Il musicista

C’era una volta un musicista che suonava da vero artista uno strumento. 
La musica rapiva la gente a tal punto che si metteva a danzare. Per caso un sordo, che non sapeva nulla della musica, passò di là e, vedendo tutta quella gente che ballava con entusiasmo, si mise, lui pure, a danzare! La vista persuade più dell’udito.

“Si converte l’uomo che scopre di essere amato da Dio”

Immaginavo la conversione come un fare penitenza del passato, come una condizione imposta da Dio per il perdono, pensavo di trovare Dio come risultato e ricompensa all’impegno. Ma che buona notizia sarebbe un Dio che dà secondo le prestazioni? Gesù viene a rivelarci che il movimento è esattamente l’inverso: è Lui che mi incontra, che mi raggiunge, mi abita. Gratuitamente. Prima che io faccia qualcosa, prima che io sia buono, Lui mi è venuto vicino. Allora io cambio vita, cambio luce, cambio il modo di intendere le cose.
La verità è che noi siamo immersi in un mare d’amore e non ce ne rendiamo conto. Quando finalmente me ne rendo conto, comincia la conversione. Cade il velo dagli occhi, come a Paolo a Damasco.

Di San Paolo non facciamo solo memoria della sua santità, del suo martirio, della sua testimonianza, bensì anche della sua conversione. E questo forse perché la conversione di quest’uomo non ha nulla a che fare con la conversione di un ateo, di un miscredente, di un senza Dio, ma a che fare con la conversione di un uomo che a Dio già credeva, anzi ci credeva talmente tanto da perseguitare i cristiani per difenderne il Suo buon Nome. San Paolo è un credente convertito. Egli passa dalla religione alla fede.
Forse, qualche volta, avremmo bisogno che accadesse la medesima conversione. La vita potrebbe rischiare di essere piena di religione ma vuota della vera fede. La religione è frutto di educazione, di tradizione, di aspettative, ma la fede può anche non avere a che fare direttamente con tutto questo.
Si incontra la fede quando in maniera forte e decisiva si fa un’esperienza che ci segna talmente tanto da
farci passare dal credere in valori o idee a credere in Qualcuno. Saulo incontra Cristo sulla sua strada, e da quel momento non è più lo stesso uomo di prima. Saulo diventa Paolo.
Se da una parte la fede è il dono di ricevere un’esperienza che ti cambia la vita, è pur vero che davanti a questa esperienza rimaniamo liberi di dire di si o di no.
È la grande lezione che ha appreso Paolo convertendosi: lui che di retorica e di ragionamenti teologici se ne intendeva, comprende che Dio agisce per fatti e non per meri ragionamenti.

Prendo nota

L’educazione inizia dagli occhi, non dalle orecchie. Oggi i ragazzi ascoltano con gli occhi.
Roberto Benigni, alludendo alla sua esperienza con Federico Fellini, dice: “Quando si sta sotto una quercia, forse rimane in mano qualche ghianda”. I fatti contano più delle parole.
Per imporsi non serve la costrizione, ma l’ammirazione.
Spesso si raddrizzano gli altri semplicemente camminando diritti.
L’educazione più che una tecnica è una respirazione. Se i figli vivono in un’atmosfera elettrica,
diventano elettrici…
Chi parla di dieta con la bocca piena, si auto esclude in partenza.
Quando nel deserto non vi sono le stelle e la notte è buia come la pece, restano le orme.
Gli esempi sono le orme!
Quattro proverbi: “Come canta l’abate, così risponde il frate”.
“La ciliegia verde matura guardando la ciliegia rossa” (Palestina).
“Educatori storti, non avranno mai prodotti dritti” (Olanda).
“Se la pernice prende il volo, il piccolo non sta a terra” (Africa).

II domenica di Avvento: l’uomo con la lanterna – cercare

Io sono l’uomo con la lanterna. Sono uno dei pastori arrivati alla mangiatoia subito dopo la nascita del Bambino. Avevamo ricevuto un annuncio un po’ strano e io volevo vederci chiaro. Era notte fonda, per strada non c’erano luci ma per fortuna avevo con me la lanterna; è mia compagna di vita, non mi separo mai da lei.
Ogni volta che guardi un presepe mi vedi in piedi, con gli abiti un po’ sgualciti, la bisaccia e il lume in mano. Non sono un tipo con cui è facile andare d’accordo: gli altri pastori si accontentano degli stessi pascoli per il loro gregge, ma io no.
A me piace spostarmi e fare in modo che le pecore non mangino sempre negli stessi prati e non bevano negli stessi ruscelli. È questo, forse, il motivo per cui a volte rimango da solo; assomiglio ad un ricercatore piuttosto che ad un pastore!
Mi piace accendere luci quando arriva il buio e tenerle accese quando altri le spengono. Sono un cocciuto, lo so, ma da quando ho visto che un solo lumicino può bucare la notte più scura e farmela attraversare, non mollo le mie convinzioni al primo che passa per la strada.
Io sono l’uomo con la lanterna. E nel presepe c’è spazio anche per me che prima di credere ho voluto vedere coi miei occhi il Bambino e stare per un po’ di tempo davanti alla mangiatoia! Nel presepe c’è spazio anche per me, e per tutti quelli che cercano luce nei grovigli di giorni pesanti e di periodi cupi! Nel presepe c’è spazio anche per me, che sono un tipo complicato, che prima di fidarsi di qualcuno
vuole avere in mano delle ragioni autentiche. E non immagini quanto mi piacerebbe fossimo uomini e donne in ricerca, che non si accontentano di vivacchiare!
Io sono l’uomo con la lanterna e tu chi sei?

Un racconto per riflettere

LA MALATTIA PIÙ GRAVE: L’INDIFFERENZA
Un giorno, ad un luminare della medicina venne chiesto quale fosse la più grave malattia del secolo. I presenti si aspettavano che dicesse il cancro o l’infarto.
Grande fu lo stupore generale quando lo scienziato rispose: “L’indifferenza!”.
Tutti allora si guardarono negli occhi e ognuno si accorse di essere gravemente ammalato.
Infine gli domandarono quale ne fosse la cura.
E lo scienziato disse: “Accorgersene!”

Santo del mese: Santa Francesca Cabrini

LA CASA DELLA PROVVIDENZA: Il vescovo Domenico Maria Gelmini consigliò alla Tondini di dare un’impronta religiosa all’istituto, ma la fioca vocazione delle fondatrici non lo permise. Le due donne continuarono a condurre l’amministrazione dell’orfanotrofio in modo inadeguato tanto che il consulente
ecclesiastico, padre Giulini, decise di sistemare la situazione chiamando Francesca. Egli, essendo anche cappellano delle Figlie del Sacro Cuore, conosceva bene la Cabrini, la sua rettitudine morale e la sua profondità religiosa. Chiese quindi aiuto a don Serrati per convincere Francesca ad accettare l’incarico; su consiglio di don Bassano Dedè, parroco di Sant’Angelo e suo direttore spirituale al quale rimase sempre profondamente legata, ella entrò nella Casa della Provvidenza il 13 agosto 1874. Visse per sei anni nella Casa della provvidenza e per lei questo fu un periodo di grande tribolazione per l’ostilità della Tondini e della Calza. Qui Francesca ricevette l’abito religioso.
Più tardi, pur conservando il suo nome, aggiunse quello di Saverio, in ricordo del grande missionario e
patrono delle missioni. La profonda convinzione di diventare una missionaria rimase intatta nel suo cuore senza essere minimamente attaccata dalle molteplici delusioni che Francesca provò nel corso di quei sei anni trascorsi nella Casa.
FONDAZIONE DELLE MISSIONARIE DEL SACRO CUORE DI GESU’, 1880
Il vescovo Gelmini, giunto ormai alla convinzione che la Casa della Provvidenza non sarebbe mai potuta diventare un’istituzione religiosa, nel 1880, indicò il giusto cammino a suor Francesca Cabrini con queste parole: “desideri farti missionaria; ora il tempo è maturo”. Con il prezioso aiuto di padre Veneroni, le suore si installarono in un antico convento francescano abbandonato: in questo luogo così spoglio, testimone delle guerre napoleoniche, nacque l’istituto delle Salesiane Missionarie del Sacro Cuore. La nascita di questa istituzione ricorda molto da vicino l’aspetto fragile della santa e la sua determinazione: la piccola Comunità nacque senza una regola di vita religiosa prestabilita e senza mezzi economici, ma destinata a diventare di estrema importanza per gli emigranti e i bisognosi. Con l’aiuto di religiosi, sacerdoti e amici il convento fu arredato e preparata una cappella con il Santissimo che fu dedicata al Sacro Cuore di Gesù.
Il 14 novembre 1880, mons. Serrati celebrò la prima messa in questa cappella. La Fondatrice aveva allora solo trent’anni, ma la sua formazione religiosa e spirituale era di grande maturità e solidità.
L’APPROVAZIONE PONTIFICIA: A Francesca fu affidato il compito della cura e dell’educazione delle sue religiose e, nello stilare le Regole, si lasciò guidare dallo spirito di Gesù; l’approvazione diocesana avvenne nel 1881 da parte del vescovo Gelmini e le suore riconosciute come Salesiane Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. La Regola che Madre Cabrini stilò aveva come principi l’obbedienza, la mortificazione, la rinuncia, la vigilanza del cuore, il silenzio interiore. Il 12 marzo 1888 Madre Cabrini ricevette l’approvazione pontificia e con questo decreto nella borsa, tornò di volata a Codogno.
Da questo momento l’attività apostolica e missionaria assunse un ritmo vertiginoso.
LA MISSIONE: A Roma conobbe mons. Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, che si occupava dei gravi problemi che assillavano le “schiere” dei nostri connazionali all’estero; tra il 1876 e il1914 furono 18 milioni gli italiani che emigrarono prima verso le nazioni europee e poi verso le Americhe. La Chiesa preoccupata per le vaste proporzioni che stava assumendo questo fenomeno con un Breve Apostolico del 25 novembre 1887 del papa Leone XIII, incoraggiò e approvò la presenza dei missionari tra gli emigranti italiani nel mondo. Madre Cabrini si incontrò più volte con il vescovo di Piacenza, ma furono le parole del Papa Leono XIII “non all’Oriente ma all’Occidente” a portarla a varcare più volte l’oceano Atlantico. Il 19 marzo 1889 nel convento di Codogno, Madre Francesca Saverio quasi quarantenne e altre sei religiose ricevettero da mons. Scalabrini la Croce di Missionarie. Quattro giorni dopo, il 23 marzo, salparono dal porto francese di Le Havre col piroscafo Bourgogne verso New York, ove sbarcarono il 31 tra la pioggia e il fango. Cominciò così la sua vita missionaria spesa in soccorso degli emigranti vinti, maltrattati, linciati, malvisti dalle classi lavoratrici per le loro attività a buon mercato e sopraffatti dalla miseria e dall’analfabetismo. “Noi non siamo nulla ma con Dio possiamo tutto”. Con questa fede illimitata Madre Cabrini costruirà in 28 anni di missione, scuole, orfanotrofi, ospedali, chiese, oratori, sanatori…

Santo del mese: Santa Francesca Cabrini

LA NASCITA

Francesca Cabrini, decima di undici figli, nacque a Sant’Angelo Lodigiano, il 15 luglio 1850 da Agostino e Stella Oldini.Il padre era noto in paese come il cristianone; con la moglie si dedicava all’educazione dei figli e alle cure della famiglia, organizzando la sua vita tra i suoi doveri di cristiano e di capo famiglia. Francesca crebbe quindi in un clima familiare molto religioso, nel quale la preghiera e la S. Messa occupavano un posto fondamentale nella vita quotidiana. La vita della famiglia Cabrini fu segnata da tanti lutti e dolori: infatti degli undici figli solo quattro raggiungeranno l’età adulta, gli altri moriranno in tenera età. Si racconta che quando Francesca nacque, un volo di colombe si posò sull’aia della casa dove stava essiccando il grano e il papà Agostino cercò di allontanarle.
Una però rimase impigliata con una zampetta nella frusta e in quel momento venne da una finestra del piano superiore il lieto annuncio: “è una bambina”. Essendo nata prematura, Francesca fu subito battezzata nello stesso Fonte Battesimale che si trova ancora oggi nella Basilica di Sant’Angelo, poiché si temeva della sua sopravvivenza; fu infatti sempre gracile di costituzione, ma forte di carattere.

L’INFANZIA:

Fin dai primi anni di vita Francesca ebbe la sorella Rosa come educatrice e maestra, con lei compì il ciclo dell’istruzione primaria, a lei rendeva conto del suo operato, da lei riceveva direttive e sollecitazioni. Nell’andamento di una vita familiare intensa, anche la Cecchina, come la chiamavano familiarmente, con i fratelli seguiva i genitori nelle grandi manifestazioni della religiosità popolare: il catechismo, le processioni, la preparazione e la celebrazione delle feste patronali tra cui quelle tenute in gran conto dai paesani: quella del Sacro Cuore di Gesù, della Madonna, di Sant’Antonio.
Si lasciava attrarre in quei tempi dalle relazioni dei missionari che si leggevano la sera in famiglia, sulle pagine degli Annali della Propagazione della fede; ne era indotta a riflettere e spesso, durante la lettura “si faceva pensosa al racconto di tanti eroismi compiuti anche a costo della vita, per diffondere la conoscenza e l’amore di Dio”.
Evidentemente sorgeva in lei, lenta ma salda la vocazione all’apostolato nelle missioni.

L’ADOLESCENZA:

Francesca, seguendo anche in questo l’esempio della sorella Rosa, si iscrisse alla scuola Normale di Arluno, diretta dalle Figlie del Sacro Cuore. Ad Arluno, paese situato nei dintorni di Milano, Francesca trascorse quasi cinque anni fino al 1868 quando conseguì il diploma di maestra elementare con abilitazione all’insegnamento. In collegio conobbe da vicino la vita della Beata Teresa Eustochio Verzeri fondatrice delle Figlie del Sacro Cuore ed fu ammessa alla lettura dei suoi scritti e all’esperienza della vita religiosa; la giovane Francesca sognava e pregustava la gioia di poter condividere per sempre la vita delle sue educatrici, ma altre erano le vie del Signore a suo riguardo. Appena ottenne il diploma, Francesca lasciò Arluno e tornò a Sant’Angelo, dove iniziò un’intensa vita di apostolato; a Vidardo compì la sua prima esperienza di insegnamento elementare.
Qui ebbe modo di farsi amare ed apprezzare anche se la sua decisione di insegnare catechismo sui banchi della scuola, le provocò qualche fastidio ma la sua fermezza d’animo, la sua emancipazione e la sua ferrea volontà di non permettere mai ad alcuno di interferire con i suoi progetti apostolici ed educativi riuscirono a farle superare ogni ostacolo politico, culturale o economico. Proprio a Vidardo conobbe don Antonio Serrati, il futuro parroco di Codogno, che darà una svolta alla vita di Francesca.

LA MATURITÀ:

Nel 1870 Francesca raggiunse la piena maturità a causa di un avvenimento tragico: la morte dei suoi cari genitori. Il padre, Agostino si spense a febbraio e Stella, la mamma lo seguì nel mese di dicembre. Nel 1872 scoppiò una terribile epidemia di vaiolo e Francesca si prodigò con tanto amore e generosità per quanti caddero ammalati, tanto che lei stessa ne fu colpita. Francesca guarì completamente senza che la malattia le lasciasse tracce indelebili, anzi riprese il lavoro con più zelo di prima. Queste dolorose esperienze accentuarono il desiderio, sempre presente nel suo giovane cuore, di consacrarsi interamente a Dio. La Provvidenza nel 1873 le fece abbandonare Vidardo e il suo paese natale e la condusse a Codogno dove, quindici anni prima dell’arrivo di Francesca, il parroco aveva concesso il suo assenso alla fondazione di un’ istituzione caritativa per l’accoglienza di bambine orfane, nell’edificio messo a disposizione dalla proprietaria della casa, la signora Antonia Tondini con l’assistenza di Mari Teresa Calza.

Per te mi spendo

Per Te Mi Spendo è la raccolta alimentare promossa dalla Caritas Lodigiana e da altre realtà del territorio che si occupano del recupero del cibo in favore delle persone in difficoltà economica.

Raccolta di generi alimentari nei supermercati, a supporto delle famiglie della Diocesi di Lodi.

Sabato 11 novembre 2023 tutto il giorno nei supermercati aderenti

Santo del mese: San Vincenzo Grossi

Dopo dieci anni di ministero a Regona, l’obbedienza lo chiama a Vicobellignano, dove rimane per 34 anni.
A Vicobellignano è necessario un parroco preparato e zelante, che possa arginare una situazione pastoralmente difficile. Inoltre la presenza di una comunità protestante rende la situazione ancora più delicata; è segno di una frattura all’interno della comunità cristiana e di una situazione complessa a livello diocesano ed ecclesiale.
Anche qui, don Vincenzo cerca di rispondere attraverso la fedeltà al suo ministero. Dove non arriva l’azione, si affida alla invisibile potenza della preghiera.
Prega a lungo per il suo popolo, offre le sofferenze, i distacchi, le delusioni, ben fermo nella sua idea di sacerdote: Il prete non può sacrificare un’ostia estranea, se non è disposto egli stesso a sacrificarsi con tale vittima. Il suo è un sacrificio totale, ma non accigliato. Con gioia serve il suo Signore nel prossimo. Attivo e creativo nell’obbedienza, consapevole della diffusa ignoranza religiosa, della necessità di contrastare ideologie ingannevoli contrarie alla fede, Don Vincenzo si dedica con assiduità alla predicazione anche al di fuori della propria parrocchia. Viene chiamato in varie località del cremonese e del lodigiano. È convinto che occorre fare al prossimo la carità di conoscere e vivere la propria dignità di figli di Dio. Nell’ordinarietà straordinariamente ed intensamente vissuta del suo ministero pastorale, Don Vincenzo va gradualmente seguendo una intuizione, che lo porterà a gettare le basi dell’Istituto delle Figlie dell’Oratorio.
Fin dagli anni di Regona, Don Vincenzo ha avuto modo di incontrare giovani donne desiderose di donarsi interamente a Dio e di mettersi al suo servizio. Impressionato dalla miseria morale e materiale della gioventù femminile del suo tempo, Don Vincenzo forma piccole comunità di consacrate, per fare fra le giovani “il maggior bene possibile”, e in questo modo collaborare con i parroci nella loro cura pastorale. Due condizioni sono indispensabili: la povertà e lo spirito di adattamento, per poter essere presenti soprattutto dove l’opera delle suore è resa più difficile.
Nascono le Figlie dell’Oratorio. Il loro aspetto non le distacca molto dalle donne del tempo, lo stile è semplice e gioviale; hanno come luogo di preghiera la chiesa parrocchiale e svolgono alcune semplici opere educative per formare le bambine e le ragazze, soprattutto le più bisognose.
Don Vincenzo segue attivamente e con discrezione quella che lui definisce “un’opera di Dio”; sempre rifiuta il titolo di Fondatore, poiché afferma con decisione: “Fondatore è il Signore”.
Pian piano vede svilupparsi, al di là delle aspettative e dei progetti iniziali, il seme dello Spirito che lui ha custodito e che ha permesso germogliasse.
Al momento della morte, avvenuta il 7 novembre 1917, esprime attraverso le sue ultime parole l’affidamento di sé e della sua opera al Signore: “La via è aperta: bisogna andare…”.
Queste parole sono diventate il motto dell’Istituto Figlie dell’Oratorio, che, nel variare delle situazioni e dei tempi, cerca di essere fedelmente creativo alla ispirazione originaria del proprio fondatore. Don Vincenzo Grossi è stato beatificato il 1° novembre 1975 dal Beato Paolo VI.
Il 5 maggio 2015 è stato emesso il decreto per il riconoscimento della guarigione miracolosa di una bimba di pochi mesi, affetta da grave patologia ematica.
Il 18 ottobre dello stesso anno, Papa Francesco ha inserito Vincenzo Grossi nell’albo dei Santi. Nell’omelia della Messa di canonizzazione si è espresso così: “San Vincenzo Grossi fu parroco zelante, sempre attento ai bisogni della sua gente, specialmente alle fragilità dei giovani.
Per tutti spezzò con ardore il pane della Parola e divenne buon samaritano per i più bisognosi”.
La memoria liturgica di San Vincenzo Grossi è il 7 novembre

Santi e defunti

Festa di famiglia, festa di fraternità solidale! La festa di tutti i santi e il ricordo di tutti i fedeli defunti ci fanno sentire tutti membri di una famiglia grande, allargata fino ai confini del mondo. Sono due giornate (1 e 2 novembre) che ci riportano ad una nostra celebrazione familiare. Nostra, perché i santi e i defunti sono parte dell’unica famiglia di Dio e degli uomini. È la famiglia di tutti i santi: non solo dei pochi riconosciuti ufficialmente come tali dalla Chiesa, ma di tutte le persone di buona volontà, di tutti coloro che hanno cercato Dio con cuore sincero e nel rispetto del prossimo. È la famiglia di tutti i defunti, non solo dei nostri parenti e amici. A tutti loro ci uniscono vicende comuni, fatte di gioie, speranze, dolore, fragilità, fatiche. Fino alla strettoia inevitabile della morte, in un cammino che accomuna tutti: santi e peccatori, ricchi e poveracci, credenti e non. Siamo parte di una famiglia innumerevole di donne e uomini di ogni lingua, colore, razza, religione, cultura, condizione sociale.
È la festa della famiglia allargata, dalle dimensioni universali, senza confini. Dove nessuno è sconosciuto o straniero per Dio e per coloro che vivono in Lui. Dove Dio conosce ogni volto e chiama ciascuno per nome. Una famiglia dove la fraternità si cementa nella circolarità dei rapporti a beneficio di tutti: i santi del cielo intercedono presso Dio a nostro favore, mentre siamo pellegrini sulla terra; noi, pellegrini, diamo lode e grazie a Dio per la sua misericordia e per le cose belle che Egli opera nei santi; noi e i santi offriamo suppliche per i defunti che ancora attendono di contemplare pienamente il volto di Dio; anche i defunti, in forme che noi non conosciamo, vivono una speciale comunione con Dio, che ridonda a beneficio nostro.
È, quindi, la festa della intercessione circolare: di Cristo e dei santi per noi; della nostra intercessione a favore dei defunti; e dei defunti – che sono già dei salvati! – a favore dei parenti e di tutta la famiglia umana.