Dedicazione della nostra Chiesa (2)

Ma perché si parla prima di “benedizione” e poi di “dedicazione”? 
Quando la costruzione di una chiesa è terminata, viene benedetta, invocando la benevolenza e la presenza del Signore su di essa. In seguito quel luogo può anche essere dedicato ad altro scopo, come succede quando, in una nuova parrocchia si celebra inizialmente in un capannone o in una sala o in un prefabbricato. Quando invece la chiesa viene “dedicata” significa che la si vuole destinare in modo definitivo al culto. Il rito della dedicazione può però essere celebrato solo quando la chiesa possiede un altare fisso. Non si tratta di passaggi burocratici.
Come per tutte le nostre case, si tratta di momenti che segnano una storia di amore di chi abita i luoghi, di chi li ha sognati proprio perché esprimino, custodiscano e incrementino la storia di bene di chi li abita. Così è anche tra di noi e con il Signore.
La chiesa è un edificio in cui Dio e l’uomo vogliono incontrarsi; una casa che ci riunisce,  in cui si è attratti verso Dio, ed essere insieme con Dio ci unisce reciprocamente.

“Perché farne memoria ogni anno? E come mai è una “solennità”, cioè il grado più alto delle feste cristiane, come il Natale, la Pasqua, l’Ascensione, la Pentecoste?” Potremmo chiamarla “la solennità della Chiesa locale”: attraverso il segno del tempio manifestiamo il nostro essere pietre vive dal giorno del Battesimo, la nostra comunione con la Chiesa diocesana e il nostro vescovo, la nostra missione di annunciare il Vangelo come grembo che genera altri alla fede, il dono immenso che ci viene fatto ogni volta che ci riuniamo in santa assemblea per celebrare l’Eucaristia!!

Celebrare questa solennità per la nostra comunità cristiana significa che siamo unici, ma in un corpo armonioso. Siamo speciali, ma in una comunione universale.
Proprio perché siamo noi, con la nostra storia, la nostra originalità, il nostro cammino, talvolta fattoo di slanci, altre volte di incertezze, mancanze, ma siamo parte irrinunciabile della Chiesa.
Non solo noi, ma non senza di noi.

Dedicazione della nostra Chiesa (1)

La solennità della Dedicazione della propria Chiesa, che per noi sarà celebrata sabato 28 e domenica 29 ottobre, durante le sante Messe festive, è un grande avvenimento di fede e di memoria grata per la nostra comunità parrocchiale.
La prima pietra di una chiesa è simbolo di Cristo. La Chiesa poggia su Cristo, è sostenuta da lui e non può essere da lui separata. Egli è l’unico fondamento di ogni comunità cristiana, la pietra viva, rigettata dai costruttori ma scelta e preziosa agli occhi di Dio come pietra angolare. Con lui anche noi siamo pietre vive costruite come edificio spirituale, luogo di dimora per Dio. Questa è la realtà della Chiesa; essa è Cristo e noi, Cristo con noi. Egli è con noi come la vite è con i suoi tralci.
La Chiesa è in Cristo una comunità di vita nuova, una dinamica realtà di grazia che promana da lui.

Ma cosa significa la parola “chiesa”? 
Il termine deriva dal greco ekklesía, che significa “assemblea” o “coloro che sono convocati”.
Il significato fondamentale di “chiesa” non è quindi quello di un edificio, ma di persone.
Il contenuto (le persone) ha in seguito dato il nome anche al contenitore (l’edificio).

Santo del mese: Beato Carlo Gnocchi

Frasi di don Carlo Gnocchi

“Tu solo, per sempre” è l’immutabile parola di quelli che si amano. L’amore che si limita, l’amore episodico, non è amore, è passione.
Non esistono malattie, ma malati, cioè un dato modo di ammalarsi proprio di ciascuno e corrispondente alla sua profonda individualità somatica, umorale e psicologica.
In un mondo come il nostro, inaridito, agitato, maniaco, è necessario mettere olio d’amore sugli ingranaggi dei rapporti sociali e formare nuclei di pensiero e di resistenza morale per non essere travolti.
L’amore è la più benefica, universale e santa di tutte le forze naturali, per la quale l’uomo può evadere dalla clausura dell’io per donarsi, e diventare fonte viva e luminosa di altre vite nel mondo.
Dopo tante antiche e recenti disillusioni, qualcuno può essere tentato di raccogliersi nella propria solitudine e rifiutare l’offerta di nuove amicizie; ma io dico che deve battersi contro questa amara e pericolosa tentazione.
La guerra nasce da un disordine morale, molto prima che da uno squilibrio economico, o da una perturbazione dell’ordine politico. La guerra nasce dalla colpa.
La religione, per questa gente [gli alpini], non è mai un momento o un episodio; è uno stato, una forma, un modo di vita; sangue vivo e succo vitale.

Santo del mese: Beato Carlo Gnocchi

La malattia, l’ultimo dono e la morte

Ai primi di novembre 1955, mentre visitava il Centro Pilota di Roma, don Carlo si sentì male. Sulle prime i medici pensarono che fosse un esaurimento, ma quando fu ricoverato alla clinica Columbus di Milano emerse la verità: aveva un tumore allo stomaco, con metastasi diffuse ai polmoni.
Una domenica di febbraio mandò a chiamare il professor Cesare Galeazzi, direttore dell’ospedale Oftalmico di Milano, per chiedergli quello che definì «un grande favore»: dopo la sua morte, le sue cornee dovevano essere espiantate, per ridare la luce degli occhi a uno dei suoi ragazzi.
Non molti giorni dopo morì, nel pomeriggio del 28 febbraio 1956, a 53 anni.
L’operazione di espianto ebbe successo e destò molto clamore: si era agli albori della cultura dei trapianti d’organi, che in Italia non erano ancora disciplinati per legge. I beneficati furono Silvio Colagrande e Amabile Battistello, l’uno rimasto privo della vista a causa di un incidente, l’altra cieca dalla nascita.

La fama di santità e il processo di beatificazione

I funerali furono celebrati nel Duomo di Milano il 1° marzo 1956 dall’arcivescovo Giovanni Battista
Montini, poi papa Paolo VI e Santo, con un’imponente partecipazione di popolo.
Durante i funerali, un mutilatino, Domenico Antonino, fu portato al microfono e disse: «Prima ti dicevo: ciao don Carlo. Adesso ti dico: ciao, san Carlo». Era solo la prima attestazione pubblica di una buona fama che, col passare degli anni, non venne meno.
Il nulla osta per l’avvio della causa di beatificazione di don Carlo Gnocchi è giunto il 5 gennaio 1987: già il 6 maggio del medesimo anno fu aperta, a Milano, la fase diocesana del processo, conclusa il 23 febbraio 1991 e convalidata il 29 ottobre 1993. La “positio super virtutibus” è stata trasmessa a Roma nel 1997.
Fu ottenuto parere positivo circa l’esercizio delle virtù eroiche sia dai consultori teologi, il 22 ottobre 2002, sia dai cardinali e vescovi membri della Congregazione vaticana per le Cause dei Santi, il 3 dicembre dello stesso anno. San Giovanni Paolo II autorizzò quindi, il 20 dicembre 2002, la promulgazione del decreto con cui don Carlo Gnocchi era dichiarato Venerabile.

Il miracolo e la beatificazione

Come presunto miracolo per ottenere la beatificazione fu preso in esame il caso di Sperandio Aldeni, artigiano elettricista e alpino bergamasco. Il 17 agosto 1979 era sopravvissuto a una scarica elettrica altrimenti mortale, invocando proprio don Carlo Gnocchi. Il processo sull’asserito miracolo venne quindi aperto il 22 ottobre 2004 e concluso quasi tre mesi dopo, il 19 novembre; fu convalidato il 6 maggio 2005.
La giunta medica della Congregazione per le Cause dei Santi diede parere favorevole circa l’inspiegabilità dell’evento il 5 luglio 2007. L’opinione fu confermata dai consultori teologi il 4 novembre 2008 e dai cardinali e vescovi della Congregazione il 13 gennaio 2009. Infine, il 17 gennaio 2009, papa Benedetto XVI ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui l’evento prodigioso era da attribuirsi all’intercessione del Venerabile Carlo Gnocchi, aprendo quindi la strada alla sua beatificazione. Il 25 ottobre 2009, nella stessa piazza Duomo che aveva visto i suoi funerali, don Carlo Gnocchi veniva ufficialmente posto alla venerazione dei fedeli. Il rito di beatificazione è stato presieduto da monsignor Angelo Amato come inviato del Santo Padre, all’interno della celebrazione eucaristica presieduta dal cardinal Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano.

Il Rosario: stare sempre in preghiera (2)

Ottobre, il mese dedicato al S. Rosario, ci offre l’occasione di poter riscoprire la bellezza e ricchezza di una delle forme di preghiera più belle della tradizione cristiana. Questa ha nei fatti caratterizzato la devozione di una moltitudine di fedeli nel corso del tempo ed è da sempre stata valido strumento di sostegno della fede, nel suo essere mezzo semplice ed accessibile a tutti per mettere in contatto con i principali misteri della nostra salvezza, insieme a Colei che più di tutti li ha vissuti da vicino, la Vergine Maria.

Il Rosario: imparare da Maria come “stare in preghiera”
Il Rosario, proprio perché semplice, è accessibile a chiunque.
Nel soffermarci sugli episodi della vita di Cristo, per capire cosa Egli voglia darci attraverso questi, siamo aiutati dalla sua stessa Madre, che fin dal primo momento, nell’evento dell’Annunciazione, si fece attenta ed obbediente al Verbo, accogliendolo nel suo grembo.
Con l’aiuto di Maria, impariamo anche noi ad essere presenti a Cristo, ad avere «gli stessi sentimenti che furono di Cristo».
Facendo nostro il mistero contemplato, lasciamo che porti frutto nella nostra quotidianità, come avviene nella Vergine Maria, impariamo a conformarci Cristo, perché in ogni momento ci è dato di crescere con lui, e Maria, in «età, sapienza e grazia».
Questo è il bel clima di continua orazione che ci lascia questa stupenda preghiera, che si traduce nel desiderio di Cristo, nella gioia di essere suoi imitatori: «Siete beati se le mettete in pratica». Tale desiderio può sempre trovare appagamento ed essere nuovamente alimentato, proprio perché il Rosario è una preghiera a cui è possibile ricorrere in ogni momento della giornata, nei più diversi contesti ed anche in momenti di attività.
Ricorriamo dunque a Maria, con l’augurio che sempre più persone possano trovare beneficio da questa pia pratica.

Il Rosario: stare sempre in preghiera (1)

Ottobre, il mese dedicato al S. Rosario, ci offre l’occasione di poter riscoprire la bellezza e ricchezza di una delle forme di preghiera più belle della tradizione cristiana. Questa ha nei fatti caratterizzato la devozione di una moltitudine di fedeli nel corso del tempo ed è da sempre stata valido strumento di sostegno della fede, nel suo essere mezzo semplice ed accessibile a tutti per mettere in contatto con i principali misteri della nostra salvezza, insieme a Colei che più di tutti li ha vissuti da vicino, la Vergine Maria.
Il comando della preghiera
L’urgenza di affermare l’importanza del Rosario è tanto più necessaria oggi, in un tempo in cui sembra che la maggior parte degli uomini abbia smarrito il significato autentico della preghiera. Non possiamo dimenticare che essa è indispensabile al progresso nella vita spirituale, dunque a tutti noi che siamo chiamati alla santità.
Se infatti l’orazione, come ricorda san Giovanni Damasceno, è «elevazione della mente in Dio», essa vuole essere modo di entrare in comunione, in intimità con Colui a cui siamo ordinati come compimento della nostra felicità. Non dovrebbe sembrarci strano il comando del Signore di «stare sempre in preghiera, senza stancarsi. Certo, ciò può apparire difficile, soprattutto per coloro che, non essendo consacrati, sono impegnati nella vita attiva, nel lavoro, nella famiglia, nelle cose del mondo. Difficile, forse, ma non impossibile. Ed il Rosario è in questo una provvidenziale soluzione.

Santo del mese: Beato Carlo Gnocchi

Cappellano degli alpini
Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò ufficialmente nel secondo conflitto mondiale. Don Carlo si arruolò volontariamente come cappellano militare del Battaglione degli Alpini «Val Tagliamento», che partecipò alla campagna di Grecia. Dopo il congedo, riprese il suo impegno al Gonzaga, ma sentiva di dover andare dove ci fosse più bisogno di lui: scrisse quindi più volte al cardinale Schuster perché acconsentisse alla sua partenza per il fronte russo. Infine, nel mese di luglio 1942, poté partire per la campagna di Russia, come cappellano degli Alpini della Divisione Tridentina.
La prima idea di “un’opera di carità
La disastrosa ritirata del gennaio 1943, che vide la morte di numerosi soldati, lo colpì profondamente, spingendolo a riflettere sul significato e sul valore della sofferenza degli innocenti.
Maturò il lui il desiderio di provvedere all’assistenza degli orfani dei suoi alpini: così, tornato in patria, cominciò a cercarli personalmente.
Decorato con medaglia d’argento al valor militare, negli anni 1944-45 partecipò alla Resistenza. Incarcerato a San Vittore, fu liberato dieci giorni dopo per l’intervento del cardinale Schuster.
Nel 1945 lasciò l’incarico di direttore spirituale all’Istituto Gonzaga, prendendo quello di assistente ecclesiastico degli studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, restandovi tre anni.
Mentre l’arcivescovo pensava di destinarlo a una parrocchia, don Carlo andava concretizzando quello che, dal fronte russo, aveva scritto al cugino Mario Biassoni: «Sogno dopo la guerra di potermi dedicare per sempre ad un’opera di Carità, quale che sia, o meglio quale Dio me la vorrà indicare. Desidero e prego dal Signore una sola cosa: servire per tutta la vita i Suoi poveri.
Ecco la mia “carriera”».
Nascita della Fondazione Pro Juventute
Nell’aprile 1945 don Carlo venne nominato direttore dell’Istituto Grandi Invalidi di Arosio (in provincia di Como). L’8 dicembre dello stesso anno aveva appena terminato la celebrazione della Messa, quando il portinaio gli annunciò che gli era stato portato un bambino, Bruno Castoldi, il cui padre era morto in Russia. A lui si aggiunsero, nel corso della giornata, altri ventisette orfani. L’arrivo di un bambino di otto anni, Paolo Balducci, che aveva invece perso una gamba per lo scoppio di una bomba, lo orientò definitivamente verso l’accoglienza di quei piccoli sofferenti.
Per coordinare meglio l’attività dell’istituto di Arosio verso i cosiddetti mutilatini, don Carlo istituì la «Federazione Pro Infanzia Mutilata», che il 26 marzo 1949 fu ufficialmente riconosciuta con Decreto del Presidente della Repubblica. Nel 1951 l’istituzione cambiò denominazione in «Fondazione Pro Juventute» e, due anni dopo, riconosciuta come Ente Morale.
Don Carlo si fece propagandista itinerante in Italia e all’estero per le sue istituzioni, che ormai si erano ramificate, aumentando con ritmo veloce, in Lombardia e in altre regioni italiane.
Fu anche scrittore fecondo di spiritualità, educazione, pedagogia.

Cosa dice a noi oggi San Francesco

Essere cristiani è un rapporto vitale con la Persona di Gesù, è rivestirsi di Lui, è assimilazione a Lui.
Da dove parte il cammino di Francesco verso Cristo? Parte dallo sguardo di Gesù sulla croce.
Lasciarsi guardare da Lui nel momento in cui dona la vita per noi e ci attira a Lui. In quel crocifisso Gesù non appare morto, ma vivo! Gesù non ha gli occhi chiusi, ma aperti, spalancati: uno sguardo che parla al cuore. E il Crocifisso ci parla di una morte che è vita, che genera vita, perché ci parla di amore, perché è l’Amore di Dio incarnato, e l’Amore non muore, anzi, sconfigge il male e la morte.

Lettera ai genitori per l’inizio della Catechesi

Cari genitori,
trasmettere la fede ai figli, è una responsabilità che voi non potete e non dovete dimenticare, trascurare o delegare totalmente.
Siete i primi annunciatori della fede attraverso la preghiera e la pratica cristiana.
Nel giorno del Battesimo del vostro figlio il sacerdote vi ha rivolto questa domanda: “Cari genitori, chiedendo il Battesimo per il vostro figlio, voi vi impegnate a educarlo nella fede, perché, nell’osservanza dei comandamenti, impari ad amare Dio e il prossimo, come Cristo ci ha insegnato. Siete consapevoli di questa responsabilità?”
E voi avete risposto: “Sì”
Iscrivere vostro figlio o vostra figlia alla catechesi non è delegare, ma chiedere aiuto alla comunità parrocchiale perché si affianchi a voi nel cammino della fede.
La catechesi va vissuta proprio come un cammino di fede perché non prepara solo alla Comunione o alla Cresima, ma ad uno stile di vita che si chiama vita cristiana.
Quindi ci vuole un impegno serio e duraturo.
C’è in gioco la qualità della vostra fede e dei vostri figli.
Perché la proposta catechistica che la Parrocchia offrirà in questo anno pastorale possa essere di aiuto alla vostra famiglia (voi con i vostri figli) ritengo sia importante che il giorno del catechismo (la domenica mattina), sia libero da ogni altro impegno.
Ricordo che la prima catechesi che si fa in parrocchia è la Messa della domenica.
Accompagna e completa quella che fate a casa sin da quando i figli erano piccoli.
Per voi la Messa domenicale è forse anche l’unica catechesi. Per i figli è proprio impossibile capire qualcosa della vita cristiana se la catechesi non è collegata alla Santa Messa.
La vostra presenza alla Messa domenicale è importante non solo per voi, ma per i vostri figli e anche per tutti gli altri membri della comunità parrocchiale.
La Messa è l’apice del cammino di fede e il segno più evidente della maturità cristiana.
La partecipazione non è legata solo in occasione della catechesi dei figli, ma dovrebbe diventare il punto di riferimento di ogni domenica e festività (anche quando fa caldo o quando si è in vacanza). Una assenza prolungata alla Messa festiva deve diventare un serio punto di esame di coscienza per ogni cristiano.