Esaltazione della S. Croce

La Croce, punto di congiunzione tra Dio e il mondo

«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque
crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito,
perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

L’unica parola che il cristiano ha da consegnare al mondo è la parola della Croce.
Dio è entrato nella tragedia dell’uomo, perché l’uomo non vada perduto, con il mezzo scandalosamente povero e debole della croce. Per sapere chi sia Dio devo inginocchiarmi ai piedi della croce.
Tra i due termini, Dio e mondo, Dio e uomo, che tutto dice lontanissimi, incomunicabili, estranei, le parole del Vangelo indicano il punto di incontro: il disceso innalzato, al tempo stesso Figlio dell’uomo e Figlio del cielo. Cristo si è abbassato, scrive Paolo, fino alla morte di croce; Cristo è stato innalzato sulla croce, dice Giovanni, attirando tutto a sé.
Tra Dio e il mondo il punto di congiunzione è la croce, che solleva la terra, abbassa il cielo, raccoglie i quattro orizzonti, è crocevia dei cuori dispersi. Colui che era disceso risale per l’unica via, quella della dismisura dell’amore. Per questo Dio lo ha risuscitato, per questo amore senza misura.
L’essenza del cristianesimo sta nella contemplazione del volto del crocifisso, porta che apre sull’essenza di Dio e dell’uomo: essere legame e fare dono. Ha tanto amato il mondo da dare il Figlio.
Mondo amato, terra amata. Da queste parole sorgive, iniziali ripartire: «Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama» (P. Xardel).
E noi qui a stupirci che, dopo duemila anni, ci innamoriamo ancora di Cristo proprio come gli apostoli. Quale attrazione esercita la croce, quale bellezza emana per sedurci?
Sulla croce si condensa la serietà e la dismisura, la gratuità e l’eccesso del dono d’amore; si rivela il principio della bellezza di Dio: il dono supremo della sua vita per noi.
Lo splendore del fondamento della fede, che ci commuove, è qui, nella bellezza dell’atto di amore.
Suprema bellezza è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia annullare in quel poco di legno e di terra che basta per morire.
Veramente divino è questo abbreviarsi del Verbo in un singulto di amore e di dolore: qui ha fine l’esodo di Dio, estasi del divino. Arte di amare.
Bella è la persona che ama, bellissimo l’amore fino all’estremo. In quel corpo straziato, reso brutto dallo spasimo, in quel corpo che è il riflesso del cuore, riflesso di un amore folle e scandaloso fino a morirne, lì è la bellezza che salva il mondo, lo splendore del fondamento, che ci seduce.

Audacia

È audace la speranza che tu mi chiedi di vivere, Signore! È audace perché respira a pieni polmoni il futuro inebriante che viene da Dio e che il suo Spirito si impegna a realizzare per noi con una tenacia a tutta prova, liberandoci da tutto quello che ci condanna a una vita intisichita e ingombra di piccinerie e di cose senza valore. È audace perché vede quello che sfugge a tanti, rileva già i contorni di quella terra nuova che rimpiazzerà i deserti che oggi conosciamo, sente il profumo della giustizia e il calore della fraternità, che faranno sparire ogni egoismo e ogni privilegio. È audace perché ama in modo del tutto viscerale il nuovo che tu ci hai proposto in ogni momento della tua esistenza, il nuovo che è germogliato dalla tua morte e risurrezione.

Santissimo Nome di Maria

Maria è uno dei nomi più diffusi nel mondo ebraico e diverse sono le interpretazioni date al suo significato. Una delle prime si deve al fatto che Anna ringraziò molto dopo aver avuto la bambina, perciò l’avrebbe chiamata “dono ricevuto da Dio”.
Comunissima, inoltre, l’interpretazione che fa discendere il nome Myriam da “mrr”, cioè “essere amaro”. Questo ben si collegherebbe alla tradizione di Maria, Madre del dolore. Tra le ipotesi più accreditate, Maria si fa risalire anche alle radici “or”, luce, più “yam”, mare, e quindi vorrebbe dire “illuminatrice” ma anche ”stella del mare”, con probabilità di equivoco tra “stella” e “stilla” e quindi anche “goccia del mare”. Come la stella, infatti, indica il sereno dopo la tempesta, così la Madonna, entrando nell’anima, allontana il
peccato e fa tornare il Signore nel cuore dell’uomo.
In Maria, poi, è raccolto “un mare di grazie” e tutte vivono in lei.
Direttamente collegata a questa, è data un’altra interpretazione, di derivazione dall’ebraico con significato di “prima pioggia stagionale”, quindi Maria è colei che è “pioggia di grazie”, che manderà sulla Terra una “pioggia di missionari”.
Ed ecco anche la radice “moreh” in base alla quale Maria significherebbe “signora e padrona”; ma anche “marom”, “altezza”, e infatti Cristo è il sole che sorge dall’alto.
Qual è l’interpretazione corretta? Non ci è dato saperlo, ma il fatto che Maria è nome pronunciato da Dio, tanto basta per renderlo bello e ricco di significato.
La diffusione della festa
Nel 1513 per la prima volta, da Roma, Papa Giulio II concede alla diocesi di Cuenca, in Spagna, di festeggiare il Santo Nome di Maria, come erano già abituati a fare, il 12 settembre di ogni anno. Soppressa, viene poi ripristinata da Sisto V e nel 1622, estesa da Gregorio XV ad altre diocesi locali e quindi all’intera Spagna. Nel 1671 viene festeggiata anche nelle diocesi di Napoli e Milano.
Nel 1683, poi, in onore della vittoria a Vienna dei polacchi sui turchi che minacciavano la cristianità, Papa Innocenzo XI, come segno di rendimento di grazie, estende la festa a tutta la Chiesa universale, fissandola però alla domenica compresa nell’Ottava della Natività. A riportala alla data tradizionale del 12 settembre sarà Pio X.

Attesa

I progetti grandi non si compiono con un colpo di bacchetta magica, senza ostacoli e senza problemi: essi maturano, invece, giorno dopo giorno, con il sole e con la pioggia, nelle tenebre e nella luce, in mezzo alla nebbia e sotto il gelo. Per questo, Gesù, tu ci chiedi di vivere il tempo dell’attesa: tempo in cui il seme, caduto nella terra, deve marcire per far nascere una nuova pianta, tempo in cui il bene cresce, al di là di qualsiasi apparenza, perché porta in sé una forza segreta che niente può annientare, tempo di una pazienza solerte, di una fedeltà operosa che non cede alla stanchezza.
Per questo, Gesù, tu ci additi l’atteggiamento saggio del contadino, sicuro della fecondità del terreno e di ciò che vi ha seminato, certo che il raccolto verrà e sarà al di là di ogni più rosea previsione.

Rinnovo Consigli Parrocchiali

È confermata la scelta della Diocesi, avviata nel 2003 e sempre rinnovata nei quinquenni successivi, di eleggere contemporaneamente tutti i Consigli parrocchiali della Diocesi, per favorire un sentire comune nella Chiesa.
Questa scelta riveste un alto valore simbolico, facendo risaltare l’importanza dei Consigli e della comunione e partecipazione che essi sono chiamati a promuovere, ancor più dopo la celebrazione del XIV Sinodo della Chiesa di Lodi, che li indica come espressione qualificata della “sinodalità ordinaria”, e nel cammino di graduale avvio e costituzione delle comunità pastorali. Alla luce del recente aggiornamento del Direttorio per i Consigli Parrocchiali e nelle Comunità pastorali secondo le disposizioni del XIV Sinodo diocesano, è necessaria una preparazione adeguata del rinnovo di questi organismi, che si articola nelle seguenti fasi:

  • Fase di preparazione (domenica 3 settembre – domenica 29 ottobre 2023)
  • Fase della costituzione del Consiglio pastorale (domenica 29 ottobre – domenica 3 dicembre)
  • Inaugurazione del nuovo quinquennio del Consiglio pastorale (domenica 3 dicembre 2023)

Da settembre, sarà avviata la preparazione prossima alle elezioni che avranno luogo in tutta la Diocesi domenica 29 ottobre.
È necessario in questo periodo predisporre per tempo le liste, facendo riferimento ai passaggi indicati nel Direttorio per i Consigli, individuando anzitutto i membri di diritto, quindi stabilendo quanti membri dovranno essere eletti, riservando poi al Parroco l’individuazione dei membri di sua scelta. Il Parroco e la Commissione elettorale verificheranno la disponibilità all’elezione da parte dei membri uscenti e di nuovi candidati, indicando anche la possibilità di candidature libere e assicurando per tutti che siano rispettati i requisiti.
Si avrà cura di favorire la rappresentatività dell’intera comunità parrocchiale, garantendo sia la continuità sia il ricambio dei membri del Consiglio.
La Commissione elettorale stabilirà i termini entro i quali definire le candidature, predisponendo le liste indicativamente non oltre domenica 15 ottobre.

Natività B. V. Maria (2)

La natività di Maria è tra le feste mariane più cariche di stupore che ci siano. E non perché stiamo parlando della nascita di una bambina che diventerà la Madre di Dio, ma perché contemplare la sua nascita ha lo stesso effetto di contemplare l’aurora quando nasce il giorno. E proprio un antico inno mariano così inizia:
“Ti salutiamo o fresca e dolce aurora / tu che precorri e annunci il sole vero / vaticinata Vergine, ai mortali / l’Emmanuel Gesù per sempre doni”. Maria è l’aurora di un giorno senza tramonto che si chiama Gesù Cristo, l’Emanuele, il Dio con noi. Questa festa quindi è ciò che si avvicina di più al mattino di Pasqua.
Con la nascita della Madonna ha inizio quello che il Vangelo chiama “pienezza dei tempi”.
Ma la storia della salvezza non viene dal nulla, essa attraversa i secoli. Per questo nel Vangelo di questa festa si legge la genealogia della stirpe di Davide. E alla fine di questo elenco c’è Giuseppe, che è colui che amando, accogliendo e custodendo Maria, farà intersecare le attese di Israele con la nascita del Salvatore.
Fin dall’eternità Dio aveva pensato a questa donna, a questa storia, a questa famiglia, a questo amore per dare vita alla venuta del Figlio in mezzo a noi. Ma ha pensato con il rischio della libertà di tutte queste persone. Ecco che cosa rende la storia della salvezza non l’esecuzione di un copione ma un’avventura che si gioca spesso tra la profezia e gli “eccomi” di queste persone. La festa della Nascita di Maria è la festa per la nascita della donna che più fra tutti pronuncerà l’Eccomi decisivo. E guardando a Lei e alla sua libertà, rinasce in noi la voglia e la speranza di vivere diversamente.
Ecco perché non è una esagerazione ciò che san Bernardo dirà proprio di Maria definendola “onnipotente per grazia”. Maria può tutto perché la sua libertà si è alleata completamente con Dio.
È la festa di colei che essendo la più libera di tutti ha detto il suo sì all’opera di Dio.
Questa donna, per grazia, è anche nostra Madre.

Natività B.V. Maria (1)

La nascita di Maria segna gli inizi dei tempi dell’incarnazione. Se per secoli e millenni la Parola di Dio ha promesso, e le profezie e i profeti avevano il compito di ravvivare l’attesa e la speranza, con la nascita di Maria le attese diventano fatti, e le profezie entrano nella cronaca della storia. Sarà questo il motivo per cui il Vangelo di questa memoria ci tiene a enumerare la genealogia di Gesù. Ma Maria non fa parte di questo elenco di nomi, di famiglie, di storie, di volti. Maria è tutta un’altra storia. Basta fermarsi a riflettere sui dogmi mariani per accorgersi di come Ella sia completamente diversa dal resto della creazione. Non è un’esigenza da copione, ma è la particolarità di come Dio ha pensato di preparare la venuta del Figlio nel mondo. Da una parte la storia degli uomini, e dall’altra la storia della Grazia. Giuseppe è capofila della storia, Maria capofila della Grazia. Come possono incontrarsi due segmenti così diversi? La storia degli uomini e la grazia di Dio? Solo se qualcuno saprà dire di sì. Maria è colei che ha detto di sì alla grazia che le domandava di passare attraverso la sua libertà. Giuseppe è colui che ha detto di sì al passaggio di Dio nella sua storia, facendo spazio a un imprevisto. In questo giorno celebriamo la festa della nascita di Maria, perché non può passare sotto silenzio l’unica creatura al mondo che era in grado di poter dire di sì a Dio senza anteporre se stessa. Non può passare sotto silenzio il giorno in cui è venuta al mondo l’unica creatura che poteva far incontrare la grazia con la storia. In Maria il cielo e la terra si incontrano. In Maria inizia un’aurora che annuncia già il giorno di Pasqua.

La logica della debolezza

Il filo rosso della fragilità

La logica evangelica è folle per il mondo. Il vero dramma si verifica – anche nella Chiesa – quando facciamo nostra la mentalità del mondo: quando pensiamo che la nostra fecondità derivi soltanto dai nostro sforzi; quando pensiamo che le cose possano andare bene solo quando c’è una piena organizzazione; quando tutto è sicuro ed efficiente; quando il risultato è proporzionale alla nostra opera.
Quante volte nella nostra vita esperiamo un successo proprio perché “non siamo riusciti”? Quante volte constatiamo che una fecondità scaturisce proprio da un fallimento?
“A volte l’unico modo per vincere è arrendersi”.
Dio ci raggiunge, ci ama, agisce in noi in maniera immeritata, per quello che siamo e non per quello che potremmo essere. Egli non ci ama se, ma a prescindere.
In questo sta l’amore di Dio per noi: nell’essere a nostro favore.
L’amore di Dio è attuale, siamo amati in maniera folle da Dio in questo momento, per quanto possiamo essere deboli, peccatori, fragili, disgraziati, sporchi. Ci ama così!
Nella nostra situazione indecente, impossibile.
La nostra dignità e la nostra grandezza non risiedono, perciò, in quello che facciamo o in quello che produciamo, non dipendono dagli applausi o dal successo che il nostro impegno riscuote, ma esclusivamente dal fatto che siamo amati.
Di fronte a Dio siamo tutti uguali: l’uomo più illuminato, saggio, intelligente di questo mondo conta come l’ultimo disgraziato, ignorante e povero. Non possiamo pensare che Dio abbia una preferenza di persone a seconda dei carismi o delle capacità che possiedono.
Questa è una logica umana: per noi conta soltanto ciò che ha un prezzo o un valore che si può misurare. Il nostro valore viene dalla fiducia che Dio dimostra in noi. Tra Dio e l’uomo, il primo a fidarsi è Dio. In fondo è questa la fede: credere che Dio crede in noi. Quando coloro che Dio ha scelto riconoscono questa realtà splendida, Dio fa crescere la forza che è in loro.

Custodia del creato (2)

Come possiamo contribuire al fiume potente della giustizia e della pace in questo Tempo del Creato?
Cosa possiamo fare noi, soprattutto come Comunità cristiana, per risanare la nostra casa comune in modo che torni a pullulare di vita? Dobbiamo decidere di trasformare i nostri cuori, i nostri stili di vita e le politiche pubbliche che governano le nostre società.
Per prima cosa, contribuiamo a questo fiume potente trasformando i nostri cuori. È essenziale se si vuole iniziare qualsiasi altra trasformazione. È la “conversione ecologica”: il rinnovamento del nostro rapporto con il creato, affinché non lo consideriamo più come oggetto da sfruttare, ma al contrario lo custodiamo come dono sacro del Creatore. Rendiamoci conto, poi, che un approccio d’insieme richiede di praticare il rispetto ecologico su quattro vie: verso Dio, verso i nostri simili di oggi e di domani, verso tutta la natura e verso noi stessi
In secondo luogo, contribuiamo al flusso di questo potente fiume trasformando i nostri stili di vita.
Partendo dalla grata ammirazione del Creatore e del creato, pentiamoci dei nostri “peccati ecologici”.
Questi peccati danneggiano il mondo naturale e anche i nostri fratelli e le nostre sorelle.
Con l’aiuto della grazia di Dio, adottiamo stili di vita con meno sprechi e meno consumi inutili, soprattutto laddove i processi di produzione sono tossici e insostenibili.
Infine, affinché il potente fiume continui a scorrere, dobbiamo trasformare le politiche pubbliche che governano le nostre società. Politiche economiche che favoriscono per pochi ricchezze scandalose e per molti condizioni di degrado decretano la fine della pace e della giustizia. È ovvio che le Nazioni più ricche hanno accumulato un “debito ecologico”. Alziamo la voce per fermare questa ingiustizia verso i poveri e verso i nostri figli, che subiranno gli impatti peggiori del cambiamento climatico.
In questo Tempo del Creato, come seguaci di Cristo, viviamo, lavoriamo e preghiamo perché la nostra casa comune abbondi nuovamente di vita. Lo Spirito Santo aleggi ancora sulle acque e ci guidi a «rinnovare la faccia della terra».

Giornata per la custodia del creato (1)

Il 1 settembre 2023 si celebra la 18ª Giornata per la Custodia del Creato e segna l’inizio
del Tempo del Creato, che si conclude il 4 ottobre, festa liturgica di San Francesco d’Assisi. Nel suo Messaggio di quest’anno Papa Francesco invita ad ascoltare l’appello a stare a fianco delle vittime dell’ingiustizia ambientale e climatica, e a porre fine a questa insensata guerra al creato: “Che scorrano la giustizia e la pace” è quest’anno il tema del Tempo ecumenico del Creato, ispirato dalle parole del profeta Amos: «Come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (Amos 5,24).
Questa espressiva immagine di Amos ci dice quello che Dio desidera. Dio vuole che regni la giustizia, che è essenziale per la nostra vita di figli a immagine di Dio come l’acqua lo è per la nostra sopravvivenza fisica. Questa giustizia deve emergere laddove è necessaria, non nascondersi troppo in profondità o svanire come acqua che evapora, prima di poterci sostenere. Dio vuole che ciascuno cerchi di essere giusto in ogni situazione, che si sforzi sempre di vivere secondo le sue leggi e di rendere quindi possibile alla vita di fiorire in pienezza. Quando cerchiamo prima di tutto il regno di Dio, mantenendo una giusta relazione con Dio, l’umanità e la natura, allora la giustizia e la pace possono scorrere, come una corrente
inesauribile di acqua pura, nutrendo l’umanità e tutte le creature.