Quello che davvero conta (2)

Perché ci sia una comunità cristiana è indispensabile che ci sia un ascolto costante della Parola di Dio, che non può essere ridotto a una conoscenza biblica di tipo intellettualistico, ma deve corrispondere a un ascolto di Dio che continua a parlarci in modo vivo e a chiamarci costantemente alla fede in Lui. E ci deve essere un nutrimento costante, dal livello intellettuale a quello della orazione, della fede che, specie oggi, se non viene alimentata, si perde o non è aderente alle profonde trasformazioni della nostra esistenza.

Perché si possa parlare di comunità cristiana è anche indispensabile che ci si incontri nel giorno del Signore nella celebrazione eucaristica e che si viva la festa di questo incontro e di questo giorno.
È infatti in forza del dono del corpo di Cristo che noi diventiamo il corpo di Cristo che è la Chiesa. È cibandoci di Lui che noi diventiamo una cosa sola con Lui e tra di noi. E per rimanere quello che siamo, abbiamo bisogno ogni domenica di nutrirci della vita che ci offre Cristo, di fare l’esperienza della vita nuova che sgorga da quell’incontro, di sperimentare che, pur essendo diversi tra noi per età, cultura, censo, sensibilità, luoghi di provenienza, in Lui diventiamo una cosa sola. Infine, ciò che nasce dall’ascolto costante della Parola e dalla celebrazione eucaristica è una fraternità che deve essere reale, nel senso che ci fa fare l’esperienza concreta del sentirci in cammino con altri, di percepirci responsabili della loro fede e interpellati dai loro bisogni, di qualunque genere essi siano (da quello dell’amicizia e dell’ascolto a quello economico), di sentire che noi stessi siamo oggetto di cura e di attenzione reale da parte di altri e custoditi dai fratelli nella fede.
Non solo: questa esperienza di fraternità – così necessaria in un mondo individualista come il nostro – è l’unica vera anima e l’unico vero motore di ogni attività caritativa e sociale.
Nel senso che se non c’è questa reale esperienza fraterna tra noi, che nasce dal sentirci una cosa sola in Cristo, ci potrà essere volontariato uguale a molto altro volontariato o filantropia uguale a tanta altra filantropia… ma non è detto che ci sia ancora la caritas cristiana!

Quello che davvero conta (1)

Il vangelo di Luca riporta alcune parole di Gesù piuttosto decise e dure. “Diceva ancora alle folle: “Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?”. Quanto Gesù lamenta è il fatto che chi lo ascolta vede ciò che accade esteriormente, ma è incapace di leggere in profondità il tempo che sta vivendo: il tempo della vicinanza e della presenza di Dio, quello del compimento della promessa, il momento unico dato dal fatto che il Figlio di Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi. Questa parola di Gesù non è rivolta solo ai suoi contemporanei, ma è indirizzata anche a noi. Anche oggi la Chiesa è chiamata a riconoscere la presenza viva di Cristo, per lasciarsi guidare da Lui: non esiste nessun tempo, neppure il nostro, che non sia bello e fecondo in quanto Cristo è presente, ci conduce e guida l’umanità intera. Anche oggi, dunque, siamo chiamati a domandarci con sincerità, fiducia e docilità: che cosa sta accadendo? Quali cambiamenti stanno investendo la vita della Chiesa e quella di noi cristiani? Più in profondità, dobbiamo chiederci: dove ci sta conducendo Cristo? Quali passi dobbiamo compiere per poter dire con onestà di essere ancora alla sua sequela?
L’obiettivo è uno solo: essere una comunità viva, nelle quale non solo si parla, ma si sperimenta davvero il Regno di Dio, di cui siamo come un germe. È il Signore, vivente in mezzo a noi, che ci chiede di essere cristiani gioiosi, a motivo di quella relazione con lui e tra di noi che ci è data di vivere e, dunque, testimoni credibili del fatto che vale la pena lasciare tutto e seguirlo.
Lo sappiamo bene: questo mondo e questo tempo non sanno che farsene di cristiani stanchi, lamentosi, accidiosi, parte di un ingranaggio che si muove secondo la logica del “si è sempre fatto così”, forse senza neppure più sapere perché si fanno determinate cose… Essere un “germoglio” appunto di comunità cristiana viva e impegnata nell’annunciare il Vangelo.

San Benedetto da Norcia

Di lavoro e preghiera ha bisogno l’Europa per tornare a riscoprirsi unita e guardare al futuro con speranza. Lavoro e preghiera, d’altra parte, stanno nei cromosomi del Vecchio Continente, che annovera tra i suoi patroni un “gigante del Vangelo” come san Benedetto da Norcia.
Nato attorno al 480 a Norcia, dopo un periodo di romitaggio presso il Sacro Speco di Subiaco, decise di passare alla forma cenobitica prima a Subiaco, poi a Montecassino. La sua Regola è una mirabile sintesi della spiritualità orientale e dell’operosità occidentale: il suo “ora et labora” è un monumento al Vangelo incarnato che “dissoda” i terreni della storia e dà forma alla società nel segno della carità. La sua eredità sono i numerosi monasteri sorti sulla scia del suo carisma e sparsi poi in tutto il mondo. Morì a Montecassino attorno al 547.
Nel 1964 Paolo VI lo scelse come patrono dell’intera Europa. La proclamazione avvenne esattamente il 24 ottobre 1964, giorno in cui papa Montini riconsacrò la chiesa abbaziale di Montecassino, distrutta 20 anni prima, nel 1944, durante la seconda Guerra mondiale.
Nella lettera apostolica “Pacis nuntius” il Papa, spiegando le motivazioni della scelta di san Benedetto a patrono d’Europa, ricordava che “egli insegnò all’umanità il primato del culto divino per mezzo dell’«opus Dei», ossia della preghiera liturgica e rituale. Fu così che egli cementò quell’unità spirituale in Europa in forza della quale popoli divisi sul piano linguistico, etnico e culturale avvertirono di costituire l’unico popolo di Dio”.

Un esempio per l’Europa smarrita di oggi

La Regola di s. Benedetto offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Oggi l’Europa è alla ricerca della propria identità.
Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità. Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

In vacanza con Dio

Pregare è incontrarsi con Dio, lasciarsi amare da lui e amarlo, ascoltarlo e lodarlo, ringrazialo e adorarlo per la sua maestà e santità: così l’estate può diventare un momento di grazia, di incontro con il Signore. Essere cristiani in vacanza è una prova di maturità, anche se in controtendenza, perché testimonianza coerente di ciò in cui crediamo e viviamo (o dovremmo credere e vivere). E la coerenza è un valore che non passa inosservato. Non dimentichiamo mai che chi sceglie Cristo lo sceglie ogni giorno dell’anno e per tutto l’anno e per tutta la vita.
Essere cristiani anche in vacanza è una prova di maturità cui il Signore ci chiama ed il periodo di riposo deve rappresentare un momento di riflessione per tutti, giovani e meno giovani, singoli e famiglie, affinché, anche nella spensieratezza, ci siano regolatezza, mitezza, costanza e fede, divertimento sano e costruttivo, rispetto verso il prossimo in nome dell’amore di Dio.

Rapporto vacanza-fede

Il rischio maggiore nel periodo estivo è il distacco totale dalla preghiera che conforta, dalla contemplazione che rassicura, dal silenzio e dalla serenità spirituale.
Perciò, è importante riflettere sul rapporto vacanza-fede.
La vacanza, vissuta nella frenesia e caricata di emozioni, obiettivi e mete, può anche scatenare una vera e propria crisi di ansietà. Per essere felici non occorre trasmigrare da un polo all’altro, riempirsi di suoni e colori: occorre saper recuperare il reale senso delle cose e della vita.
Ricordiamoci che Dio non va in vacanza, continua ad amare. Non trascura un attimo della vita dei suoi figli, non li abbandona un momento, non si concede mai un riposo, né tanto meno una vacanza. Nessun cristiano autentico (o che ama definirsi tale) dovrebbe voltargli le spalle. Ma è proprio in estate che si è maggiormente tentati nell’evitare la sosta e la preghiera, la meditazione quotidiana, persino la partecipazione alla Santa Messa la domenica, azioni avvertite come costrizioni e disturbi al riposo estivo. Ecco perché l’estate può anche trasformarsi nel periodo della “vendemmia del diavolo”. «Siate sobri, vegliate: il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare», si legge nella Prima Lettera di Pietro.
Forse, sarebbe più facile pensare che in estate il Signore ci invita di più alla preghiera e alla riflessione perché c’è più tempo, meno fretta e più tranquillità per curare il nostro spirito al quale, durante il resto dell’anno, spesso non dedichiamo “attenzioni vere”. Gesù conosce bene l’uomo, Egli ha lavorato con mani d’uomo, si è fatto uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato e da uomo ha conosciuto il caldo e il freddo, la sete e la fame, la stanchezza, la veglia, il sonno, la tristezza, eppure non ha smesso mai di amare gli altri. Se il suo amore per noi non è mai andato in ferie, altrettanto dobbiamo fare noi con Lui attraverso i nostri comportamenti di vita anche in vacanza, perché il Vangelo è sempre Vangelo, che ci si trovi al mare, in montagna, in città o in giro per il mondo. Per questo motivo, durante le vacanze troviamo momenti importanti per lo spirito, soprattutto per la Messa Domenicale e Festiva.

Elogio del riposo

Ed egli disse loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi, un po’”.

“Tutto bene, a parte che sono sempre di corsa! Avrei tanto bisogno di riposarmi”. È questa la risposta che, in questa stagione, ci si sente spesso dare alla domanda: “Come stai?”. Non si fatica a riconoscersi in questo “sempre di corsa”: il lavoro, la scuola, gli impegni familiari, le faccende domestiche, il volontariato … tante attività che scandiscono la giornata, quasi senza tregua. E ci si riconosce anche nel bisogno di riposo: con questo desiderio si aspetta il momento giusto per rallentare e per recuperare energie! A volte sono le persone care a suggerire di fermarsi: il loro sguardo amico coglie la fatica sul nostro volto e ci consiglia di prenderci del tempo per noi. Nel Vangelo si racconta in una pagina che i discepoli, dopo aver percorso strade, incontrato persone, ascoltato, guarito, consolato, tornano da Gesù: possiamo immaginare la loro felicità e al tempo stesso intuirne la stanchezza. Gesù li accoglie e con tenerezza li invita a fermarsi con queste parole: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”.
In questo modo riconosce la necessità di prendere le distanze dalle attività e di riposare, non per fuggire
dal proprio dovere né per trascurare i bisogni della gente, ma per recuperare energie e riprendere contatto con l’essenza di ciò che sono e di ciò che fanno. È un insegnamento prezioso, quello di Gesù: chi fa, deve anche essere in grado di interrompere la propria attività – per nobile che sia – per dedicarsi a se stesso.
Possiamo sentire questo invito rivolto a ognuno di noi, in particolare in queste settimane in cui per molti gli impegni si rarefanno ed è possibile godere di giornate di ferie. Approfittiamone per sostare e riposare!

La parola italiana “riposo” deriva da una parola greca che significa “fermarsi, cessare da un’attività faticosa”, da cui – sottolinea il dizionario – “poggiare, aver fondamento” e quindi l’espressione “riposare sopra qualcuno”, che in senso figurato diventa “confidare in lui”. Quindi ci si riposa quando ci si può fermare e appoggiare su qualcosa, ma anche quando si ha il dono di poter stare con qualcuno in cui si confida, di cui ci si fida. Ognuno ha i suoi punti d’appoggio, i luoghi dove posarsi con serenità: un paesaggio montano contemplato con calma, senza la fretta di dover tornare a casa; il silenzio dei sentieri di campagna, da percorrere a piedi e non in auto, così da scoprire dettagli che nel quotidiano sfuggono; le sfumature dei paesaggi marini, dove acqua e cielo si confondono e invitano ad allargare gli orizzonti.
O ancora, in senso figurato: la compagnia delle persone care, con cui si può essere semplicemente se stessi, senza doversi preoccupare di cosa dire, come vestirsi, come comportarsi; i momenti di gioco con i propri figli, perché durante l’anno per giocare non c’è tempo, c’è sempre qualcosa di più importante da fare; lo spazio dedicato alle proprie passioni, che ci ricordano chi siamo e dove diamo il meglio di noi stessi; un monastero, una chiesa, dove mettersi in ascolto del proprio cuore, potendo dedicare alla preghiera il tempo necessario per entrare in dialogo col Signore e gustare la sua presenza, intuita nella bellezza del creato e delle relazioni.
Proviamo a cercare, in queste settimane, i nostri punti di appoggio, luoghi e situazioni che sentiamo riposanti, “i pascoli erbosi” che il Signore ci dona; cerchiamoli e dedichiamo ad essi il tempo necessario, un tempo buono, libero da pensieri, un tempo che non sia scandito dalle lancette dell’orologio: è il tempo da dedicarsi per stare bene con se stessi, per riconnetterci con il nostro cuore.
Cerchiamo quel riposo del cuore che dona pace: in questo spazio di pace, nel nostro intimo, là dove intuiamo la nostra essenza, troveremo Dio.
Sarà bello incontrarlo lì e appoggiarci su di Lui, riposarci in Lui.

Via Vai: le domande del cammino (e)

TAPPA 9 COSA RACCONTO?
Di traguardo in traguardo fino alla meta finale, il cammino autentico fa scoprire il bisogno e il dovere del raccontare ad altri l’esperienza vissuta. È come se fosse tutto ciò che si è visto, ascoltato, gustato, incontrato, vissuto fosse troppo per rimanere racchiuso nella mente e nel cuore di una sola persona. Il cammino ci rende testimoni di tutto ciò che si è ricevuto e donato gratuitamente, senza aspettarsi nulla in cambio se non la possibilità di veder fiorire i cammini di altri. Ed è per questo che i pellegrini portano con sé e scrivono un diario, spesso poco organizzato, ricco di parole, disegni e tesori trovati lungo la vita: mettere per iscritto costringe a trovare le parole, a dare forma all’invisibile e voce all’ineffabile e permette di dare accesso alla memoria grata, rispondendo all’invito di andare per le strade del mondo e annunciare la buona notizia per la vita di ogni uomo e donna.


TAPPA 10 COME RIPARTO?
Chi ha assaporato la bellezza del cammino si sente chiamato a nuove ripartenze, facendo tesoro di quanto conosciuto, scoperto, incontrato, vissuto nelle esperienze precedenti.
La sfida è quella di tornare cambiati, nuovi, cresciuti sempre di più nella propria vocazione di uomini e donne, di bambini, di preadolescenti, di adolescenti e di comunità che abitano la realtà come “buoni cristiani e onesti cittadini”, con i piedi per terra e il cuore nel cielo.
Come i Magi che per un’altra strada fecero ritorno alla loro casa, e ancora come quei due discepoli che tornano in fretta a Gerusalemme con il cuore che ardeva loro nel petto, bisognosi ancora una volta che il sentiero della vita fosse loro indicato.

Via Vai: le domande del cammino (d)

TAPPA 7 FACCIAMO UNA PAUSA?
E poi arriva il momento di fermarsi e di riprendere fiato, magari possiamo sdraiare una coperta al sole e toglierci le scarpe per qualche istante (sempre che non rischiamo di non rimetterle più!) oppure ripararci dalla pioggia sotto una tettoria. Il cammino a piedi è un’occasione unica per assumere la lentezza come condizione per riappropriarsi del tempo, liberandosi dalla velocità per dilatare la meraviglia di ogni istante e restituire intensità al procedere. Questa tappa vuole allenarci nell’arte dell’indugiare sulle cose, concentrandosi sul dettaglio che arricchisce l’esperienza, che apre il cuore, che rimotiva nel cammino. La pausa diventa quell’istante per tornare a vedere il meglio che ci aspetta, per affidarlo a Dio come Gesù ogni qualvolta si ritirava a pregare.


TAPPA 8 COSA TROVO?
Il cammino riparte e continua fino a che non si è raggiunta la meta, senza dimenticare dei piccoli traguardi intermedi di cui fare tesoro nelle pause, così come strada facendo. I guadagni e gli apprendimenti del cammino sono personali, pur compiendo lo stesso percorso, ciascuno raccoglie e trova emozioni, esperienze, amicizie, conquiste, gioie e dolori, soddisfazioni e fallimenti unici.
I traguardi e le mete possono essere esattamente come nelle proprie aspettative oppure completamente differenti, fondamentale è riconoscerli ed essere disposti a lasciarsi cambiare perché tutto ci aiuti a trovare la nostra felicità e il nostro sentiero incontro a Dio, un po’ che come il cammino che Dante compie dalla selva oscura fino al Paradiso oppure quello di Tobia che, partito per recuperare il denaro di famiglia, trova l’amore e la cura per la moglie e il padre.

Via Vai: le domande del cammino (c)

TAPPA 5 COSA VEDO?
Passo dopo passo, non dimentichiamoci di attivare tutti i sensi per assaporare fino in fondo l’esperienza del cammino e i luoghi che il nostro sentiero attraversa: la natura incontaminata, i campi coltivati, le strade animate di una città, il cielo che cambia colore, il mondo sotto un tombino, le zone degradate nei quartieri. Probabilmente i nostri occhi saranno i più sovraccaricati di stimoli, ma se lasciamo le cuffie nello zaino, anche le orecchie possono allenarsi ad un ascolto autentico. L’olfatto potrà essere raggiunto da profumi di prelibatezze culinarie, anche sconosciute, così come da odori poco gradevoli a ricordarci di un creato da salvaguardare.
Ultimo ma non meno importante, entriamo in contatto perché il mondo diventi sempre più casa, quel giardino affidatoci da custodire e coltivare.


TAPPA 6 QUANTO MANCA?
E quando ciò che sperimentiamo è troppo? Quando ci sentiamo sopraffatti e stanchi per il cammino?! Nasce spontanea una domanda: quanto manca? È la domanda dei meno atletici quando si va in gita in montagna oppure dei più piccoli quando ci si mette in viaggio, magari sul pullman. Potrebbe essere impazienza di arrivare alla meta perché le forze sono finite o perché non si vede l’ora di vivere l’esperienza. A volte possiamo sentirla come una domanda fastidiosa, ma lungo un cammino a piedi è sicuramente preziosa: è occasione per fare i conti con i propri limiti, per riprendere in mano la cartina e accertarsi di non essersi perdersi, per comprendere come affrontiamo la fatica, per riscoprire il valore del tempo e dell’attesa. Forse anche il popolo di Israele avrà rivolto spesso questa domanda a Mosè mentre attraversavano il deserto, la terra era stata promessa, ma il cammino si apriva camminando.

Pietro e Paolo: voci diverse per dire lo stesso amore

Non c’è un unico modo per essere santi, la Chiesa è fatta di molti riverberi che nascono dalla sola vera domanda: “Chi dite che io sia?

Il 29 giugno la Liturgia ci fa festeggiare i Santi Apostoli Pietro e Paolo. Umanamente erano persone con caratteri molto diversi tra di loro e qualche volta per questo si sono create anche delle tensioni. La Parola di Dio ci racconta anche queste cose per togliere da noi quella finta credenza che i santi sono tutti sorrisi e abbracci, quando invece sono uomini come noi che hanno lottato anche con se stessi per cercare di amare nel migliore dei modi nonostante i loro caratteri non sempre impeccabili. Il vangelo che narra l’episodio avvenuto a Cesarea di Filippo ci dice qual è il passaggio che segna il cambiamento vero nella nostra vita. Gesù sta interrogando i discepoli su ciò che pensa la gente su di Lui. Non è un sondaggio, è una strategia. Vuole portare i suoi discepoli a un rapporto personale con Lui senza passare attraverso i “sentito dire” degli altri. Perché anche senza accorgercene tutti rischiamo di essere più discepoli di quello che dice la gente che di quello che vogliamo davvero noi. Qui il problema non è solo dire chi è Cristo, ma è dire chi è Cristo per me. E per rispondere a questa domanda ciascuno deve guardare il proprio cuore e non i vicini di casa. Troppe scelte nella vita le facciamo lasciandoci condizionare dal chiacchiericcio degli altri, quando invece dobbiamo imparare a farle ascoltando noi stessi. È lì che Dio parla: “né la carne, né il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. La cosa straordinaria però dei santi sta nel fatto che se la domanda è la medesima, la risposta invece è personale.
Cioè ognuno risponde a questa domanda di Cristo mettendo in gioco se stesso, trovando in se stesso l’alfabeto per dire la medesima cosa di Pietro. È così che si spiega il fatto che nella Chiesa e nella storia non c’è un unico modo di essere santi. È per questo che le modalità diverse di rispondere creano ricchezza, arricchimento e non monotonia e uniformità.
Ecco perché festeggiamo Pietro e Paolo insieme, perché la loro diversità dice però la medesima risposta. Tanti alfabeti per dire: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

Per troppo tempo una certa vulgata ha voluto vedere in Pietro e Paolo gli Apostoli degli opposti, una sorta di diversità tenuta insieme dall’evento cristiano, un miracolo di convivenza ecclesiale più immaginato che realizzato. La verità è che non siamo particolarmente aiutati nemmeno dai racconti degli Atti degli Apostoli e dalle Lettere che registrano solo tre episodi in cui troviamo queste due colonne della Chiesa effettivamente insieme. Il loro accostamento è più frutto della sensibilità dei credenti in tempi successivi che delle loro semplici biografie. Credo però che sia giusto dire che Pietro e Paolo non si debbano mai considerare l’uno contro l’altro, né semplicemente l’uno accanto all’altro, ma bensì bisogna imparare a considerarli l’uno difronte l’altro. È la postura della comunione. Essa non nasce semplicemente dall’avere dei valori condivisi o degli obiettivi a cui tendere. Nella comunione la meta è sempre visibile nel volto del prossimo, del fratello, della sorella. Un cristiano legge il mondo a partire dal volto di chi ha di fronte a sé. 
Ecco perché se in maniera evocativa vogliamo mettere Pietro e Paolo vicini, dovremmo trovare il coraggio di metterli l’uno difronte al volto dell’altro. La comunione è la capacità di guardarsi negli occhi e di credere con forza che solo in quello sguardo si riesce a capire la strada. La sinodalità, in questo senso, nasce esattamente da questa consapevolezza.
Non è trovare semplicemente argomenti condivisi ma educarsi a guardare la realtà sentendo l’esigenza del volto, l’urgenza dell’incontro, il desiderio del cuore. Quando pensiamo a Pietro e Paolo pensiamo quindi a una festa che ci ricorda l’ardente desiderio di comunione che rende la Chiesa ciò che è, e ciò che deve sempre diventare.