responsabilità. Le assenze, il disinteresse, è imputabile ai ragazzi/e? No, cari genitori. Siamo, insieme
famiglia e comunità cristiana, i responsabili della educazione della fede dei vostri figli.
Per questo mi permetto di manifestare il mio dissenso quando (solo in ambito religioso e non si comprende a pieno la ragione) si lascia tranquillamente scegliere ai propri figli senza un intervento determinato dell’adulto.
Cari genitori, ho accennato solo ad alcuni problemi.
Ce ne sarebbero altri. Mi interessava farvi giungere la mia voce, per esprimere il desiderio di incontrare voi e i vostri figli in quello che ritengo essere appuntamenti inderogabile per un cristiano:  la catechesi domenicale e nella domenica la santa Messa, tutti attorno alla mensa della Parola di Dio e dell’Eucaristia e nell’aula per approfondire e maturare la propria fede.
Grazie per la pazienza di avermi letto.
Vi giungano con fraternità il mio saluto e la mia benedizione.

Don Giuseppe

L’Eucaristia è il sacrificio che riconcilia con Dio e tra noi

Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne (Ef 2,14).
Scrive San Giovanni Paolo II in Ecclesia de Eucharistia: La Chiesa vive continuamente del sacrificio redentore, e ad esso accede non soltanto per mezzo di un ricordo pieno di fede, ma anche in un contatto attuale, poiché questo sacrificio ritorna presente, perpetuandosi sacramentalmente, in ogni comunità che lo offre per mano del ministro consacrato. In questo modo l’Eucaristia applica agli uomini d’oggi la riconciliazione ottenuta una volta per tutte da Cristo per l’umanità di ogni tempo (n. 12).
Il sacrificio di Gesù riconcilia con Dio e con i fratelli e le sorelle tutti, poiché siamo realmente suoi figli. È il sacrificio del perdono che riavvicina a Dio e all’intera famiglia umana. Tutto ciò che si frappone o ci allontana da Dio e dagli altri viene superato e vinto dall’amore che guarisce ogni ferita.
L’Eucaristia alimenta il nostro essere “uno” in Cristo nell’unica fede e nell’unico amore. È il pane del perdono, che chiama al sacramento della riconciliazione. È il sostegno necessario alla fatica del nostro ascoltarci, capirci e camminare insieme. È il dono che ricolma ogni mancanza d’amore, rammenda ogni strappo, recupera qualsiasi offesa o affronto subito e procurato. E’ sorgente inesauribile di carità, che irrora nuova vita nei deserti delle solitudini e dei risentimenti umani.

L’Eucaristia unisce intimamente a Cristo

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla (Gv 15,4-5).
Scrive San Giovanni Paolo II in Ecclesia de Eucharistia: L’incorporazione a Cristo, realizzata attraverso il Battesimo, si rinnova e si consolida continuamente con la partecipazione al Sacrificio eucaristico, soprattutto con la piena partecipazione ad esso che si ha nella comunione sacramentale.
Possiamo dire che non soltanto ciascuno di noi riceve Cristo, ma che anche Cristo riceve ciascuno di noi. Egli stringe la sua amicizia con noi: «Voi siete miei amici». Noi, anzi, viviamo grazie a Lui: «Colui che mangia di me vivrà per me». Nella comunione eucaristica si realizza in modo sublime il «dimorare» l’uno nell’altro di Cristo e del discepolo: «Rimanete in me e io in voi»  (n. 22).
La comunione con Cristo è piena nel dono eucaristico.
Uniti nell’offerta d’amore, mangiandone la carne e bevendone il sangue facciamo corpo con Lui. La sua vita diventa nostra e noi siamo il suo tabernacolo vivente. Il Signore, amico fedele, non si accontenta di camminare al nostro fianco, ma viene a noi per rimanere sempre con noi.

L’Eucaristia è il memoriale della Pasqua

Poi prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me» (Lc 22,19).
Scrive San Giovanni Paolo II in Ecclesia de Eucharistia: «Mistero della fede!». Quando il sacerdote pronuncia o canta queste parole, i presenti acclamano: «Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo
la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». In queste o simili parole la Chiesa, mentre addita il Cristo nel mistero della sua Passione, rivela anche il suo proprio mistero: Ecclesia de Eucharistia. In questo dono Gesù Cristo consegnava alla Chiesa l’attualizzazione perenne del mistero pasquale. (n. 5).
L’Eucaristia è il sacramento che rende presente la Pasqua di Gesù, donandoci la possibilità di riviverla in ogni tempo e in ogni luogo per riceverne i frutti e condividere la novità di vita del Risorto. La Chiesa considera l’Eucaristia il tesoro più prezioso lasciatole da Cristo a nutrimento, sostegno, unità per l’intero corpo ecclesiale, che viene assimilato al Signore nella condivisione del dono di sé e della vita senza fine che scaturisce da questo amore. Siamo tutti riportati al Calvario per cogliere dall’albero della croce il frutto della redenzione. L’Eucaristia ci pone di fronte alla tomba vuota per risorgere con Cristo, diventando popolo sacerdotale, profetico, regale inviato a rendergli testimonianza.