Giornata Mondiale del Turismo

“Turismo e pace”: è con questo binomio che l’Organizzazione Mondiale del Turismo delle Nazioni Unite intende celebrare la tradizionale Giornata Mondiale il prossimo 27 settembre. In un periodo così travagliato come il nostro non si poteva pensare ad una scelta migliore per offrire, a quanti si porranno in viaggio, un momento di riflessione e di impegno personale. Lo scambio culturale tra i popoli, che trova nel turismo una sua forma privilegiata, si può trasformare anche in un concreto impegno per la pace. Dove esistono focolai di guerra è evidente che il turismo soffra, perché viene meno ogni forma necessaria di sicurezza.
La mancanza di turisti, tuttavia, crea un’ulteriore espressione di povertà tra la popolazione che vede venire meno una forma di sostentamento necessaria per vivere con la dovuta dignità. La guerra porta con sé una serie di conseguenze di cui spesso non si ha piena consapevolezza e, tuttavia, esse incidono direttamente nella vita delle persone. Dove c’è la violenza della guerra tutti sono chiamati in causa, nessuno escluso.
L’interesse che muove milioni di turisti può essere coniugato facilmente con l’impegno per la fratellanza, in modo tale da costituire una rete di “messaggeri di pace” che parli al mondo intero per invocare la fine di ogni guerra e la riapertura di territori pieni di storia, di cultura e di fede. D’altronde, la via della bellezza che caratterizza queste mete non può e non deve essere oscurata dalla bruttezza della distruzione e delle macerie che vengono a sostituire quanto la genialità delle generazioni precedenti aveva costruito come emblema di pace e di condivisione. La bellezza dei paesaggi sprigiona vera vita e desiderio di esistere.
Il turismo può favorire in maniera determinante il recupero dei rapporti interpersonali di cui tutti sentiamo una profonda nostalgia.
L’incontro, infatti, è strumento di dialogo e di reciproca conoscenza; è fonte di rispetto e di riconoscimento della dignità altrui; è premessa indispensabile per costruire legami duraturi. Il turismo religioso non può prescindere da questa prospettiva ed è chiamato a farsi promotore credibile di questi legami. Non venga mai a mancare il richiamo e la preghiera per la pace nel mondo e nello stesso tempo per la pacificazione nei rapporti interpersonali. L’uno e l’altro sono profondamente uniti e costituiscono la premessa per una pace duratura. D’altronde, è un’illusione pensare che la guerra sia soltanto un evento che tocca alcune nazioni. La pace inizia quando nel cuore di ognuno si installa in maniera stabile la carità che porta il rispetto per l’altro e il senso di fraternità che tutti accomuna.
Essere costruttori di pace non solo è possibile, ma è richiesto a quanti intraprendono un viaggio.

La scuola è ripartita…

L’anno scolastico è partito. Quando si intraprende un cammino però, non si può avere la pretesa di avere tutto pianificato e di riuscire a tenere tutto sotto controllo. Ci accorgiamo che l’imprevisto e l’inedito fanno parte dell’esperienza stessa del viaggiare. Viaggia solamente chi ha dentro di sé il desiderio di scoprire qualche cosa di nuovo che riguarda sé e gli altri. Non solo: il viaggio ci fa prendere consapevolezza dei nostri limiti e di aver bisogno certamente dell’aiuto di qualcuno, per arrivare a destinazione. Si va a scuola per imparare. Non si deve avere paura nel riconoscere le proprie fragilità, a farsi aiutare a superarle per apprendere sempre di più e meglio. Ogni fatica, ogni difficoltà, se riconosciuta come tale, non è da leggere come un ostacolo, ma come un’occasione.
La scuola è occasione propizia per imparare a percorrere la strada della vita, della crescita, della conoscenza, imparando a misurarsi con le proprie fatiche, scoprendo che l’umiltà è la via della perfezione.
Il più grande e necessario insegnamento è il valore del rispetto che non tollera nessuna forma di presunzione e di maleducazione, che non pretende nulla, e che riconosce nell’altro non un nemico, un rivale, ma un fratello dell’avventura stupenda della vita.
Il compito più affascinante è quello di proporre una didattica che attraverso lo studio delle materie conduca gli alunni a riscoprire il valore immenso della persona, ricordando come la debolezza sia il vero trampolino di lancio per un futuro promettente. Non bisogna avere paura, né incertezza, nel richiamare chi si atteggia in modo superbo, ricordando la via dell’educazione e dell’umiltà. La scuola proponga modelli di vita umili, evidenziando come i grandi scienziati siano arrivati alle loro scoperte attraverso la via dell’umiltà e dello stupore. Di fronte ad ogni risultato non pienamente positivo, indicare da subito la strada per il miglioramento. Come un marinaio che conosce i punti di forza e di debolezza delle sue vele, anche in questo anno scolastico si affronterà la navigazione che sta davanti, consapevoli che il vento che gonfia le vele a volte le metterà a dura prova, a volte servirà per sospingerle nel momento della fatica e a volte invece sarà quella brezza leggera che in modo lieve, ma costante, conduce l’imbarcazione al porto sicuro.
Anche Gesù sulla barca, nel pieno della tempesta, rimprovera i suoi discepoli che non hanno fede in lui. Lui si addormenta nel pieno della tempesta per smorzare il loro orgoglio e risvegliare in loro la consapevolezza della loro umanità. Così si legge nel Vangelo di Matteo: “Essendo poi salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva”. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!».
Sì! È perduto l’uomo che non si affida, che crede di bastare a sé stesso, che non si apre all’aiuto fraterno e all’azione dello Spirito. Affidiamo il nuovo anno scolastico a Maria e affidiamo tutti alla grazia sanante dello Spirito perché sospinga con la sua forza la debolezza della vita. Ci basti la Sua grazia, che sgorga proprio dalla nostra fragilità e debolezza. Buon anno scolastico a tutti.

L’amore di Dio consiste nell’amare anche quando non conviene

Il 21 settembre la liturgia ci fa celebrare la Festa di San Matteo Apostolo ed Evangelista. Non a caso si legge un passo proprio del suo vangelo in cui viene raccontato il suo personale incontro con Cristo: “Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì”. Certamente ci saremmo aspettati qualcosa in più da questa asciutta descrizione, ma la cosa che colpisce di questo incontro è la pura iniziativa che Gesù prende, e che anticipa persino lo sguardo dello stesso Matteo. Infatti è Gesù a guardarlo, è Gesù a rivolgergli la parola, è Lui che lo mette in una condizione di decisione. Infatti l’incontro con Cristo è l’incontro con qualcuno che smuove dentro di te una scelta, un dinamismo della tua libertà. Per questo Matteo in questa scena non parla, ma agisce. E lo fa non in maniera casuale, ma in maniera obbediente alla richiesta di Gesù. Infatti la richiesta era stata di seguirlo, cioè di mettersi a camminare dietro di Lui, di imparare il discepolato, la sequela. Non chiede a Matteo una dimostrazione di affetto, ne gli fa una domanda per vedere se è preparato, gli domanda solamente di cominciare a mettersi in cammino e di farlo però non in maniera casuale, ma di farlo avendo come punto focale lo stesso Gesù.

La festa dell’evangelista Matteo non è una festa qualunque, perché è la festa di uno di quei discepoli che più di molti altri hanno fatto l’esperienza dell’amore di Dio. 
E l’amore di Dio consiste in una cosa molto semplice: amare anche quando non conviene. Fidarsi di qualcuno anche quando è inaffidabile. Scommettere sulle cause perse. Perdere la faccia per qualcuno che nella vita ha già mostrato il peggio di sé.
In pratica l’amore di Dio è un amore impopolare. Matteo è uno di questi, e Gesù senza prediche o condizioni chiama quest’uomo: “Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì”. Perché Gesù lo ha scelto? Perché proprio lui? 
Tutti dovremmo farci questa domanda: perché Dio dovrebbe amare proprio me? Perché ha dato la vita proprio a me?
Rispondere sarebbe di un’ingenuità pazzesca. La verità è che per capire il motivo per cui Dio delle volte ci ama così, non abbiamo nessun altro modo se non cogliere l’opportunità di quell’amore e cambiare vita. Matteo non avrebbe mai immaginato che cosa ne sarebbe stato di lui dopo quell’esperienza. Non poteva sapere quanto importante sarebbe stato il suo contributo, la sua opera. Certe cose le capisci solo dopo, e le comprendi solo attraverso un esercizio di profonda gratitudine. Di certo però oggi ci rimane un monito incandescente di Gesù: “Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio”.

Concerto “Vivaldi on the rock” con gli Archimia String Quartet

Sabato 21 settembre 2024, ore 21.00 nel Quadriportico del Mortorino
Tre secoli di musica e di contaminazioni: da Mozart ad una fuga di Bach rivisitata in chiave jazz; dall’Inverno di Vivaldi rielaborato con linguaggi roch, funky e samba ad un medley dedicato a Michael Jackson, da brani celebri di Eric Clapton ai successi dei Pink Floyd e … tanto altro ancora.
INGRESSO LIBERO

Diocesi: Lodi, il 20 settembre il vescovo dà il mandato ai catechisti e agli educatori a inizio anno pastorale

La Chiesa di Lodi si appresta ad iniziare il nuovo Anno pastorale e l’appuntamento è in calendario per il prossimo 20 settembre in cattedrale alle ore 21 con il mandato del vescovo Maurizio Malvestiti ai catechisti e agli educatori e l’assunzione degli impegni canonici dei sacerdoti destinati ai nuovi incarichi. “Pellegrini di speranza” è il titolo scelto per quest’anno, proposto da mons. Malvestiti nell’imminenza del Giubileo. “Una sola è la speranza, quella della vocazione alla santità. La speranza che non delude. Uno solo è il Signore, una la fede, uno il battesimo: uno solo è Dio e Padre di tutti al di sopra presente in tutti”.
Venerdì 20 settembre in cattedrale ci saranno anche i catechisti di san Fiorano in comunione con la Chiesa laudense insieme ai presbiteri della diocesi a cui di recente sono stati assegnati nuovi incarichi e che assumeranno i relativi impegni. Sarà l’opportunità per pregare non solo in vista del nuovo anno pastorale
e dei compiti attesi, ma anche perché il Signore susciti nuove vocazioni presbiterali. Assegnare il mandato ai catechisti contribuisce a inscrivere il catechismo nella dimensione qualificante dell’evangelizzazione.
Venerdì 27 settembre ci sarà invece ’iniziativa “Frammenti di speranza”, promossa dall’Upg della diocesi. All’appuntamento sono invitati in modo particolare tutti coloro che desiderano mettersi in cammino verso
il Giubileo dei giovani in calendario nell’estate 2025 a Roma. Il ritrovo per i partecipanti è previsto alle ore 19 presso il sagrato della basilica cattedrale di Lodi. Dopo un primo momento di testimonianza, ci si metterà in cammino per le vie della città per raggiungere la parrocchia di Santa Maria Ausiliatrice. È prevista quindi la cena al sacco. Alle 21.30 si terrà nella parrocchiale un momento di preghiera con il vescovo . La conclusione intorno alle 22.15.

Santa Teresa di Calcutta

Santa Teresa di Calcutta, questa grande donna del nostro tempo, questa coraggiosa messaggera del Vangelo, la cui vita è stata così profondamente segnata dall’amore, è molto amata e venerata. Anche noi, la nostra comunità Parrocchiale, guarda a lei come esempio e fonte d’ispirazione.
Madre Teresa era missionaria – come lei stessa si definiva -, portatrice dell’amore di Dio e ambasciatrice della Sua pace. Voleva che le persone di cui si prendeva cura sperimentassero la tenerezza dell’amore di Dio. La sua mano affettuosa, le sue braccia aperte, il suo sorriso luminoso, i suoi gesti accoglienti, volevano trasmettere questo messaggio: tu sei amato, tu sei accettato, c’è chi si prende cura di te.
La forza persuasiva dell’amore di Madre Teresa aveva la capacità di conquistare i cuori.
La sua vita è un esempio concreto di come l’inno alla carità della Lettera di San Paolo ai Corinzi possa essere vissuto: senza l’amore non siamo nulla e ciò che facciamo è privo di significato.
Una vita piena di amore, invece, porta una sorprendente fecondità.
Madre Teresa spese tutte le sue energie nel servizio ai più poveri e bisognosi. Tuttavia per lei al centro dell’attenzione non c’erano la povertà e la miseria, ma bensì il raggiungere la totale unione con Dio per abbandonarsi nelle Sue mani, incondizionatamente. Poneva nel Signore ogni speranza e per questo riuscì
a toccare il cuore dei poveri, donando ad essi il conforto e la consolazione del Regno preparato per loro.
“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Questa era una delle frasi di Cristo preferite da Madre Teresa. Non si stancava mai di ripetere che “un cuore puro può vedere Dio”. Si riferiva alla penetrante visione di fede, che proviene dall’essere orientati unicamente verso Dio e che consente di percepirne in ogni circostanza e situazione la mano, sempre all’opera nella vita dell’uomo. La fede di Madre Teresa era così grande da portarla a riconoscere Dio anche negli avvenimenti più dolorosi e tragici della vita.
Il suo coraggio nell’affrontare le tante sfide e difficoltà che insorgevano nel servizio ai poveri è ammirevole e stimolo ad imitarla: la grandezza del suo amore la spingeva a sorridere anche quando la sua missione non era facile, e la sua profonda fede l’aiutò a conservare la gioia anche tra sofferenze interiori ed esteriori.
Possiamo veramente dire che Madre Teresa è stata un dono di Dio al mondo moderno che ha fame di verità e di amore gratuito e senza riserve. Consumata completamente dall’amore di Dio e dedita senza limiti all’annuncio del Vangelo, con i fatti innanzitutto, molti hanno visto in lei un esempio di vita autenticamente cristiana: erano attratti dal Volto di Cristo che traspariva in lei e nel suo servizio ai poveri.
Gente di ogni credo amava Madre Teresa. Sono molto conosciute, perché hanno fatto il giro del mondo, le celebri parole con cui il Segretario Generale all’ONU presentò Madre Teresa, quando venne invitata in quell’autorevole consesso: “Ecco la donna più potente della terra. Ecco la donna che è accolta dovunque con rispetto e ammirazione. Costei è veramente le “Nazioni Unite”, perché, nel suo cuore ha accolto i poveri di tutte le latitudini della terra!”.
Sono parole che suscitarono nella piccola Madre di Calcutta un certo imbarazzo ed a cui rispose con una magistrale lezione di vita, di ascesi e di spiritualità cristiana: “Io sono soltanto una povera donna che prega. Pregando, il Signore mi ha riempito il cuore di amore e così ho potuto amare i poveri con l’amore di Dio”.
Anche nel mondo d’oggi l’uomo è ancora attratto dai valori e dai grandi ideali di bontà e di amore che Madre Teresa ha vissuto nella loro più profonda verità. A fondamento di tutte le sue virtù c’era una fede incrollabile in Dio e la sottomissione alla legge divina. A Lui offrì la sua vita senza alcuna riserva e Dio poté compiere meraviglie in lei e attraverso di lei, proprio per la sua docilità. Anche per questo Madre Teresa resterà nella Chiesa esempio luminoso a sostegno e incoraggiamento nel cammino verso quella santità che riteneva essere un semplice dovere per ogni cristiano.
Madre Teresa pur non ricercando mai la fama, ha esercitato un grande fascino che non si può spiegare con le categorie di questo mondo, ma va visto nel suo orizzonte soprannaturale, quello di cui si sono nutriti i santi. È stata l’attrattiva della sua santità, infatti, che portava innumerevoli frutti di bene, a colpire
e a catturare in una catena d’amore.
La Santa Teresa di Calcutta rimane mirabile esempio e segno pieno di fascino per il nostro tempo di come una vita costruita sulle Beatitudini sia colma d’amore e possa donare luce al mondo, quella luce che è Cristo.

XIX Giornata Custodia Creato

La Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato ricorre il 1 settembre.
“Spera e agisci con il creato”: è il tema della Giornata. È riferito alla Lettera di San Paolo ai Romani 8,19-25: l’Apostolo sta chiarendo cosa significhi vivere secondo lo Spirito e si concentra sulla speranza certa della salvezza per mezzo della fede, che è vita nuova in Cristo. Il tema, “Spera e agisci con il Creato”, richiama l’attenzione sulla necessità urgente di una relazione armoniosa con il nostro ambiente naturale, basata su azioni concrete e speranza attiva. Questo tema è profondamente radicato negli insegnamenti di Papa Francesco, come espresso nelle sue lettere encicliche “Laudato sì”, “Fratelli Tutti” e nella sua lettera apostolica “Laudate Deum”. Questi documenti forniscono una guida spirituale e pratica per affrontare le sfide ambientali e sociali del nostro tempo.

Laudato sì: La Cura della Casa Comune
Ecologia Integrale: Papa Francesco sottolinea l’interconnessione tra l’ambiente naturale, l’economia e la giustizia sociale. Proporre un’ecologia integrale che comprende la dimensione umana e sociale.
Crisi Ambientale e Responsabilità Umana: Viene denunciata la crisi ambientale come risultato di un modello di sviluppo insostenibile e di un consumo eccessivo delle risorse naturali.
Viene richiesto un cambiamento radicale nei comportamenti individuali e collettivi.
Azione e Speranza: L’enciclica incoraggia l’azione collettiva e la speranza attiva come strumenti per proteggere il nostro pianeta. Invita tutti, specialmente i giovani, a impegnarsi in iniziative concrete per la cura della creazione.

Laudate Deum: L’Urgenza dell’Azione Ambientale
Continuità e Urgenza: In questa lettera apostolica, Papa Francesco ribadisce l’urgenza di agire contro il cambiamento climatico, rafforzando i messaggi della “Laudato sì”.
Giustizia climatica: Viene sottolineata la necessità di giustizia climatica, evidenziando come i più poveri e vulnerabili siano i più colpiti dalle crisi ambientali.
Azioni concrete: L’appello è per azioni concrete a livello locale e globale, invitando tutti a partecipare attivamente alla salvaguardia dell’ambiente attraverso scelte etiche e sostenibili.

Fratelli Tutti: La Fraternità e l’Amicizia Sociale
Solidarietà Globale: Questa enciclica mette in luce la necessità di una fraternità universale e di un’amicizia sociale che superi i confini nazionali e culturali. La cura del creato è vista come parte integrante di questa visione di solidarietà.
Economia della Cura: Viene proposta un’economia che metta al centro la cura delle persone e del pianeta, opponendosi a modelli di sviluppo che sfruttano le risorse naturali senza considerare le conseguenze sociali e ambientali.
Speranza e Azione: Papa Francesco invita a non perdere la speranza ea trasformarla in azioni concrete per costruire un mondo più giusto e sostenibile.

Creazione tra gemito e attesa

La creazione geme e soffre le doglie del parto (Rm 8,22)
Questa immagine biblica raffigura la Terra come una Madre, che geme come durante il parto. I tempi in cui viviamo dimostrano che non ci rapportiamo alla Terra come a un dono del nostro Creatore, ma piuttosto come a una risorsa da utilizzare. San Francesco d’Assisi lo aveva capito quando nel suo Cantico delle Creature si riferiva alla Terra come a nostra sorella e nostra madre. Come può Madre Terra prendersi cura di noi se non siamo noi a prenderci cura di lei? La Creazione geme a causa del nostro egoismo e delle azioni insostenibili che la danneggiano. Insieme a nostra Sorella, Madre Terra, creature di ogni tipo, compresi gli esseri umani, gridano a causa delle conseguenze delle nostre azioni distruttive che causano la crisi climatica, la perdita di biodiversità e la sofferenza umana, nonché la sofferenza del Creato.
Eppure c’è speranza e aspettativa per un futuro migliore. Sperare nel contesto biblico non significa restare fermi e silenziosi, ma piuttosto gemere, gridare e lottare attivamente per una nuova vita in mezzo alle difficoltà. Proprio come durante il parto, attraversiamo un periodo di dolore intenso ma sta nascendo una nuova vita.
La Creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio (Rm 8,19)
Il Creato e tutti noi siamo chiamati ad adorare il Creatore, lavorando insieme per un futuro di speranza e azione attiva. Solo quando collaboriamo con il Creato possono nascere le primizie della speranza.
La teologia paolina ci ricorda che sia la Creazione che l’umanità sono concepite fin dall’inizio in Cristo e, pertanto, sono affidate l’una all’altra. Il Creato è in punta di piedi in attesa della manifestazione dei figli di Dio! I figli di Dio sono coloro che tendono le mani verso il Creatore, riconoscendosi umili creature, per lodare e rispettare Dio, e allo stesso tempo per amare, rispettare, prendersi cura e imparare dal dono di Dio della Creazione. Il Creato non è dato all’umanità perché venga usato e abusato, piuttosto, l’umanità è creata per essere parte della Creazione. Più che una casa comune, il Creato è anche una famiglia cosmica che ci chiama ad agire in modo responsabile. È così che i figli di Dio hanno una vocazione intrinseca e un ruolo importante da svolgere nella manifestazione del Regno di giustizia.
Le primizie della speranza (Rm 8,23-25)
La speranza è uno strumento che ci consente di superare la legge naturale del decadimento.
La speranza ci è data da Dio come protezione e guardia contro la futilità.
Solo attraverso la speranza possiamo realizzare in pienezza il dono della libertà. Libertà di agire non solo per raggiungere divertimento e prosperità, ma per raggiungere la fase in cui siamo liberi e responsabili.
La libertà e la responsabilità ci consentono di rendere il mondo un posto migliore.
Agiamo per un futuro migliore perché sappiamo che Cristo ha vinto la morte causata dai nostri peccati.
C’è molto dolore sulla Terra a causa delle nostre mancanze. I nostri peccati strutturali ed ecologici infliggono dolore alla Terra e a tutte le creature, compresi noi stessi. Sappiamo di aver causato molti danni al Creato e al mondo in cui viviamo a causa della nostra negligenza, a causa dell’ignoranza, ma anche, in molti casi, a causa del nostro incessante desiderio di soddisfare sogni egoistici irrealistici.
C’è una frase comunemente attribuita a Sant’Agostino che dice: “La speranza ha due belle figlie; i loro nomi sono Rabbia e Coraggio. Rabbia per come stanno le cose e coraggio di vedere che non rimangano come sono”. Mentre assistiamo alle grida e alle sofferenze della Terra e di tutte le creature, lasciamo che la santa rabbia ci spinga verso il coraggio di essere fiduciosi e attivi per la giustizia. Crediamo che l’incarnazione del Figlio di Dio offra una guida che ci consenta di affrontare questo mondo inquietante.
Dio è con noi nel tentativo di rispondere alle sfide del mondo in cui viviamo.
Esistono diverse forme di speranza. La speranza, però, non è solo ottimismo. Non è un’illusione utopica. Non è che sta aspettando un miracolo magico. La speranza è fiducia che la nostra azione abbia un senso, anche se i risultati di questa azione non si vedono immediatamente. La speranza non agisce da sola.
In precedenza, nella sua lettera ai Romani, l’Apostolo Paolo spiega lo stretto rapporto della speranza come processo di crescita: “la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza”. La pazienza e la perseveranza sono strettamente associate alla speranza.
Queste sono qualità che portano alla speranza.
Sappiamo quanto sia urgente un’azione coraggiosa per contenere la crisi climatica ed ecologica, e sappiamo anche che la conversione ecologica è un processo lento poiché gli esseri umani sono ostinati a cambiare le loro menti, i loro cuori e il loro modo di vivere. A volte non sappiamo come dovrebbero essere le nostre azioni. Mentre viaggiamo nella vita, ogni giorno riceviamo nuove idee e ispirazioni per trovare un migliore equilibrio tra l’urgenza e i ritmi lenti del cambiamento duraturo. Potremmo non comprendere appieno tutto ciò che sta accadendo, potremmo non comprendere le vie di Dio, ma siamo chiamati a fidarci e a seguire con azioni concrete e durature, sull’esempio di Cristo Redentore di tutto il Cosmo.

Puoi essere Erode, ma la tua coscienza sarà sempre attratta dalla verità

La vicenda di Giovanni Battista è una vicenda che costantemente si ripete nella storia. Chi dice ad alta voce una verità scomoda per il sistema, sistematicamente viene fatto fuori. Ancora oggi ci sono regimi che fanno sparire giornalisti, missionari, medici, politici che usano il metodo del Battista. Per non parlare poi di quella subdola forma di eliminazione che è la gogna mediatica, cioè il gettare fango addosso affinché la persona
in questione sia screditata dall’opinione pubblica. Verrebbe da dirci pacatamente che forse sarebbe decisamente meglio farsi i fatti propri. Ma questa forma di discrezione prende il nome di omertà ed è la politica preferita dalla mafia. Nessuno di noi vorrebbe avere la testa tagliata, e credo che nemmeno Giovanni Battista ne fosse entusiasta. Ma ci sono momenti in cui dobbiamo decidere se vivere da complici o morire da onesti. Arriva il giorno in cui non possiamo rimanere in silenzio, ma dobbiamo gridare con tutto noi stessi ciò che sappiamo essere vero e giusto. Dobbiamo ricordarci che non si può piacere a tutti ma che inevitabilmente quando si dice qualcosa di vero si suscita l’odio di chi vive contro quella verità. E si aggiunga anche la persecuzione che viene da quelli che dovrebbero essere dalla nostra parte ma che magari sono accecati dall’invidia e per questo diventano anch’essi un’ulteriore mortificazione. La via del Battista è una via dove molte volte si sperimenta la solitudine. Ma Dio non ci lascia mai veramente soli. Possa allora darci la forza di non avere troppa paura.

Nel racconto del martirio di Giovanni Battista leggiamo l’atteggiamento strano che Erode ha nei suoi confronti: “Giovanni diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri”. Un uomo come Erode sente fascino nei confronti di un uomo come Giovanni.
Tutta la buona notizia nel Vangelo sembra quindi concentrarsi su questo dettaglio apparentemente secondario: puoi essere Erode ma non puoi restare indifferente alla Verità e a chi la dice. Ciò sta a significare che nonostante le scelte sbagliate, i vissuti contradditori, e la convinzione di essere più furbi degli altri, rimaniamo comunque sensibili a ciò che è oggettivamente vero. Sappiamo che alla fine questo non salverà la vita di Giovanni, ma ci dice che nessuno può dirsi immune al lavorio della propria coscienza.
Possiamo agire contro di essa o a favore, certamente però non possiamo dire di non averne una.
E proprio per questo Erode è infinitamente responsabile di quello che fa, e con lui ognuno di noi.
Non possiamo continuare a dare la colpa a tutti i condizionamenti di cui è fatta la nostra vita, ma ognuno
di noi deve ammettere che ha una coscienza e che al di là di tutto essa ci dice qualcosa.
Dobbiamo decidere però cosa farne di ciò che ci dice.

San Rocco: un santo misterioso ma molto amato

A causa della scarsità di biografi e notizie certe gran parte della vita e del pensiero di San Rocco sono avvolti nel Mistero. Di certo si sa che nacque in una agiata famiglia francese e, vista l’età dei suoi genitori, la sua nascita fu considerata come una grazia ricevuta. Egli crebbe con una forte vocazione religiosa; spinto anche dalla famiglia; ma intorno ai vent’anni perse entrambi i genitori, a seguito di ciò, diede ai poveri tutto il suo patrimonio e s’incamminò verso Roma in pellegrinaggio.
Egli partì dalla città natia e si diresse verso l’Italia (il percorso che seguì non è ben chiaro ed è soggetto a numerose interpretazioni) dove era scoppiata la grande epidemia di peste degli anni 1367/1368.
Invece di evitare i centri colpiti Rocco prestò soccorso e aiuto alla gente, si sentiva idoneo ad affrontare il grave pericolo di un lungo viaggio e dedicarsi alla sua vera vocazione: la carità, senza alcun limite di tempo e spazio, proprio come San Francesco D’Assisi. Raggiunse Roma in un periodo tra 1367 e 1368.
Rimase nella città eterna per tre anni curando i malati, tra cui un cardinale che lo presentò al pontefice.
Ripartito da Roma Rocco iniziò un lungo cammino in cui prestò sempre soccorso ad ammalati abbandonati dai famigliari fino a raggiungere Piacenza dove egli stesso fu colpito dalla peste e non volendo mettere in pericolo altre persone, si trascinò fino a una grotta o una capanna lungo il fiume Trebbia. Con il passare del tempo, la fame e la sete sembrano diventare la causa della sua prossima fine.
Le antiche agiografie, a questo punto, narrano che un cane durante la degenza di Rocco appestato, provvide quotidianamente a portargli come alimento un pezzo di pane sottratto alla mensa del suo padrone e signore del luogo che potrebbe essere identificato in Gottardo Pallastrelli che, seguito il cane per i tortuosi sentieri della selva, giunse nella capanna di Rocco. Soccorso e curato dal nobile signore, Rocco guari e riprese il suo cammino. Giunse in una regione funestata dalla guerra desiderando solo di ritornare in patria.
Senz’altro chiedere che una tranquilla ospitalità si diresse verso un grosso centro abitato.
Sfortunatamente il suo aspetto (barba lunga e incolta, avvolto in poveri e polverosi abiti, con il viso trasfigurato dalla sofferenza della peste) allarmò le guardie locali che scambiatolo per una spia (e preoccupati dalla sua riluttanza a rivelare le sue generalità) lo arrestarono e lo portarono davanti al governatore (che in alcune tradizioni era un suo zio) il quale lo fece gettare in prigione dove il santo fu ben presto dimenticato.
San Rocco non si lamentò della prigionia limitandosi a pregare e mortificare il suo corpo con preghiere, digiuni e flagellazioni. Il suo comportamento attirò l’attenzione di un sacerdote che iniziò a sospettare di aver a che fare con un santo e cercò di salvarlo; inutilmente. La morte del Santo avvenne nella notte tra il 15 e il 16 agosto, tra gli anni 1376 e 1379. L’annuncio della sua morte lasciò un intenso dolore, che invase l’intera popolazione unito allo sgomento per aver fatto morire un innocente in carcere.
Tale commozione esplose quando a fianco della sua salma venne ritrovata una tavoletta, sulla quale erano incisi il nome di Rocco e le seguenti parole: «Chiunque mi invocherà contro la peste sarà liberato da questo flagello».
L’apertura del processo di canonizzazione di san Rocco si farebbe risalire a papa Gregorio XI, ma non esistono documenti in merito. L’ipotesi più celebre, inserita nell’antica Vita sancti Rochi del Diedo, è che la canonizzazione sia avvenuta durante il concilio di Costanza del  1414 quando, secondo la tradizione, la cittadina fu colpita dalla pestilenza e mentre i padri conciliari stavano discutendo se convenisse lasciare la città, un giovane cardinale propose in assemblea come unica soluzione il ricorso a un uomo di Dio, san Rocco. La proposta fu accolta e dopo aver portato in processione per la città l’immagine del santo, la città fu in breve tempo liberata dal morbo.
Fu quella, quindi, una canonizzazione avvenuta per acclamazione di popolo e ufficialmente riconosciuta dal concilio anche senza un processo canonico completo.