Trasmettere la speranza

C’è bisogno di gente, Signore, che trasmetta la speranza: gente che lo faccia nelle famiglie perché non cedano al consumismo che tutto ingoia e tutto devasta e facciano spazio invece a ciò che conta veramente, alla relazione d’amore, al sostegno reciproco, alla fiducia e al perdono; gente che lo faccia sul posto di lavoro perché a comandare non sia l’arroganza, la voglia di far soldi a qualsiasi costo, la tendenza a trattare le persone senza riguardo alcuno per la loro esistenza; gente che lo faccia nella scuola aprendo le menti degli studenti a una visione ottimistica, improntata alla stima per ogni espressione che reca il gusto dell’umanità, guidata dalla certezza che la storia non è abbandonata al caso, ma va verso un compimento; gente che lo faccia anche nella chiesa perché i tuoi discepoli non cedano alla rassegnazione e al compromesso e ritrovino lo slancio dei primi tempi.

Rendere ragione

Signore Crocifisso e Risorto, tu mi chiedi di rendere ragione della speranza che è in me, quella speranza che tu hai acceso come un fuoco perenne nel profondo della mia esistenza. Mi domandi di farlo, però, senza arroganza e presunzione, con dolcezza e mitezza, come un fratello che prende la parola perché altri possano condividere la sua gioia e il suo entusiasmo. Mi suggerisci di non moltiplicare i discorsi e le parole, ma di lasciar parlare i fatti, nei diversi frangenti della vita quotidiana. Perché sono proprio questi che costituiscono le tracce preziose del tuo Vangelo che diventa realtà e, senza fare strepito, prepara la possibilità di un’esistenza giocata per un traguardo di pienezza.

Rivelare la speranza

La speranza che tu mi doni domanda di essere svelata a coloro che mi vivono accanto, a quanti condividono con me quest’ora della storia. Per questo, Gesù, tu metti sulle mie labbra parole capaci di evocare ciò che prova il cuore di un uomo quando è finalmente liberato dall’angoscia e dalla paura, quando è strappato a percorsi di piccolo cabotaggio e gettato sulle strade del mondo per vivere l’avventura della fede e impegnarsi direttamente nella costruzione di un mondo nuovo. Per questo, Gesù, lo Spirito che mi hai donato mi induce a compiere gesti che hanno il sapore del futuro, che anticipano la terra nuova in cui giustizia e pace avranno una stabile dimora. Sono i gesti della riconciliazione, della solidarietà, del servizio: gesti che svelano una speranza più forte di qualsiasi ostacolo, decisa a non lasciarsi intimorire da insuccessi temporanei.

Ottimismo

Il nostro non è l’ottimismo degli ingenui che non sanno scorgere gli ostacoli e le resistenze, le battute d’arresto e le sconfitte. Se speriamo, Gesù, è perché riconosciamo che la vittoria finale arriverà solo dopo che avremo affrontato tanti conflitti e tanti scontri con le forze del male che si annidano dentro e fuori di noi. Il nostro non è l’ottimismo dei sognatori ai quali la storia appare ripulita del sudore e del sangue, con un aspetto roseo, senza ingiustizie e soprusi. Se speriamo, Gesù, è perché tu ci hai mostrato i segni della tua Passione – le tracce dei chiodi e del colpo della lancia – che sono state il passaggio cruciale per raggiungere la risurrezione e la gloria. Il nostro, dunque, è un ottimismo disposto a guardare in faccia alla realtà, a rimboccarsi le maniche, a investire cuore ed energie nel tuo disegno di amore.

Beata Vergine Maria Addolorata

Il Vangelo attesta che Maria “stava ai piedi della croce” con l’animo trafitto dalla spada del dolore, nel vedere l’amato Figlio subire l’infame supplizio della croce, come le aveva profetizzato il vecchio Simeone. Sul Calvario Maria fu accanto alla croce: “Stava in pianto la Madre addolorata presso la croce, da cui pendeva il Figlio”. ​ La Vergine Addolorata ha condiviso la passione del Figlio “entrandovi mediante la sua com-passione” (S. Bernardo). 
E lo stesso S. Bernardo aggiunge: «la forza del dolore trapassò la tua anima,e così non senza ragione ti possiamo chiamare più che martire, perché in te la partecipazione alla passione del Figlio, superò di molto, nell’intensità, le sofferenze fisiche del martirio» (Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate).
Il dolore di Maria che l’ha rende veramente addolorata ha la stessa connotazione del dolore di Cristo: anch’esso è via e strumento di redenzione in quanto Maria ha unito la sua sofferenza a quella del Figlio. 
Ella ha saputo e voluto partecipare al mistero salvifico, “associandosi con animo materno al sacrificio di Cristo, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da Lei generata” (Lumen Gentium, 58).
Per questo, proprio lì ai piedi della croce nel momento del massimo dolore, Maria è chiamata a diventare una seconda volta Madre; non più dell’Unigenito Figlio di Dio, ma degli uomini salvati dalla passione e morte di Cristo: “Donna ecco tuo Figlio” a indicare in Giovanni la Chiesa nascente. La sofferenza dell’Addolorata ai piedi della croce è dunque sofferenza vincitrice in forza della risurrezione del Figlio.
Questa scena non stupisce dal momento che Maria fu la prima e la più fedele discepola di Gesù e, come il Figlio ha accettato la croce per la salvezza degli uomini, così lei gli fu più vicina in questa opera di redenzione non solo in quanto madre, ma ancor più come discepola, che accettò di completare in sé quello che mancava alla passione del Figlio.

Esaltazione della S. Croce

La Croce, punto di congiunzione tra Dio e il mondo

«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque
crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito,
perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

L’unica parola che il cristiano ha da consegnare al mondo è la parola della Croce.
Dio è entrato nella tragedia dell’uomo, perché l’uomo non vada perduto, con il mezzo scandalosamente povero e debole della croce. Per sapere chi sia Dio devo inginocchiarmi ai piedi della croce.
Tra i due termini, Dio e mondo, Dio e uomo, che tutto dice lontanissimi, incomunicabili, estranei, le parole del Vangelo indicano il punto di incontro: il disceso innalzato, al tempo stesso Figlio dell’uomo e Figlio del cielo. Cristo si è abbassato, scrive Paolo, fino alla morte di croce; Cristo è stato innalzato sulla croce, dice Giovanni, attirando tutto a sé.
Tra Dio e il mondo il punto di congiunzione è la croce, che solleva la terra, abbassa il cielo, raccoglie i quattro orizzonti, è crocevia dei cuori dispersi. Colui che era disceso risale per l’unica via, quella della dismisura dell’amore. Per questo Dio lo ha risuscitato, per questo amore senza misura.
L’essenza del cristianesimo sta nella contemplazione del volto del crocifisso, porta che apre sull’essenza di Dio e dell’uomo: essere legame e fare dono. Ha tanto amato il mondo da dare il Figlio.
Mondo amato, terra amata. Da queste parole sorgive, iniziali ripartire: «Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama» (P. Xardel).
E noi qui a stupirci che, dopo duemila anni, ci innamoriamo ancora di Cristo proprio come gli apostoli. Quale attrazione esercita la croce, quale bellezza emana per sedurci?
Sulla croce si condensa la serietà e la dismisura, la gratuità e l’eccesso del dono d’amore; si rivela il principio della bellezza di Dio: il dono supremo della sua vita per noi.
Lo splendore del fondamento della fede, che ci commuove, è qui, nella bellezza dell’atto di amore.
Suprema bellezza è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia annullare in quel poco di legno e di terra che basta per morire.
Veramente divino è questo abbreviarsi del Verbo in un singulto di amore e di dolore: qui ha fine l’esodo di Dio, estasi del divino. Arte di amare.
Bella è la persona che ama, bellissimo l’amore fino all’estremo. In quel corpo straziato, reso brutto dallo spasimo, in quel corpo che è il riflesso del cuore, riflesso di un amore folle e scandaloso fino a morirne, lì è la bellezza che salva il mondo, lo splendore del fondamento, che ci seduce.

Audacia

È audace la speranza che tu mi chiedi di vivere, Signore! È audace perché respira a pieni polmoni il futuro inebriante che viene da Dio e che il suo Spirito si impegna a realizzare per noi con una tenacia a tutta prova, liberandoci da tutto quello che ci condanna a una vita intisichita e ingombra di piccinerie e di cose senza valore. È audace perché vede quello che sfugge a tanti, rileva già i contorni di quella terra nuova che rimpiazzerà i deserti che oggi conosciamo, sente il profumo della giustizia e il calore della fraternità, che faranno sparire ogni egoismo e ogni privilegio. È audace perché ama in modo del tutto viscerale il nuovo che tu ci hai proposto in ogni momento della tua esistenza, il nuovo che è germogliato dalla tua morte e risurrezione.

Santissimo Nome di Maria

Maria è uno dei nomi più diffusi nel mondo ebraico e diverse sono le interpretazioni date al suo significato. Una delle prime si deve al fatto che Anna ringraziò molto dopo aver avuto la bambina, perciò l’avrebbe chiamata “dono ricevuto da Dio”.
Comunissima, inoltre, l’interpretazione che fa discendere il nome Myriam da “mrr”, cioè “essere amaro”. Questo ben si collegherebbe alla tradizione di Maria, Madre del dolore. Tra le ipotesi più accreditate, Maria si fa risalire anche alle radici “or”, luce, più “yam”, mare, e quindi vorrebbe dire “illuminatrice” ma anche ”stella del mare”, con probabilità di equivoco tra “stella” e “stilla” e quindi anche “goccia del mare”. Come la stella, infatti, indica il sereno dopo la tempesta, così la Madonna, entrando nell’anima, allontana il
peccato e fa tornare il Signore nel cuore dell’uomo.
In Maria, poi, è raccolto “un mare di grazie” e tutte vivono in lei.
Direttamente collegata a questa, è data un’altra interpretazione, di derivazione dall’ebraico con significato di “prima pioggia stagionale”, quindi Maria è colei che è “pioggia di grazie”, che manderà sulla Terra una “pioggia di missionari”.
Ed ecco anche la radice “moreh” in base alla quale Maria significherebbe “signora e padrona”; ma anche “marom”, “altezza”, e infatti Cristo è il sole che sorge dall’alto.
Qual è l’interpretazione corretta? Non ci è dato saperlo, ma il fatto che Maria è nome pronunciato da Dio, tanto basta per renderlo bello e ricco di significato.
La diffusione della festa
Nel 1513 per la prima volta, da Roma, Papa Giulio II concede alla diocesi di Cuenca, in Spagna, di festeggiare il Santo Nome di Maria, come erano già abituati a fare, il 12 settembre di ogni anno. Soppressa, viene poi ripristinata da Sisto V e nel 1622, estesa da Gregorio XV ad altre diocesi locali e quindi all’intera Spagna. Nel 1671 viene festeggiata anche nelle diocesi di Napoli e Milano.
Nel 1683, poi, in onore della vittoria a Vienna dei polacchi sui turchi che minacciavano la cristianità, Papa Innocenzo XI, come segno di rendimento di grazie, estende la festa a tutta la Chiesa universale, fissandola però alla domenica compresa nell’Ottava della Natività. A riportala alla data tradizionale del 12 settembre sarà Pio X.

Attesa

I progetti grandi non si compiono con un colpo di bacchetta magica, senza ostacoli e senza problemi: essi maturano, invece, giorno dopo giorno, con il sole e con la pioggia, nelle tenebre e nella luce, in mezzo alla nebbia e sotto il gelo. Per questo, Gesù, tu ci chiedi di vivere il tempo dell’attesa: tempo in cui il seme, caduto nella terra, deve marcire per far nascere una nuova pianta, tempo in cui il bene cresce, al di là di qualsiasi apparenza, perché porta in sé una forza segreta che niente può annientare, tempo di una pazienza solerte, di una fedeltà operosa che non cede alla stanchezza.
Per questo, Gesù, tu ci additi l’atteggiamento saggio del contadino, sicuro della fecondità del terreno e di ciò che vi ha seminato, certo che il raccolto verrà e sarà al di là di ogni più rosea previsione.

Rinnovo Consigli Parrocchiali

È confermata la scelta della Diocesi, avviata nel 2003 e sempre rinnovata nei quinquenni successivi, di eleggere contemporaneamente tutti i Consigli parrocchiali della Diocesi, per favorire un sentire comune nella Chiesa.
Questa scelta riveste un alto valore simbolico, facendo risaltare l’importanza dei Consigli e della comunione e partecipazione che essi sono chiamati a promuovere, ancor più dopo la celebrazione del XIV Sinodo della Chiesa di Lodi, che li indica come espressione qualificata della “sinodalità ordinaria”, e nel cammino di graduale avvio e costituzione delle comunità pastorali. Alla luce del recente aggiornamento del Direttorio per i Consigli Parrocchiali e nelle Comunità pastorali secondo le disposizioni del XIV Sinodo diocesano, è necessaria una preparazione adeguata del rinnovo di questi organismi, che si articola nelle seguenti fasi:

  • Fase di preparazione (domenica 3 settembre – domenica 29 ottobre 2023)
  • Fase della costituzione del Consiglio pastorale (domenica 29 ottobre – domenica 3 dicembre)
  • Inaugurazione del nuovo quinquennio del Consiglio pastorale (domenica 3 dicembre 2023)

Da settembre, sarà avviata la preparazione prossima alle elezioni che avranno luogo in tutta la Diocesi domenica 29 ottobre.
È necessario in questo periodo predisporre per tempo le liste, facendo riferimento ai passaggi indicati nel Direttorio per i Consigli, individuando anzitutto i membri di diritto, quindi stabilendo quanti membri dovranno essere eletti, riservando poi al Parroco l’individuazione dei membri di sua scelta. Il Parroco e la Commissione elettorale verificheranno la disponibilità all’elezione da parte dei membri uscenti e di nuovi candidati, indicando anche la possibilità di candidature libere e assicurando per tutti che siano rispettati i requisiti.
Si avrà cura di favorire la rappresentatività dell’intera comunità parrocchiale, garantendo sia la continuità sia il ricambio dei membri del Consiglio.
La Commissione elettorale stabilirà i termini entro i quali definire le candidature, predisponendo le liste indicativamente non oltre domenica 15 ottobre.