19 domenica del Tempo Ordinario

La fede è fondamento di ciò che si spera. La fede è sostanza, è solidità: è la base solida su cui viene costruita la nostra vita. Nel linguaggio corrente la fede sembra piuttosto una opinione, il giudizio di qualcuno, una idea spesso non ben certa. Quando adoperiamo il verbo credere spesso intendiamo dire che non siamo sicuri – nel linguaggio corrente se di una cosa non sono certo, dico: “Credo di sì, ma non ne sono sicuro” – quindi lo adoperiamo in un senso molto labile. È un guaio, perché invece il credere teologico è qualche cosa di solido e di serio: credo perché sono sicuro. La fede è fondamento, il credere è la base della nostra vita, è la roccia su cui possiamo costruire tutte le nostre scelte. È la base di ciò che speriamo, altrimenti sarebbe una illusione. La speranza è una attesa certa e la certezza viene dalla fede. Ne siamo conviti! Siamo sul solido, siamo appoggiati sulla rivelazione di Dio che non mente – ha promesso e mantiene – è Lui la garanzia verso cui noi camminiamo nella speranza … «come Abramo che, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità e partì senza sapere dove andava». Anche noi siamo partiti – chiamati da Dio abbiamo obbedito alla fede, abbiamo accettato l’invito del Signore – siamo partiti, siamo diretti verso una meta che ci è proposta in eredità, ma non sappiamo dove stiamo andando. È questo l’aspetto interessante. La fede non colma la conoscenza, garantisce la speranza. Noi speriamo la vita eterna, desideriamo essere con il Signore e siamo conviti che arriveremo a quella meta; ma quello che abbiamo davanti non lo sappiamo ancora, è un cammino nella fede. Quando siamo nati, ci hanno fatto gli auguri, ci hanno augurato tante cose belle e poi alcune si sono realizzate e altre no. Lungo la vita, quando si fanno delle scelte importanti, si parte per una nuova esperienza. Quando due si sposano, mettono su famiglia, partono senza sapere dove andranno, partono nella fiducia e il cammino – di momento in momento, di anno in anno – rivela situazioni diverse, paesaggi differenti, un po’ in salita, un po’ in discesa; ma in ogni momento della nostra vita abbiamo un fondamento che ci regge e una meta che ci attira. Abbiamo preso delle decisioni diverse nella nostra vita, ne dobbiamo prendere delle altre, siamo in cammino, però c’è sempre qualche cosa di solido: la base e la meta. Siamo convinti di essere con il Signore, attendiamo con desiderio di incontrarlo e riconosciamo di non dominare gli eventi però, di non essere padroni della situazione, di non sapere che cosa ci attende … per questo è necessario essere vigilanti e pronti. Il Signore viene non nel momento della nostra morte; la sua parola non contiene la minaccia di morte improvvisa; il Signore viene quando non ce lo immaginiamo nel senso che è presente nella nostra vita quando non ci pensiamo nemmeno, per questo è necessario essere attenti alla sua presenza; perché in ogni situazione della nostra esistenza, bella o brutta che sia, il Signore viene. Beati quei servi che sono svegli e lo riconoscono e accolgono la grazia della sua visita e ne ricavano forza per riprendere il cammino. Il nostro viaggio è verso l’ignoto, è verso la novità … non è un ritorno a casa. Molte volte i predicatori adoperano il linguaggio del “ritorno a casa” – lo mettono anche nei manifesti funebri talvolta, soprattutto per i preti e le suore – “è tornato alla casa del Padre”. È una frase scorretta, perché nessuno di noi è mai stato nella casa del Padre: da quando siamo nati siamo su questa terra e non esistevamo prima di esser concepiti.
È una pericolosa eresia pensare alla preesistenza dell’anima. Siamo stati creati dal nulla quando siamo stati concepiti nel grembo di nostra madre e abbiamo iniziato a vivere nel tempo. Siamo nati, siamo cresciuti nella nostra famiglia, nel nostro ambiente e ognuno di noi può raccontare la sua storia fino a questo momento … nella casa del Padre quando ci siete stati? Ma ci stiamo andando! Siamo in cammino verso la casa del Padre – non torneremo! – ci andremo per la prima volta! Speriamo di arrivarci – nel senso di desideriamo ardentemente arrivare alla meta – e non sappiamo dove sarà, quando sarà, come sarà. Non stiamo tornato nell’ambiente conosciuto, ma stiamo andando verso una assoluta novità.
Questo un po’ spaventa, perché tendiamo sempre a rimanere nel già conosciuto. È più facile tornare indietro, ritornare verso le situazioni che conoscevamo: ritornare bambini, ritornare in un ambiente bello, ritornare a vivere una situazione che ci piaceva è più tranquillizzante che andare verso qualche cosa di nuovo che ci sfugge, che non riusciamo a dominare. Due grandi viaggi segnano l’immaginario del mondo occidentale: l’Odissea e l’Esodo. Sono due schemi molto diversi. L’Odissea racconta il viaggio di Ulisse che torna alla sua “petrosa Itaca”, torna a casa attraverso innumerevoli fatiche, viaggi, conoscenze, dolori e gioie, ma il desiderio è “tornare a posare le ossa” dov’è il suo nucleo famigliare: lì ritrova il padre, la moglie, il figlio, la terra, i servi, anche il vecchio cane … il suo desiderio è tornare al mondo di prima. Non è il nostro modello. Il modello biblico e cristiano è l’Esodo, l’uscita, il viaggio che i nostri padri nella notte della liberazione intrapresero, abbandonando l’Egitto con le sue sicurezze – con le cipolle e i porri, con tutta quella bella frutta e verdura che il Nilo garantiva – per andare nel deserto verso una patria sconosciuta. Nessuno di loro aveva mai visto la terra promessa; camminavano verso una novità come Abramo, che secoli prima era partito verso la terra che Dio gli aveva promesso e non la conosceva, non sapeva quale fosse, non sapeva come l’avrebbe avuta. Noi siamo i figli di questi padri. Il nostro schema cristiano è il viaggio verso la novità futura, non il ritorno al passato. È saggezza invecchiare aspettando la novità, non rimpiangendo le cose vecchie; è saggezza tenere gli occhi aperti perché oggi o domani il Signore viene; non ieri … oggi o domani. Guardiamo avanti, fondati sulla fede, animati dalla speranza; e camminiamo con entusiasmo verso la novità che ci aspetta, che ci supera perché aspettiamo qualche cosa di superiore … sarà più bello di come lo immaginiamo, sarà completamente diverso, ma molto meglio.

Trasfigurazione del Signore

Il perché di questa Festa. Il 6 agosto si celebra la Trasfigurazione del Signore. Si tratta di una festa particolarmente cara alla Chiesa d’oriente che la chiama la “Pasqua dell’estate”, una delle 12 solennità del calendario liturgico bizantino. Perché il 6 agosto? Perché secondo la tradizione la trasfigurazione di Gesù sarebbe avvenuta 40 giorni prima della sua crocifissione. Orbene, come celebriamo la festa dell’Esaltazione della Santa Croce il 14 settembre, la Trasfigurazione venne fissata 40 giorni prima.
Se l’Oriente ha messo in risalto l’importanza di questa festa, l’Occidente l’ha piuttosto trascurata.
Oggi si sente la necessità di rivalutarla. Ricordiamo che è stata inserita nei “misteri luminosi” del rosario. Teilhard de Chardin l’ha definita “il più bel mistero del cristianesimo”, perché è la primizia di un universo trasfigurato, diventato ‘cristico’.
I tre vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) presentano questo episodio in termini simili.
Dove avviene. I vangeli parlano di “un monte”. Secondo la tradizione si tratta del monte Tabor, che
spicca isolato nella pianura della Galilea.
Il contesto di questo evento. Il contesto in cui viene situato questo evento sembra quello della festa ebraica delle Capanne o delle Tende che commemora i 40 di Israele nel deserto. Durante sette giorni si viveva in capanne. Ecco perché la proposta di Pietro “farò qui tre capanne” non è una “stupidaggine” di un Pietro balbettante, ma il desiderio di rimanere lì a celebrare la festa che si svolgeva in quei giorni. Mosè ed Elia rappresentano la Legge e i Profeti (al tempo di Gesù l’espressione “Mosè e i Profeti” voleva dire tutta la Scrittura) che dialogano con la Parola definitiva. Ma entrambi, Mosè ed Elia, sono collegati al Sinai o Horeb. Questo “alto monte” diventa, quindi, il nuovo Sinai!
Una epifania del Cristo e della Trinità. Infine, è evidente che questo è un racconto che rivela il Cristo Glorioso, un anticipo della risurrezione. Pietro, Giacomo e Giovanni, testimoni privilegiati della passione, condotti da Gesù su questo monte, sono introdotti nel mistero della sua persona. Si tratta pure di una epifania trinitaria, simile a quella del Battesimo, in cui il Padre fa sentire la sua voce e lo Spirito si manifesta tramite la nube luminosa e la sua ombra.
La Trasfigurazione e il “frattempo” in cui viviamo
Questa festa, la “Pasqua dell’estate”, ci ricorda che noi viviamo nel tempo del… “frattempo”! Questo è il tempo dell’uomo, fra la nascita e la morte, vissuto nella speranza di raggiungere una certa pienezza stabile (felicità?). Il “frattempo” è anche il tempo del credente, vissuto tra due Pasque, quella di Cristo e quella nostra. La Trasfigurazione illumina questo “frattempo”, non per sopprimerlo, ma per alimentarlo. Il nostro desiderio sarebbe di raggiungere subito la pace, la gioia, la vita, la felicità del tempo definitivo: “Signore, è bello per noi essere qui! Piantiamo qui le tende!” Eh no! bisogna scendere a valle! Allora a cosa serve quella visione? “Si sale, si vede, si scende. Poi non si vede più. Ma si è visto. C’è un’arte di guidarsi nelle regioni inferiori [della pianura] con il ricordo di ciò che si è visto nelle regioni superiori. Quando non si può più vedere, si può ancora sapere, almeno, che ci sono cose in alto”.
La Trasfigurazione, epifania della bellezza
L’umanità cerca la bellezza, in tutte le sue forme. Cresce, oggi più che mai, la cura del proprio corpo, le operazioni estetiche, l’attenzione all’ambiente… In contrasto con questa tendenza, però, aumenta lo sfruttamento della natura, lo squallore di certi ambienti cittadini, l’indifferenza per la crescita della povertà.
Il nostro è un tempo di trasfigurazione o di… “sfigurazione”?
Il 6 agosto del 1945 gli Stati Uniti sganciavano su Hiroshima la prima bomba atomica e tre giorno dopo su Nagasaki, dove risiedevano il 70 % dei cattolici giapponesi. Si poneva fine, in modo atroce, alla seconda guerra mondiale e si dava inizio all’era atomica attuale. Nel giorno della Trasfigurazione l’uomo ha iniziato l’era della massiva “sfigurazione” dei suoi simili e nessuno sa dove essa lo porterà!
Gesù, “il più bello tra i figli dell’uomo” (Salmo 44,3), è venuto a rivelarci la vera bellezza. Non si tratta di una bellezza seduttrice, ma di una bellezza trasfigurata, pasquale, quella del ‘Pastore Bello’, che dà la vita per il gregge. Questa bellezza talvolta è velata, irriconoscibile, come quella del Servo de Yahweh “uomo dei dolori… davanti al quale ci si copre la faccia” (Isaia 53,3). Solo contemplando la bellezza dell’amore crocifisso possiamo essere a nostra volta trasfigurati ed essere testimoni della vera bellezza che trasfigurerà il mondo.

San Giovanni Maria Vianney: Patrono dei Parroci

“Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore”.
La vita di San Giovanni Maria Vianney è tutta racchiusa in questo suo pensiero. Noto come “il Curato d’Ars”, Giovanni Maria Vianney nasce l’8 maggio 1786 a Dardilly, vicino Lione. I genitori sono contadini e lo avviano sin da piccolo al lavoro nei campi, tanto che Giovanni arriva all’età di 17 anni ancora analfabeta. Grazie agli insegnamenti materni, però, conosce a memoria molte preghiere e vive un forte senso religioso. Donato interamente a Dio e ai suoi parrocchiani, muore il 4 agosto 1859, all’età di 73 anni.
Le sue spoglie riposano ad Ars, nel Santuario a lui dedicato, che ogni anno accoglie 450 mila pellegrini. Beatificato nel 1905 da Pio X, Giovanni Maria Vianney viene canonizzato nel 1925 da Pio XI che nel 1929 lo proclama “Patrono di tutti i parroci del mondo”. A Lui, alla sua intercessione affidiamo il nuovo Parroco di san Fiorano, Corno Giovine e Vecchio, don Gianmario Carenzi.

A quali condizioni si può ottenere l’indulgenza?

Ricevere l’assoluzione per i propri peccati nella Confessione sacramentale, celebrata nel periodo che include gli otto giorni precedenti la festa, per tornare in grazia di Dio; partecipare alla Messa e alla Comunione eucaristica nello stesso arco di tempo indicato per la Confessione; visitare la chiesa e rinnovare la professione di fede, mediante la recita del Credo, per riaffermare la propria identità cristiana, e recitare il Padre Nostro, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo; recitare una preghiera secondo le intenzioni del Papa, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice (normalmente si recita un Pater, un’Ave e un Gloria).
IN QUALI GIORNI SI PUÒ OTTENERE IL “PERDONO D’ASSISI”?
In tutte le chiese parrocchiali e le chiese francescane sparse nel mondo si può lucrare dal mezzogiorno del 1° agosto alla mezzanotte del 2 agosto di ogni anno.
COS’È L’INDULGENZA?
Nel Catechismo della Chiesa cattolica (nn. 1478-9) si legge: «L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità [Cfr. Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 8; Concilio di Trento: DS 1835].
Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’altro, ottenendo per loro delle indulgenze, in modo tale che siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati. Mediante le indulgenze i fedeli possono ottenere per se stessi, e anche per le anime del Purgatorio, la remissione delle pene temporali, conseguenze dei peccati. (CCC 1498)

17 domenica del Tempo Ordinario

«Cercate e troverete». Ha il tono del proverbio l’insegnamento di Gesù ed è diventato una espressione comune nel nostro parlare: “Chi cerca trova”. Ma che cosa cerca? Che cosa ci invita a cercare? Nella sua catechesi sulla preghiera Gesù insiste nel rivelare che Dio è padre e il nostro atteggiamento nei suoi confronti è quello di figli che si fidano. Dio è amico dell’uomo e noi rispondiamo con un atteggiamento di amicizia. Allora la preghiera diventa una relazione di bontà come fra amici autentici, come fra padre e figlio … per cui, che cosa dobbiamo cercare, che cosa dobbiamo chiedere? Non quello che vogliamo … sarebbe l’atteggiamento del figlio capriccioso che pesta i piedi e si mette a piangere se non ottiene quello che vuole; e se non riceve quello che vuole, dice al papà o alla mamma: “Sei cattivo”, perché non concedi quello che chiedo. Molte volte le persone si rapportano a Dio come figli capricciosi che hanno in testa le loro idee e usano Dio per ottenere quello che vogliono; e se non lo concede, pestano i piedi e fanno i capricci.
In un Salmo c’è questa espressione: «Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto». Eppure è possibile che qualcuno dica: “Nel giorno in cui ho chiesto al Signore, non mi ha ascoltato”. È purtroppo frequente ascoltare questo rimprovero che qualcuno muove al Signore: “Gli ho chiesto e non mi ha dato, per cui mi sono offeso”. Questo atteggiamento è proprio quello del figlio capriccioso che capisce poco e non si fida. Gesù non ci dice di chiedere quel che vogliamo, non si presenta come il nostro servitore o, addirittura, nella nostra fantasia come il genio della lampada: “Sono al tuo servizio! Comanda quello che vuoi e io realizzo tutti i tuoi desideri”. Queste sono favole. Il Signore non ci dice questo, si presenta come un padre veramente buono che sa dare ciò che è buono. Perciò: cercate una buona relazione con Lui, chiedete lo Spirito Santo, chiedete la grazia di Dio, chiedete la forza, la sapienza, la capacità di comprendere, l’energia per affrontare una difficoltà. Chiedete al Signore che venga il suo regno, chiedete al Signore che sia fatta la sua volontà, chiedete al Signore di esser capaci di fare quello che Lui vuole. Dobbiamo stare attenti anche nella educazione dei bambini per trasmettere una idea corretta della preghiera, perché è possibile che il bambino si rivolga per esempio ad un animatore, a un catechista, a un prete, a una suora dicendo: “Mio nonno è malato”; e l’educatore, convinto di fare bene, gli dice: Prega, così tuo nonno guarisce”. Dopo qualche tempo il bambino gli confida addolorato: “Io ho pregato, ma mio nonno è morto!”. E allora che gli dici? Il tuo insegnamento era sbagliato, perché hai detto al bambino: “Prega, così la persona malata guarisce”. Allora cosa dovremmo rispondere, cosa dovremmo dire a un bambino che vive anche una sofferenza in famiglia? Non offrire la preghiera come la bacchetta magica che risolve i problemi – “prega che così avviene quello che ti fa piacere.” – ma insegnargli a confidare nel Signore: “Prega perché tuo nonno viva bene la sua malattia, chiedi al Signore che gli dia forza per affrontare la difficoltà, stagli vicino, fagli compagnia. E se la malattia è passeggera, guarirà e ci saranno altre occasioni per stare insieme al nonno, ma se invece è questa la sua via, tu chiedi di poter fare bene la volontà del Signore e di accompagnare anche la malattia verso il suo decorso che può arrivare alla morte. Lo sappiamo bene che non basta insistere, battere i piedi per ottenere quello che vogliamo: non è infatti questo l’atteggiamento cristiano. Siamo figli e amici e ci fidiamo di colui che è veramente buono.
Anche nelle situazioni più difficili ci mettiamo nelle sue mani e gli chiediamo di fare noi quello che vuole Lui!
Chiediamo lo Spirito Santo che è la sua sapienza, la sua forza, perché abbiamo la capacità di affrontare bene quello che deve capitare. Se chiedete la forza per vivere bene una situazione difficile, certamente l’avrete, come dice il Salmo: «Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto; hai accresciuto in me la forza». Se vi fidate del Signore nella difficoltà, lasciando che Lui vi sorregga, certamente vi aprirà la porta e vi accompagnerà anche nella situazione difficile, anche affrontando la sofferenza, la malattia e la morte. Non risolve magicamente i problemi, ma ci dà la capacità di attraversarli, di sopportarli e di vincerli. Ci fidiamo di questo Dio che è Padre ed è veramente amico nostro.
Ci fidiamo della rivelazione di Gesù Cristo e ci mettiamo nelle sue mani, come figli obbedienti che si fidano di Lui.

Santi Gioacchino ed Anna

Paradossalmente delle due figure così importanti nella storia della salvezza non vi è alcuna traccia nei Vangeli canonici. Di loro viene trattato ampiamente nel Protovangelo di S. Giacomo, un vangelo apocrifo del II secolo. Le elaborazioni posteriori di tale documento aggiunsero via via altri particolari, che soltanto
la devozione andava dettando. Anna era una israelita della tribù di Giuda, figlia del sacerdote betlemita Mathan, con discendenza quindi dalla stirpe davidica. Il “Protovangelo di san Giacomo” narra che Gioacchino, sposo di Anna, era un uomo pio e molto ricco e abitava vicino Gerusalemme, nei pressi della fonte Piscina Probatica; un giorno mentre stava portando le sue abbondanti offerte al Tempio come faceva ogni anno, il gran sacerdote Ruben lo fermò dicendogli: “Tu non hai il diritto di farlo per primo, perché non hai generato prole”. Gioacchino ed Anna erano sposi che si amavano veramente, ma non avevano figli e ormai data l’età non ne avrebbero più avuti; secondo la mentalità ebraica del tempo, il gran sacerdote scorgeva la maledizione divina su di loro, per il fatto di essere sterili. L’anziano ricco pastore, per l’amore che portava alla sua sposa, non voleva trovarsi un’altra donna per avere un figlio; pertanto addolorato dalle parole del gran sacerdote si recò nell’archivio delle dodici tribù di Israele per verificare se quel che diceva Ruben fosse vero e una volta constatato che tutti gli uomini pii ed osservanti avevano avuto figli, sconvolto non ebbe il coraggio di tornare a casa e si ritirò in una sua terra di montagna e per quaranta giorni e quaranta notti supplicò l’aiuto di Dio fra lacrime, preghiere e digiuni. Anche Anna soffriva per questa sterilità, a ciò si aggiunse la sofferenza per questa ‘fuga’ del marito; quindi si mise in intensa preghiera chiedendo a Dio di esaudire la loro implorazione di avere un figlio. Durante la preghiera le apparve un angelo che le annunciò: “Anna, Anna, il Signore ha ascoltato la tua preghiera e tu concepirai e partorirai e si parlerà della tua prole in tutto il mondo”. Così avvenne e dopo alcuni mesi Anna partorì. Il “Protovangelo di san Giacomo” conclude: «Trascorsi i giorni necessari si purificò, diede la poppa alla bimba chiamandola Maria, ossia “prediletta del Signore”».

V Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani

È stato pubblicato il primo Messaggio di Papa Leone XIV in occasione della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, la cui quinta edizione si celebrerà domenica 27 luglio 2025. Il tema del Messaggio è “Beato chi non ha perduto la sua speranza (Sir 14,2)” e si inserisce nel contesto del Giubileo della Speranza 2025. Nel Messaggio, il Santo Padre invita a riconoscere gli anziani non solo come destinatari di attenzione pastorale, ma come testimoni di speranza che, in maniera attiva, sono protagonisti della vita ecclesiale. Ecco parte del Messaggio:

Il Giubileo che stiamo vivendo ci aiuta a scoprire che la speranza è fonte di gioia sempre, ad ogni età.
Quando, poi, essa è temprata dal fuoco di una lunga esistenza, diventa fonte di una beatitudine piena.
La Sacra Scrittura presenta diversi casi di uomini e donne già avanti negli anni, che il Signore coinvolge nei suoi disegni di salvezza. Pensiamo ad Abramo e Sara: ormai anziani, restano increduli davanti alla parola di Dio, che promette loro un figlio. L’impossibilità di generare sembrava aver chiuso il loro sguardo di speranza sul futuro. Non diversa è la reazione di Zaccaria all’annuncio della nascita di Giovanni il Battista: «Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni». Vecchiaia, sterilità, declino sembrano spegnere le speranze di vita e di fecondità di tutti questi uomini e donne.
E anche la domanda che Nicodemo pone a Gesù, quando il Maestro gli parla di una “nuova nascita”, sembra puramente retorica: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Eppure ogni volta, davanti a una risposta apparentemente scontata, il Signore sorprende i suoi interlocutori con un intervento di salvezza.
Nella Bibbia, Dio più volte mostra la sua provvidenza rivolgendosi a persone avanti negli anni. Così avviene, oltre che per Abramo, Sara, Zaccaria ed Elisabetta, pure per Mosè, chiamato a liberare il suo popolo quando aveva ben ottant’anni. Con queste scelte, ci insegna che ai suoi occhi la vecchiaia è un tempo di benedizione e di grazia e che gli anziani, per Lui, sono i primi testimoni di speranza. «Cos’è mai questo tempo della vecchiaia? – si domanda al riguardo Sant’Agostino – Ti risponde qui Dio: “Oh, venga meno per davvero la tua forza, affinché in te resti la forza mia e tu possa dire con l’Apostolo: Quando sono debole, allora sono forte”». Il fatto che il numero di quelli che sono avanti negli anni sia oggi in aumento diventa allora per noi un segno dei tempi che siamo chiamati a discernere, per leggere bene la storia che viviamo.
La vita della Chiesa e del mondo, infatti, si comprende solo nel susseguirsi delle generazioni, e abbracciare un anziano ci aiuta a capire che la storia non si esaurisce nel presente, né si consuma tra incontri veloci e relazioni frammentarie, ma si snoda verso il futuro. Nel libro della Genesi troviamo il commovente episodio della benedizione data da Giacobbe, ormai vecchio, ai suoi nipoti, i figli di Giuseppe: le sue parole li spronano a guardare con speranza al futuro, come al tempo delle promesse di Dio. Se dunque è vero che la fragilità degli anziani necessita del vigore dei giovani, è altrettanto vero che l’inesperienza dei giovani ha bisogno della testimonianza degli anziani per progettare con saggezza l’avvenire. Quanto spesso i nostri nonni sono stati per noi esempio di fede e di devozione, di virtù civiche e impegno sociale, di memoria e di perseveranza nelle prove! Questa bella eredità, che ci hanno consegnato con speranza e amore, non sarà mai abbastanza, per noi, motivo di gratitudine e di coerenza. Guardando alle persone anziane nella prospettiva giubilare, anche noi siamo chiamati a vivere con loro una liberazione, soprattutto dalla solitudine e dall’abbandono. Questo anno è il momento propizio per realizzarla: la fedeltà di Dio alle sue promesse ci insegna che c’è una beatitudine nella vecchiaia, una gioia autenticamente evangelica, che ci chiede di abbattere i muri dell’indifferenza, nella quale gli anziani sono spesso rinchiusi. Le nostre società, ad ogni latitudine, si stanno abituando troppo spesso a lasciare che una parte così importante e ricca della loro compagine venga tenuta ai margini e dimenticata. Soprattutto da anziani, perseveriamo fiduciosi nel Signore.
Lasciamoci rinnovare ogni giorno dall’incontro con Lui, nella preghiera e nella santa Messa.
Trasmettiamo con amore la fede che abbiamo vissuto per tanti anni, in famiglia e negli incontri quotidiani: lodiamo sempre Dio per la sua benevolenza, coltiviamo l’unità con i nostri cari, allarghiamo il nostro cuore a chi è più lontano e, in particolare, a chi vive nel bisogno. Saremo segni di speranza, ad ogni età.

L’uomo che cammina

Mentre la proposta religiosa viene messa all’angolo da un disinteresse pervasivo e diffuso, il bisogno del sacro e di una purificazione interiore dalla tossicità della vita iperconnessa si esprime in altre forme che diventano sempre più diffuse. Mentre le campane delle nostre chiese chiamano invano a raccolta il popolo di Dio assorto in altre attività, suona una sveglia interiore nel cuore dei credenti che potremmo definire “della soglia” e li porta a imbracciare lo zaino e mettersi in cammino. Le motivazioni profonde talvolta sfuggono agli stessi interessati e si riassumono in un fascino confuso e attraente per un’esperienza che promette benessere interiore e serenità nell’affrontare la vita. Proviamo ad esplorare alcuni aspetti del pellegrinaggio in una prospettiva educativa-pastorale in chiave pastorale.
Il corpo. Mettersi in cammino riguarda anzitutto il corpo, le sue potenzialità e i suoi limiti. In un tempo di dematerializzazione digitale di ogni sostanza e di comunicazione in tempo reale, si tratta di accettare di muoversi con il proprio corpo, facendo un passo dopo l’altro, assimilando i tempi e gli spazi in una logica organica. Non siamo più i pellegrini medievali che per vedere le grandi città e le loro meravigliose cattedrali avevano soltanto la possibilità di portare là il proprio corpo. Ora sappiamo tutto in partenza, abbiamo già visto migliaia di immagini di ciò che troveremo, perciò acquista un nuovo significato accettare la lentezza del cammino, che permette di assaporare non soltanto la meta ma l’itinerario tutto insieme.
La via da percorrere non è più un ostacolo tra noi e la meta, ma un universo da esplorare e attraversare, da gustare con i piedi, gli occhi e il cuore, riappropriandosi delle proprie sensazioni e riattivando tutti i sensi del nostro organismo. La fatica, la fame, la sete, il freddo e il caldo, il sole e le intemperie, insieme alle asperità del terreno e ai suoi paesaggi, chiedono di essere abitati con tenacia e pazienza e promettono un’esperienza di sé e del contesto diretta e potente.
La meta. Il pellegrino sa bene che una cosa sola potrebbe fermare il suo cammino: smettere di sognare la meta. Ogni tappa è una piccola conquista verso la meta finale e pian piano se ne assapora il gusto.
La meta, si tratti di un luogo di culto o meno, riveste i caratteri del sacro: è lontana e si nega alla disponibilità immediata, ma è desiderabile e affascinante. Nel cammino la potenza del sacro irrompe attraverso l’idealizzazione della meta: tremendum per la distanza e le difficoltà che ci separano da lei e fascinans per l’alone di gloria che la riveste e che riempie di speranza i cuori.
La debolezza. Lo sport – ad esempio il trekking – è esperienza di forza. Ci si allena per diventare più forti, si seguono i consigli di istruttori e trainer per imparare a sviluppare la potenza sopita nei propri muscoli e le abilità di una disciplina. Nel pellegrinaggio invece occorre far pace con la debolezza, la fragilità, la vulnerabilità del proprio corpo e della propria mente. Il pellegrino sa che non può farcela da solo, che ogni insidia – anche la più piccola vescica nei piedi o infiammazione ai tendini – gli può essere fatale. Sa che deve intraprendere il cammino con prudenza e fiducia, deve imparare a misurare le proprie forze e soprattutto a chiedere aiuto. Egli impara a confidare in un’altra potenza che non nasce dalla volontà, ma dalla fiducia: è la capacità di affidarsi che lo porterà alla meta, l’umiltà di accogliere la mano tesa che lo rialza, la spalla amica che lo sostiene, lo sguardo benevolo di chi lo riconosce fragile e si lascia muovere a compassione. Così si sviluppa in lui l’unica vera forza dell’uomo: la speranza, che permette di vedere un raggio di luce anche nel buio delle crisi più cupe.

La messa non va in vacanza: l’estate dedicata alla preghiera

«Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto e riposatevi un pò».
Un invito paterno quello consegnato da Gesù alle pagine del Vangelo di Marco, attuale soprattutto per questo periodo di vacanza, in cui il rischio maggiore è il distacco totale dalla preghiera che conforta, dalla contemplazione che rassicura, dal silenzio e dalla serenità spirituale.
Perciò, è importante riflettere sul rapporto vacanza-fede.
La vacanza, vissuta nella frenesia e caricata di emozioni, obiettivi e mete, può anche scatenare una vera e propria crisi di ansietà. Per essere felici non occorre trasmigrare da un polo all’altro, riempirsi di suoni e colori: occorre saper recuperare il reale senso delle cose e della vita.
Ricordiamoci che Dio non va in vacanza, continua ad amare. Non trascura un attimo della vita dei suoi figli, non li abbandona un momento, non si concede mai un riposo, né tanto meno una vacanza. Nessun cristiano autentico (o che ama definirsi tale) dovrebbe voltargli le spalle.
Ma è proprio in estate che si è maggiormente tentati nell’evitare la sosta e la preghiera, la meditazione quotidiana, persino la partecipazione alla Santa Messa la domenica, azioni avvertite come costrizioni e disturbi al riposo estivo. Ecco perché l’estate può anche trasformarsi nel periodo della “vendemmia del diavolo”. «Siate sobri, vegliate: il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare», si legge nella Prima Lettera di Pietro che ci ha accompagnato per un certo periodo di questo anno pastorale.
Forse, sarebbe più facile pensare che in estate il Signore ci invita di più alla preghiera e alla riflessione perché c’è più tempo, meno fretta e più tranquillità per curare il nostro spirito al quale, durante il resto dell’anno, spesso non dedichiamo “attenzioni vere”. Gesù conosce bene l’uomo, Egli ha lavorato con mani d’uomo, si è fatto uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato e da uomo ha conosciuto il caldo e il freddo, la sete e la fame, la stanchezza, la veglia, il sonno, la tristezza, eppure non ha smesso mai di amare gli altri. Se il suo amore per noi non è mai andato in ferie, altrettanto dobbiamo fare noi con Lui attraverso i nostri comportamenti di vita anche in vacanza, perché il Vangelo è sempre Vangelo, che ci si trovi al mare, in montagna, in paese o in giro per il mondo. Per questo motivo, durante le vacanze pregare al mattino e alla sera senza distrazioni e abbandonarsi almeno una volta alla settimana davanti al Santissimo Sacramento sono senz’altro momenti importanti per lo spirito.
Pregare è incontrarsi con Dio, lasciarsi amare da lui e amarlo, ascoltarlo e lodarlo, ringrazialo e adorarlo per la sua maestà e santità: così l’estate può diventare un momento di grazia, di incontro con il Signore. Essere cristiani in vacanza è una prova di maturità, anche se in controtendenza, perché testimonianza coerente di ciò in cui crediamo e viviamo (o dovremmo credere e vivere).
E la coerenza è un valore che non passa inosservato. Non dimentichiamo mai che chi sceglie Cristo lo sceglie ogni giorno dell’anno e per tutto l’anno e per tutta la vita. Essere cristiani anche in vacanza è una prova di maturità cui il Signore ci chiama ed il periodo di riposo deve rappresentare un momento di riflessione per tutti, giovani e meno giovani, singoli e famiglie, affinché, anche nella spensieratezza, ci siano regolatezza, mitezza, costanza e fede, divertimento sano e costruttivo, rispetto verso il prossimo in nome dell’amore di Dio.
Sia allora per tutti un’estate di fede e di vicinanza a Dio.

La buona estate di chi ha il cuore attento alle cose belle

L’estate è un tempo privilegiato per il riposo e per gustare, almeno nel periodo libero dalle incombenze di studio e lavoro, il rapporto con gli altri. Ma ancora di più può essere un invito a calarsi maggiormente dentro noi stessi e a riscoprire un po’ della grande bellezza da cui siamo circondati.
L’augurio è che possiamo sentire l’invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, a farne, là dove viviamo, un mondo più caloroso, più umano, più fraterno. Un tempo di incontro, con familiari e amici. Un momento per prendersi il tempo di vivere qualcosa insieme. Un momento per essere attenti agli altri, chiunque essi siano. Un tempo di condivisione. Condivisione della nostra amicizia, della nostra gioia. Condivisione del nostro aiuto ai figli, mostrando che per noi contano.
Anche un tempo di preghiera. Attenti a ciò che avverrà nel nostro mondo in quel momento. Preghiamo per coloro che ne hanno più bisogno, per la pace, per un migliore vivere insieme. Cerchiamo di avere un cuore attento alle cose belle, a ciascuno e a tutti coloro che rischiano di sentirsi un po’ più soli.
Che le vacanze ci consentano di fare il pieno di gioia, di amicizia e di rigenerazione. Allora potremo, meglio provvisti, riprendere la strada insieme.