Via Vai: le domande del cammino (b)

TAPPA 3 COSA PORTO?
La meta e l’itinerario scelti condizionano l’equipaggiamento necessario: preparare il bagaglio chiede cura ed attenzione perché occorre fare delle scelte. È importante ponderare bene che cosa serve perché il peso è da portare tutto sulle proprie spalle, passo dopo passo: la parola d’ordine di questa tappa è essenzialità! Ed essere essenziali nel cammino, come nella vita, è un’arte da affinare, un allenamento per coraggiosi perché si tratta di togliere, di lavorare per sottrazione.
Fare lo zaino è metafora della vita che ti costringe a discernere, per scegliere ciò che merita davvero il tuo spazio e la tua fatica/energie. Il Vangelo di Marco ci invita a prendere un bastone, calzare sandali e non portare due tuniche. Se il bagaglio indica l’uomo, allora chi siamo noi?
Dimmi cosa porti e ti dirò chi sei! Cosa è fondamentale alla mia vita sempre in cammino?


TAPPA 4 CON CHI CAMMINO?
Alziamo lo sguardo e guardiamoci attorno per riconoscere e cercare le guide e i compagni del nostro cammino. Potremmo anche decidere di muoverci in solitaria nella nostra ricerca di noi stessi, di conoscenza del mondo, di incontro con gli altri e con Dio, ma ciò non significa essere soli. La guida e la compagnia possono essere concretamente accanto a noi, o anche e seguire il nostro cammino, da casa. Nuovi compagni si possono conoscere strada facendo, le porte di nuove case e di nuove famiglie si possono aprire per noi, le tavole di altri possono diventare le nostre.
E potrebbe essere come per i discepoli di Emmaus, che l’Infinito si faccia compagno di viaggio al nostro fianco.

Via Vai: le domande del cammino (a)

TAPPA 1 COSA CERCO?
Bussola alla mano, il cammino inizia senza alcun passo fisico, ma con un moto interiore, un desiderio che ci anima da dentro a cercare qualcosa che abbia senso nella nostra vita, che risponda alle domande che ci abitano. L’ago della bussola si muove nella ricerca del nostro nord, della motivazione più profonda che si fa chiamata a mettersi in cammino. La domanda-guida è l’eco di quel “Che cercate?” che Gesù fa ai primi discepoli nel Vangelo di Giovanni, le prime parole che si sentono rivolgere e che danno vita al loro cammino. Nulla era chiaro, ma qualcosa li aveva mossi dentro. Questa è la tappa per scoprire cosa muove ciascuno di noi, cosa ci mette in movimento e ci fa desiderare di partire. Attenzione a non pensare di aver risposto una volta per sempre, lungo il cammino ritorneremo spesso su questa domanda di senso perché, passo dopo passo, l’orientamento è costantemente da ritrovare.

TAPPA 2 DOVE VADO?
Mossi da un desiderio e decisi a camminare, tocca ora scegliere la meta e decidere la direzione per poterla raggiungere. Fondamentale è non avere fretta e dedicare tutto il tempo necessario alla preparazione dell’itinerario, allo studio del percorso: è il momento di inventare la strada, nella consapevolezza che occorre rimanere attenti e creativi a ciò che si incontrerà per via. Questo è il tempo di appassionarsi al cammino che ci aspetta, ai luoghi che attraverseremo e nei quali potremmo decidere di fermarci, agli incontri che potremmo fare e che desideriamo far accadere.
Gesù aveva ben chiara la sua direzione e il suo percorso verso Gerusalemme, libero di vivere ogni incontro e aperto all’imprevisto.

Estate… tempo per lo Spirito!

“Venite in disparte e riposatevi un po’ “, disse un giorno Gesù ai suoi discepoli. È la parola che ripete oggi, perché abbiamo bisogno di un po’ di vacanza. Tutti abbiamo bisogno di un periodo per disporre del nostro tempo e delle nostre scelte; abbiamo bisogno di un po’ di vacanza per riordinare la nostra vita e verificare quali sono i nostri veri interessi. La vacanza è un tempo utile per recuperare i valori evangelici del silenzio, della riflessione, della preghiera e della contemplazione.
Valori necessari alla nostra ‘umanità’: nel silenzio riusciamo a percepire la voce di Dio e le voci più significative della storia umana e della nostra storia personale; nella riflessione possiamo vincere le tentazioni mondane, la nostra superficialità e ritrovare il nostro ‘io’; nella preghiera incontriamo il Signore, fonte e meta della nostra vita e da lui riceviamo forza e stimolo per il cammino quotidiano che si snoda tra giorni di luce e giorni di buio, tra sofferenze e gioie; nella contemplazione sperimentiamo l’infinita bellezza di Dio e gustiamo la vera gioia, quella della sua presenza in noi.

Vacanza è tempo per il Signore e per noi: tante volte ci si lamenta perché in questa nostra vita frenetica non si riesce più a fermarsi per pregare e dedicare momenti al Signore.  Le vacanze possono essere l’occasione per ravvivare l’amicizia con Dio. Proprio ora, in quanto più liberi dovremmo dare più spazio a Dio perché riempia della sua presenza anche i momenti passati e li illumini.
Il tempo del riposo è allora occasione speciale per incontrare Dio, per lodare, per ringraziare; è rendersi conto della presenza di Dio tra noi, presenza costante ma che ci sfugge perché pensiamo ad altro.
Il tempo estivo può aiutarci a recuperare il senso della nostra vita e l’importanza delle relazioni.
Vacanza è tempo libero: non obbligato da impegni e responsabilità ma non tempo vuoto.
Il tempo libero è il tempo che dedico a ciò che mi dà gioia.
Vacanza è tempo per le persone care: quante volte ci si intravede appena per un fugace pasto e sembra che la famiglia serva solo per rispondere ai problemi di sopravvivenza.
La vacanza può e deve essere tempo per la famiglia, per regalarsi del tempo e condividere momenti che fanno diventare l’altro importante per me.
Vacanza è tempo per l’amicizia: scuola, lavoro ci portano a non aver tempo di andare a trovare persone che hanno condiviso una stagione di vita con noi e poi la storia ci ha portato lontane.
La vacanza può essere occasione per ritrovarsi e rinnovare l’amicizia che non si è interrotta ma si è fermata.

Vacanza è tempo per la mente: Non solo il corpo ha bisogno di attenzioni ma anche la nostra mente per non ridursi ad essere persone che si lasciano condizionare da chi ha qualche strumento culturale in più e ci può abbindolare per i suoi scopi. Il tempo libero può essere occasione della lettura di un buon libro. Non accontentiamoci delle proposte che promettono solo disimpegno ma cogliamo l’occasione di questo bel tempo estivo per fare il pieno di esperienze grandi che fanno bene e danno gioia a tutto noi stessi. In questa estate, la vacanza sia ritrovare Dio e farci prossimi a tanti nostri fratelli con l’affetto e la solidarietà

San Luigi Gonzaga, protettore dei giovani

Il discernimento di Luigi, ci mostra come fin dalla prima adolescenza sia stato in grado di ascoltare la voce dello Spirito e di lasciarsene guidare. Una intensa vita di preghiera lo rese sempre più unito a Dio: il discernimento e l’ascolto dello Spirito non lo hanno portato solo a una scelta puntuale per quanto importante, ma sono divenuti in lui uno stile di vita, per “cercare e trovare” la volontà di Dio ogni giorno e sempre meglio.
Luigi Gonzaga aveva offerto se stesso a Dio con integrità di cuore, e nel pieno della sua giovinezza non risparmiò fatiche, seppe rischiare e curando i malati perse la vita. Il suo esempio e la sua
intercessione aiutino le giovani generazioni a concepire la vita come servizio e gustare la verità della Parola del Signore che afferma: «C’è più gioia nel dare che nel ricevere».

L’impazienza non è evangelica (3)

D’altronde viviamo in un contesto in cui tutto deve essere a portata di mano. Il nostri smartphone ci consentono un accesso immediato a informazioni di ogni tipo, favoriscono acquisti di ogni genere, forniscono film a piacimento. Si è seccati quando il nostro telefono fatica ad avere un segnale, ci si sente ansiosi quando dobbiamo aspettare che i risultati della ricerca si carichino sullo schermo, ci irritiamo quando Google Maps mette troppo tempo a reindirizzare il nostro viaggio.
In una parola: la pazienza non solo non è più una virtù ma è considerata uno spreco di tempo, screditata. Eppure senza la pazienza non si è in grado di fare un passo lungo, di governare i nostri sentimenti, di attendere il momento giusto, di avere relazioni buone e durature. La pazienza aiuta a vivere bene, senza fretta, senza ansia, senza illusioni, senza causare danni a noi e agli altri. Garantisce la capacità di attendere, di aspettare, di non perdere la speranza, di perseverare con fiducia.

L’impazienza non è evangelica (2)

È doveroso interrogarsi se sia possibile soprattutto per i più giovani aver fiducia nel futuro. Sembra infatti che risulti molto difficile impegnarsi in una scelta precisa e coerente per “qualcosa” che può essere colta solo con la fatica, con l’impegno, con la fiducia, con i tempi lunghi. Per molti giovani – ma vale un po’ per tutti – appare troppo difficile guardare avanti e collocare le scelte personali in una prospettiva temporale a lungo periodo. Occorre infatti esercitare la pazienza, che viene però considerata una perdita di tempo, un’anticaglia. Sembra che oggi non sia possibile permetterci la pazienza, la virtù più incompresa e inattuale. Anche perché l’opinione diffusa confonde la pazienza con l’inerzia, con un compromesso al ribasso o, peggio, con una sconfitta, una resa passiva ai fatti che accadono. Mentre l’impazienza, magari dimostrata con parole dure e con gesti di collera, viene intesa come una risposta pronta e risoluta, un segno di forza, di determinazione del carattere.

L’impazienza non è evangelica (1)

“Tutto e subito”: questa era la sintesi di una ricerca sui giovani fatta dal Censis qualche decennio fa. È difficile sapere se quella generazione diventata adulta abbia compreso che vivere all’insegna del “tutto e subito” ha significato limitarsi all’immediato e rinchiudersi nel presente. Di certo l’ultima generazione è ancor più sensibile alla gratificazione immediata. La cosiddetta generazione Z, la prima che ha l’accesso a internet fin dall’infanzia, è poco propensa ad avere aspettative che impegnano ed esigono tempo per essere esaudite. Si corre il rischio di lasciare indietro una generazione esausta, spenta e sfiduciata: di fronte al futuro prevalgono l’incertezza, l’ansia, la paura. È quanto emerge dal recente Rapporto realizzato dal Censis per il Consiglio nazionale dei giovani e l’Agenzia nazionale per i giovani dal titolo: Generazione post pandemia: bisogni e aspettative dei giovani italiani nel post Covid. Occorre riflettere su una concreta promessa di futuro per arginare l’onda d’urto della crisi pandemica, economica e delle attuali sfide su un’intera generazione, che oltre ad essere la più povera è anche la più sola.

S. Rita: la santa degli impossibili

È considerata la santa degli impossibili perché si ricorre alla sua intercessione nei casi che sembrano disperati.
Il 22 maggio ricorre la memoria liturgia di S. Rita da Cascia, «donna, sposa, madre, vedova e monaca» – ha ricordato il Papa – e insieme modello di vita più che mai valido anche oggi.
«Le donne di oggi – ha auspicato papa Francesco –, sul suo esempio, possano manifestare il medesimo entusiasmo di vita e, al contempo, essere capaci dello stesso amore che ella riservò a tutti incondizionatamente».
Nata a Roccaporena nel 1381, figlia unica, Margherita Lotti coltivava fin da giovane il sogno di consacrarsi a Dio, ma fu destinata al matrimonio con un uomo violento. La pazienza e l’amore di Rita lo cambiò, ma alla fine la sua vita fu spezzata nella violenza. Morti anche i due figli di malattia, Rita, che convinse la famiglia del marito a non vendicarsi, decise di seguire il desiderio giovanile entrando nel monastero dell’Ordine di Sant’Agostino a Cascia. Morì nel 1447 o forse nel 1457.
Tradizionalmente la figura di santa Rita è collegata al dono di una rosa. Particolare che si spiega con un episodio della sua vita, quando ormai prossima alla morte era costretta a letto e si nutriva pochissimo. Ricevendo la visita di una parente le chiese una rosa dall’orto. La visitatrice obiettò che si era in pieno inverno ma Rita insistette. Così rientrata a casa la parente, con grande stupore, trovò una bella rosa che colse portandola alla santa la quale la consegnò alle consorelle.

Prima confessione

Immagino l’emozione dei fanciulli di avvicinarsi per la prima volta al sacramento della Riconciliazione. Il momento che precede di un anno la prima comunione non è un semplice atto “formale” del percorso di
catechesi del fanciullo, come se fosse un lasciapassare per l’Eucarestia.
È qualcosa in più.
La Prima confessione è un momento certamente vissuto con grande trepidazione e attesa dai fanciulli, ma anche dai genitori che, insieme ai catechisti, hanno un importante compito: accompagnare il proprio figlio
in quel cammino di fede che lo porterà all’incontro con la misericordia del Signore.
Entusiasmo, gioia e consapevolezza di star percorrendo un cammino che li avvicinerà sempre più a conoscere l’amore del Signore.
Sono i sentimenti con cui ci si avvicina e si vive il sacramento della prima  confessione.
Quell’atto in cui, subito dopo il battesimo, ci si spoglia dei propri peccati con Dio chiedendo il suo perdono per poter mangiare del suo corpo, come fatto da Gesù spezzando il pane nell’ultima cena.
Il valore e il significato non solo della parola “perdono”, ma di cosa questo termine comporti nella vita di ogni giorno, ciascuno lo può apprendere dalle relazioni quotidiane, soprattutto dall’incontro sacramentale con la misericordia di Dio. 
Più che parlare di importanza del sacramento della penitenza amministrato per la prima volta ai fanciulli che poi dovranno incontrare Gesù eucaristia verosimilmente l’anno successivo, credo sia bene preparare i fanciulli facendo loro capire che quello che ricevono è un grande dono di Dio partecipato loro attraverso le mani della Chiesa, inoltre esso è anche il primo dei sacramenti che in maniera personale e consapevole vivono nella fede. È necessario dunque che prendano coscienza della bellezza di tale dono a partire dalla gratuità del perdono di Dio che viene richiesto e ottenuto da un cuore altrettanto pronto ad accogliere la misericordia del Padre.
Anche se questo Sacramento non verrà celebrato all’interno di una Celebrazione Eucaristica, la
comunità Parrocchiale è vicina a questi fanciulli con la preghiera, soprattutto con uno stile di vita comunitario in cui le fragilità e i limiti personali vengono superati dal perdono reciproco la cui
fonte rimane sempre l’esperienza sacramentale con Dio.

L’arte di educare non è per gente pigra

Educare è essere ciò che si vuole trasmettere! Insomma, educare è risplendere!
‘Risplendere’, sì, perché educare non è salire in cattedra, ma è tracciare un sentiero.
Aveva ragione lo scrittore Ippolito Nievo (1831-1861) a dire che “La parola è suono, l’esempio è
tuono”. L’esempio ha una valenza pedagogica straordinaria almeno per quattro ragioni.

  1. Intanto perché i figli imparano molto di più spiandoci che ascoltandoci.
    I genitori forse non se ne accorgono neppure, intanto i figli fotografano e registrano: “Vorrei avere
    la tua buona volontà di lavorare, mamma, ma non vorrei assomigliare a te per la tua nervosità”
    (Simona, nove anni). ”Papà vorrei che quando mangi, non sputi nel piatto” (Marco, otto anni). 
    ”Bisticciano sempre, ma sono innamorati, difatti a tavola papà dice sempre alla mamma: ‘versami il vino, così è più buono’” (Anna Lisa, dieci anni).
  2. L’esempio ha valenza pedagogica, poi, perché ciò che vien visto compiere dagli altri è un invito ad essere imitato, è un eccitante per l’azione. I ricercatori ci dicono che quando, ad esempio,
    vediamo una persona muovere un braccio, camminare, saltare… nel nostro cervello vengono,
    istintivamente, messi in moto gruppi di cellule (i ‘neuroni specchio’) che spingono a ripetere ciò che si è visto.
  1. La terza ragione della forza pedagogica dell’esempio sta in quella verità che i bravi insegnanti conoscono bene: “Se sento, dimentico. Se vedo, ricordo. Se faccio capisco”. ”Se vedo, ricordo”. Dentro ognuno di noi sono memorizzati mille gesti dei nostri genitori. È bastato vedere il loro comportamento, per non poterli più dimenticare. L’attrice Monica Vitti confessa: “Il rapporto con mia madre è stato determinante. A lei devo tutta la mia forza e il mio coraggio, la serietà e il rigore che ho sempre applicato nel mio lavoro”. A sua volta Enzo Biagi confida: “Di mio padre ricordo la grandissima generosità, la sua apertura e la sua disponibilità verso tutti. Non è mai passato un Natale, e il nostro era un Natale modesto, senza che alla nostra tavola sedesse qualcuno che se la passava peggio di noi… Non è mai arrivato in ritardo allo stabilimento. E io ho imparato che bisogna fare ogni
    giorno la propria parte”. Anche il papa Paolo VI aveva i suoi ricordi: “A mio padre devo gli esempi di coraggio. A mia madre devo il senso del raccoglimento, della vita interiore, della meditazione”. 
    Le testimonianze riportate ci lanciano la domanda “I figli ci ‘guardano’. Che cosa vedono?”.
  2. Finalmente l’esempio è decisivo perché è proprio l’esempio a dare serietà alle parole. Si può
    dubitare di quello che uno dice, ma si crede a quello che uno fa. A questo punto è facile concludere: educare è non offendere mai gli occhi di nessuno! Il grande scrittore russo Feodor Dostoevskij (1821-1881) ha lasciato un messaggio pedagogico straordinario: “Io mi sento responsabile non appena uno posa il suo sguardo su di me”. Magnifico! Beati i figli che hanno più esempi che rimproveri! 
    Beati i figli che hanno genitori che prima di parlare chiedono il permesso all’esempio! 
    Beati i figli che hanno genitori le cui parole d’oro non sono seguite da fatti di piombo!