Unità pastorale delle parrocchie di San Fiorano, Santo Stefano, Corno Giovine e Cornovecchio

Lo scorso maggio la Fondazione Cariplo ha emanato un bando diretto alle parrocchie con oratorio che volessero mettersi in rete per realizzare progetti rivolti ai ragazzi dagli 11 ai 26 anni. Anche le nostre comunità hanno preso “la palla al balzo” e hanno iniziato a elaborare un progetto per provare ad aderire al bando che prevedeva, per la rete di parrocchie, la possibilità di finanziare progetti per i ragazzi fino a 60.000 € a fondo perduto in 36 mesi, con una partecipazione di spesa a carico delle parrocchie del 10% della parte finanziata. Il titolo del bando è “Porte Aperte” e l’obiettivo che si pone la Fondazione Cariplo nel mettere a disposizione questa ingente dote finanziaria è quello di combattere il fenomeno della dispersione giovanile attraverso l’apertura sempre più continua e fruibile dello spazio oratorio. La prima parte del lavoro è stato capire quali fossero le finalità del bando e se le nostre comunità fossero in grado di organizzare e gestire le attività previste. È stato necessario creare una rete a partire dalle comunità parrocchiali dell’unità pastorale con i loro oratori, aggiungendo poi i rispettivi Comuni, l’Istituto Comprensivo Aldo Moro di Maleo e le diverse associazioni operanti sul territorio. Una volta letto il testo del bando e comprese le finalità è iniziata una lunga parte di stesura di un progetto di circa 20 pagine A4 in cui vengono dettagliati tutti gli obiettivi che intendiamo raggiungere in questi tre anni, le fasce di età e i vari progetti che verranno messi in campo con tutte le risorse umane necessarie per realizzarli. L’ultimo step, una volta steso il progetto è stato quello di mettere tutte le attività in un bilancio preventivo di spesa che mostrasse come i 60.000 euro richiesti alla Fondazione Cariplo venissero spesi nei 3 anni. Grazie alla competenza di persone preparate e volonterose che si sono date da fare il nostro progetto è stato accolto tra i 50 che hanno ricevuto un finanziamento ed è stato finanziato per intero. Ora disponiamo di questa bella cifra che dovremo iniziare a valutare di spendere mettendo in campo i progetti che sono stati pensati. “Mettiamoci in gioco!” è il titolo del progetto presentato dalle nostre parrocchie, che si pone come finalità di coinvolgere le agenzie educative territoriali a fianco delle famiglie, al fine di intervenire nella fase di crescita dei preadolescenti, degli adolescenti e dei giovani, nel contesto sociale di appartenenza, per il conseguimento dell’identità personale, per l’acquisizione delle abilità necessarie alla soddisfazione delle relazioni quotidiane e per la prevenzione delle varie forme di disagio. L’obiettivo è produrre un cambiamento culturale della comunità in termini di inclusione, cooperazione, solidarietà, mettendo in campo processi di incoraggiamento, definizione e condivisione di obiettivi.
Le azioni previste dovranno avere una ricaduta a lungo termine, creando un circuito virtuoso di trasmissione continua e reciproca di competenze, tra giovani e adulti attraverso la leggerezza e la gratuità dello stare e fare insieme per aumentare il proprio benessere personale e quello della comunità, che torna così a prendersi cura di se stessa.
Il titolo del progetto “Mettiamoci in gioco!” non vuole solo essere una metafora, ma deve concretizzarsi attraverso l’aspetto ludico come un puzzle che deve essere completato incastrando tra di loro tutti i pezzi, ognuno fondamentale per lo sviluppo del progetto, per la sua tenuta e per la sua continuità nel tempo. Il gioco deve essere il filo conduttore di tutto il percorso in quanto strumento che avvicina tutte le generazioni in uno scambio reciproco di competenze ed emozioni, stimolando l’immaginazione e la creatività, promuovendo la socializzazione, riducendo lo stress e l’ansia e aiutando a connetterci con noi stessi.
Attività previste:

  • proposte di formazione continua degli adulti per implementare le competenze genitoriali ed educative e percorsi formativi per gli adolescenti e per i giovani in qualità di animatori, per acquisire modalità socio-comunicative e tecniche di animazione e di GIOCO che potranno essere spendibili anche in futuro nei confronti dei pari, dei minori e degli adulti con cui dovranno confrontarsi durante il progetto;
  • implementazione delle attività ad oggi presenti negli oratori per incrementare il protagonismo giovanile e per costruire legami collaborativi con gli adulti attraverso il gioco; nuove proposte, che creino un ponte con il territorio e la comunità come dopo scuola, corsi di alfabetizzazione, laboratori culturali, ricreativi e multimediali ed eventi sportivi; momenti di aggregazione e di discussione nei quali saranno presenti temi legati ala fede e alla attualità, all’ambiente e alla solidarietà;
  • si punterà in particolare sui preadolescenti e adolescenti che frequentano attualmente gli ultimi anni della scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado (scuole presenti nella rete), per accompagnarli in un percorso partecipativo e coinvolgente che permetta loro di proseguire l’esperienza presso gli oratori anche in futuro, con ruoli diversi come animatori o referenti dei vari progetti;
  • per la fascia 18-25 anni proporremo la creazione di un gruppo di universitari e non che possa crescere e confrontarsi in un cammino che li porti ad affacciarsi al mondo dell’adultità con responsabilità mantenendo sullo sfondo il tema della solidarietà attraverso attività come la clownterapia e iniziative ludiche rivolte alle persone più fragili e bisognose di sostegno e compagnia.

L’occasione di poter attivare questi progetti e molto importante perché speriamo vivamente che la possibilità di coinvolgere più persone nella vita attiva dell’oratorio diventi un’occasione propizia per incontrare persone e per l’evangelizzazione di coloro che sempre più spesso a fatica si affacciano alle nostre realtà.

I parroci della comunità pastorale

S. Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein)

Edith Stein, filosofa e scrittrice, nel 1933 entrò nel Carmelo di Colonia, dove prese il nome di Teresa Benedetta della Croce. Nel 1938 emise i voti perpetui, ma alla fine dello stesso anno dovette espatriare nel Carmelo di Echt, in Olanda, nel tentativo di sfuggire al furore nazista.
Ma qui venne arrestata il 2 agosto 1942, assieme alla sorella Rosa, oblata, che l’aveva raggiunta in Olanda, e deportata a Westerbork  e poi nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove, il 9 agosto, trovò la morte con la sorella nella camera a gas. Così portò a compimento il suo vivo desiderio di essere un olocausto per il suo popolo. In un messaggio inviato alla Madre Priora del Carmelo di Echt da Westerbork, Teresa Benedetta della Croce scriveva: “ Si può acquistare una scientia crucis (Scienza della croce era il titolo del suo ultimo scritto e anche il suo itinerario spirituale) solo se si comincia a soffrire veramente del peso della croce. Ne ho avuto l’intima convinzione fin dal primo istante e dal profondo del cuore ho detto: Ave crux, spes unica ”.
Proclamata beata nel 1987, è stata canonizzata da Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1998. Nel 1999 è stata dichiarata, con santa Brigida di Svezia e santa Caterina da Siena, compatrona d’Europa.

Questa donna ebrea, questa filosofa che stava cercando la verità col suo pensiero, col suo studio e la ricerca, ha potuto raggiungere la fede cristiana dove in essa ha trovato tutta la verità che gli mancava.
Ha potuto iniziare questo cammino verso la vera fede quando è stata libera; libera dai pensieri degli altri, dalla religione che ha preso dalla sua famiglia, dalle idee sulla donna e sull’uomo; libera di tutto.
Anzi, un vero cammino verso la fede cristiana si fa nella libertà. Per questo, possiamo rilevare dal processo teologico-spirituale di Edith Stein cinque tappe che si incontrano insieme:

  • La relazione tra Libertà e Verità: Il Signore ci dice nel Vangelo di Giovanni: “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32). La libertà di Edith era una libertà cosciente, una libertà in ricerca, che gli ha condotta a trovare la Verità.
  • La relazione tra Verità e Amore: Edith dice: “non accettare come amore nulla che manchi di verità. E non accettare come verità nulla che manchi di amore”. Non si può vivere nessun modo di amore nella menzogna. L’amore è sempre vissuta nella verità, nella luce.
  • La relazione tra Amore e Dolore: Colui che ama accetta di vivere tutto con l’altro. Colui che ama Cristo accetta i dolori di questa vita con speranza. Non c’è una vita senza dolori, ma si può vivere sempre nella maledizione della vita o nell’accettazione della realtà in cui stiamo vivendo. Da lì, Edith ha accettato i dolori della sua vita, come il fatto di lasciare la sua mamma e la sua famiglia, di essere portata al campo di concentramento di Auschwitz, tutto per amore di Cristo.
  • La relazione tra Dolore e Croce: Ogni dolore è un’opportunità di portare la Croce seguendo Cristo. Non si può accettare qualsiasi dolore senza il concetto della croce e della salvezza. Così per Edith, il dolore era una via che gli condurre alla Croce.
  • La relazione tra Croce e Fede: Edith impara che la croce e la fede sono inseparabili. Ella ha imparato la fede cristiana nella scuola della croce. La Croce per lei era il fondamento della sua unione a Cristo. E per il suo amore alla Croce, e perché la Croce per lei è stata la benedizione di tutta la sua vita, ha collegato il suo nome ad Essa nella vita carmelitana: “Teresa Benedetta della Croce”.

Con queste cinque tappe del pensiero teologico-spirituale di Edith, possiamo affermare che colui che cerca la libertà, cerca la vera fede.
Papa Francesco, durante l’udienza generale del 7 agosto 2019, parlando di Edith Stein ci raccomanda dicendo: “Invito tutti a guardare alle sue scelte coraggiose, espresse in un’autentica conversione a Cristo, come pure nel dono della sua vita contro ogni forma di intolleranza e di perversione ideologica”.

Trasfigurazione del Signore

Il Vangelo della Trasfigurazione è l’estremo tentativo di raccontare un’esperienza ineffabile che in realtà non ha parole abbastanza capienti per poter dire davvero cosa sia successo in quel giorno sul monte Tabor. Se dovessimo anche noi usare un’immagine, dovremmo dire che i discepoli sperimentano un bagno di luce indelebile che li segna in maniera decisiva nel cuore. Sono quei rari, anzi rarissimi momenti in cui Gesù fa un passo in avanti e si mostra per ciò che è davvero senza nessun’altra mediazione. Lo fa di rado perché vuole sempre lasciare spazio alla nostra libertà. La nostra vita non è mai solo luce, perché davanti alla luce non avremmo molta scelta. Diceva un buon teologo che Gesù ci dà abbastanza luce da capire cosa fare e abbastanza buio da poter scegliere anche il contrario.

La festa della Trasfigurazione del Signore è solo fortissima luce che Gesù dona ai suoi discepoli prima che essi entrino nel buio del Getsemani. Ma la cosa interessante è la loro reazione: “All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore”. La loro reazione non è di beatitudine, ma di spaesamento. Sono davanti a un mistero più grande dei loro ragionamenti. “Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: “Alzatevi e non temete”.
È bello pensare che Gesù è l’unico modo che noi abbiamo per poter entrare nel mistero senza rimanerne schiacciati. Il Padre manda suo Figlio Gesù per darci un’esperienza (“toccatili”) e indicarci la strada da percorrere (“alzatevi”).
In questo senso per un cristiano non c’è altro di essenziale se non Gesù solo: “Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo”. E se ci sono altre cose che ci aiutano, ci sono d’aiuto solo perché ci avvicinano di più a Gesù e non sono in sostituzione a lui.

“Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”.
Gesù mostra chi è veramente in un contesto speciale che è quello dell’amicizia. La vera amicizia è poter essere sé stessi davanti all’altro, senza bisogno di maschere, senza bisogno di sminuire la luce per paura dell’invidia, e senza aver paura di mostrare la propria debolezza. Gesù infatti ancora una volta davanti a questi amici si mostrerà in tutta la sua fragilità nell’orto degli ulivi. Gli amici sono il luogo perfetto per essere autentici. Gesù lo fa per primo e indica a ognuno di noi la medesima strada. Il vero miracolo non è semplicemente brillare, ma avere degli amici che possono accoglierci con le nostre luci e le nostre ombre. Gesù aveva amici così, e anche se non saranno sempre all’altezza di quell’amicizia (a volte si addormentano, altre volte tradiscono), Gesù non smette di scommettere su di loro. E proprio loro potranno raccogliere il grande segreto di Dio: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento.
Ascoltatelo». Siamo molto spesso discepoli dei nostri soli ragionamenti, mentre basterebbe imparare ad ascoltare Gesù per trovarci fuori dalle nostre strettoie e labirinti mentali. Diamo molto credito alla paura ma Gesù ha il potere di dissipare tutti i fantasmi e riportarci a ciò che davvero conta.

San Giovanni Maria Vianney, il Patrono dei Parroci che fu cacciato dal Seminario

Noto come Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney nacque l’8 maggio 1786 a Dardilly, Lione, in Francia. Di famiglia contadina e privo della prima formazione, riuscì, nell’agosto 1815, ad essere ordinato sacerdote. Per farlo sacerdote, ci volle tutta la tenacia dell’abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione: lo avviò al seminario e lo riaccolse quando venne sospeso dagli studi.
Si dedicò all’evangelizzazione, attraverso l’esempio della sua bontà e carità.
Ma fu sempre tormentato dal pensiero di non essere degno del suo compito.
Trascorreva le giornate dedicandosi a celebrare la Messa e a confessare, senza risparmiarsi.
Morì nel 1859. Papa Pio XI lo proclamerà santo nel 1925 e indicato come modello e patrono dei parroci.
In questo giorno invito tutti a recitare una preghiera per tutti i Parroci e tutti i Sacerdoti.

Il Santo Curato d’Ars manifestò sempre un’altissima considerazione del dono ricevuto. Affermava: “Oh! Che cosa grande è il Sacerdozio! Nel servizio pastorale, tanto semplice quanto straordinariamente fecondo, questo anonimo parroco di uno sperduto villaggio del sud della Francia riuscì talmente ad immedesimarsi col proprio ministero, da divenire, anche in maniera visibilmente ed universalmente riconoscibile, alter Christus, immagine del Buon Pastore, che, a differenza del mercenario, dà la vita per le proprie pecore.
La sua esistenza fu una catechesi vivente, che acquistava un’efficacia particolarissima quando la gente lo vedeva celebrare la Messa, sostare in adorazione davanti al tabernacolo o trascorrere molte ore nel confessionale. Centro di tutta la sua vita era l’Eucaristia, che celebrava ed adorava con devozione e rispetto.
I metodi pastorali di san Giovanni Maria Vianney potrebbero apparire poco adatti alle attuali condizioni sociali e culturali. Se è vero che mutano i tempi e molti carismi sono tipici della persona, quindi irripetibili, c’è però uno stile di vita e un anelito di fondo che tutti siamo chiamati a coltivare. A ben vedere, ciò che ha reso santo il Curato d’Ars è stata la sua umile fedeltà alla missione a cui Iddio lo aveva chiamato; è stato il suo costante abbandono, colmo di fiducia, nelle mani della Provvidenza divina. Egli riuscì a toccare il cuore della gente non in forza delle proprie doti umane, né facendo leva esclusivamente su un pur lodevole impegno della volontà; conquistò le anime, anche le più refrattarie, comunicando loro ciò che intimamente viveva, e cioè la sua amicizia con Cristo. Fu “innamorato” di Cristo.
Lungi dal ridurre la figura di san Giovanni Maria Vianney a un esempio, sia pure ammirevole, della spiritualità devozionale ottocentesca, è necessario al contrario cogliere la forza profetica che contrassegna la sua personalità umana e sacerdotale di altissima attualità.
Le sfide della società odierna non sono meno impegnative, anzi forse, si sono fatte più complesse.
Se allora c’era la “dittatura del razionalismo”, all’epoca attuale si registra in molti ambienti una sorta di “dittatura del relativismo”. Entrambe appaiono risposte inadeguate alla giusta domanda dell’uomo di usare a pieno della propria ragione come elemento distintivo e costitutivo della propria identità. Il razionalismo fu inadeguato perché non tenne conto dei limiti umani e pretese di elevare la sola ragione a misura di tutte le cose, trasformandola in una dea; il relativismo contemporaneo mortifica la ragione, perché di fatto arriva ad affermare che l’essere umano non può conoscere nulla con certezza al di là del campo scientifico positivo. Oggi però, come allora, l’uomo “mendicante di significato e compimento” va alla continua ricerca di risposte esaustive alle domande di fondo che non cessa di porsi.

Cos’è l’Indulgenza: storia e significato del Perdono di Assisi

Le fonti narrano che una notte dell’anno 1216, san Francesco è immerso nella preghiera presso la Porziuncola, quando improvvisamente dilaga nella chiesina una vivissima luce ed egli vede sopra l’altare il Cristo e la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli.
Essi gli chiedono allora che cosa desideri per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco è immediata: “Ti prego che tutti coloro che, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, ottengano ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”.
“Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande – gli dice il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza”. Francesco si presenta subito al pontefice Onorio III che lo ascolta con attenzione e dà la sua approvazione. Alla domanda: “Francesco, per quanti anni vuoi questa indulgenza?”, il santo risponde: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. E felice, il 2 agosto 1216, insieme ai Vescovi dell’Umbria, annuncia al popolo convenuto alla Porziuncola: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”.
Dal Codice di Diritto Canonico, cann. 992-4: L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della chiesa, la quale, come ministra della redenzione, dispensa ed applica autoritativamente il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi. L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati. Ogni fedele può lucrare per se stesso o applicare ai defunti a modo di suffragio indulgenze sia parziali sia plenarie.
Dal Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1472-3: Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la “pena eterna” del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato Purgatorio.
Tale purificazione libera dalla cosiddetta “pena temporale” del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena.
Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato.
Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’“uomo vecchio” e a rivestire “l’uomo nuovo” [Cfr. Ef 4,24].

Quello che ha reso nota in tutto il mondo la Porziuncola è soprattutto il singolarissimo privilegio della Indulgenza, che va sotto il nome di “Perdono d’Assisi” o – appunto –Indulgenza della Porziuncola. La festa del Perdono inizia la mattina del 1 agosto e si conclude alla sera del 2 agosto, giorni nei quali l’Indulgenza della Porziuncola, qui concessa per tutti i giorni dell’anno, si estende alle chiese parrocchiali e francescane di tutto il mondo. L’aspetto religioso più importante del “Perdono d’Assisi” – e di ogni Indulgenza – è la grande utilità spirituale per i fedeli, stimolati, per goderne i benefici, alla confessione e alla comunione eucaristica. L’evento del Perdono della Porziuncola resta una manifestazione della misericordia infinita di Dio e un segno della passione apostolica di Francesco d’Assisi.
Vengono di seguito descritte le condizioni necessarie per lucrare l’Indulgenza della Porziuncola e le corrispondenti disposizioni con cui il fedele dovrà chiederla al Padre delle misericordie:

  • Ricevere l’assoluzione per i propri peccati nella Confessione sacramentale, celebrata nel periodo che include gli otto giorni precedenti e successivi la festa, per tornare in grazia di Dio;
  • Partecipazione alla Messa e alla Comunione eucaristica nello stesso arco di tempo indicato per la Confessione;
  • Visita alla chiesa … dove si rinnova la professione di fede, mediante la recita del CREDO, per riaffermare la propria identità cristiana, e si recita il PADRE NOSTRO, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo; Una preghiera secondo le intenzioni del Papa, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice. Normalmente si recita un Padre, un’Ave e un Gloria.

Marta, Maria e Lazzaro

Dal 2021, il 29 luglio figura nel Calendario Romano Generale la memoria dei santi Marta, Maria e Lazzaro. Lo ha disposto Papa Francesco accogliendo la proposta della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti che ha pubblicato il relativo decreto. Fino ad allora nel Calendario Romano Generale figurava la memoria della sola Marta. Motivando la decisione, il decreto, sottolinea “l’importante testimonianza evangelica” offerta dai tre fratelli “nell’ospitare in casa il Signore Gesù, nel prestargli ascolto cordiale, nel credere che egli è la risurrezione e la vita”.
“Nella casa di Betania – si afferma – il Signore Gesù ha sperimentato lo spirito di famiglia e l’amicizia di Marta, Maria e Lazzaro, e per questo il Vangelo di Giovanni afferma che egli li amava.
Marta gli offrì generosamente ospitalità, Maria ascoltò docilmente le sue parole e Lazzaro uscì prontamente dal sepolcro per comando di Colui che ha umiliato la morte”.

Numerose le riflessioni di Francesco sui tre santi fratelli. Citando l’episodio narrato dall’evangelista Luca della visita di Gesù agli amici Marta, Maria e Lazzaro, nel piccolo villaggio a pochi chilometri da Gerusalemme, ricorda che mentre “Maria, ai piedi di Gesù, ‘ascoltava la sua parola’”, “Marta era impegnata in molti servizi”. “Entrambe offrono accoglienza al Signore di passaggio, ma lo fanno in modo diverso – osserva il Papa – Maria si pone in ascolto, Marta invece si lascia assorbire dalle cose da preparare, ed è così occupata da rivolgersi a Gesù dicendo: ‘Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti’”.
Papa Francesco spiega che l’amorevole rimprovero di Gesù, ‘Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola c’è bisogno’, evidenzia come la donna fosse troppo assorbita e preoccupata dalle cose da fare. Ma non definisce quelli di Marta e Maria “due atteggiamenti contrapposti”, anzi “non vanno mai separati, ma vissuti in profonda unità e armonia”, tanto che “in un cristiano, le opere di servizio e di carità non sono mai staccate dalla fonte principale”, ossia “l’ascolto della Parola del Signore, lo stare – come Maria – ai piedi di Gesù”. Sicché, rimarca il Papa, “una preghiera che non porta all’azione concreta verso il fratello povero, bisognoso di aiuto, il fratello in difficoltà, è una preghiera sterile e incompleta.
Ma, allo stesso modo, quando nel servizio ecclesiale si è attenti solo al fare, si dà più peso alle cose, alle funzioni, alle strutture, e ci si dimentica della centralità di Cristo, non si riserva tempo per il dialogo con Lui nella preghiera, si rischia di servire sé stessi e non Dio presente nel fratello bisognoso”.

Marta, Maria e Lazzaro sono gli amici di Gesù. Credo che non ci sia titolo migliore per ricordarli se non proprio quello dell’amicizia. Il Vangelo più volte tira in ballo questi tre amici ed è bello poter dire che l’amicizia con Gesù non si manifesta solo a tavola mentre si celebra una gioia che Gesù userà per raddrizzare il compulsivo fare di Marta, ma si manifesta anche nel dolore quando la morte del fratello Lazzaro getta nella quasi disperazione entrambe le sorelle. Sembra quasi che il Vangelo voglia dirci che gli amici non solo tali solo quando splende il sole, ne solo quando è buio, ma gli amici sono tali quando in qualche modo ci sono sempre, in ogni stagione della nostra vita. Infatti l’amicizia è uno dei modi preferiti da Dio per manifestare il Suo amore per ciascuno di noi. Senza amici questa vita può risultare insopportabile.
Se persino Gesù si è fatto bisognoso di amici, chi siamo noi per poter pensare di poterne fare a meno?

Dal messaggio del Santo Padre in occasione della IV giornata mondiale dei nonni e degli anziani (2)

Domenica 28 luglio 2024 sarà la Giornata mondiale degli anziani e dei nonni, una ricorrenza voluta espressamente da papa Francesco. La Giornata mondiale dei nonni e degli anziani ricorre ogni anno in prossimità della memoria (26 luglio) dei Santi Giacchino ed Anna, nonni di Gesù.
Il tema del 2024 della IV Giornata mondiale dei nonni e degli anziani  scelto da papa Francesco è “Nella vecchiaia non abbandonarmi”.

Possiamo notare in molti anziani quel sentimento di rassegnazione di cui parla il libro di Rut quando narra della vecchia Noemi che, dopo la morte del marito e dei figli, invita le due nuore, Orpa e Rut, a far ritorno al loro paese di origine e alla loro casa.
Noemi – come tanti anziani di oggi – teme di rimanere da sola, eppure non riesce a immaginare qualcosa di diverso. Da vedova, è consapevole di valere poco agli occhi della società ed è convinta di essere un peso per quelle due giovani che, al contrario di lei, hanno tutta la vita davanti.
Per questo pensa che sia meglio farsi da parte e lei stessa invita le giovani nuore a lasciarla e a costruire il loro futuro in altri luoghi. Le sue parole sono un concentrato di convenzioni sociali e religiose che sembrano immutabili e che segnano il suo destino.
Il racconto biblico ci presenta a questo punto due diverse opzioni di fronte all’invito di Noemi e dunque di fronte alla vecchiaia. Una delle due nuore, Orpa, che pure vuol bene a Noemi, con un gesto affettuoso la bacia, ma accetta quella che anche a lei sembra l’unica soluzione possibile e se ne va per la sua strada. Rut, invece, non si stacca da Noemi e le rivolge parole sorprendenti: «Non insistere con me che ti abbandoni». Non ha paura di sfidare le consuetudini e il sentire comune, sente che quell’anziana donna ha bisogno di lei e, con coraggio, le rimane accanto in quello che sarà l’inizio di un nuovo viaggio per entrambe.
A tutti noi – assuefatti all’idea che la solitudine sia un destino ineluttabile – Rut insegna che all’invocazione “non abbandonarmi!” è possibile rispondere “non ti abbandonerò!”.
Non esita a sovvertire quella che sembra una realtà immutabile: vivere da soli non può essere l’unica alternativa! Non a caso Rut – colei che rimane vicina all’anziana Noemi – è un’antenata del Messia, di Gesù, l’Emmanuele, Colui che è il “Dio con noi”, Colui che porta la vicinanza e la prossimità di Dio a tutti gli uomini, di tutte le condizioni, di tutte le età.
La libertà e il coraggio di Rut ci invitano a percorrere una strada nuova: seguiamo i suoi passi, mettiamoci in viaggio con questa giovane donna straniera e con l’anziana Noemi, non abbiamo paura di cambiare le nostre abitudini e di immaginare un futuro diverso per i nostri anziani.
La nostra gratitudine va a tutte quelle persone che, pur con tanti sacrifici, hanno seguito di fatto l’esempio di Rut e si stanno prendendo cura di un anziano o semplicemente mostrano quotidianamente la loro vicinanza a parenti o conoscenti che non hanno più nessuno.
Rut ha scelto di stare vicina a Noemi ed è stata benedetta: con un matrimonio felice, una discendenza, una terra.
Questo vale sempre e per tutti: stando vicino agli anziani, riconoscendo il ruolo insostituibile che essi hanno nella famiglia, nella società e nella Chiesa, riceveremo anche noi tanti doni, tante grazie, tante benedizioni!

In questa IV Giornata Mondiale dedicata a loro, non facciamo mancare la nostra tenerezza ai nonni e agli anziani delle nostre famiglie, visitiamo coloro che sono sfiduciati e non sperano più che un futuro diverso sia possibile. All’atteggiamento egoistico che porta allo scarto e alla solitudine contrapponiamo il cuore aperto e il volto lieto di chi ha il coraggio di dire “non ti abbandonerò!” e di intraprendere un cammino differente.
A tutti voi, carissimi nonni e anziani, e a quanti vi sono vicini giunga la mia benedizione accompagnata dalla preghiera. Anche voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.
 
FRANCESCO

Dal messaggio del Santo Padre in occasione della IV giornata mondiale dei nonni e degli anziani (1)

Domenica 28 luglio 2024 sarà la Giornata mondiale degli anziani e dei nonni, una ricorrenza voluta espressamente da papa Francesco. La Giornata mondiale dei nonni e degli anziani ricorre ogni anno in prossimità della memoria (26 luglio) dei Santi Giacchino ed Anna, nonni di Gesù.
Il tema del 2024 della IV Giornata mondiale dei nonni e degli anziani  scelto da papa Francesco è “Nella vecchiaia non abbandonarmi”.

Dio non abbandona i suoi figli, mai. Nemmeno quando l’età avanza e le forze declinano, quando i capelli imbiancano e il ruolo sociale viene meno, quando la vita diventa meno produttiva e rischia di sembrare inutile. Egli non guarda le apparenze e non disdegna di scegliere coloro che a molti appaiono irrilevanti. Non scarta alcuna pietra, anzi, le più “vecchie” sono la base sicura sulla quale le pietre “nuove” possono appoggiarsi per costruire tutte insieme l’edificio spirituale.
La Sacra Scrittura, tutta intera, è una narrazione dell’amore fedele del Signore, dalla quale emerge una consolante certezza: Dio continua a mostrarci la sua misericordia, sempre, in ogni fase della vita, e in qualsiasi condizione ci troviamo, anche nei nostri tradimenti.
I salmi sono colmi della meraviglia del cuore umano di fronte a Dio che si prende cura di noi, nonostante la nostra pochezza; ci assicurano che Dio ha tessuto ognuno di noi fin dal seno materno e che nemmeno negli inferi abbandonerà la nostra vita. Dunque, possiamo essere certi che ci starà vicino anche nella vecchiaia, tanto più perché nella Bibbia invecchiare è segno di benedizione.
Eppure, nei salmi troviamo anche quest’accorata invocazione al Signore: «Non gettarmi via nel tempo della vecchiaia». Un’espressione forte, molto cruda. Fa pensare alla sofferenza estrema di Gesù che sulla croce gridò: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Nella Bibbia, dunque, troviamo la certezza della vicinanza di Dio in ogni stagione della vita e, al tempo stesso, il timore dell’abbandono, particolarmente nella vecchiaia e nel momento del dolore. Non si tratta di una contraddizione. Guardandoci attorno, non facciamo fatica a verificare come tali espressioni rispecchino una realtà più che evidente.
Troppo spesso la solitudine è l’amara compagna della vita di noi, anziani e nonni.

Il salmo citato in precedenza – dove si supplica di non essere abbandonati nella vecchiaia – parla di una congiura che si stringe attorno alla vita degli anziani. Sembrano parole eccessive, ma le si comprende se si considera che la solitudine e lo scarto degli anziani non sono casuali né ineluttabili, bensì frutto di scelte – politiche, economiche, sociali e personali – che non riconoscono la dignità infinita di ogni persona «al di là di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi». Ciò avviene quando si smarrisce il valore di ciascuno e le persone diventano solo un costo, in alcuni casi troppo elevato da pagare. Ciò che è peggio è che, spesso, gli anziani stessi finiscono per essere succubi di questa mentalità e giungono a considerarsi come un peso, desiderando essi stessi per primi di farsi da parte.

C’era una volta il pudore (2)

Nonostante il nostro tempo sia il tempo dell’ostentazione anche del corpo e della nudità, il pudore non è totalmente sparito. Dire il contrario sarebbe un’affermazione troppo forte e decisamente pessimista. La cultura contemporanea non è un mostro che sta tentando di distruggere tutti i valori elaborati dalla società nei secoli passati. Forse li sta solo trasformando. Basti pensare all’attenzione alla privacy, al bisogno di proteggere la propria intimità, alla necessità di non essere trattati come un oggetto nelle relazioni sentimentali.
Verrebbe da chiedersi in che modo il pudore sia riuscito a resistere.
Siamo dinanzi a una virtù costitutiva dell’umano, una virtù, dunque, che addirittura definisce il nostro essere uomini e donne. Difficile, quindi, molto difficile da eliminare.
Il pudore sarebbe una necessità vitale prima ancora che un dovere morale, in quanto, collocandosi sempre alla frontiera fra sé e l’altro, fra l’individuale e il collettivo dimostra attenzione verso se stessi e verso l’altro, assicurando il rispetto di ciascuno.

Nell’Antico Testamento, il pudore (che emerge come sentimento a partire dalla caduta dei progenitori narrata in Genesi 3) non è solo una protezione della sfera sessuale dal disordine introdotto dal peccato, ma è anche una forma di delimitazione e rispetto dell’intimità e della riservatezza della persona (Genesi 9,22-23): Cam, padre di Canaan, vide la nudità di suo padre e andò a dirlo, fuori, ai suoi fratelli. Ma Sem e Iafet presero il suo mantello, se lo misero insieme sulle spalle e, camminando all’indietro, coprirono la nudità del loro padre).
Nel Nuovo Testamento, poi, ogniqualvolta si parla di impudicizia, non lo si fa per disprezzare la corporeità o la sessualità, ma per impedire che queste vengano ridotte a mero oggetto di possesso, in balìa delle passioni. In tal senso, allora, già il dato biblico ci presenta il pudore come garante della nostra libertà, spinta interiore a non dominare e a non lasciarsi dominare.
Come si fa a restituire al pudore il compito che gli è proprio?
Ricominciando dall’educazione, ovviamente. Un’educazione, però, che coinvolga trasversalmente tutte le generazioni, pur avendo un occhio di riguardo per quelle più giovani.
È necessario, infatti, rieducare e rieducarsi alla comprensione di un semplice principio: mettere in piazza i propri sentimenti più preziosi, le proprie sofferenze, i propri successi o fallimenti, la propria nudità, fisica o psicologica che sia, ci rende inutilmente fragili ed esposti al potere degli altri su di noi, anche di chi non dovrebbe averne.
Cerchiamo di presentare il pudore non come l’ennesima violazione della libertà, ma come quel sentimento o virtù che promuove e rispetta la libertà, che sa fermarsi sulla soglia delle esistenze altrui, per promuoverne la dignità.

C’era una volta il pudore (1)

Ho letto queste affermazioni che trascrivo: “Non c’è sentimento più rivoluzionario della vergogna. Ecco, in un contesto dove non esiste più nessun tipo di vergogna e di pudore, il mitomane prospera e cresce. Se si ristabilisse quel minimo vergognarsi e avere un po’ di pudore nel porsi di fronte agli altri, molto si migliorerebbe”.
Forse un pensierino sulla quasi scomparsa del pudore che pare aver colpito questa nostra epoca vale proprio la pena di farlo. Cerchiamo innanzitutto di capire di che cosa stiamo parlando.
La parola pudore deriva dal vocabolo latino pudor (dal verbo pudeo, cioè non avere coraggio e, in un significato più ampio, provare vergogna) che esprime sentimenti di riserbo ma anche di disagio nei confronti di parole o comportamenti.
Sicuramente esso ha a che fare primariamente con la sessualità, in quanto si pone come risorsa morale che protegge e salvaguarda la sfera più intima dell’individuo, ma è collegato anche alla definizione della propria personalità, in quanto, richiamando i sentimenti di vergogna, di riservatezza e di rispetto, custodisce l’essere di ogni individuo, impedendo che il corpo venga ridotto a oggetto e che la persona sia violata nella sua intimità e riservatezza.
Il pudore serve a conservare il possesso della propria intimità, difendendola dalla possibile intrusione dell’altro, attribuendogli dunque un valore e un compito soprattutto relazionali, come se ci si trovasse dinanzi a una sorta di frontiera buona tra noi e gli altri.
Nella nostra società, in cui lo sguardo dell’altro, nelle varie accezioni, è portato a intrufolarsi ovunque, trovando dall’altra parte altrettanta disponibilità all’esibizione, la riscoperta della intimità come luogo di libertà merita di essere considerata una frontiera dove rappresentare l’attualità delle esperienze relazionali.

Difficile dire quando il pudore ha cominciato a farsi virtù rara. Sta di fatto che ci troviamo a vivere un’era di vetrinizzazione sociale che consiste in una tendenza generalizzata a voler mettere in mostra, a spettacolarizzare se stessi, la propria vita e tutto ciò che ruota attorno a essa, con lo scopo di attirare l’attenzione della gente, come se la propria esistenza assumesse valore solo quando è sotto gli occhi di tutti. Una continua corsa a chi mostra di più, che obbedisce a una logica prettamente mercantile, tutto o quasi è stato sottratto alla sfera del pudore (si è giunti a esibire anche momenti profondamente intimi, come la nascita o la morte). Il corpo stesso, oltre che venire ostentato, è stato sottoposto a un vero e proprio processo di imballaggio, confezionamento e presentazione che di solito subiscono i prodotti da offrire al pubblico, per renderlo attraente come una qualsiasi merce e garantirsi così i riflettori puntati su di sé. Questo meccanismo ha aperto la strada a tutta una serie di comportamenti al limite del patologico (dagli acquisti compulsivi alle varie manipolazioni del copro unicamente per rispondere a certi canoni estetici) e, soprattutto, ha messo l’identità personale al servizio, quasi, di quella sociale, annullando in tal modo la distanza tra noi e gli altri, che fino a quel punto era stata salvaguardata dal pudore.
Ma il pudore, tuttavia, non è scomparso. Un po’ malconcio, ma ha resistito.