Incontro destinato a genitori, educatori catechisti, allenatori… Giovedì 9 gennaio 2025 ore 21, presso Oratorio Corno Giovine
Incontro destinato a genitori, educatori catechisti, allenatori… Giovedì 9 gennaio 2025 ore 21, presso Oratorio Corno Giovine
La Parola di Dio in questa festa della Santa Famiglia attira la nostra attenzione sul dono dei figli, sul fatto che vengono dal Signore e sono un dono di grazia. Il racconto della nascita di Samuele, quando ormai la madre Anna non ci sperava più, mette davanti ai nostri occhi un esempio antico e importante: questa donna ha chiesto con insistenza al Signore di poter avere un figlio ed è stata ascoltata. Attraverso la sua preghiera, la sua supplica, la sua ardente attesa, noi pensiamo a tante famiglie che hanno desiderato i figli e non sono venuti, ma pensiamo anche a tutti i figli che sono venuti, che sono un dono di Dio e che non appartengono ai genitori. Ognuno di noi è figlio: non tutti siamo genitori, ma tutti – indistintamente – siamo figli.
Allora, in qualunque età ci troviamo, questo discorso vale anzitutto per ciascuno di noi: io sono un dono, sono stato un dono per la mia famiglia, quando sono nato e lo sono per tutta la vita. Ognuno di noi non appartiene a quella famiglia, non è una cosa di proprietà, è una persona che arriva come un regalo che cambia la vita. I figli infatti sorprendono, sono novità, cambiamo l’impostazione e talvolta – se non spesso – fanno anche soffrire. Ognuno di noi può ripetere per sé: io sono stato una sorpresa per la mia famiglia e ho portato novità e anche sofferenza. Non ragionate solo nella prospettiva del genitore, ma provate a sentirvi come figli – non ci vuole una grande fatica – perché, anche se siamo avanti negli anni, restiamo figli.
È necessario e bello avere la consapevolezza di essere un dono di Dio, una sorpresa che Dio ha posto nelle nostre famiglie, per crescere nella novità. È un dono di grazia la presenza del figlio che non può essere dominata.
L’atteggiamento corretto dei genitori infatti è quello del dono della vita: il figlio ricevuto in dono viene donato.
Anna, dopo che le è nato il figlio tanto atteso, saggiamente lo chiama “Samuele”, spiegando che il suo nome vuol dire “l’ho richiesto al Signore”, per questo adesso è offerto al Signore: liberamente la madre porta questo bambino nella tenda santa di Silo, perché resti lì, come inserviente del santuario; lo offre al Signore. Il figlio è offerto al Signore, perché viene dal Signore ed è nato per compiere la sua missione. Ognuno di noi allora si domanda come figlio: “Qual è la mia missione? Se io sono stato un dono, che compito ho nella vita, che cosa mi chiede il Signore? Non sono nato per me, come non sono da me! Sono nato perché altri mi hanno messo al mondo e non sono nato per fare i fatti miei; sono nato per essere un dono, per fare della mia vita un dono, per mettermi al servizio del Signore”. Gesù è stato un dono per la sua famiglia ed è stato una sorpresa. La madre dopo quel momento angoscioso di ricerca gli fa una domanda dolce, ma velata di rimprovero: “Perché ci hai fatto questo, figlio? Tuo padre e io angosciati ti cercavamo”. Notate la finezza con cui Maria nomina prima Giuseppe e davanti al ragazzo dodicenne dice: “Tuo padre e io ti cercavamo”. Mette l’io in seconda posizione e sottolinea il dolore anche dell’altro, di Giuseppe. Gesù le risponde in un modo che, umanamente parlando, corrisponde a un pugno nello stomaco al povero San Giuseppe: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Il ragazzo ha già una consapevolezza di sé.
Mentre Maria ha parlato di Giuseppe come di suo padre, Gesù è consapevole che suo Padre è un Altro: perciò è rimasto nel tempio per occuparsi delle cose del Padre suo. È una sorpresa, è una sorpresa anche dolorosa per Maria e Giuseppe, perché questo bambino è diverso da come se lo immaginavano e, nonostante tutta la buona disponibilità con cui lo hanno accolto, quel bambino ha creato delle sorprese nella loro vita, ha fatto delle scelte che li ha fatti soffrire. Anche Maria e Giuseppe hanno dovuto cambiare la loro impostazione. La madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore, le metteva insieme e cercava di capirle; non volevano dominare Gesù, ma si sono lasciati sorprendere dalla sua scelta. Hanno capito che quel bambino non era per loro … ma ogni bambino non è semplicemente per i genitori, per far contenta la propria famiglia. La famiglia di origine è come un arco – ha detto un poeta – e i figli sono le frecce: la famiglia lancia i figli verso il futuro; i figli infatti come frecce si distaccano dall’arco e tendono verso la novità. Proprio la presenza di Dio nelle nostre famiglie diventa un dono e una sorpresa. Impegniamoci in questi giorni natalizi a ripensare alla nostra vicenda famigliare nella luce del Signore: le nostre storie, le nostre gioie e anche le nostre sofferenze, dobbiamo comprenderle nella luce del Signore, nel suo progetto, nella sua storia di salvezza.
La nostra storia ha un senso, le nostre vicende sono legate al progetto di Dio. Impegniamoci a capire che cosa il Signore chiede a noi. Con grande desiderio e disponibilità gli diciamo il nostro desiderio di seguire la sua strada, di essere un dono, di accogliere le sue sorprese, di fare la sua volontà. Anche ognuno di noi è nato per occuparsi delle cose del Padre suo: ognuno di noi ha come fine occuparsi delle cose del Padre celeste e in questo senso la nostra vita diventa dono per il mondo, e diventa una sorpresa di vita per chi ci incontra in tutta la nostra esistenza.
QUARTA DOMENICA D’AVVENTO: TESTIMONIARE LA SPERANZA
Siamo giunti all’ultima domenica di Avvento, e in questo cammino carico di Speranza, Luca, ci propone l’incontro tra Maria ed Elisabetta, entrambe in attesa!
Con loro l’attesa e la speranza si nutrono di fiducia.
Maria ha fiducia nella volontà di Dio che ha sempre progetti grandi ed Elisabetta intona un inno di benedizione dinanzi alla madre del suo Signore! Allora testimoniare è il nostro verbo di questa settimana! Siamo chiamati a testimoniare la fede come esperienza di fiducia in Dio, segno della nostra relazione profonda con Lui che ci sta sempre vicino.
LA GRANDEZZA DI DIO NELLE PICCOLE COSE
Michea si occupò dei problemi morali e spirituali della gente e non di quelli politici; rimprovera le guide del popolo e difende i deboli e gli oppressi. Denuncia con energia le ingiustizie e annuncia la Speranza nella misericordia. Sperare è…APPREZZARE
ASCOLTO SAPIENZIALE: Così dice il Signore: E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità; dai giorni più remoti (Mic 5,1)
Il profeta Michea, sulla linea degli oracoli messianici, parla di Betlemme pensando alla ripresa della storia della salvezza dalle origini risalenti a Davide. A questo stesso oracolo si rifaranno i sacerdoti e gli scribi di Gerusalemme per indicare ai Magi il luogo dove avrebbero potuto trovare “il re dei Giudei”, che essi andavano a cercare dietro l’indicazione della stella. La sorpresa del profeta nasce dal considerare la poca importanza della “piccola” borgata Betlemme, in confronto con le altre città di Giuda, e la gloria che le deriverà dal fatto che proprio da lei dovrà “uscire il dominatore di Israele”, cioè il Messia. Egli ci vie presentato con le immagini bibliche e tradizionali del “re-pastore” che guida con “forza il suo popolo e garantisce a tutti “pace” e Sicurezza. Betlemme non è solo un territorio geografico: è soprattutto la terra degli inizi dalla quale Dio riparte, castigando il peccato dei discendenti di Davide, che hanno tradito l’alleanza ma lo fa anche rinnovando la sua fedeltà con il dono della pace. Il Messia atteso e promesso è il dominatore sulle forze del male e il pastore del popolo di Dio. Anche i Vangeli sottolineeranno la dimensione geografica di Betlemme, città nella quale nascerà Gesù. L’oracolo del profeta Michea ci trasmette, alla vigilia del Natale di Gesù, un significativo elogio all’umilità che si contrappone a tutto ciò che oggi il mondo idolatra con le categorie della potenza e della forza, della sopraffazione e del sopruso. È la lezione dell’umiltà del Cristo che “spoglia sé stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini”.
È la lezione dell’umiltà e delle piccole cose, di un piccolo borgo come Betlemme, del nostro piccolo borgo, dove prova a resistere e a vivere l’essenzialità delle piccole cose della vita quotidiana, la semplicità dei poveri di spirito contrapposta al sopruso e all’arroganza del potente Michea, in tempo e in un momento difficile della vita del popolo di Israele, ha il coraggio di promettere qualche cosa di grande e di bello,
sottolineando lo stile e la grandezza di Dio che prendono forma dalle realtà piccole in contrapposizione alla mentalità del mondo, alla voglia di essere grandi, di essere più degli altri, di essere forti e potenti.
La speranza in Cristo è qualcosa che ha inizio con la sua venuta nel mondo ma che, con largo anticipo, profeti e patriarchi hanno predetto e sempre annunciato alle diverse generazioni. Vogliamo, con questa novena in preparazione al Natale, coltivare questa Speranza. La speranza in colui che già c’è, ma che dovrà ritornare, è anticipata da segni grandiosi, come la Stella nel cielo che guida i Magi, il mutismo di Zaccaria e la sterilità guarita di Elisabetta, ma anche da segni umili, come la scelta di una giovane ragazza quale madre del Messia, il sogno di Giuseppe e la nascita di Gesù in una mangiatoia. Il cammino verso il Natale è un percorso fatto di storie umane che attendono il Re e ripongono in lui tutte loro attese e le loro speranze. Le generazioni di oggi sono piene di titubanze per il loro futuro e l’incertezza del domani genera in loro non poche difficoltà e malesseri. L’atteggiamento della speranza, può offrirci occhi nuovi e incoraggiarci nel nostro cammino, trasformando gli ostacoli in sfide e l’ignoto in esplorazione.
La Novena, ulteriore occasione offertaci in questi giorni per vivere con la speranza nel cuore ed imparare ad avere fiducia in colui che ci ama e ha dato la vita per noi.
Siamo chiamati all’amore; è questa la nostra vocazione di prendiamo consapevolezza se c lasciamo guarire il cuore da Cristo. Rinnovati dal Suo amore possiamo guardare in maniera nuova alla nostra vita, apprezzare le piccole cose di ogni giorno e vivere in pienezza; solo così può emergere la verità su di noi, su Dio e sui fratelli che richiede l’umiltà. Abbiam bisogno di riscoprire la virtù dell’umiltà per non camminare nell’inganno, nel delirio onnipotenza e nella menzogna che ci fanno sprofondare nel male. “Nelle sue Beatitudini Gesù parte proprio da loro: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3). È la prima Beatitudine perché sta alla base di quelle che seguono: infatti la mitezza, la misericordia, la purezza di cuore nascono da quel senso interiore di piccolezza” (Pap Francesco). La forza di ricominciare e di rinasce si trova nella capacità di apprezzare e valorizzare le cose semplici, la nostra quotidianità e i nostri doni. La ricchezza della grazia è un “tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Di e non da noi” (2 Cor 4,7). Siamo come i vasi di creta; avere consapevolezza della nostr debolezza ci preserva dal rischio di falsificare la nostra immagine, di svendere la nostra felicità e di non valorizzare i nostri doni. Come possiamo valorizzare i nostri carismi?
15 dicembre 2024 dalle ore 11.00 – Piazza degli Orti
Vendita Stelle di Natale, vendita Gadget e Tesseramento Noi
Vendita benefica a sostegno dell’oratorio e delle opere parrocchiali.
Papa Francesco ai Giovani per la Gmg 2024: «La Speranza vince ogni ansia e stanchezza». «L’anno scorso abbiamo cominciato a percorrere la via della speranza verso il Grande Giubileo riflettendo sull’ espressione paolina “Lieti nella speranza”. Proprio per prepararci al pellegrinaggio giubilare del 2025, quest’anno ci lasciamo ispirare dal profeta Isaia, che afferma: ”Quanti sperano nel Signore camminano senza stancarsi”».
È tutto orientato al Giubileo e al tema della “Speranza che non delude” il Messaggio di Papa Francesco ai giovani per la XXXIX Giornata Mondiale della Gioventù, che sarà celebrata nelle Chiese del mondo il prossimo 24 novembre 2024.
«Anche noi, oggi, viviamo tempi segnati da situazioni drammatiche, che generano disperazione e impediscono di guardare al futuro con animo sereno: la tragedia della guerra, le ingiustizie sociali, le disuguaglianze, la fame, lo sfruttamento dell’essere umano e del creato. – ha continuato il Papa nel suo Messaggio – Spesso a pagare il prezzo più alto siete proprio voi giovani, che avvertite l’incertezza del futuro e non intravedete sbocchi certi per i vostri sogni, rischiando così di vivere senza speranza, prigionieri della noia e della malinconia, talvolta trascinati nell’illusione della trasgressione e di realtà distruttive. Per questo, carissimi, vorrei che anche a voi giungesse l’annuncio di speranza: ancora oggi il Signore apre davanti a voi una strada e vi invita a percorrerla con gioia e speranza».
È la vita stessa di ciascuno ad essere un «pellegrinaggio», sottolinea il Santo Padre, «un viaggio che ci spinge oltre noi stessi, alla ricerca della felicità; e la vita cristiana, in particolare, è un pellegrinaggio verso Dio, nostra salvezza e pienezza di ogni bene». Ma del cammino fanno parte anche la stanchezza, la fatica, a volte la noia della ripetitività. «In alcuni casi, a provocare ansia e fatica interiore sono le pressioni sociali, che spingono a raggiungere certi standard di successo negli studi, nel lavoro, nella vita personale. Questo produce tristezza, mentre viviamo nell’affanno di un vuoto attivismo che ci porta a riempire le giornate di mille cose e, nonostante ciò, ad avere l’impressione di non riuscire a fare mai abbastanza e di non essere mai all’altezza. A questa stanchezza si unisce spesso la noia.
Si tratta di quello stato di apatia e di insoddisfazione di chi non si mette in cammino, non si decide, non sceglie, non rischia mai, e preferisce rimanere nella propria comfort zone, chiuso in sé stesso, vedendo e giudicando il mondo da dietro uno schermo, senza mai “sporcarsi le mani” con i problemi, con gli altri, con la vita. Questo tipo di stanchezza è come un cemento nel quale sono immersi i nostri piedi, che alla fine si indurisce, si appesantisce, ci paralizza e ci impedisce di andare avanti. Preferisco la stanchezza di chi è in cammino che la noia di chi rimane fermo e senza voglia di camminare!».
Davanti al rischio dell’apatia, data dalla stanchezza dal “deserto spirituale”, il Papa suggerisce ai giovani un antidoto. «La soluzione alla stanchezza, paradossalmente, non è restare fermi per riposare. È piuttosto mettersi in cammino e diventare pellegrini di speranza. Questo è il mio invito per voi: camminate nella speranza! La speranza vince ogni stanchezza, ogni crisi e ogni ansia, dandoci una motivazione forte per andare avanti, perché essa è un dono che riceviamo da Dio stesso: Egli riempie di senso il nostro tempo, ci illumina nel cammino, ci indica la direzione e la meta della vita».
Allora l’invito è, dunque, a mettersi in cammino verso il Giubileo «non da meri turisti, ma da pellegrini».
Il pellegrino, dice il Papa, «si immerge con tutto sé stesso nei luoghi che incontra, li fa parlare, li fa diventare parte della sua ricerca di felicità. Il pellegrinaggio giubilare, allora, vuole diventare il segno del viaggio interiore che tutti noi siamo chiamati a compiere, per giungere alla mèta finale». «Vi esorto a vivere il pellegrinaggio con tre atteggiamenti fondamentali: il ringraziamento, perché il vostro cuore si apra alla lode per i doni ricevuti, primo fra tutti il dono della vita; la ricerca, perché il cammino esprima il desiderio costante di cercare il Signore e di non spegnere la sete del cuore; e, infine, il pentimento, che ci aiuta a guardare dentro di noi, a riconoscere le strade e le scelte sbagliate che a volte intraprendiamo».
In questo prossimo Anno Santo della Speranza, invito tutti voi a sperimentare l’abbraccio di Dio misericordioso, a sperimentare il suo perdono. E così, accolti da Dio e rinati in Lui, diventate anche voi braccia aperte per tanti vostri amici e coetanei che hanno bisogno di sentire, attraverso la vostra accoglienza, l’amore di Dio Padre.
Ognuno di voi doni «anche solo un sorriso, un gesto di amicizia, uno sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito, sapendo che, nello Spirito di Gesù, ciò può diventare per chi lo riceve un seme fecondo di speranza», e così diventiate instancabili missionari della gioia».
Tutte le parrocchie della nostra diocesi si uniscono sabato 23 e domenica 24 novembre nel vivere la Giornata del Seminario.
Una tradizione per noi molto lunga e ricca di coinvolgimento, che ricorda a tutte le Parrocchie che la vocazione nasce solitamente all’interno di un contesto comunitario, nel quale il seminarista ha vissuto una significativa esperienza di fede, e trova importante contributo nelle comunità cristiane, che la sostengono e alimentano in modo significativo.
Quale sono le finalità di questa giornata? La prima è pregare per le vocazioni e in particolare perché quanti il Signore chiama alla vita presbiterale possano rispondere con un sì generoso e radicale.
A questa si lega un’altra finalità importante ovvero pregare per il nostro Seminario, per gli educatori e i seminaristi in cammino.
Inoltre, questa Giornata diventa occasione per portare una sensibilità che possa essere una opportunità per tenere alta nelle nostre parrocchie l’attenzione vocazionale e nello specifico quella presbiterale.
Infine, come altra finalità vi è quella di contribuire da parte di tutti con un sostegno economico al Seminario.
Il tutto nel desiderio grande che sia una bella opportunità per collaborare assieme per la vigna del Signore e contribuire a quella missione grande della Chiesa che san Giovanni Paolo II ricordava essere l’accompagnamento delle vocazioni, in particolare quelle al sacerdozio.