Predicazioni, persecuzioni, preghiera

Mettiamo l’accento su “tre dimensioni” di questa “vita di Paolo in movimento, sempre in cammino”.
San Paolo, una vita sempre in moto per annunciare Cristo
La prima “è la predicazione, l’annunzio”. Paolo, va da una parte all’altra ad annunziare Cristo e quando
non predica in un posto, lavora. Ma quello che fa di più, è la predicazione: quando è chiamato a predicare
e ad annunziare Gesù Cristo, è una passione la sua! Non è seduto davanti alla sua scrivania: no.
Lui sempre, sempre è in moto. Sempre portando avanti l’annuncio di Gesù Cristo. Aveva dentro un fuoco, uno zelo … uno zelo apostolico che lo portava avanti. E non si tirava indietro. Sempre avanti.
E questa è una delle dimensioni, che gli porta difficoltà, davvero.
Con il sostegno dello Spirito Santo è possibile affrontare le persecuzioni La seconda dimensione di questa vita di Paolo, sono le difficoltà, più chiaramente le persecuzioni.
Paolo va a giudizio, perché lo ritengono “un perturbatore”. E lo Spirito ispirò a Paolo un po’ di furbizia e sapeva che non erano ‘uno’, che fra loro c’erano tante lotte interne, e sapeva che i sadducei non credevano nella Risurrezione, che i farisei ci credevano … e lui, un po’ per uscire da quel momento, disse a gran voce: ‘Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei. Sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dai morti’. Appena ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra i farisei e i sadducei e l’assemblea, perché i sadducei non credevano … E questi, che sembravano essere ‘uno’, si sono divisi, tutti”.
Costoro erano i custodi della Legge, i custodi della dottrina del Popolo di Dio, i custodi della fede, ma uno credeva una cosa, uno l’altra. Questa gente aveva perso la Legge, aveva perso la dottrina, aveva perso la fede, perché l’avevano trasformata in ideologia, lo stesso la dottrina.
La forza di San Paolo è la preghiera, l’incontro con il Signore San Paolo ha dovuto lottare tanto su questo. La prima dimensione della vita di Paolo è l’annuncio, lo zelo apostolico: portare avanti Gesù Cristo, la seconda è: soffrire le persecuzioni, le lotte.
Infine, la terza dimensione: la preghiera. Paolo aveva questa intimità con il Signore.
Gli veniva accanto tante volte. Una volta lui dice che è portato quasi al settimo cielo, nella preghiera, e non sapeva come dire le cose belle che aveva sentito lì. Ma questo lottatore, questo annunciatore senza fine di orizzonte, sempre di più, aveva quella dimensione mistica dell’incontro con Gesù. La forza di Paolo era questo incontro con il Signore, che faceva nella preghiera, come è stato il primo incontro sul cammino per Damasco, quando andava a perseguitare i cristiani. Paolo è l’uomo che ha incontrato il Signore, e non si dimentica di quello, e si lascia incontrare dal Signore e cerca il Signore per incontrarlo. Uomo di preghiera.
Questi sono i tre atteggiamenti di Paolo che ci insegna questo passo: lo zelo apostolico per annunciare Gesù Cristo, la resistenza – resistere alle persecuzioni – e la preghiera: incontrarsi con il Signore e lasciarsi incontrare dal Signore. E così Paolo andava avanti fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni del Signore. Che il Signore ci dia la grazia, a tutti noi battezzati, la grazia di imparare questi tre atteggiamenti nella nostra vita cristiana: annunziare Gesù Cristo, resistere alle persecuzioni e alle seduzioni che ti portano a staccarti da Gesù Cristo, e la grazia dell’incontro con Gesù Cristo nella preghiera.

Tu x Tutti

Dieci volte al giorno ci salutiamo e ci chiediamo: come stai? Poche, però, sono quelle occasioni in cui questa domanda dà spazio a una vera condivisione. Ci siamo abituati a dire che stiamo bene e siamo in salute quando tutto, dentro di noi, tace: quando i nostri organi stanno in silenzio, lo stomaco non è inacidito, il polmone non è intasato, la testa non rimbomba o il piede non è gonfio. Eppure, «il silenzio della vita degli organi» è uno standard di salute troppo modesto! È un ottimo risultato per il medico, che si può ritenere soddisfatto quando i sintomi dello star-male sono scomparsi, ma stare bene è un’altra cosa: è passeggiare, abbracciarsi, piangere o gridare, è sentirsi pieni di energia o semplicemente diventare un tutt’uno con la natura. Prendersi cura della propria salute e della propria vita significa, infatti, investire sul positivo dell’esistenza, perché il nostro esserci nel mondo divenga un’esperienza carica di senso e densa di energia. Non basta, però, che la cura sia un atto limitato alla scelta del singolo: sono troppe le povertà esistenziali nel nostro territorio, troppe le fatiche a prendersi cura di sé e non sempre i nostri piccoli possono permettersi di avere attorno a sé un contesto sufficientemente sereno e funzionale alla crescita. Per questo, è necessario che la comunità si impegni a costruire una dimensione forica (nel senso del foro romano, di un luogo che raccoglie e ospita la vita e i commerci) nello spazio collettivo. L’espressione è molto utilizzata dalla sociologia e dalla psicoanalisi francesi e indica il gesto di caricare di valore simbolico ed esistenziale le cose materiali che ci circondano: perché la piazza non sia solo un pavimento in porfido o l’ufficio anagrafe uno sportello anonimo. In altre parole, la collettività è chiamata a creare le condizioni di giustizia affinché le persone che vi abitano possano prendersi cura di sé.
Se le persone imparano a prendersi cura di sé, infatti, è la società che si arricchisce, ed è per questo che la misura dello stato di salute di una collettività non si basa solo sul potenziamento del tenore economico, ma anche sul rafforzamento della capabilità di ogni individuo. Anche questo termine è tecnico, inventato dal premio Nobel per l’economia A. Sen, e indica la capacità di convertire le risorse personali di ogni individuo in libertà reali e positive, perché non basta che un bambino sopravviva alla crescita e si accontenti del contratto a tempo indeterminato! Occorre piuttosto che la società gli permetta di far uscire tutte le risorse di cui è portatore, perché possa realizzare la vita che più gli corrisponde. Questa è giustizia. Apprestarsi a vivere un’estate all’insegna del servizio è un proposito che mette subito la comunità cristiana in sintonia con queste riflessioni e con un bisogno sempre più diffuso sul nostro territorio, anche se non sempre il più ascoltato. La tecnocrazia che regola i nostri rapporti sociali non è interessata a far germogliare la vita buona o la cura di sé, perché si struttura a partire da altri valori, come la performance o l’utilità economica. Scommettere sulle risorse individuali e personalizzare lo stile educativo perché germogli nella vita di un ragazzo la sua più autentica vocazione è un’opera che si oppone alla standardizzazione dei bisogni a cui la logica tecnocratica è interessata. Per questa ragione, investire su un mese all’insegna della cura e del farsi carico della vita di altri è decisamente un atto rivoluzionario, capace di mettersi a servizio dei bisogni del mondo, ma anche di qualificare il discepolato cristiano. Investire sulla cura e sul servizio è anche un proposito in controtendenza, ed è importante esserne consapevoli: un tempo diventare adulti significava assumere una responsabilità nel mondo, all’interno della comunità; oggi non è più così. Non ci sono più riti di iniziazione che vanno in questa direzione e spesso l’età adulta corrisponde solamente con la possibilità di accedere a tutti e soli i diritti che spettano al cittadino. La società occidentale è a forma di single, perché l’individuo è il target della mens legislativa (manca per esempio un corpus di leggi adeguato per la famiglia, perché la famiglia non riveste più una dimensione pubblica/istituzionale). La questione è molto seria, perché cade su un punto cruciale del modo di intendere la vita: qual è il rapporto tra individuo e società? Si può pensare che un individuo acceda alla pienezza di vita senza che questo coinvolga il destino della sua comunità? In un’epoca in cui l’individuo basta a se stesso, la solidarietà e il servizio potrebbero facilmente trasformarsi in dis-valori, o comunque in hobbies facoltativi e non determinanti per la vita di un adulto. Come si può tornare a dire il valore prezioso e inestimabile di una vita spesa nel servizio? Come si può tornare a mostrare che un’educazione che non insegna il servizio è fallimentare? Su questo aspetto la comunità cristiana è chiamata a ribadire, anche attraverso la propria opera, che il compimento dell’esistenza non può darsi al di fuori dello sforzo di costruzione di una società giusta. Non si arriva al traguardo da soli!

SS. Pietro e Paolo (2)

Ma tu, chi dici che io sia? Io capisco di Cristo solo ciò che vivo di Cristo.
La vita non sta in ciò che dico della vita, ma in ciò che vivo della vita.
Cristo non è uno che devo capire, ma uno che mi attrae; non uno che interpreto, ma uno che mi afferra. La croce non ci fu data per capirla, ma per aggrapparci ad essa. «Capire» Gesù, definirlo, può essere anche facile, ma «com-prenderlo» nel senso originario di prendere per me, afferrare, stringere, possedere il suo segreto, è possibile solo se la sua vita mi ha «afferrato».
Corro perché conquistato, dice Paolo. Corro perché preso, vinto, prigioniero, sedotto da Cristo.
La nostra vita non avanza per decreti, ma per una passione. Non per colpi di volontà, ma per attrazione. Io sono cristiano per divina seduzione: io, prigioniero di Cristo, afferrato da Lui, corro per afferrarlo.
Pietro risponde: Tu sei il Figlio del Dio vivente.
Sei il figlio, vuol dire «tu porti Dio qui, fra noi.
Tu fai vedere e toccare Dio, il Vivente che fa vivere. Sei il suo volto, il suo braccio, il suo progetto, la sua bocca, il suo cuore».
Provo anch’io a rispondere: Tu sei per me crocifisso amore, l’unico che non inganna. Tu sei disarmato amore, che non si impone, che mai è entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero. Tu sei vincente amore.

Si converte l’uomo che scopre di essere amato da Dio

La parola inaugurale di Gesù, premessa a tutto il Vangelo è: convertitevi. E subito il «perché» della conversione: perché il regno si è fatto vicino. Ovvero: Dio si è fatto vicino, vicinissimo a te, ti avvolge, è dentro di te. Allora «convértiti» significa: gìrati verso la luce, perché la luce è già qui.
La conversione non è la causa ma l’effetto della tua «notte toccata dall’allegria della luce».
Immaginavo la conversione come un fare penitenza del passato, come una condizione imposta da Dio per il perdono, pensavo di trovare Dio come risultato e ricompensa all’impegno.
Ma che buona notizia sarebbe un Dio che dà secondo le prestazioni? Gesù viene a rivelarci che il movimento è esattamente l’inverso: è Lui che mi incontra, che mi raggiunge, mi abita.
Gratuitamente. Prima che io faccia qualcosa, prima che io sia buono, Lui mi è venuto vicino.
Allora io cambio vita, cambio luce, cambio il modo di intendere le cose. La verità è che noi siamo immersi in un mare d’amore e non ce ne rendiamo conto. Quando finalmente me ne rendo conto, comincia la conversione. Cade il velo dagli occhi, come a Paolo a Damasco.

SS. Pietro e Paolo Apostoli (1)

La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo? La risposta è bella e insieme sbagliata: Dicono che sei un profeta, una creatura di fuoco e di luce, come Elia; una creatura di forza e di vento, come il Battista; profeta, voce di Dio e suo respiro.
Ma voi, chi dite che io sia? Gesù è la domanda dentro le nostre risposte facili, è domanda che risveglia, che fa vivere. Dio crea la fede attraverso domande.
Ma voi” La domanda è preceduta da una contrapposizione: Ma voi, voi invece, che cosa dite? Voi che mi seguite da anni, voi che mi avete visto sorridere, piangere, respirare, moltiplicare il pane… Come se i Dodici fossero di un altro mondo; come se non dovessero mai omologarsi al sistema.
Pietro risponde: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E Gesù: Su questa pietra edificherò la mia Chiesa. Pietro è roccia per la Chiesa, e per l’uomo, nella misura in cui ripete che Dio si è donato in Cristo, che Cristo, crocifisso, è vivente, che tutti siamo figli nel Figlio.
Questa è la fede-roccia, il primato di Pietro che costruisce la Chiesa. Come Pietro, modello del credente, anch’io sono chiamato a diventare roccia e chiave: roccia che dà appoggio, sicurezza, stabilità al fratello che mi è affidato; chiave che apre le porte belle di Dio, di un Regno dove la vita fiorisca. Come Pietro anch’io chiamato a legare e a sciogliere, a creare cioè nella mia storia strutture di riconciliazione, di prossimità.

XTutti e XTutto

L’amore che ci metti nel prenderti cura varrà anche per le altre cose, per tutte le cose della vita, per il creato e quindi per l’ambiente, per la casa comune in cui tutti abitiamo e quindi per il nostro paese. Sei chiamato a prenderti cura tantissimo del tuo tempo e a cercare passioni che ti rendano sempre più unico, sempre più «Tu», capace di fare del tuo talento, coltivato con cura, un dono «X Tutti». Anche l’arte è quella dimensione della vita che va coltivata per rendere più bella la vita stessa.

Prendersi cura è qualcosa che ha a che fare con l’amore. 

È la risposta alla domanda sul come sul chi amare. Potremmo osare dire che ha a che fare con il senso stesso della vita («Fa’ questo e vivrai»), insieme all’amore per Dio, che è comunque risposta al suo prendersi cura di noi.
Quando al Signore Gesù, provocatoriamente, viene fatta la domanda:  «e chi è mio prossimo?», immediatamente Lui racconta la parabola del Buon Samaritano.
Potremo dire allora a bambini e ragazzi: «Vuoi sapere anche tu chi è tuo prossimo? 
Se deciderai di imitare il Buon Samaritano in ogni incontro che farai oppure se ti accorgerai che, quando hai bisogno, accanto a te ci sono persone pronte a volerti bene, allora saprai chi è il prossimo: sei tu e lo sono tutti gli altri, quando uno si spende per l’altro, quando una persona sa mettere in pratica il comandamento: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”, senza distinzioni e senza mezze misure».

Tu x Tutti (1)

Che bello vedere bambini e ragazzi esercitarsi nel prendersi cura e nel riconoscere che è nella cura di altre persone che sono nati e stanno crescendo.
Durante l’Oratorio estivo dal titolo «TuXTutti – e chi è mio prossimo?», la cura reciproca, data e ricevuta,
è la spinta che ci farà andare incontro agli altri – a tutti gli altri – con un invito costante a metterci in gioco in prima persona.
Capire il bisogno dell’altro, sapersi spendere per gli altri con responsabilità e gratuità, avere lo slancio a farsi vicini a tutti con rispetto e stima, provare il coraggio di chi rompe gli schemi per poter mettere in pratica il comandamento dell’amore sono le sfide costanti di giornate intense vissute in oratorio nelle tre settimane di giugno.
Un’estate in cui ciascuno si sentirà fiero di mettersi a disposizione degli altri, anzi di prendersene cura, con le proprie qualità, le proprie scelte e il proprio agire. Un’estate in cui ciascuno si sente interpellato in prima persona e si sente dire: «TuXTutti!».

Obolo di San Pietro

Cos’è l’Obolo?
È un’offerta che può essere di piccola entità, ma è di grande valore simbolico: manifesta il senso di appartenenza alla Chiesa e amore e fiducia per il Santo Padre. È un segno concreto di comunione con Lui, come successore di Pietro, e anche di attenzione alle necessità dei più bisognosi, di cui il Papa ha sempre cura.
Finalità dell’Obolo.
Sostenere la missione del Santo Padre che si estende al mondo intero dall’annuncio del Vangelo alla promozione dello sviluppo umano integrale, dell’educazione, della pace, della fratellanza tra i popoli; grazie anche alle tante attività di servizio svolte dai dicasteri, enti e organismi della Santa Sede che lo assistono ogni giorno.
Sostenere le numerose opere caritative in favore delle persone e famiglie in difficoltà, popolazioni colpite da calamità naturali, da guerre o che necessitano di assistenza umanitaria o sostegno allo sviluppo.
Come sostenere il Papa?
Nella “Giornata dell’Obolo di San Pietro” – detta anche “Giornata della Carità del Papa” – che si celebra quest’anno nella domenica del 25 giugno, siamo tutti invitati a pregare in modo particolare per il Papa e ad offrire il nostro contributo nella chiesa dove partecipiamo alla Messa.

E chi è il mio prossimo?

attenzioni – è da scegliere ogni giorno ed è a questo che il progetto Grest 2023 desidera allenare. Tutti gli ambiti e i contesti di vita sono coinvolti: non importa che siano legati alla sfera privata oppure pubblica, a quella personale o istituzionale. E in ogni singolo atto, è sempre chiamato in causa il “tutto” di noi stessi: occhi, braccia, mani, gambe e cuore.
Ecco perché le relazioni e le esperienze diventeranno il terreno più fertile nel quale poterci sperimentare. Accompagniamo bambini, preadolescenti e adolescenti a comprendere che diventare grandi comporta diventare prossimi, prendere posizione e assumersi la responsabilità di un pezzo di mondo.
Accettando che in questa scelta ne va di sé, del proprio modo di pensare, della propria libertà, della propria vita!
Detto in altre parole: avventuriamoci nella sperimentazione dell’“I CARE” che don Lorenzo Milani insegnava ai ragazzi di Barbiana, con coraggio e fiducia: se tutto riguarda tutti e ciascuno, allora potremo costruire un mondo più umano ed esperienze di comunità nelle quali ci si prende cura, gratuitamente, gli uni degli altri.
E allora, che questa estate ci alleni ad essere TuxTutti e ad interrogarci costantemente su chi sia nostro prossimo!!

Nel Grest 2023 accompagneremo bambini e ragazzi a prendersi cura gli uni degli altri, da protagonisti, con un “Tu” che si mette in gioco, avendo come modello il Signore Gesù. Lui è il Buon Samaritano che si abbassa a fasciare le nostre ferite, si fa carico delle nostre sofferenze e dimostra il suo grande amore con sovrabbondanza.
Ecco l’esempio che risponde alla domanda: “e chi è mio prossimo?”.
Di fronte a un modello così – al modello del dono per eccellenza – ciascuno si scoprirà di poter essere importante X l’altro, senza distinzioni… perché “mio prossimo” è chiunque incontro nel mio cammino, lo sono “Tutti”! TuXTutti! è quell’invito a farsi dono per gli altri secondo il comandamento dell’amore, giocato ed esercitato nelle calde giornate dell’Oratorio estivo, ma ancora di più nella cura che ciascuno imparerà a dare agli altri, nei gesti quotidiani della sua vita.

La devozione mariana del Papa

“Quando ci manca la speranza, quando scarseggia la gioia, quando si esauriscono le forze, quando si oscura la stella della vita, la Madre interviene. E se la invochiamo, interviene di più.
È attenta alle fatiche, sensibile alle turbolenze – le turbolenze della vita -, vicina al cuore.
E mai, mai disprezza le nostre preghiere; non ne lascia cadere nemmeno una.
È Madre, non si vergogna mai di noi, anzi attende solo di poter aiutare i suoi figli.”
E aggiunge: “Invitiamo Maria a casa nostra, nel cuore nostro, nella vita nostra.
Senza cuore non c’è amore e la fede rischia di diventare una bella favola di altri tempi. La Madre, invece, custodisce e prepara i figli. Li ama e li protegge, perché amino e proteggano il mondo.”