XXIII del Tempo Ordinario

Abbiamo iniziato a costruire a partire dal nostro battesimo, quando colui che ci ha battezzati ha chiesto ai nostri genitori, al padrino e alla madrina: “Rinunciate al male?”. Prima di chiedere se credete in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, chiediamo di rinunciare a ciò che è male. Questo è il principio della costruzione: abbiamo cominciato a costruire e vogliamo essere capaci di finire il lavoro. Il lavoro della nostra vita è rinunciare al male, senza alcuna perdita, perché rinunciare al male vuol dire scegliere il bene, avere una vita piena e realizzata. Ma Gesù ci chiede ancora di più. È chiaro e scontato che sia necessario rinunciare al male, ma molte volte nella nostra vita dobbiamo rinunciare anche a cose buone, perché non possiamo fare tutto. Prendere una strada vuol dire rinunciare alle altre. È una illusione pretendere di avere tutto. E molte volte, proprio nelle nostre relazioni familiari per andare d’accordo ognuno deve rinunciare a qualcosa. È un gesto d’amore. Per essere discepoli di Gesù dobbiamo essere capaci di amore grande; e l’amore autentico è capace di grandi rinunce, non perché rifiuta tutto, ma perché vuole qualcosa di più, perché cerca ciò che è meglio e sa scegliere e lascia perdere ciò che è meno importante. Quando si ama una persona ammalata, ad esempio, si rinuncia ad uscire la sera o al divertimento, perché bisogna stare vicino all’ammalato. Può costare fatica, ma chi ama è capace di questi gesti. Una mamma che ama il bambino lascia perdere tutto il resto perché la presenza del figlio è più importante, rinuncia a tante cose ed è contenta di farlo, perché ama. Così la rinuncia cristiana non è una ricerca quasi astiosa del meglio, ma è il desiderio di seguire il Cristo, non pretendendo di tenere ciò che è nostro, ma rinunciando a qualcosa. Proviamo a verificare questo principio attraverso al vicenda di Onesimo, uno schiavo che è fuggito dal suo padrone Filemone. È una storia che apprendiamo dal biglietto che l’apostolo Paolo ha scritto al suo amico. Filemone era un ricco proprietario terriero che abitava nella città di Colossi ed era anche proprietario di molti schiavi, come succedeva nell’antichità.
Uno di questi schiavi ha tentato l’avventura della libertà: è scappato a rischio della propria vita, perché le regole dell’impero romano condannavano a morte gli schivi fuggitivi. È scappato da Filemone e si è rifugiato nella grande città di Efeso in cerca di fortuna, ma probabilmente ha commesso qualche piccolo reato ed è stato arrestato e messo in prigione. La provvidenza vuole che quel ragazzetto scappato di casa finisca nella cella di Paolo. I due si conoscono. Onesimo racconta la sua storia, gli dice di essere uno schiavo di Filemone e scopre che Paolo è amico di Filemone.
Quest’uomo era cristiano e amico del l’apostolo. Fra Paolo e lo schiavo fuggitivo nasce una amicizia. L’apostolo diventa un padre che genera alla fede quel ragazzo scappato. Lo battezza, e quel giovane vorrebbe mettersi a disposizione di Paolo. Tutte e due vengono liberati dopo poco tempo. Paolo vorrebbe tenere con sé Onesimo come aiutante, Onesimo vorrebbe rimanere con Paolo per poterlo seguire nei suoi viaggi. Ma l’apostolo prende carta e penna e scrive all’amico Filemone e propone un atteggiamento diverso. Gli racconta cosa è successo, dice: “Ho trovato il tuo schiavo fuggitivo, e te lo rimando. Avrei voluto tenerlo con me, ma rinuncio a questo vantaggio perché lui deve imparare a essere obbediente e tu devi imparare ad essere generoso”.
A Onesimo Paolo chiede di rinunciare alla propria libertà, di rinunciare ai propri sogni di indipendenza e di ritornare, chiedendo scusa; ma nello stesso tempo a Filemone chiede di rinunciare al suo atteggiamento da padrone e di accogliere quello schiavo fuggitivo come un «figlio carissimo».
Tutti e tre rinunciano a qualcosa. Devono rinunciare a fare il proprio interesse per crescere nella fede, per maturare nelle relazioni umane. E Onesimo obbedisce: prende questa lettera e torna a casa, la porta al suo padrone, sperando che lo accolga benevolmente; e Filemone, letta la lettera, obbedisce a Paolo e accoglie Onesimo come un figlio. È cambiata la mentalità: Paolo sta facendo un’autentica rivoluzione! La fede in Cristo ha cambiato il mondo antico, non facendo prediche contro la schiavitù – con manifestazioni e polemiche – ma cambiando il cuore delle persone.
Ha chiesto allo schiavo di continuare a fare lo schiavo obbediente e ha chiesto al padrone di trattare bene quel ragazzo. Cambiando il cuore delle persone, cambiano le relazioni, cambia la storia!
Se ognuno rinuncia a qualcosa di sé e diventa discepolo di Cristo cresce come persona, matura nelle proprie relazioni. Le nostre famiglie andrebbero meglio, le nostre città vivrebbero più serene, il mondo potrebbe andare bene … e tocca a noi farlo andare bene. Chiediamo al Signore che ci dia questa libertà grande per rinunciare a qualcosa, per amore suo. Abbiamo cominciato a costruire: facciamo in modo di essere capaci di finire il lavoro e di arrivare alla meta verso cui stiamo camminando che è l’incontro con il Signore – è il Maestro, è l’amato – essere con Lui sarà il premio. Non ci costa niente rinunciare di fronte a un premio del genere.

Santa Teresa di Calcutta

«Di sangue sono albanese. Ho la cittadinanza indiana. Sono una monaca cattolica. Per vocazione appartengo al mondo intero. Nel cuore sono totalmente di Gesù». La migliore presentazione di santa Teresa di Calcutta (1910-1997), per tutti Madre Teresa, non poteva che darla lei stessa, la piccola suora che dilatò il suo cuore fino ad abbracciare ogni uomo come suo prossimo e che quando le veniva chiesto quale fosse il segreto di tanta carità ricordava sempre di guardare e attingere alla sorgente: Dio. Spiegava il concetto con una celebre similitudine. «Quando si legge una lettera, non si pensa alla matita con cui essa è stata scritta. Si pensa a colui che ha scritto la lettera. È esattamente questo ciò che io sono nelle mani di Dio: una piccola matita. È Dio, Lui in persona, che scrive a modo suo una lettera d’amore al mondo, servendosi della mia opera». Al secolo Agnese Gonxha Bojaxhiu, era nata a Skopje (oggi capitale della Macedonia) da genitori albanesi con una grande fede cattolica, che amavano il Rosario e aiutavano i bisognosi. «Quando penso a mia mamma e a mio papà, mi viene sempre in mente quando alla sera eravamo tutti insieme a pregare. Vi posso dare un solo consiglio: che al più presto torniate a pregare insieme, perché la famiglia che non prega insieme non può vivere insieme», ricorderà lei. Rimase orfana del padre a soli otto anni e da maggiorenne decise di entrare tra le Suore di Loreto: qualche mese più tardi fu mandata in India, dove assunse il nome religioso di Teresa in onore di santa Teresa del Bambin Gesù, di cui in seguito condividerà per alcuni anni la «notte della fede», un’esperienza comune ai grandi mistici che passano attraverso la prova dell’assenza di Dio nella loro vita. L’accetterà unendo le sue sofferenze ai dolori di Gesù nella sua sacra umanità, dall’agonia spirituale nel Getsemani alla croce.
Dopo aver professato i primi voti, insegnò per circa 17 anni in un collegio di Calcutta (1931-1948), divenendone pure la direttrice, ma verso la fine di quel periodo un fatto cambiò la sua vita.
La sera del 10 settembre 1946, mentre viaggiava in treno, sentì una chiamata nella chiamata: «Quella notte aprii gli occhi sulla sofferenza e capii a fondo l’essenza della mia vocazione. Sentivo che il Signore mi chiedeva di rinunciare alla vita tranquilla all’interno della mia congregazione religiosa per uscire nelle strade a servire i poveri. Era un ordine. Non era un suggerimento, un invito o una proposta». Decise così di lasciare il convento e nel 1948, ottenuto il benestare della Santa Sede, iniziò con cinque rupie la sua vita solitaria al servizio dei «più poveri tra i poveri». Due anni più tardi, seguita da 12 ragazze, fondò le Missionarie della Carità, il cui numero crebbe così rapidamente che già nel 1953 dovettero spostarsi in una nuova sede, messa a disposizione dall’arcidiocesi di Calcutta.
Bambini e anziani disabili, barboni, lebbrosi, malati mentali, orfani, prigionieri, prostitute, ragazze madri, tossicodipendenti, uomini e donne di ogni religione: tutti gli esclusi e che si sentivano non amati dalla società iniziarono a trovare conforto fisico e spirituale nella congregazione di Madre Teresa, da lei dedicata «al Cuore Immacolato di Maria, causa della nostra gioia e Regina del mondo, perché è nata su sua richiesta e grazie alla sua continua intercessione si è sviluppata e continua a crescere».
Attraverso Maria, la santa voleva portare Cristo ai poveri e i poveri a Cristo. Insegnava a orientare le proprie azioni di carità a partire dalle persone della nostra famiglia, «quelli che vivono vicino a me» e che sono «poveri», ma «non per mancanza di pane» bensì perché non cercano Dio.
Parlò della necessità di mettere Cristo al centro della nostra vita pure nel memorabile discorso del 1979 alla cerimonia di consegna del Nobel per la pace.
L’inesauribile suora con il sari bianco a strisce azzurre passava almeno tre ore al giorno in preghiera e adorazione del Santissimo Sacramento, che erano il motore di tutta la sua carità. Contemplativa e operosa. Perciò una volta, incontrando l’allora giovane padre Angelo Comastri, gli chiese quante ore pregasse al giorno e, di fronte alla sorpresa del futuro cardinale che si aspettava un’esortazione ad amare più i poveri, gli spiegò con i suoi occhi penetranti: «Figlio mio, senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri! Ricordati: io sono soltanto una povera donna che prega».

Giornata per la cura del creato: un grido di speranza, in occasione della preghiera del 1° settembre

L’immagine suggestiva dei “fiori nell’asfalto”, evocata da papa Leone nel messaggio per la X Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato 2025, risuona potente. Una metafora che descrive la battaglia quotidiana che la fragilità della vita, rappresentata da un esile filo d’erba, affronta contro la durezza inesorabile della strada. È un’immagine che cattura la drammatica realtà che il nostro mondo e la madre Terra stanno vivendo. Guerre lontane combattute con i droni e conflitti più vicini, spesso invisibili.
In entrambi i casi, il grido soffocato dei poveri e l’agonia della terra continuano a levarsi sotto il nostro cielo, ignorati o sottovalutati. Di fronte a questo scenario, sorge spontanea la domanda: che cosa possiamo fare? Molti di noi tendono a credere che la situazione non ci riguardi, illudendosi di poter rimanere sani in un mondo malato, come ci ricordava papa Francesco. Altri si sentono impotenti, sopraffatti dalla vastità dei problemi e dalla percezione che siano solo i “grandi” – coloro che “giocano” alla guerra o manipolano le economie globali – a poter agire. Eppure, non possiamo cedere alla disperazione. Siamo “fiori teneri”, ma non dobbiamo perdere la speranza. Ci rimane una responsabilità, per quanto piccola possa sembrare. Questo significa, forse, fare un po’ di rumore, credere fermamente in una nuova cultura di cura e rispetto, o semplicemente alzare le mani al cielo per implorare pace per la Terra e tutti i suoi abitanti.
L’importante è non restare inermi. Meglio unire le forze, stringersi e credere che anche un piccolo fiore possa perforare l’asfalto e trovare la sua via.

XXII del Tempo Ordinario

Nel Vangelo di questa domenica, il Signore ci invita ad occupare un posto di umiltà, a riconoscere il nostro limite e a non montarci la testa. Mettersi all’ultimo posto non vuol dire stare in fondo alla chiesa o dietro una colonna per non farsi vedere, l’ultimo posto non è quello di una sala, ma è nel servizio della realtà; significa accettare di stare al proprio posto senza voler comparire, senza pretendere riconoscimenti o ringraziamenti. È l’atteggiamento di Gesù stesso, mite e umile di cuore. Noi dobbiamo imparare da Lui, perché è il nostro modello. Vogliamo impegnarci a crescere nella mitezza e nell’umiltà. Il saggio Siracide ha contrapposto uomini orgogliosi e superbi a coloro che invece sono umili e miti. “Molti purtroppo – dice – sono gli orgogliosi e i superbi, quelli che si credono importanti e pretendono onori, vogliono riconoscimenti dagli uomini, ma il Signore rivela i suoi segreti ai miti”. Il Signore entra in amicizia e si confida con le persone umili. Non apprezza però le false umiltà di chi per finta dice: “Non valgo, non sono degno, non me lo merito” – senza pensarlo – bensì coloro che sono veramente umili e pensano di valere poco e non si mettono sul piedistallo e non cercano onori. Mettersi all’ultimo posto vuol dire lavorare intensamente nella nostra vita con impegno cristiano senza la pretesa di un riconoscimento, senza la prepotenza di chi si crede importante, giusto, buono. Qual è il posto primo in un banchetto? E qual è il posto ultimo? È solo un’immagine, perché il problema non è a tavola: il problema è nella vita. La ricerca del primo posto è l’ambizione, l’orgoglio, la voglia di primeggiare, il desiderio della supremazia sugli altri, la brama di arrivare a una posizione di prestigio, per essere di più dell’altro. L’immagine del banchetto e del primo posto serve per provocare la reazione dei suoi discepoli, per mostrare quel desiderio di primeggiare come negativo. “Voglio un vestito più bello delle altre persone, voglio una casa più grande, voglio un’automobile più prestigiosa, voglio un posto più importante, voglio uno stipendio più alto, voglio fare carriera, voglio essere il primo” … questo è un pensiero dominante in tanti aspetti diversi e ognuno di noi riconosce che cerca quello che gli piace e vuole raggiungerlo. Anche l’ultimo posto spesso è cercato semplicemente per via del proprio carattere, perché c’è qualcuno che ama mettersi in mostra e c’è qualcun altro che vuole rimanere nascosto: sono due atteggiamenti caratteriali sbagliati. Ognuno fa quel che vuole, quel che gli piace e cerca di raggiungere la propria realizzazione facendo quel che gli fa comodo: o mostrandosi oppure nascondendosi per non essere notato. Sono due eccessi. L’umiltà di cui parla il Signore non è nascondersi, non è cedere, non è inattività … l’umile è colui che fa bene il suo dovere, senza pretese, senza mettersi in mostra, senza volere il riconoscimento degli altri. L’autore della Lettera agli Ebrei presenta un confronto fra due atteggiamenti religiosi: il contrasto è posto fra l’antica alleanza e la nuova alleanza, fra il monte Sinai, con la rivelazione di Dio fra tuoni e lampi e l’esperienza cristiana molto semplice.
I destinatari di questa lettera erano ebrei divenuti cristiani i quali però rimpiangevano la gloria del tempio di Gerusalemme, che era una costruzione immensa, bellissima, piena di ricchezza, sfarzo, suoni, profumi, vesti meravigliose … sembrava che quello fosse un culto degno di Dio.
Nella tradizione cristiana invece si erano ridotti, almeno all’inizio, ad una cena in una casa qualsiasi, con un po’ di pane e un po’ di vino … tutto lì? Sì, tutto lì! Tutto è in quel po’ di pane e di vino che è il segno del Cristo morto e risorto: tutto è lì nella semplicità che è grandiosa.

Giovanni Battista: un profeta esemplare per noi

Venerdì 29 agosto celebriamo la memoria del martirio di san Giovanni Battista.
Una domanda potrebbe nascere in noi: chi ha vinto, Erode o Giovanni Battista? Gesù, annunciato dal Battista, che cosa ha fatto per salvarlo? Niente! Gli ha soltanto mandato a dire: ―Beato sarai tu se non inciamperai nel mio stile. Dopo qualche mese anche Gesù farà una fine simile a quella di Giovanni Battista. Pensiamoci seriamente, perché noi siamo discepoli di questa gente, non siamo discepoli di Erode né seguaci di Erodiade, non siamo discepoli di Caifa e della struttura del tempio; siamo invece discepoli di Gesù e stimiamo Giovanni come un profeta. Non possiamo quindi stimarlo a parole senza condividerne lo stile, senza apprezzare che quello è stato il suo ruolo profetico.
E lo stesso stile vale per il nostro compito di profeti cristiani. Noi, anche se siamo piccoli nel regno di Dio, grazie all’opera di Gesù Cristo possiamo avere un grande ruolo e la nostra missione si realizza nell’essere profeti nel nostro mondo anche se piccolo, nella nostra concreta realtà, con il coraggio della coerenza, con la fiducia in quel Signore che capovolge la situazione. È lui che libera in modo profondo e chiede a noi il coraggio di perdere tutto. Questa meditazione sulla figura e il messaggio di Giovanni Battista spero ci possa aiutare a riscoprire il nostro ruolo di profeti oggi e non ci faccia paura essere personaggi scomodi che provocano e che ne accettano le conseguenze, perché i cristiani come il Battista rischiano di perdere la testa! Seguiamo il Cristo imitando il suo stile, cercando di esser autentici profeti, coerenti, che sanno testimoniare – soprattutto con la vita – la bellezza del vangelo di Gesù Cristo. Cresciamo nel nostro impegno cristiano profetico in tutto quello che facciamo, tanto o poco che sia; cerchiamo di essere autentici profeti di Cristo che annunciano qualche cosa di grande, di nuovo, di bello. Facciamolo con coraggio. Siamo discepoli di grandi persone che ci hanno rimesso e hanno vinto, proprio perché sono stati capaci di perdere!

Sant’Agostino divenne amico del Signore e salì più in alto

Giovedì 28 Agosto celebriamo la festa di Sant’Agostino. Era un giovane molto superbo, aveva una grande ambizione, voleva essere il primo. Era un uomo molto intelligente, il primo della classe. Aveva studiato retorica ed era diventato un eccellente oratore; aveva lasciato il suo paesino in Nord Africa – oggi si trova in Tunisia – ed era andato a Cartagine, che era una grande città, ma non gli bastava. Si era trasferito da Cartagine a Roma per diventare – noi oggi diremmo – un professore universitario di retorica; e grazie ad alcune raccomandazioni era arrivato addirittura alla corte imperiale che allora risiedeva a Milano.
Il giovane Agostino, anche se aveva una mamma cristiana, non era stato battezzato e non condivideva assolutamente il messaggio evangelico. Aveva letto la Bibbia – da giovane superbo, letterato arrogante – l’aveva trovata bruttissima e l’aveva lasciata perdere. A Milano fu invitato come retore di corte, cioè colui che doveva fare i grandi discorsi davanti all’imperatore. Cercava il primo posto, voleva essere il più importante, si sentiva il più grande, cercava l’onore per sé. Aveva la mala pianta dell’orgoglio radicata nel cuore e si stava rovinando la vita. Ascoltando i discorsi del vescovo Ambrogio si sentì toccare il cuore. C’era andato con malizia, perché voleva smontare i discorsi di Ambrogio, convinto di essere più bravo, più intelligente … invece Dio colse quella occasione per parlare al suo cuore; e Agostino – trentenne, all’apice della carriera, uomo importante – entrò in crisi, visse una crisi esistenziale, sentì l’amarezza della sua vita, ebbe l’impressione che tutto gli crollasse intorno. Noi oggi parleremmo di depressione … un uomo così riuscito, in realtà era un fallito e se ne rendeva conto. Entrò in se stesso, riprese in mano le Scritture, cominciò a leggere la Bibbia, illuminato dalle parole di Sant’Ambrogio la lesse con altri occhi, la trovò interessante e attraverso quelle parole il Signore gli cambiò il cuore. Quell’uomo superbo, che cercava il primo posto, divenne umile, si abbassò, andò a scuola da Ambrogio, si fece catecumeno, andò a catechismo per imparare a vivere da cristiano, ricevette il battesimo. Aveva 33 anni. Il battesimo per lui segnò l’inizio di una vita nuova: mise punto, andò a capo, girò pagina. Si mise all’ultimo posto, lasciò perdere tutto, abbandonò il posto di prestigio, decise di ritornare in Africa. Si imbarcò a Ostia e tornò nel suo villaggio d’origine a vivere nascostamente per studiare la Parola di Dio, per pregare. Essendosi messo all’ultimo posto, fuori da tutto, senza contare più niente, allora il Signore lo andò a cercare e gli disse: “Amico, sali più in alto”.
Gli chiesero di fare il prete, perché ne avevano bisogno e accettò senza essere andato a cercare l’incarico; poi gli chiesero di fare il vescovo della piccola cittadina di Ippona. Non era un onore o un prestigio, non era carriera, era un servizio. La diocesi era piccola, il paese poco popoloso, la gente semplice. Agostino per più di trent’anni fu il vescovo di quella comunità e servì la Parola di Dio. L’aveva studiata lui, la comunicò agli altri, umilmente. Era salito in alto! Era salito davvero, perché non faceva più le cose per sé, me le aveva fatte per gli altri, per la gente. Aveva utilizzato tutta quella retorica studiata da giovane per formare la gente semplice. Fece una grande carriera, da uomo semplice, vescovo di un paesino sperduto della Tunisia. Eppure oggi noi continuiamo a parlare di lui ed è molto famoso, proprio perché si è fatto umile. Se fosse rimasto al suo posto di retore della corte a Milano, sarebbe scomparso, nessuno più ricorderebbe nemmeno il suo nome, come non conosciamo nessun altro dei suoi colleghi. Eppure in quel tempo c’erano tante persone importanti che emergevano: il nome dell’imperatore Valentiniano III vi dice qualcosa? Assolutamente niente. La sua orgogliosa madre che comandava con tanta prepotenza, la conoscete? No. Tutte persone che han cercato il primo posto, ce l’avevano, e sono rimasti insignificanti, spariti dalla storia, non hanno lasciato traccia, anche se erano grandi e potenti. Agostino, invece, essendosi fatto piccolo, avendo preso l’ultimo posto è diventato grande, è stato esaltato, ha saputo trasmettere, ha comunicato davvero qualche cosa di grande; e noi continuiamo a leggere le sue opere e ammiriamo la sua vita e lo ricordiamo come un esempio. Anche noi vogliamo fare così: accettiamo umilmente di stare al nostro posto e di fare bene quello che dobbiamo fare, facendo del nostro meglio lì dove siamo con umiltà … e saremo beati se anche nessuno ci ricambia, perché la beatitudine è essere con il Signore; e troviamo il Signore all’ultimo posto con gli umili, con i poveri, coi semplici, perché il Signore ama la semplicità e noi vogliamo stare dalla sua parte.

Santa Monica: esempio di donna umile e mite

La ricorrenza liturgica di mercoledì 27 Agosto richiama la figura di santa Monica, madre di Sant’Agostino. La sua vicenda umana può aiutarci a comprendere che cosa il Signore intenda con mitezza e umiltà. Questa donna di famiglia, moglie e madre, ha vissuto da cristiana situazioni molto dolorose: il marito non era credente, abbastanza affabile ma preda di violenti scatti d’ira, soprattutto infedele al matrimonio; i figli poi l’hanno seguita per un po’ ma tutti si sono allontanati dalla fede prendendo strade negative. Monica visse come moglie in una relazione molto difficile con il marito; visse come madre in situazioni pesanti con i figli … e visse nella mitezza e nell’umiltà. Non si rassegnò, ma umilmente continuò a fare bene quello che doveva fare come moglie e come madre. Non aveva soddisfazioni umane, perché il marito non le dava nessuna soddisfazione e i figli nemmeno. L’umiltà di mettersi all’ultimo posto vuol dire
continuare a fare bene anche se gli altri non mi capiscono, non mi valorizzano, non mi danno soddisfazione. Monica pregò molto intensamente per il marito e per i figli; e trattò bene il marito e i figli: offrì loro una testimonianza di fede cristiana ed ebbe la fortuna di vedere cambiare la situazione. Proprio in forza della sua umile mitezza Monica vinse, non litigò col marito, non lo insultò, non lo disprezzò, non si arrabbiò coi figli … riuscì con la sua preghiera e le sue lacrime a vincere la buona battaglia della fede. Il marito fu conquistato dalla sua testimonianza di amore fedele, senza gratificazioni umane: cambiò vita, si fece battezzare, divenne cristiano e lei lo accompagnò alla morte con la soddisfazione di vederlo trasformato. Il figlio Agostino aveva dato molti problemi alla madre. Giovane intelligente, intraprendente, non era battezzato e non aveva nessuna intenzione di essere cristiano; era diventato professore di retorica a Cartagine, poi si era trasferito a Roma. Rimasta vedova, Monica lasciò il suo villaggio nel Nord Africa e venne come una profuga in Italia alla ricerca del figlio. A Roma non lo trovò, perché si era trasferito a Milano e lo seguì a Milano. Gli stette vicino ma a debita distanza, senza interferite con la sua vita. Giovane orgoglioso Agostino sognava di fare una grande carriera alla corte imperiale, ed era molto lontano dalla fede. Fu accompagnato dalle preghiere e dalle lacrime di sua madre che umilmente rimase all’ultimo posto, ma attivamente operò: continuò a piangere e a pregare e ad amare … e vinse lei! Andava a sentire le prediche del vescovo Ambrogio come una povera donna che ascoltava questo grande dottore. Ne parlò al figlio, invitandolo ad andare a sentire il vescovo. Agostino ci andò con l’intenzione arrogante di smontare i discorsi di quell’uomo: pensava di saperne di più e invece rimase conquistato. La capacità che aveva Ambrogio di spiegare le Scritture, di fare comprendere il mistero di Cristo, toccò Agostino nel cuore, gli fece crollare quella mentalità orgogliosa che aveva ed entrò in crisi: visse momenti di oscurità, di combattimento interiore e alla fine decise di farsi cristiano. Si avvicinò al vescovo Ambrogio, iniziò il percorso del catecumenato e nella notte di Pasqua venne battezzato. Monica ebbe la soddisfazione di vedere anche quel figlio, così testardo e lontano da Dio, diventare cristiano e pure impegnato nella vita della Chiesa. Le pie lacrime di quella mamma umile, che stava all’ultimo posto, sono state il motore della storia, forse più importati delle prediche di Ambrogio! Quella donna mite, senza forza, con la sua preghiera e il suo amore costatante, ottenne grandi risultati.
Ripartì quindi con il figlio per tornare in Africa, ma ad Ostia, prima di imbarcarsi, si ammalò e nel giro di pochi giorni morì. Aveva detto al figlio, il quale lo riporta nelle sue Confessioni: “Ormai non ci sto più a fare nulla su questa terra, tutto quello che volevo l’ho ottenuto”. Dopo pochi giorni si ammalò e morì all’età di 56 anni. Questa è una donna mite e umile che si è messa all’ultimo posto, un’autentica cristiana che ci ha insegnato a vivere bene, a fare bene quello che dobbiamo fare nelle nostre situazioni difficili.
Ognuno, pensando alla propria situazione, sicuramente incontra delle difficoltà, vive relazioni che non danno gioia, che creano problemi. Con mitezza e con umiltà continuiamo a fare il bene, confidando nel Signore: è Lui la nostra forza. Le preghiere, le lacrime, l’amore costante sono un’autentica forza: non l’orgoglio e la superbia, ma la mitezza vince; e ai miti il Signore rivela i suoi segreti e concede la vittoria.

21 del Tempo Ordinario

Un tale ha posto a Gesù una domanda curiosa: «Sono pochi quelli che si salvano?». Potrebbe essere formulata in tanti altri modi, ed è una domanda che spesso anche noi facciamo, se non esplicitamene, in modo implicito: “Quanti sono quelli che si salvano? oppure, chi si salva?”. Rispondiamo tante volte che tutti si salvano. Non è questa la risposta di Gesù. Questa risposta è rassicurante: “Dio è buono e salva tutti – quindi siamo tutti sicuri di salvarci – di conseguenza (si pensa come sottinteso) ognuno faccia quello che vuole, perché tanto è la stessa cosa”. Non c’è nessuna differenza, qualunque comportamento va bene; ognuno ha le proprie idee, i propri gusti e comunque ci si comporti tutti si salvano. Ma non è ciò che ha insegnato Gesù il quale, nel brano sopra citato, è molto severo, dicendo che molti cercheranno di entrare ma non ci riusciranno, molti si illuderanno di entrare nel regno di Dio a qualunque condizione ma non ci riusciranno perché il padrone di casa chiuderà la porta. Addirittura Gesù si rivolge ai suoi ascoltatori con un discorso diretto, li chiama in causa di persona e li provoca: «Voi rimasti fuori busserete: “Signore aprici!”, ma da dentro il Signore vi dirà: “Non so di dove siete”». Questa è una frase che merita attenzione.
Gesù mette in bocca al Signore, dietro la porta chiusa, questa affermazione: «Non so di dove siete».
Corrisponde a “non vi conosco, non siete dei miei”. Ma usa l’avverbio di dove per indicare l’origine.
Se io chiedo a una persona: “Di dove sei?”. La risposta più semplice che mi può dare è quella di indicarmi il paese di provenienza. Ma non è questa la risposta che vuole il Signore.
“Di dove siete?” non vuol dire “da quale paese venite?”, ma: “da dove traete origine? Qual è il principio del vostro pensiero, del vostro atteggiamento? Da chi avete preso?”. È una domanda importante che riguarda l’origine genetica del nostro stile di vita, è una domanda che talvolta si può rivolgere ai bambini, quando i genitori si accorgono che i ragazzi hanno degli atteggiamenti strani; allora ci si domanda: “Ma da chi ha preso?”. In genere si trova qualche ascendente a cui assomigliano: “Questo aspetto negativo del carattere deve averlo preso da questo e da quello”. È ciò che Gesù intende chiederci: “Da chi avete preso? Col vostro atteggiamento, col vostro modo di pensare, con lo stile della vostra vita, da chi avete preso?”. Se siamo figli di Dio e fratelli di Gesù Cristo, dovremmo aver preso da Lui; se Dio è la nostra origine, noi veniamo da Lui e abbiamo preso da Lui; se Cristo è il nostro fratello, allora noi gli assomigliamo. Ma se non gli assomigliamo, se non abbiamo preso da Lui, veniamo da qualche altra parte! È un problema; è questo che ci tiene fuori dal Regno, se non prendiamo da Dio, se non impariamo a vivere con lo stile di Gesù. Pertanto ci viene chiesto un allenamento importante per cambiare i nostri atteggiamenti, per non seguire semplicemente ciò che ci viene istintivo e naturale, ma imparare ad essere come dobbiamo.
Questo allenamento potrebbe cominciare dai pensieri, dalle reazioni che abbiamo ai vari eventi.
Quando capita qualche cosa che ci turba, che ci dispiace, magari che ci offende, ci vengono dei pensieri. Impariamo ad analizzare i nostri pensieri, impariamo a valutare le nostre reazioni … se sono arrabbiato, perché mi sono arrabbiato? Mi è venuto in testa un pensiero violento, perché mi è venuto? Ancora meglio, da dove viene questo pensiero? Questo atteggiamento viene da Dio o viene dal nemico? Questo mio modo di pensare – mi è venuta voglia di fargliela pagare, di restituire quello che mi ha fatto con un altro sgarbo – questo mio pensiero viene da Dio? È il Signore che me lo ha ispirato? Appena mi faccio questa domanda, subito sono capace di rispondermi: “No. Questa idea non viene da Dio”. E allora? Allora, la lascio perdere. Se impariamo a valutare i nostri sentimenti e a considerare da dove vengono, diventiamo capaci di distinguere il bene dal male, di respingere ciò che viene dal nemico e valorizzare ciò che viene da Dio.
Di fronte ad un sentimento che nasce in me, devo domandarmi: “Da dove viene? Perché ho reagito così?
È una reazione conforme allo stile di Gesù Cristo o contraria al suo modo di pensare? Io voglio essere come Gesù e allora se i pensieri che mi vengono non sono conformi a Lui, li respingo, li scaccio, li combatto, non li seguo.
Questo diventa l’atteggiamento corretto con cui posso seguire il Signore.
E quando un giorno busserò alla sua porta non mi sentirò dire: “Non so di dove sei, hai sempre fatto di testa tua, hai sempre seguito le tue idee, adesso arrangiati” … sarebbe tremendo trovare la porta chiusa quando ormai è tardi. Pensiamoci finché siamo in tempo. Impariamo a pensare, a sentire, a parlare, ad agire come il Signore Gesù, per essere veramente figli di Dio e fratelli suoi.

20 Domenica del tempo Ordinario

Il profeta Geremia, in quanto persona che durante la sua missione è stato anche perseguitato, non accettato, rifiutato dai suoi concittadini, è stato una figura del Messia. Il re Sedecia si rivela una persona mediocre, incerta e instabile, un po’ da una parte e un po’ dall’altra: oscilla fra l’essere contro Geremia e a favore di Geremia, a seconda di chi gli parla dà ragione sia a questo che a quello. Geremia era un uomo delicato,
timido, riservato. In base al suo carattere avrebbe voluto stare tranquillo nel suo ambiente domestico a
scrivere poesie, e invece fu mandato dal Signore in mezzo a una lotta tremenda, ad annunciare la catastrofe, l’imminente fine di Gerusalemme. Quando i politici si illudevano di riuscire a salvare la situazione, anzi di cambiarla in meglio, Geremia deve annunciare a nome di Dio la necessità di sottomettersi, di abbassare la testa, di accettare l’umiliazione, di arrendersi. Perciò lo accusano di disfattismo: “Quest’uomo fa cadere le braccia ai soldati, quest’uomo non cerca il benessere del popolo, quest’uomo vuole il male della nazione”. Non capiscono il senso di quello che sta dicendo, fraintendono il suo messaggio, lo vogliono morto, lo condannano ad essere gettato nella cisterna. Il racconto biblico è essenziale e drammatico: “presero Geremia, lo gettarono nella cisterna, calandolo con corde, e nella cisterna non c’era acqua, ma fango … e Geremia affondò nel fango”. Ci è proposto il quadro di un uomo di Dio che affonda nel fango … proviamo a metterci nei suoi panni, a sentire sulla nostra pelle una situazione del genere.
Dopo avere fatto del nostro meglio, dopo aver annunciato la parola di Dio e servito il Signore, siamo ricambiati con malevolenza, con disprezzo, con calunnie, accuse pesanti … presi e calati in un pozzo per morirvi di fame, affondiamo nel fango. È l’immagine dell’umanità, dei problemi che ciascuno di noi prima o poi nella vita affronta: ci troviamo in questo pozzo ad affondare nel fango. Ecco l’angoscia: essere chiusi allo stretto e non avere via d’uscita. Guardare dal basso quel buco in cima al pozzo da cui filtra la luce e affondare nel fango … è la condizione dolorosa dell’umanità. È la condizione anche di persone buone, di persone che hanno fatto del bene e che si ritrovano ripagate con il male. Da questo pozzo Geremia alza la voce e noi gli abbiamo dato la voce con le parole del Salmo 39: “Signore vieni presto in mio aiuto!
Tirami fuori da questo pozzo, dal fango della palude, metti i miei piedi sulla rocca, rendi sicuri i miei passi”. Come è capitato a Geremia anche noi però possiamo ringraziare il Signore perché qualcuno è intervenuto a tirarci fuori. Nella vicenda del profeta è un etiope, uno straniero – Ebed-Mèlec, il servo del re – che interviene in suo favore.
Uno straniero dalla pelle nera salva il profeta: fa ragionare il re, gli fa capire di aver agito male, parla a favore di Geremia, mentre i suoi concittadini, gli uomini del tempio, i cortigiani – vil razza dannata – hanno fatto gettare Geremia in fondo alla cisterna. Uno straniero intercede per il profeta; e il re, che è una debole banderuola, dà retta all’ultimo che ha parlato e di fronte a questo servitore che intercede per Geremia gli dà l’incarico – ma di nascosto – di andarlo a tirare su il profeta. L’aiuto arriva, anche da dove non se lo aspettava! Il Signore interviene in qualche modo, ha le sue strade per tirarci su dal pozzo dell’angoscia.
Ci sentiamo conosciuti da Dio, capiti e sostenuti. Gli chiediamo aiuto, gli chiediamo il coraggio di essere fedeli, di continuare ad essere cristiani convinti anche in fondo al pozzo, anche nell’angoscia.
Stiamo dalla parte di Gesù, chiediamo il suo aiuto perché vinca la nostra angoscia, non ci lasciano spaventare, non ci lasciamo cambiare nelle nostre scelte fondamentali; aderiamo al Signore Gesù con coraggio, anche se costa, sapendo che il Signore viene in nostro aiuto e ci tira su, non ci abbandona.
Preghiamo per tutte le persone che sono nell’angoscia: facciamoci carico dell’angoscia del mondo, di tante persone che soffrono in fondo a pozzi esistenziali e alziamo la nostra voce a loro favore, in loro difesa, per supplicare un intervento divino che ci salvi e ci liberi. Confidiamo in questa potenza che libera
dall’angoscia e con coraggio corriamo verso la meta.

Santa Chiara e il “Gioco degli specchi”

Chiara d’Assisi interpretava il suo rapporto con Gesù attraverso l’immagine dello “specchio” e degli “specchi”. Di primo acchito, l’azione di guardarsi allo specchio parrebbe la meno adeguata per descrivere la santità. La ricerca di un rispecchiamento della propria immagine fa pensare spontaneamente alla vanità, al bisogno di assecondare un impulso narcisistico. Non a caso si parla del “peccato dello specchio”.
Nell’esperienza di Chiara l’azione del rispecchiamento si rovescia. Lo specchio di Chiara è Gesù.
Lei si “specchia” in Gesù.
Come dice san Paolo, noi riflettiamo come in uno specchio la gloria del Signore (cfr. 2 Cor 3,18), la stessa gloria di Dio che rifulge sul volto di Cristo risplende nel cuore dei battezzati (cfr. 2Cor 4,6).
Nelle lettere ad Agnese di Praga, Chiara invita le sorelle a guardare a Gesù come ad uno specchio che, nella sua umanità, riflette la divinità. Scrive: “Colloca i tuoi occhi davanti allo specchio dell’eternità, (Gesù);
e trasformati interamente nell’immagine della divinità di Lui” (FF 2888).
Chiara insegna alle sorelle a portare ogni giorno la loro anima in questo specchio e a scrutare in esso continuamente il loro volto per adornarsi di tutte le virtù di Cristo. Gesù è il volto vero di Dio: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9); Gesù è il volto vero dell’uomo: “Ecco l’uomo!” (Gv 19,5).
Tenere fisso lo sguardo su Gesù (Eb 12,2) significa essere raggiunti dal suo raggio di azione che si imprime nell’uomo interiore ed esteriore di chi lo contempla e ne esce trasformato. Contemplare significa prendere gradualmente la forma di Cristo, sposo dell’anima. Specchiarsi in lui comporta, anzitutto, il movimento passivo dell’adorazione che è come un tempo sospeso in cui ci si lascia amare da Gesù, ci si lascia guardare dai suoi occhi, si zittiscono tutte le voci e le suggestioni esteriori, tutto si riduce nella semplicità di un “faccia a faccia”. Ma l’amore non è mai pura passività e sente il bisogno di esprimersi nel movimento attivo del discepolato e dell’imitazione, come recita il Prefazio della Messa: Tu hai ispirato a santa Chiara di seguire fedelmente, sull’esempio di san Francesco, le orme del tuo Figlio, sposandola a lui misticamente con vincolo di perenne fedeltà e amore”.
Chi tiene fissi gli occhi su Gesù viene trasformato nella sua stessa immagine, diventa il Gesù dello specchio e, una volta divenuto tale, diventa specchio per i fratelli e le sorelle.
Si crea una sorta di gioco degli specchi.
La catena del rispecchiamento si prolunga nella vita di ciascuno di noi: siamo un altro Gesù per gli altri. Prima di inquinare il dono con la domanda su quanto siamo coerenti a questo compito, godiamo intimamente del privilegio di questa vocazione: Gesù ha fatto di tutti noi specchi suoi e del Vangelo, perché molti possano specchiarvisi. Siamo preoccupati di dimostrare le nostre convinzioni e i nostri principi agli altri, ma dovremmo anzitutto diventare consapevoli del potere che ci è dato di mostrare a quanti condividono con noi la vita di tutti i giorni qualche scheggia della gloria di Dio che abita gli spazi umani.
Scegliendo di fissare lo sguardo su Gesù e di nulla anteporre all’amore per lui, i cristiani diventano immagine di una Chiesa sposa di Cristo, bella e senza macchia.
Di Chiara, è scritto nella bolla della sua canonizzazione, che più si nascondeva e rimaneva nell’ombra, più la sua vita era nota a molti, rivelata a quanti si rispecchiavano in lei.
La testimonianza dei santi non rimane nascosta; è discreta, persino invisibile, ma mai irrilevante.
È fonte di attrazione alla verità di Dio e dell’uomo. Il potere spirituale dei santi trasforma la società più di ogni potere mondano. Diventano le presenze più necessarie e i più grandi benefattori.
Vogliamo trasformare il mondo? Permettiamogli di intravedere Cristo attraverso i suoi specchi che siamo noi. Certamente la Chiesa non è uno specchio del tutto pulito e trasparente, troppo spesso rispecchia il mondo e porta le macchie della mondanità. È una chiesa santa e sempre bisognosa di purificazione.