Natività B. V. Maria (2)

La natività di Maria è tra le feste mariane più cariche di stupore che ci siano. E non perché stiamo parlando della nascita di una bambina che diventerà la Madre di Dio, ma perché contemplare la sua nascita ha lo stesso effetto di contemplare l’aurora quando nasce il giorno. E proprio un antico inno mariano così inizia:
“Ti salutiamo o fresca e dolce aurora / tu che precorri e annunci il sole vero / vaticinata Vergine, ai mortali / l’Emmanuel Gesù per sempre doni”. Maria è l’aurora di un giorno senza tramonto che si chiama Gesù Cristo, l’Emanuele, il Dio con noi. Questa festa quindi è ciò che si avvicina di più al mattino di Pasqua.
Con la nascita della Madonna ha inizio quello che il Vangelo chiama “pienezza dei tempi”.
Ma la storia della salvezza non viene dal nulla, essa attraversa i secoli. Per questo nel Vangelo di questa festa si legge la genealogia della stirpe di Davide. E alla fine di questo elenco c’è Giuseppe, che è colui che amando, accogliendo e custodendo Maria, farà intersecare le attese di Israele con la nascita del Salvatore.
Fin dall’eternità Dio aveva pensato a questa donna, a questa storia, a questa famiglia, a questo amore per dare vita alla venuta del Figlio in mezzo a noi. Ma ha pensato con il rischio della libertà di tutte queste persone. Ecco che cosa rende la storia della salvezza non l’esecuzione di un copione ma un’avventura che si gioca spesso tra la profezia e gli “eccomi” di queste persone. La festa della Nascita di Maria è la festa per la nascita della donna che più fra tutti pronuncerà l’Eccomi decisivo. E guardando a Lei e alla sua libertà, rinasce in noi la voglia e la speranza di vivere diversamente.
Ecco perché non è una esagerazione ciò che san Bernardo dirà proprio di Maria definendola “onnipotente per grazia”. Maria può tutto perché la sua libertà si è alleata completamente con Dio.
È la festa di colei che essendo la più libera di tutti ha detto il suo sì all’opera di Dio.
Questa donna, per grazia, è anche nostra Madre.

Natività B.V. Maria (1)

La nascita di Maria segna gli inizi dei tempi dell’incarnazione. Se per secoli e millenni la Parola di Dio ha promesso, e le profezie e i profeti avevano il compito di ravvivare l’attesa e la speranza, con la nascita di Maria le attese diventano fatti, e le profezie entrano nella cronaca della storia. Sarà questo il motivo per cui il Vangelo di questa memoria ci tiene a enumerare la genealogia di Gesù. Ma Maria non fa parte di questo elenco di nomi, di famiglie, di storie, di volti. Maria è tutta un’altra storia. Basta fermarsi a riflettere sui dogmi mariani per accorgersi di come Ella sia completamente diversa dal resto della creazione. Non è un’esigenza da copione, ma è la particolarità di come Dio ha pensato di preparare la venuta del Figlio nel mondo. Da una parte la storia degli uomini, e dall’altra la storia della Grazia. Giuseppe è capofila della storia, Maria capofila della Grazia. Come possono incontrarsi due segmenti così diversi? La storia degli uomini e la grazia di Dio? Solo se qualcuno saprà dire di sì. Maria è colei che ha detto di sì alla grazia che le domandava di passare attraverso la sua libertà. Giuseppe è colui che ha detto di sì al passaggio di Dio nella sua storia, facendo spazio a un imprevisto. In questo giorno celebriamo la festa della nascita di Maria, perché non può passare sotto silenzio l’unica creatura al mondo che era in grado di poter dire di sì a Dio senza anteporre se stessa. Non può passare sotto silenzio il giorno in cui è venuta al mondo l’unica creatura che poteva far incontrare la grazia con la storia. In Maria il cielo e la terra si incontrano. In Maria inizia un’aurora che annuncia già il giorno di Pasqua.

La logica della debolezza

Il filo rosso della fragilità

La logica evangelica è folle per il mondo. Il vero dramma si verifica – anche nella Chiesa – quando facciamo nostra la mentalità del mondo: quando pensiamo che la nostra fecondità derivi soltanto dai nostro sforzi; quando pensiamo che le cose possano andare bene solo quando c’è una piena organizzazione; quando tutto è sicuro ed efficiente; quando il risultato è proporzionale alla nostra opera.
Quante volte nella nostra vita esperiamo un successo proprio perché “non siamo riusciti”? Quante volte constatiamo che una fecondità scaturisce proprio da un fallimento?
“A volte l’unico modo per vincere è arrendersi”.
Dio ci raggiunge, ci ama, agisce in noi in maniera immeritata, per quello che siamo e non per quello che potremmo essere. Egli non ci ama se, ma a prescindere.
In questo sta l’amore di Dio per noi: nell’essere a nostro favore.
L’amore di Dio è attuale, siamo amati in maniera folle da Dio in questo momento, per quanto possiamo essere deboli, peccatori, fragili, disgraziati, sporchi. Ci ama così!
Nella nostra situazione indecente, impossibile.
La nostra dignità e la nostra grandezza non risiedono, perciò, in quello che facciamo o in quello che produciamo, non dipendono dagli applausi o dal successo che il nostro impegno riscuote, ma esclusivamente dal fatto che siamo amati.
Di fronte a Dio siamo tutti uguali: l’uomo più illuminato, saggio, intelligente di questo mondo conta come l’ultimo disgraziato, ignorante e povero. Non possiamo pensare che Dio abbia una preferenza di persone a seconda dei carismi o delle capacità che possiedono.
Questa è una logica umana: per noi conta soltanto ciò che ha un prezzo o un valore che si può misurare. Il nostro valore viene dalla fiducia che Dio dimostra in noi. Tra Dio e l’uomo, il primo a fidarsi è Dio. In fondo è questa la fede: credere che Dio crede in noi. Quando coloro che Dio ha scelto riconoscono questa realtà splendida, Dio fa crescere la forza che è in loro.

Custodia del creato (2)

Come possiamo contribuire al fiume potente della giustizia e della pace in questo Tempo del Creato?
Cosa possiamo fare noi, soprattutto come Comunità cristiana, per risanare la nostra casa comune in modo che torni a pullulare di vita? Dobbiamo decidere di trasformare i nostri cuori, i nostri stili di vita e le politiche pubbliche che governano le nostre società.
Per prima cosa, contribuiamo a questo fiume potente trasformando i nostri cuori. È essenziale se si vuole iniziare qualsiasi altra trasformazione. È la “conversione ecologica”: il rinnovamento del nostro rapporto con il creato, affinché non lo consideriamo più come oggetto da sfruttare, ma al contrario lo custodiamo come dono sacro del Creatore. Rendiamoci conto, poi, che un approccio d’insieme richiede di praticare il rispetto ecologico su quattro vie: verso Dio, verso i nostri simili di oggi e di domani, verso tutta la natura e verso noi stessi
In secondo luogo, contribuiamo al flusso di questo potente fiume trasformando i nostri stili di vita.
Partendo dalla grata ammirazione del Creatore e del creato, pentiamoci dei nostri “peccati ecologici”.
Questi peccati danneggiano il mondo naturale e anche i nostri fratelli e le nostre sorelle.
Con l’aiuto della grazia di Dio, adottiamo stili di vita con meno sprechi e meno consumi inutili, soprattutto laddove i processi di produzione sono tossici e insostenibili.
Infine, affinché il potente fiume continui a scorrere, dobbiamo trasformare le politiche pubbliche che governano le nostre società. Politiche economiche che favoriscono per pochi ricchezze scandalose e per molti condizioni di degrado decretano la fine della pace e della giustizia. È ovvio che le Nazioni più ricche hanno accumulato un “debito ecologico”. Alziamo la voce per fermare questa ingiustizia verso i poveri e verso i nostri figli, che subiranno gli impatti peggiori del cambiamento climatico.
In questo Tempo del Creato, come seguaci di Cristo, viviamo, lavoriamo e preghiamo perché la nostra casa comune abbondi nuovamente di vita. Lo Spirito Santo aleggi ancora sulle acque e ci guidi a «rinnovare la faccia della terra».

Giornata per la custodia del creato (1)

Il 1 settembre 2023 si celebra la 18ª Giornata per la Custodia del Creato e segna l’inizio
del Tempo del Creato, che si conclude il 4 ottobre, festa liturgica di San Francesco d’Assisi. Nel suo Messaggio di quest’anno Papa Francesco invita ad ascoltare l’appello a stare a fianco delle vittime dell’ingiustizia ambientale e climatica, e a porre fine a questa insensata guerra al creato: “Che scorrano la giustizia e la pace” è quest’anno il tema del Tempo ecumenico del Creato, ispirato dalle parole del profeta Amos: «Come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (Amos 5,24).
Questa espressiva immagine di Amos ci dice quello che Dio desidera. Dio vuole che regni la giustizia, che è essenziale per la nostra vita di figli a immagine di Dio come l’acqua lo è per la nostra sopravvivenza fisica. Questa giustizia deve emergere laddove è necessaria, non nascondersi troppo in profondità o svanire come acqua che evapora, prima di poterci sostenere. Dio vuole che ciascuno cerchi di essere giusto in ogni situazione, che si sforzi sempre di vivere secondo le sue leggi e di rendere quindi possibile alla vita di fiorire in pienezza. Quando cerchiamo prima di tutto il regno di Dio, mantenendo una giusta relazione con Dio, l’umanità e la natura, allora la giustizia e la pace possono scorrere, come una corrente
inesauribile di acqua pura, nutrendo l’umanità e tutte le creature.

Gioia

Se anche deve misurarsi con i deserti della storia e con le lande desolate della cattiveria e dell’egoismo, la speranza riesce sempre a generare gioia.
La sua gioia, Gesù, non corrisponde allo scatenarsi irrefrenabile degli istinti, né a un’allegria scomposta capace solo di fare chiasso, e neppure ha l’aspetto irreale dei sorrisi forzati che ci raggiungono attraverso gli spot pubblicitari.
La gioia che viene dalla speranza è piuttosto una linfa vitale che percorre ogni gesto e ogni parola e diffonde attorno a sé fiducia e comprensione. È una gioia che reca con sé il profumo delle cose autentiche, profumo buono di pulito, fragranza sincera che raggiunge le profondità dell’anima. È una gioia che perdura anche quando si scontra con il rifiuto e con l’odio perché è assicurata da te e non dal consenso degli uomini.

Stupore

La speranza non può mai essere data per scontata: per questo è sempre accompagnata dallo stupore, dalla meraviglia. In effetti essa ci prende per mano e ci conduce oltre. Ci fa scorgere il mondo nuovo attraverso un evento che ha colto di sorpresa, come la tua risurrezione, Gesù.
Ci fa intravedere la vita attraverso il tunnel oscuro e freddo della morte.
Ci fa cogliere il compimento appena sono spuntati i primi germogli della primavera. Ci fa intuire i primi frutti mentre ancora imperversa l’inverno.
È dolce, Signore Gesù, questo stupore che segna la nostra avventura di fede e dilata il nostro animo facendogli respirare il profumo della grazia.
È dolce, Signore Gesù, questa meraviglia che porta a oltrepassare le frontiere e a lanciarsi in regioni sconosciute in cui l’impossibile diventa finalmente realtà ed è attraverso i poveri e i deboli che tu lo costruisci.

Giovanni Battista: testimone della luce

Giovanni è il “martire” della luce, testimone che l’avvicinarsi di Dio trasfigura, è come una manciata di luce gettata in faccia al mondo, non per abbagliare, ma per risvegliare le forme, i colori e la bellezza delle cose, per allargare l’orizzonte. Testimone che la pietra angolare su cui poggia la storia non è il peccato ma la grazia, non il fango ma un raggio di sole, che non cede mai.
Ad ogni credente è affidata la stessa profezia del Battista: annunciare non il degrado, lo sfascio, il marcio che ci minaccia, ma occhi che vedono Dio camminare in mezzo a noi, sandali da pellegrino e cuore di luce: in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete.
Quell’uomo roccioso e selvatico, di poche parole, non vanta nessun merito, è l’esatto contrario di un pallone gonfiato, come capita così di frequente sulle nostre scene. Risponde non per addizione di meriti, titoli, competenze, ma per sottrazione: e ci indica così il cammino verso l’essenziale, fino al dono di se stessi.
Non si è profeti per accumulo, ma per spoliazione. Io sono voce, parlo parole non mie, che vengono da prima di me, che vanno oltre me. Testimone di un altro sole. La mia identità sta dalle parti di Dio, dalle parti delle mie sorgenti. Se Dio non è, io non sono, vivo di ogni parola che esce dalla sua bocca.
La voce rigorosa del profeta ci denuda: Io non sono il mio ruolo o la mia immagine. Non sono ciò che gli altri dicono di me. Ciò che mi fa umano è il divino in me; lo specifico dell’umanità è la divinità.
La vita viene da un Altro, scorre nella persona, come acqua nel letto di un ruscello.
Io non sono quell’acqua, ma senza di essa io non sono più.
«Chi sei tu?». Io cerco l’elemosina di una voce che mi dica chi sono veramente.
Un giorno Gesù darà la risposta, e sarà la più bella: Voi siete luce! Luce del mondo.

Sant’Agostino, vescovo e dottore della Chiesa

Un Dottore della Chiesa, un Vescovo, un filosofo, ma prima di tutto un uomo, con le sue fragilità, le sue contraddizioni e la sua continua ricerca di un senso profondo del vivere.
E’ sempre straordinariamente attuale la figura di Sant’Agostino (di cui la liturgia fa memoria il 28 agosto), un faro spirituale che ha orientato la vita di migliaia di credenti (e non solo) di tutte le epoche e le latitudini. Poche altre personalità dell’universo cristiano hanno lasciato nei secoli un’eredità paragonabile alla sua.
«Ci hai creati per Te, Signore, e inquieto è il nostro cuore finché non trova riposo in Te». Questa celebre frase, contenuta nelle Confessioni, può in un certo senso esemplificare tutta la vita di questo santo, animata da un incessante anelito alla verità.
E ancora oggi Le Confessioni sono una bussola per tanti uomini e donne in ricerca.
«Tardi ti ho amato, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi ti ho amato – si legge tra le pagine del libro – Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori: lì ti cercavo.
Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle tue creature. Eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te.
Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di te; ti gustai ed ora ho fame e sete di te; mi toccasti, e arsi dal desiderio della tua pace».

Santa Monica e sant’Agostino

Domenica 27 agosto ricorre la memoria di santa Monica, madre di sant’Agostino, vescovo. In special modo ricordiamo le cure che la santa madre profuse per la buona educazione dei figli. Fu certamente un’azione educativa straordinariamente grande. È vero che Agostino, attirato più dagli amici che lo invitavano al male che dalle raccomandazioni materne, deviò, ponendo così a durissima prova la virtù della sua povera mamma. Ella infatti vedendo il figlio adescato dall’errore e dal vizio, non faceva che elevare al cielo fervorose preghiere, unite a calde lacrime, per impetrarne la conversione. Ma le sue abbondanti lacrime e fervorose preghiere ottennero la conversione del figlio. S. Ambrogio la incoraggiava dicendole: «Non puó andar perduto un figlio di tante lacrime». Ella riuscì con la grazia di Dio a trarre alla fede cattolica Agostino alla fine del 386. L’anno seguente, ricevette il Battesimo per mano di Ambrogio nella Pasqua del 387 e cominciò una vita santa e feconda di apostolato. A Santa Monica affidiamo tutti i genitori, perché continuino, con determinazione e perseveranza, a vigilare sull’educazione cristiana dei figli e a prodigare ad essi le loro maggiori cure.