Cuore Immacolato di Maria

L’espressione «Cuore della Vergine» si comprende alla luce del senso biblico: designa la persona stessa della Madonna; il suo «essere» intimo e irripetibile; il centro e la sorgente della vita interiore; della mente e del cuore, della volontà e dell’affettività; l’animo indiviso, con il quale ella amò Dio e i fratelli e si dedicò completamente all’opera di salvezza del Figlio.
Nella Santa Liturgia, espressione della fede della Chiesa, il Cuore della beata Vergine che, piena di fede e di amore, accolse il Verbo di Dio, è chiamato innanzitutto «dimora del Verbo», nonché «tempio dello Spirito Santo» proprio per la continua presenza in esso dello Spirito.
È presentato poi come cuore immacolato, cioè immune da macchia di peccato;
Cuore sapiente, perché Maria, interpretando gli eventi alla luce delle profezie, serbava nel suo cuore la memoria delle parole e dei fatti riguardanti il mistero della salvezza;
Cuore docile, perché Maria ha aderito gioiosamente ai comandi del Signore ;
Cuore nuovo, secondo la profezia di Ezechiele rivestito della novità della grazia ottenuta da Cristo
Cuore mite, in conformità al Cuore di Cristo che ammonisce: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore»;
Cuore semplice, cioè alieno da ogni doppiezza e tutto ricolmo dello Spirito di verità; puro, ossia, secondo la beatitudine proclamata dal Signore, capace di vedere Dio;
Cuore forte nell’abbracciare la volontà di Dio quando, secondo la profezia di Simeone,
o incombeva la persecuzione contro il Figlio o ne era imminente la morte;
Cuore vigilante, mentre Cristo dormiva nel sepolcro, il cuore di Maria, come il cuore della sposa del Cantico, vegliava in attesa della risurrezione di Cristo.
Questo è il Cuore Immacolato della Madre a cui la SS. Trinità desidera ci consacriamo per essere da Lei formati ed essere di compiacenza al Padre , sull’esempio del Figlio, ed esaudire il suo

Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù

In questa solennità, la Chiesa offre alla nostra contemplazione il mistero del Cuore di un Dio che si commuove e riversa tutto il suo amore sull’umanità. Un amore che, nei testi del Nuovo Testamento, ci viene rivelato come incommensurabile passione di Dio per l’uomo. Nella prima lettera di san Giovanni troviamo ripetuta l’affermazione che «Dio è amore».
In italiano la parola «amore» vuol dire «senza la morte». Amare qualcuno vuol dire fargli capire che lui per noi non morirà mai e che siamo disposti a dare la vita per lui.
Quante volte abbiamo sentito: «ti amo da morire». Che bella espressione!
Questa esclamazione sta a significare che si ama veramente solo quando si è disposti a morire per l’altro e a morire a se stessi per far vivere l’altro in tutta la sua pienezza. In Gesù, Dio non solo ci ha detto, ma ci ha anche dimostrato, che ci ama da morire. Come possiamo, noi che siamo inseriti in questa magnifica realtà dell’amore del Padre, non amarci tra di noi? Come trattenere quella linfa vitale che dalla vigna, ossia da Gesù, passa ai tralci che siamo noi?
L’amore – quello vero, non la passione, il desiderio, l’istinto, l’appagamento… – costituisce l’identità del discepolo, generato dall’amore: «amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore», e indica la via della conoscenza di Dio.
L’amore rivela la storia di Dio nella storia: «non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati».
Dunque, l’amore della comunità ecclesiale è la risposta all’iniziativa gratuita di Dio: «se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi».
L’amore fraterno, dunque, diventa misura e verifica del nostro amore per il Signore.

L’evangelista Giovanni scrive: «Venite a me e io vi darò ristoro».
Ciò significa che dobbiamo imparare ad amare e a pregare più spesso e più intensamente il Signore, non solo nei momenti bui, difficili, di demoralizzazione. Impariamo ad «essere miti e umili di cuore», scolari sempre attenti a scorgere nei gesti e nelle parole del Signore la sua mitezza, la sua umiltà di cuore, consapevoli che non si finisce mai di imparare e che questi due atteggiamenti sono necessari nella vita di un cristiano. Buttiamoci più spesso, con tanta fiducia, fra le braccia del Signore! Chiediamo di avere la sua mansuetudine!
Ebbene, se è vero che l’invito di Gesù a «rimanere nel suo amore» è per ogni battezzato, nella festa del Sacro Cuore di Gesù, Giornata mondiale di santificazione sacerdotale, tale invito risuona con maggiore forza per i sacerdoti. Preghiamo sempre per loro, affinché possano essere validi testimoni dell’amore di Cristo.

Regole Grest

Un promemoria con alcune attenzioni fondamentali per vivere bene nella complessa macchina del Grest!
La vera motivazione: Il Grest è una vera opportunità per vivere bene l’Estate: la fraternità e le relazioni, la fede e la spiritualità, il gioco e il divertimento.
Rispetto delle persone, dei materiali e degli ambienti.
L’idea della cura passa anche dal rispetto generale che abbiamo nei confronti delle persone, dei materiali e degli ambienti. In particolare, è richiesto:

  • Comportamento adeguato al contesto;
  • Linguaggio adeguato al contesto;
  • Abbigliamento consono;
  • Buon esempio verso tutti;
  • Capacità di osservare e ascoltare gli altri;
  • Utilizzo limitato della tecnologia (lo smartphone non è necessario);
  • Riordino e cura dei materiali;
  • Riordino e pulizia degli ambienti

Rispetto degli orari: Dal lunedì al venerdì, dalle ore 9.00 alle ore 17.00. È essenziale la puntualità anche nel rispetto dei diversi momenti di attività.
Attenzione ai tempi dedicati all’informalità
È il tempo giusto per guardare più in là. Cerchiamo di cogliere i bisogni degli altri.

Grest 2023: si parte!

IL TEMA: Sempre più Umani

Da qualche anno i temi elaborati per il Grest dell’estate cercano di tornare a restituire alle nuove generazioni la consapevolezza e l’esperienza di alcune fondamentali dimensioni umane. Quest’anno saranno la cura ed il servizio ad “impastare” le nostre giornate estive. Capaci di cura? Persone che si “accorgono” di una situazione; che si “avvicinano” e “prendono in mano la realtà”; che “agiscono” in una modalità di attenzione, tenerezza, condivisione, tutela, accompagnamento. Persone che “portano dentro” il gruppo chiunque, che sarebbe rimasto estraneo, isolato, e che attraverso questi gesti “fanno da ponte” per facilitare incontri, relazioni, senso di appartenenza. Sono i gesti che ha compiuto il Buon Samaritano dopo l’incontro, imprevisto e anche scomodo, con l’uomo incappato nei briganti. Gesti semplici e quotidiani, e insieme, libera decisione di fermarsi, di farsi vicino, di attuarli. I gesti quotidiani sono umani, comprensibili, condivisibili. La scommessa è di far uscire allo scoperto la capacità di cura che è dentro di noi, e di renderla condivisa e aperta non solo a sé e al vicino, ma all’intera comunità degli uomini. Educare significa coltivare nell’altro la capacità e la passione di dare forma a sé stessi, orientare l’altro ad avere cura di sé. La cura di sé e di ciò che è affidato all’uomo non è quindi azione e pensiero solo da adulti, ma interessa nel profondo anche i bambini, che grazie alla capacità di ricevere cure e prendersi cura dell’altro, possono sbocciare lungo la loro esistenza. Se noi fossimo degli dei, non avremmo bisogno della cura, perché un dio basta a se stesso, la sua vita non ha bisogno di altro al di fuori di sé. Gli esseri umani sono differenti. Noi che siamo/veniamo al mondo, abbiamo sempre bisogno di qualcosa che solo l’altro ci può dare.

Corpus Domini

Da molti anni faccio la comunione, camminando verso l’altare, a volte un po’ distratto e inaffidabile, eppure Dio non si nega. Sull’altare, un piccolo pane bianco che non ha sapore, che è silenzio, profondissimo silenzio. Che cosa mi può dare questo po’ di pane, lieve come un’ala, povero e così piccolo da non saziare neppure il più piccolo bambino?
Per un istante mi affaccio sull’enormità di Dio che mi cerca, Dio che è arrivato, che mi assedia, che entra e trova casa. La mia processione verso l’altare è solo un pallido simbolo del suo eterno venire verso l’uomo, verso me. L’amore cerca casa. La comunione, più che un mio bisogno, è un bisogno di Dio. Sono colmo di Dio. E non riesco a dire parole, non ho doni da offrire, non ho progetti alti, non coraggio. Ma dentro qualcosa si apre, perché vi si depositi l’orma lieve di Dio.
Faccio la comunione e Dio mi abita, sono la sua casa.
L’incredibile Dio si accontenta di quel groviglio di paure, di quel nodo di desideri che io sono.
E cerco di spremere pensieri e parole da dedicargli, ma finisco per regalargli il silenzio.
Eppure Lui non mi ha mai lasciato. Mai siamo stati lasciati.
E’ tempo di pensare a Dio non solo come Padre che sostiene, ma come Madre presente, che nutre di sé i figli al suo petto, con il suo corpo. A Dio come Sposo, amore esuberante che cerca risposta. E l’incontro con lui è quello degli amanti nel Cantico: dono e gioia, intensità e tenerezza, fecondità e fedeltà.
«Ecco il mio corpo», e non, come ci saremmo aspettati: «ecco la mia mente, la mia volontà, la mia divinità, ecco il meglio di me», ma semplicemente, poveramente, il corpo. 
Il sublime dentro il dimesso, lo splendore dentro l’argilla, il forte dentro il debole.
Il Signore non ha portato solo salvezza, ma redenzione, che è molto di più.
Salvezza è togliere qualcuno dalle acque che lo sommergono, redenzione è trasformare la debolezza in forza, la maledizione in benedizione, il tradimento di Pietro in atto d’amore, il pianto in danza, la veste di lutto in abito di gioia, la carne in casa di Dio.
Prendete questo corpo, vuol dire che Gesù ci consegna la sua storia: mangiatoia, strade, lago, volti, il duro della Croce, il sepolcro vuoto e la vita che fioriva al suo passaggio.
E con il suo sangue versa il rosso della passione, il coraggio della fedeltà fino all’estremo.
Stupendo Dio, che non spezza nessuno, che spezza e sparge se stesso.

Prendete me… e non saprei come altro amarvi

Spezziamo il pane 2023

Torna il classico appuntamento dello Spezziamo il Pane in occasione del Corpus Domini l’11 giugno 2023. Il pane che verrà benedetto durante la messa delle ore 8.30 potrà essere preso e portato a
casa da condividere sulla mensa della famiglia.
Le offerte raccolte saranno destinate alla Mensa Diocesana: il luogo dove ogni giorno si spezza il pane per i fratelli senza dimora del lodigiano.
Questa iniziativa assume un valore ancor più importante nell’anno post-sinodale che sta vivendo la Diocesi di Lodi e che a settembre celebrerà il Congresso Eucaristico diocesano.

Quarantore (2)

Un aiuto per ritrovare il senso autentico dell’esposizione solenne e dell’adorazione eucaristica, ci viene oggi da importanti documenti della Chiesa che traducono la riforma conciliare.
L’Istruzione sul Culto del Mistero Eucaristico fuori della Messa dice che la celebrazione dell’Eucaristia nel sacrificio della Messa è veramente l’origine e il fine del culto che ad essa viene reso fuori dalla Messa. Questo significa innanzitutto che il culto eucaristico, e perciò l’adorazione, deve fare continuo riferimento alla Messa da cui parte ed a cui deve portare, riproponendo una più stretta relazione con la celebrazione. Anche i segni devono parlare questo linguaggio.
Oggi spesso l’Ostensorio viene direttamente collocato sulla mensa della celebrazione, perché appaia più evidente che l’Ostia adorata viene dalla Messa. 
E come nella Messa il pane consacrato è posto sulla mensa per essere distribuito, così l’esposizione sull’altare richiama il desiderio di Gesù che istituì questo sacramento perché fosse a nostra disposizione come cibo. 
Bisogna allora concludere che la preghiera di adorazione a Cristo nel sacramento, prolunga ed interiorizza l’intima unione raggiunta con lui nella comunione sacramentale.
Allo stesso modo, come nella Messa vi è un intimo e inscindibile legame tra la mensa della Parola e quella del Pane, così in ogni preghiera di adorazione eucaristica deve apparire evidente questo rapporto. E’ con questa chiarezza di idee che durante l’esposizione, si raccomanda caldamente di dedicare un tempo conveniente a letture della Parola di Dio e a un po’ di adorazione silenziosa.

Noi pure infatti siamo diventati suo corpo e, per la sua misericordia, quel che riceviamo lo siamo. Ripensate che cos’era una volta nei campi questa sostanza, come la terra la partorì, la pioggia la nutrì e la fece diventare spiga; poi il lavoro dell’uomo la radunò nell’aia, la trebbiò, la ventilò, la ripose [nei granai], poi la tirò fuori, la macinò, l’impastò, la cosse, ed ecco finalmente la fece diventare pane. Ed ora pensate a voi stessi: non eravate e siete stati creati, siete stati radunati nell’aia del Signore, siete stati trebbiati col lavoro dei buoi, ossia di coloro che annunziano il Vangelo. […] Quindi siete venuti all’acqua (del Battesimo) e siete stati impastati e siete diventati una cosa sola. Col sopraggiungere del fuoco dello Spirito Santo siete
stati cotti e siete diventati pane del Signore.
(S. Agostino, Omelia nel giorno di Pasqua)

Quarantore

La pratica delle Quarantore, o meglio conosciuta come “adorazione continua del Santissimo Sacramento”.  Un momento di spiritualità molto forte, intenso e sentito, dove si cerca di coinvolgere quante più persone possibili, per dare loro la possibilità di conoscere ancora di più e di vivere Gesù nel Sacramento dell’altare.
Le Quarantore dovrebbero essere un “ottimo esercizio” per imparare a stare a tu per tu con Gesù Eucarestia: non dimentichiamo che lui è sempre presente in chiesa, nel Tabernacolo, ed aspetta solo noi che andiamo anche a fargli semplicemente compagnia.

Silenzio, adorazione e preghiera:
sono queste le tre parole che caratterizzano uno dei momenti più belli (a dire il vero: dovrebbero esserlo sempre quando varchiamo la porta della Chiesa) che un cristiano possa vivere per stare a tu per tu con il Signore: le Quarantore. Gesù, nel Santissimo Sacramento, è esposto per gran parte della giornata, per 3 giorni nella nostra parrocchia e ci aspetta, con il suo invito a stare con Lui.

Prendere la forma del pane

Durante il Tempo sacro delle Quarantore, sono stati preparati alcuni schemi di Adorazione Eucaristica che tengono conto delle “tradizionali” tre giornate eucaristiche.
Il cammino eucaristico, partendo dalle parole pronunciate da Sant’Agostino il giorno di Pasqua ai neofiti,
invitano, anche la comunità cristiana dei nostri giorni, a “prendere la forma del pane” (primo giorno), per “abitare la vita” (secondo giorno), quali “artigiani di comunione” (terzo giorno).

Trinità: Dio è legame, comunione e abbraccio (2)

Il Figlio non è stato mandato per giudicare.
«Io non giudico!» Che parola dirompente, da ripetere alla nostra fede paurosa settanta volte sette! Io non giudico, né per sentenze di condanna e neppure per verdetti di assoluzione. Posso pesare i monti con la stadera e il mare con il cavo della mano, ma l’uomo non lo peso e non lo misuro, non preparo né bilance, né tribunali. Io non giudico, io salvo. Salvezza, parola enorme. Salvare vuol dire nutrire di pienezza e poi conservare. Dio conserva: questo mondo e me, ogni pensiero buono, ogni generosa fatica, ogni dolorosa pazienza; neppure un capello del vostro capo andrà perduto, neanche un filo d’erba, neanche un filo di bellezza scomparirà nel nulla. Il mondo è salvo perché amato. I cristiani non sono quelli che amano Dio, sono quelli che credono che Dio li ama, che ha pronunciato il suo ‘sì’ al mondo, prima che il mondo dica ‘sì’ a lui.
Festa della Trinità: annuncio che Dio non è in se stesso solitudine, ma comunione, legame, abbraccio. Che ci ha raggiunto, e libera e fa alzare in volo una pulsione d’amore.