Il dono dello Spirito Santo è come un misterioso collirio che cambia il nostro sguardo

“Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future”. Se lo Spirito Santo è l’Amore che c’è tra il Padre e il Figlio, si comprende allora il perché di questa pagina del Vangelo. L’Amore non dice cose nuove, ma rende nuove le cose che ci sono già. Lo Spirito non dice cose diverse da quelle che ha detto Gesù, ma le rende nuove, come l’olio rende splendente il legno. Attendere lo Spirito non significa attendere qualcosa che cambia la nostra vita così come il mondo ci insegna. Infatti il mondo per cambiare le cose rottama le vecchie. Dio con il Suo Spirito fa nuove tutte le cose perché conferisce uno splendore a cose che abbiamo sempre visto e sentito. Dio attraverso lo Spirito cambia gli occhi di come vediamo le stesse cose di sempre. Per capire questa logica basta vedere una persona innamorata: vede bellezza ovunque, anche nel dettaglio più insignificante, anche in quel pezzettino di mondo che ha avuto sempre davanti agli occhi ma che ora, sotto l’effetto dell’amore si rivela a lui speciale. Il dono dello Spirito è come un misterioso collirio che cambia completamente il nostro sguardo su tutto, sulla nostra vita, su ciò che abbiamo vissuto, su ciò che abbiamo fatto, sulle persone che abbiamo incontrato, su quello che abbiamo sofferto e su ciò che abbiamo gioito. Ma Gesù aggiunge anche che questa esperienza non riguarda solo il passato ma anche il futuro. Infatti lo Spirito riempie di promessa ogni cosa. In un certo senso dà un destino a tutto ciò che esiste. E per destino non intendiamo un finale già scritto, bensì un fine, un significato, un senso. 
Lo Spirito è l’Amore di Dio che dà senso alla vita. In questo senso tutta la liturgia attende la Pentecoste alla stessa maniera di come attende il Natale, o di come attende la Pasqua. Infatti non avrebbe senso far iniziare qualcosa o affrontare una fatica se tutto questo non avesse a che fare con l’eternità.

Prima Comunione

Nella vita si fanno molti incontri, buoni e cattivi: alcuni sono occasionali, altri si ripetono oppure diventano periodici o addirittura continuativi (con i compagni di scuola, con i compagni di squadra); ci si può incontrare con una persona tutti i giorni in autobus, al caffè, in chiesa e restare conoscenti o comunque estranei, mentre succede di vedere una persona per la seconda volta e già sentirsi amici. L’incontro con Gesù è l’incontro con un amico, con un compagno di viaggio nella vita, con cui condividere le sofferenze e le ansie, le gioie e le soddisfazioni.
La prima comunione è una tappa importante nel cammino di fede: Gesù ci invita alla sua mensa e, diventando suoi commensali, diventiamo suoi amici come Pietro, come Andrea, come Giovanni, che durante i pasti gli si sedevano vicino.
L’Eucaristia non è un banchetto per la gente che si sente giusta e a posto con Dio.
Invece l’Eucaristia è un pane, un cibo per i mendicanti, per i viandanti, per i malati, per quelli che non si sentono a posto con Dio e che hanno bisogno di quel pane per camminare dietro a Gesù perché da soli non ce la fanno.
Cari fanciulli, qualcuno di voi potrebbe chiedermi: ma come possiamo incontrare Gesù, che è vissuto tanti anni fa e poi è morto ed è stato messo nella tomba? È vero: Gesù ha fatto un atto immenso di amore per salvare l’umanità di tutti i tempi. È rimasto nella tomba tre giorni, ma noi sappiamo – ce lo hanno assicurato gli Apostoli e molti altri testimoni che lo hanno visto vivo – che Dio, Padre suo e Padre nostro, lo ha risuscitato. E ora Gesù è vivo ed è in mezzo a noi, e voi lo potrete incontrare per la prima volta nell’Eucaristia.
La Prima Comunione che vivremo insieme a voi, con tutti i vostri familiari e la comunità parrocchiale, è una festa, in cui celebriamo Gesù che ha voluto rimanere sempre al nostro fianco e che non si separerà mai da noi. La vostra Prima Comunione è l’occasione propizia per tutti noi perché ci aiutate a ricordare il primo incontro che abbiamo avuto con Gesù nell’Eucaristia e verificare cosa ne abbiamo fatto di questo dono straordinario.
Cari fanciulli vogliamo, con il nostro amore all’Eucaristia, testimoniarvi quanto sia bello e importante stare vicino a Gesù e nutrirsi di Lui, Pane di Vita.
In questo giorno così bello e significativo saremo accanto a voi, gioiremo con voi e saremo emozionati con voi. Soprattutto facciamo insieme un bel proposito: mai senza Gesù, mai senza l’eucaristia celebrata, mangiata e adorata.

Prima confessione

Immagino l’emozione dei fanciulli di avvicinarsi per la prima volta al sacramento della Riconciliazione. Il momento che precede di un anno la prima comunione non è un semplice atto “formale” del percorso di
catechesi del fanciullo, come se fosse un lasciapassare per l’Eucarestia.
È qualcosa in più.
La Prima confessione è un momento certamente vissuto con grande trepidazione e attesa dai fanciulli, ma anche dai genitori che, insieme ai catechisti, hanno un importante compito: accompagnare il proprio figlio
in quel cammino di fede che lo porterà all’incontro con la misericordia del Signore.
Entusiasmo, gioia e consapevolezza di star percorrendo un cammino che li avvicinerà sempre più a conoscere l’amore del Signore.
Sono i sentimenti con cui ci si avvicina e si vive il sacramento della prima  confessione.
Quell’atto in cui, subito dopo il battesimo, ci si spoglia dei propri peccati con Dio chiedendo il suo perdono per poter mangiare del suo corpo, come fatto da Gesù spezzando il pane nell’ultima cena.
Il valore e il significato non solo della parola “perdono”, ma di cosa questo termine comporti nella vita di ogni giorno, ciascuno lo può apprendere dalle relazioni quotidiane, soprattutto dall’incontro sacramentale con la misericordia di Dio. 
Più che parlare di importanza del sacramento della penitenza amministrato per la prima volta ai fanciulli che poi dovranno incontrare Gesù eucaristia verosimilmente l’anno successivo, credo sia bene preparare i fanciulli facendo loro capire che quello che ricevono è un grande dono di Dio partecipato loro attraverso le mani della Chiesa, inoltre esso è anche il primo dei sacramenti che in maniera personale e consapevole vivono nella fede. È necessario dunque che prendano coscienza della bellezza di tale dono a partire dalla gratuità del perdono di Dio che viene richiesto e ottenuto da un cuore altrettanto pronto ad accogliere la misericordia del Padre.
Anche se questo Sacramento non verrà celebrato all’interno di una Celebrazione Eucaristica, la
comunità Parrocchiale è vicina a questi fanciulli con la preghiera, soprattutto con uno stile di vita comunitario in cui le fragilità e i limiti personali vengono superati dal perdono reciproco la cui
fonte rimane sempre l’esperienza sacramentale con Dio.

Ascensione del Signore

Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò”. Questo Vangelo ci aiuta a capire il mistero della festa dell’Ascensione che vivremo domenica prossima. La festa dell’Ascensione è la celebrazione di una partenza, di un’assenza, di un vuoto, di una mancanza che Gesù lascia.
Ed è Egli stesso a dirci che solo attraverso l’esperienza dell’assenza può venire a noi il Consolatore. Se c’è una cosa che ci spaventa è proprio l’assenza di chi amiamo, l’eclissi di ciò che conta, la scomparsa dell’orizzonte di senso che ci guida. Ma cosa mai di buono può venire fuori da una esperienza così? Per averne una vaga idea dobbiamo pensare a un bambino piccolo che tenta di camminare da solo. Inizialmente si sente forte delle mani della madre o di quelle del padre, ma a un certo punto per poter sprigionare il potenziale che è sepolto in lui, cioè la sua capacità di camminare, il padre e la madre lo lasciano, creano assenza, tolgono le mani. A prima acchito sembra un trauma, ma poi tra una caduta e un tentativo quel lasciarlo lo rende capace di camminare.
La stessa cosa fa Cristo con ciascuno di noi: se inizialmente ci sembra che Egli sia presente anche attraverso un “sentire”, è necessario poi passare attraverso un’assenza, una sua mancanza per far si che arrivi in noi ciò che può tirare fuori da ognuno il potenziale nascosto nel cuore.
Ecco perché se non passiamo attraverso il mistero dell’Ascensione non potremmo nemmeno arrivare all’esperienza della Pentecoste.

Siamo spaventati dal vuoto, dall’assenza, dalla mancanza, eppure il vuoto, l’assenza e la mancanza a volte sono lo spazio dentro cui può entrare il Signore. La festa dell’Ascensione è la forma più evidente. L’Ascensione non è un sforzo di fantasia nell’immaginarci in che modo Gesù sia salito al cielo, ma è la condizione affinché possa accadere la Pentecoste, il dono dello Spirito.
Gesù (l’eterno Presente) crea un’assenza, lascia un vuoto nei suoi discepoli, ed è proprio lì che può entrare lo Spirito. A noi, invece, l’esperienza di un’assenza o di un vuoto non piace perché ci fa sentire terribilmente precari, fragili. Vorremmo sempre certezze. Ma la certezza che ci dà la fede non è come quella del mondo. La certezza che ci dà Gesù, ad esempio, non è “sapere” (come andrà a finire) o “avere” (cose, o persone). Gesù ci dona la certezza di “essere”. Se tu sai chi sei, non hai bisogno di avere altre certezze. Se hai smarrito chi sei, ricerchi continuamente certezze. Ma quando perdi tutte le certezze, allora sei nella condizione giusta per ricevere lo Spirito, a patto però che smetti di fissare il vuoto (dentro di te o intorno a te) e cominci a pregare: “Vieni Santo Spirito”.

Festa patronale

Al termine di questi giorni di Festa in onore del nostro Patrono san Floriano martire, voglio ringraziare dal più profondo del cuore tutti coloro che hanno partecipato ai momenti di festa, in particolar modo con la presenza alle celebrazioni liturgiche quale grande e bella testimonianza di essere e di appartenere ad una famiglia, la comunità cristiana. Ci siamo stretti, nella fede e nella preghiera, intorno al nostro Patrono, con momenti di grande partecipazione e devozione. 
Voglio ringraziare inoltre tutti coloro che si sono impegnati per la buona riuscita di tutti i giorni di festa. Un grazie a tutti coloro che hanno preparato la nostra Chiesa: uno splendore.
Grazie a tutti coloro che hanno prestato un servizio liturgico: ministranti, organisti, cantori, lettori.
Grazie a coloro che hanno preparato ed organizzato la Pesca di beneficenza.
Grazie al vostro impegno, al calore e alla passione che sempre mettete.

San Floriano, martire nostro Patrono

Nel cammino annuale il tempo della Festa Patronale rappresenta un’occasione speciale a livello identitario per la Parrocchia e per l’intero paese, oltre che per tanti nativi di san Fiorano, ora residenti in altri comuni, è il momento in cui ritornare a respirare l’aria del paese natio e gustare la gioia di ritrovarsi con gli affetti.
San Floriano non è solo il Patrono a cui ricorrere una volta l’anno ma un riferimento certo di vita bella, buona e santa che ci mostra come ogni condizione di vita sia propizia per corrispondere all’amore di Dio e per realizzare la propria gioia facendo la sua volontà, nella fedeltà a quanto chiede il Signore. “La santità è il volto più bello della Chiesa”, scrive Papa Francesco, invitando l’intero Popolo di Dio a camminare davanti al Signore con integrità, a non accontentarsi di “una esistenza mediocre, annacquata e inconsistente”, lasciandosi invece “stimolare dai segni di santità che il Signore presenta attraverso i membri del popolo di Dio… che diffondono la viva testimonianza di Lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità”.
E se anche i più semplici possono offrirci modelli assai grandi, quanto più un santo come San Floriano, che ha avuto il coraggio di fare una scelta radicale: non rinunciare alla sua identità cristiana e manifestandola con fedeltà anche di fronte al pericolo della propria vita.
In San Floriano noi contempliamo un modello di vita cristiana e di uomo di Dio quanto mai attuale. Vogliamo guardare a Lui per cogliere l’attualità del Vangelo, la gioia del discepolato e della sequela, la bellezza dell’apostolato e della missione, lo stupore dell’appartenenza generosa alla Comunità cristiana e civile.

Questa Festa è anche un’occasione propizia per dire “GRAZIE!!!”.
Grazie a tutti coloro che in questa e in molte atre occasioni donano del loro tempo, competenza e passione alla Comunità Parrocchiale e alla Comunità Civile. È la bellezza dei volontari.
Il nostro Paese, soprattutto la nostra Parrocchia, vivono della disponibilità di questi volti, di questi nomi che mettono in evidenza uno dei aspetti più belli della vita comunitaria.
Dire grazie significa riconoscere e quindi accettare il fatto che si ha bisogno l’uno dell’altro. Concetto che è alla base del vivere sociale.
Ma soprattutto è un sentimento positivo, e genera un atteggiamento positivo verso la vita. Esempi da raccogliere e testimonianze da portare avanti: dimostrano a tutti noi che è possibile costruire una convivenza basata sulla cura e l’attenzione verso l’altro, e verso la propria comunità cittadina e parrocchiale.

Con queste considerazioni auguro a tutti voi di vivere serenamente e con i vostri affetti questi giorni di festa. San Floriano vegli sul cammino della nostra comunità civile e parrocchiale.

Mese di maggio, mese mariano

Il mese di maggio è dedicato alla Madonna seguendo una tradizione niente affatto antica, anzi piuttosto recente. Si pensa che Maggio, mese del rifiorire della natura, ci ricordi appunto l’idea dei fiori e la Madonna certamente è il fiore più bello, dopo Cristo, creato da Dio. Ma perché proprio il mese di maggio? L’idea dalla quale questa devozione popolare, poi fatta propria dalla Chiesa, è partita deriva dal fatto che maggio, generalmente, segna il tempo anche dal punto di vista climatico, della ripresa, del risveglio della natura. Insomma, ci indica l’idea dei fiori, e nel giardino creato da Dio, dopo Cristo, il fiore più bello e profumato, è appunto Maria. Ecco spiegato il nesso maggio – Maria. La cosa non deve stupire molto in quanto, anche tra i pagani, vi erano delle feste dedicate ad eventi stagionali e climatici, quindi non ci trovo assolutamente nulla di strano e rivoluzionario.
Il consiglio che posso dare per vivere al meglio questo mese è quello di pregare Maria e attraverso di lei arrivare a Suo Figlio. Maria, la Tutta Santa, è certamente il mezzo, la chiave migliore e più efficace per giungere a Cristo che ci aspetta con amore e fiducia. Maria è una potente mediatrice, la principale tra l’uomo e Cristo, per questo bisogna credere in lei ed amarla come si merita.
Un altro consiglio pratico: a parte le recitazioni del rosario, che comunque non ha stretta attinenza con Maggio, si potrebbe dedicare un pensiero mariano al giorno, una preghiera o una meditazione. Volendo e potendo si può usufruire dei momenti di preghiera prima della Celebrazione Eucaristica o alla sera propostaci dalla Parrocchia. Mi sembra una pratica da seguire e da incentivare.
Maria è pur sempre madre nostra, ma anche madre della Chiesa.
Maria medita la Parola di Dio: ecco appunto un altro dei punti nodali di Maria. In un tempo nel quale domina tanto baccano, tanta confusione, Maria sa meditare ed apprezzare in silenzio il mistero del Figlio e non dubita mai.
Maria è un esempio da imitare da seguire con assoluta certezza.

Come comunità cristiana ci ritroveremo lunedì, martedì, giovedì e venerdì alle ore 21.00 presso la Grotta di Lourdes per la preghiera meditata del rosario.
Al mercoledì invece, sempre alle ore 21.00, la recita del Rosario sarà itinerante:

  • 8 maggio presso l’Oratorio
  • 15 maggio in via Garibaldi
  • 22 maggio alla Cascina Divizia
  • 29 maggio in via Piacenza

Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori 1° maggio 2024

Il lavoro per la partecipazione e la democrazia

Lavorare è fare “con” e “per”

«Il Padre mio opera sempre e anch’io opero». Queste parole di Cristo aiutano a vedere che con il lavoro si esprime «una linea particolare della somiglianza dell’uomo con Dio, Creatore e Padre». Ognuno partecipa con il proprio lavoro alla grande opera divina del prendersi cura dell’umanità e del Creato. Lavorare quindi non è solo un “fare qualcosa”, ma è sempre agire “con” e “per” gli altri, quasi nutriti da una radice di gratuità che libera il lavoro dall’alienazione ed edifica comunità: «È alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa solidarietà interumana». In questa stessa prospettiva, l’articolo 1 della Costituzione italiana assume una luce che merita di essere evidenziata: la “cosa pubblica” è frutto del lavoro di uomini e di donne che hanno contribuito e continuano ogni giorno a costruire un Paese democratico.
Senza l’esercizio di questo diritto, senza che sia assicurata la possibilità che tutti possano esercitarlo, non si può realizzare il sogno della democrazia.

Il “noi” del bene comune: la priorità del lavoro

Come ricorda papa Francesco in Fratelli tutti, per una migliore politica «il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze». Le politiche del lavoro da assumere a ogni livello della pubblica amministrazione devono tener presente che «non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro». Occorre aprirsi a politiche sociali concepite non solo a vantaggio dei poveri, ma progettate insieme a loro, con dei “pensatori” che permettano alla democrazia di non atrofizzarsi ma di includere davvero tutti. Investire in progettualità, in formazione e innovazione, aprendosi anche alle tecnologie che la transizione ecologica sta prospettando, significa creare condizioni di equità sociale. È necessario inoltre guardare agli scenari di cambiamento che l’intelligenza artificiale sta aprendo nel mondo del lavoro, in modo da guidare responsabilmente questa trasformazione ineludibile.

Prenderci cura del lavoro è atto di carità politica e di democrazia

“A ciascuno il suo” è questione elementare di giustizia: a chiunque lavora spetta il riconoscimento della sua altissima dignità. Senza tale riconoscimento, non c’è democrazia economica sostanziale. Per questo, è
determinante assumere responsabilmente il “sogno” della partecipazione, per la crescita democratica del Paese. Le istituzioni devono assicurare condizioni di lavoro dignitoso per tutti, affinché sia riconosciuta la dignità di ogni persona, si permetta alle famiglie di formarsi e di vivere serenamente, si creino le condizioni perché tutti i territori nazionali godano delle medesime possibilità di sviluppo, soprattutto le aree dove persistono elevati tassi di disoccupazione e di emigrazione. Tra le condizioni di lavoro quelle che prevengono situazioni di insicurezza si rivelano ancora le più urgenti da attenzionare, dato l’elevato numero di incidenti che non accenna a diminuire. Inoltre, quando la persona perde il suo lavoro o ha bisogno di riqualificare le sue competenze, occorre attivare tutte le risorse affinché sia scongiurato ogni rischio di esclusione sociale, soprattutto di chi appartiene ai nuclei familiari economicamente più fragili, perché non dipenda esclusivamente dai pur necessari sussidi statali. Un lavoro dignitoso esige anche un giusto salario e un adeguato sistema previdenziale, che sono i concreti segnali di giustizia di tutto il sistema socioeconomico. Bisogna colmare i divari economici fra le generazioni e i generi, senza dimenticare le gravi questioni del precariato e dello sfruttamento dei lavoratori immigrati. Fino a quando non saranno riconosciuti i diritti di tutti i lavoratori, non si potrà parlare di una democrazia compiuta nel nostro Paese. A questo compito di giustizia sono chiamati anche gli imprenditori, che hanno la specifica responsabilità di generare occupazione e di assicurare contratti equi e condizioni di impiego sicuro e dignitoso.
I lavoratori, consapevoli dei propri doveri, si sentano corresponsabili del buon andamento dell’attività produttiva e della crescita del Paese, partecipando con tutti gli strumenti propri della democrazia ad assicurare, non solo per sé ma anche per la collettività e per le future generazioni, migliori condizioni di vita.
La dimensione partecipativa è garantita anche dalle associazioni dei lavoratori, dai movimenti di solidarietà degli uomini del lavoro e con gli uomini del lavoro che, perseguendo il fine della salvaguardia dei diritti di tutti, devono contribuire all’inclusione di ciascuno, a partire dai più fragili, soprattutto nelle aziende.