Il viaggio

Se il popolo d’Israele – e quel figlio di Israele tanto speciale che è Gesù di Nazaret – è segnato dall’itineranza, occorre riconoscere che la prospettiva del viaggio travalica i confini culturali della Palestina ed è radicata in molte altre culture e religioni antiche. Potremmo trovare una somiglianza e differenza tra Ulisse e Abramo: entrambi ingaggiati dal destino in un lungo viaggio, il primo impegnato in un’avventurosa navigazione per tornare a casa e riappropriarsi del suo regno, il secondo chiamato invece a lasciare la sua casa per seguire la promessa di una terra e una discendenza. Questi due itinerari simbolici fondano due visioni della storia: quella greca, ciclica, fondata sul mito del ritorno all’origine, e quella giudeo-cristiana, lineare e progressiva, fondata sulla promessa, sull’apertura a ciò che è nuovo, inedito, irraggiungibile. In modi diversi tutte le culture e religioni conoscono un’esperienza di pellegrinaggio rituale che assume i contorni della penitenza, della purificazione, del rinnovamento interiore e della festa.
Basti pensare allo Hajj nell’Islam, il pellegrinaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri della religione di Muhammad. O allo Yatra verso i santuari Hindù e soprattutto a Vanarasi (Benarès) per fare il bagno nel fiume Gange. Anche i fedeli Sikh almeno una volta nella vita vanno in pellegrinaggio al Tempio d’oro di Amristar, nel Punjab. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Il pellegrinaggio è un’espressione religiosa popolare capace di tenere insieme molti elementi come la ricerca spirituale, il contatto con il sacro, la purificazione del corpo e dell’interiorità, il ritorno alle origini, l’appartenenza a un popolo, l’esperienza della provvidenza divina, il radicamento negli ideali e valori religiosi, l’acquisizione della salvezza.

L’uomo che cammina

“Cammina. Senza sosta cammina. Va qui e poi là. Trascorre la propria vita su circa sessanta chilometri di lunghezza, trenta di larghezza. E cammina. Senza sosta. Si direbbe che il riposo gli è vietato. Se ne va a capo scoperto. La morte, il vento, l’ingiuria: tutto riceve in faccia, senza mai rallentare il passo. Si direbbe che ciò che lo tormenta è nulla rispetto a ciò che egli spera. Che la morte è nulla più di un vento di sabbia. Che vivere è come il suo cammino: senza fine. L’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire perfino la morte”. (C. Bobin, L’uomo che cammina, Qiqaion, Magnano 1998. L’autore narra poeticamente, in poche decine di pagine, la vita di Gesù, senza mai nominarlo direttamente.)
Gesù è un profeta in cammino. Sembra essere una scelta precisa la sua. Fin dall’inizio del ministero quando i discepoli gli chiedono di fermarsi e consolidare la sua fama perché «tutti ti cercano!», egli insiste sulla itineranza della sua missione: «andiamocene altrove, per i villaggi vicini, perché io predichi anche là» (Mc 1,37-38). Giovanni Battista vive un ministero stanziale: se ne sta nella valle del Giordano e attende i pellegrini che accorrono da lui, Gesù invece va, cammina incessantemente, di villaggio in villaggio e la maggior parte dei suoi incontri avvengono lungo le strade polverose del la Galilea. Forse anche per questo il segno che lascia ai suoi nell’Ultima cena è chinarsi a lavare i loro piedi. Quelli di Gesù hanno finito il cammino, saranno trascinati al Golgota e inchiodati al legno. I loro invece dovranno camminare ancora, fino agli estremi confini della terra (At 1,8). D’altronde Gesù e i suoi discepoli sono ebrei, figli di quell’Abramo che ha risposto alla chiamata di Dio: «Vattene dalla tua terra e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Israele è un popolo in cammino, le sue origini sono segnate dall’itineranza.
Abramo lascia la sua casa, dando fiducia alla promessa di una terra e di una discendenza. Mosè trascina un popolo – alquanto recalcitrante – in un lungo percorso dalla schiavitù alla libertà. I profeti promettono il ritorno dall’esilio, immaginando un immenso cantiere che spiani la via al ritorno del popolo a Gerusalemme. Queste immagini pulsano nella memoria di Israele e costituiscono le sue radici storiche e simboliche. Gesù le raccoglie interpretando il suo ministero profetico in modo originale. Egli è riconosciuto come un rabbi, ma non sta in una scuola, cammina, percorre strade, sceglie di chiamare alcuni e chiede loro di seguirlo. Anche quando la consapevo lezza drammatica che la meta sarà la croce, egli non smette di camminare e di chiedere ai discepoli di andare dietro a lui.

Offerte e donazioni per la chiesa

Ritornando ancora per un istante alla Festa in onore del nostro Patrono san Floriano martire, voglio ringraziare dal più profondo del cuore tutti coloro che hanno partecipato ai momenti di festa, in particolar modo con la presenza alle celebrazioni liturgiche quale grande e bella testimonianza di essere e di appartenere ad una famiglia, la comunità cristiana. Ci siamo stretti, nella fede e nella preghiera, intorno al nostro Patrono, con momenti di grande partecipazione e devozione. 
Voglio ringraziare inoltre tutti coloro che si sono impegnati per la buona riuscita di tutti i giorni di festa. Un grazie a tutti coloro che hanno preparato la nostra Chiesa: uno splendore.
Grazie a tutti coloro che hanno prestato un servizio liturgico: ministranti, organisti, cantori, lettori.
Grazie a coloro che hanno preparato ed organizzato la Pesca di beneficenza. Il loro impegno e la loro dedizione ha fruttato un guadagno di 2.188 euro che è andato nel fondo cassa della Parrocchia per prepararci ad affrontare i lavori di ristrutturazione della nostra Chiesa. A tal proposito, in questi giorni è arrivato il parere positivo delle Belle Arti. Ora mancano gli ultimi documenti da presentare alla CEI per chiudere il cerchio e poter avere il decreto del nostro Vescovo per inizio lavori.
Dal tabellone posto in chiesa risulta che grazie alle continue e importanti donazioni di tanti di voi abbiamo racimolato un totale di 21.500 euro. Chiaramente per arrivare ai 150.000 c’è ancora da scalare. In questo ultimo periodo prima di aprire il cantiere saranno necessari anche alcune donazioni di spessore. Confidiamo nella Provvidenza. Grazie mille e di cuore a tutti.
Ne approfitto per ringraziare anche le famiglie dei Comunicandi che in occasione della festa della Prima Comunione dei loro figli, hanno raccolto e donato alla Chiesa un totale di 210 euro.

Apertura Iscrizioni Grest 2025

Sono aperte le iscrizioni al Grest 2025, che si terrà in Oratorio per tre settimane, dal 9 al 27 giugno.

Per iscriversi, occorre compilare e firmare il modulo di Iscrizione e il modulo Privacy, e poi consegnarli a don Giuseppe entro il 3 giugno.

Scarica e compila il modulo Iscrizione al Grest

Scarica e compila il modulo Privacy

Chi usufruirà del servizio mensa e avesse intolleranze e/o allergie da segnalare, deve inoltre scaricare e compilare l’apposito modulo, da consegnare in busta chiusa a don Giuseppe.

Scarica il modulo intolleranze/allergie.

Venerdì 6 giugno alle 18.30 si terrà in Oratorio un incontro informativo per i genitori interessati.

Gesù ci lascia la sua pace e ci rende artigiani di pace

«Vi lascio la mia pace». Gesù nel cenacolo, durante quella cena così importante che segna il vertice della sua vita, lascia in eredità ai suoi amici la pace: “Vi do come dono grande la pace, non come fa il mondo, ma in modo originale e nuovo”. Gli ebrei avevano, e hanno ancora, l’abitudine di salutarsi dicendo shalom, come gli arabi dicono salam, che vuol dire pace. È semplicemente una abitudine. Noi diciamo ciao, buongiorno, loro dicono pace … però dal dire al fare c’è una bella differenza. Si può dire tutto il giorno pace, pace e non fare la pace! È tragico pensare ad esempio che a Gerusalemme abitino due nazioni che si salutano dicendo pace tutto il giorno e facendosi la guerra da tanto tempo. Capita anche a noi di dire una cosa e di farne un’altra. Gesù invece dice e fa … per fortuna, di Lui ci possiamo fidare. Ci ha portato la pace e ci dà la capacità di essere persone di pace. Anche nel nostro piccolo possiamo costruire la pace. Facciamo la comunione con Gesù per essere capaci di vivere in pace. Per fare la pace bisogna anzitutto non litigare con nessuno; però capita talvolta di litigare. La colpa di chi è? In genere – si dice – è sempre dell’altro.
Per essere persone di pace dobbiamo invece partire dall’idea che un po’ è anche colpa mia.
Se abbiamo litigato con qualcuno fare la pace vuol dire chiedere scusa e perdonare. Sono due aspetti diversi. Ti chiedo scusa, perché riconosco di averti trattato male: era colpa mia!
Per ammetterlo ci vuole una forza enorme. Però è la strada buona. Riconoscere che è colpa mia permette di fare la pace. Se invece sono prepotente e non voglio ammettere di avere sbagliato,
non ti chiederò mai scusa: vuol dire che non sono una persona di pace, perciò non posso parlare di pace; sono uno che ha il cuore in guerra, dominato dalla prepotenza e dall’orgoglio. Ma Gesù mi libera da tutto questo e allora io voglio lasciarmi liberare da Lui e avere la forza di dire: “Scusami”, e ammettere: “Era colpa mia”. D’altra parte potrebbe anche capitare che sia colpa sua, allora non è giusto che io vada a chiedergli scusa se è colpa sua … e allora che cosa posso fare? Perdonarlo. Non legarmi al dito quella parola o quel gesto cattivo che ha fatto, ma prendere l’iniziativa, essere per primo io generoso, andargli incontro, tendergli la mano e dirgli: “Ti perdono; dai, facciamo la pace, lasciamo perdere e ricominciamo”. Anche questo è importante, ma vi accorgete che costa fatica: non è facile chiedere scusa e non è nemmeno facile perdonare. Ma la pace che Gesù ci offre è una capacità … per questo facciamo la comunione, perché vivere bene non è facile!
Istintivamente ci viene il contrario: prendere quello che appartiene all’altro, colpire chi ci è antipatico, disprezzare chi non la pensa come noi, ricordarci il male che ci hanno fatto e pensare di fargliela pagare. Questa non è una mentalità di pace. Si comincia da bambini e si continua da grandi. Solo Gesù ci dà la vera pace e ci rende capaci di costruire buone relazioni.
È Gesù che di dà questa forza. Viviamola e ringraziamo del dono grande che ci ha fatto.
Se tutti ci impegniamo, la Gerusalemme nuova si costruisce ed è la nostra comunità: le tensioni si risolvono, i conflitti si superano e le relazioni buone, cordiali, amichevoli, rendono bella la vita. Ma la volete una vita bella? Certo! Questa è la strada, dunque: Gesù è la strada per un’autentica pace.

L’Agnello apre i sette sigilli

Nella mano destra di colui che sedeva sul trono l’apostolo Giovanni vide un libro a forma di rotolo, chiuso con sette sigilli. Questa visione introduttiva nel libro dell’Apocalisse ci rivela che Dio opera nella storia dell’umanità per formarsi un popolo che gli appartenga. L’Apocalisse è la rivelazione che il Signore offrì a Giovanni in un momento di crisi per mostrargli come l’Agnello, cioè il Cristo morto e risorto, sia l’autentico Signore di tutta la storia e abbia nelle proprie mani le vicende di tutti i tempi. Nessuno è in grado di aprire quel libro, solo l’Agnello, il Cristo morto e risorto è capace di aprire il libro e di leggerlo, solo Gesù Cristo rivela Dio, solo Lui è in grado di spiegarci il senso della storia e della nostra vita. E questa rivelazione si svolge con un sistema di quadri in successione che Giovanni adopera per mostrare la serie dei temi più importanti della storia di salvezza; così i sette sigilli introducono ciascuno un quadro, giacché all’apertura di ogni sigillo da parte dell’Agnello Giovanni descrive una scena diversa.
Al primo sigillo corrisponde un cavallo bianco che rappresenta la forza della vita: è la risurrezione di Cristo che fin dall’inizio segna la storia dell’umanità anche se è afflitta da gravi calamità. Difatti all’apertura del secondo sigillo compare un cavallo rosso, simbolo della guerra che distrugge l’umanità; al terzo sigillo corrisponde un cavallo nero che è la carestia, la fame, la crisi economica; il quarto sigillo poi rivela una cavallo verde, pallido come la morte, figura della pestilenza, delle pandemie, di tutte le malattie che danneggiano e rovinano l’umanità.
Al quinto sigillo si sentono le preghiere delle vittime che provengono da sotto l’altare e chiedono a Dio: “Fino a quando aspetterai per fare giustizia?”. Se è vero che la guerra, la fame, l’epidemia, segnano la storia dell’umanità, è altrettanto vero che la preghiera delle vittime dà senso e forza al divenire umano. Finalmente l’Agnello apre il sesto sigillo che è quello più importante … perché nel pensiero apocalittico il sesto elemento è sempre quello decisivo, è il segno dell’uomo, dell’umanità, perciò in questo momento si racconta l’intervento di Dio della storia.
Il quadro grandioso che viene descritto da Giovanni per il sesto sigillo mostra una folla di persone su cui è stato posto il sigillo di Dio, suddivisa in due parti.
Il primo gruppo è numerato – sono 144.000 – il secondo gruppo invece è costituito da una folla immensa che nessuno può contare e provengono da ogni 1) nazione, 2) tribù, 3) popolo e 4) lingua. Quando vuole sottolineare l’universalità nello spazio Giovanni adopera quattro elementi, perché il quattro è il tipico numero per indicare tutto lo spazio, come noi secondo lo schema normale e comune diciamo che quattro sono i punti cardinali, così come i quattro venti e i quattro angoli del mondo.
Il primo gruppo, quello dei centoquarantaquattromila rappresenta gli israeliti, cioè gli uomini e le donne dell’antica alleanza, che provengono dalle dodici tribù di Israele e sono quelli che hanno creduto nel Signore prima della venuta di Gesù. Pertanto questo numero vuole indicare una grande quantità, ma tuttavia limitata, perché sono solo quelle persone che nello spazio e nel tempo sono appartenute al popolo di Israele. Ma loro non sono gli unici salvati, perché la prospettiva della salvezza è universale. Dopo questo primo gruppo Giovanni infatti vede una moltitudine immensa in cui ci sono tutti gli uomini e le donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi … in quella folla ci siamo anche noi!
È l’immagine dei redenti, coloro che portano sulla fronte il sigillo di Dio. Il sigillo non serve solo per chiudere, il sigillo è soprattutto un segno di appartenenza. Dio ha messo su di noi il suo sigillo, perché gli apparteniamo.
Siamo stati segnati dalla grazia di Dio, perciò gli apparteniamo, siamo diventati il suo popolo, siamo il gregge che egli conduce; non una massa di pecoroni, ma una comunità di persone intelligenti che con libera volontà lo seguono contenti di appartenere al Signore. Non siamo stati marchiati come il bestiame, ci è stato dato in dono il sigillo dell’appartenenza e liberamene lo abbiamo accolto e siamo contenti di appartenere a questo popolo di cui l’Agnello è il pastore. È Lui che ha steso la tenda su di noi, ha preso dimora nella nostra vita e ci conduce alle acque della vita eterna, ci sta portando verso la pienezza della vita. Noi seguiamo l’Agnello che è il pastore: Gesù Cristo, morto e risorto, è il sigillo del Dio vivente, è Lui che è stato messo nella nostra testa, nel nostro cuore, è stato impresso nella nostra vita e noi gli apparteniamo. Lo ringraziamo perciò di averci scelti per appartenere al suo popolo e vogliamo rispondere alla sua chiamata seguendolo con fedeltà e amore.

Educare senza paura

Diventa il Genitore capitano di cui tuo figlio ha bisogno

1 maggio 2025 ore 18.00 in Oratorio

Presentazione del libro da parte dell’autrice stessa Silvia Poletti “EDUCARE SENZA PAURA. Diventa il Genitore capitano di cui tuo figlio ha bisogno. Al termine Apericena in Oratorio.