Commemorazione di tutti i fedeli defunti

Pensare alla morte è la cosa che ci riesce più difficile. Eppure ogni volta che perdiamo qualcuno che amiamo siamo costretti a scontrarci con la sua innegabile realtà. Il Vangelo non censura la morte e solo una lettura superficiale può pensare che il tema della risurrezione è uno stratagemma consolatorio per vincere l’angoscia che essa produce nel cuore dell’uomo. Infatti, Gesù non ci evita il passaggio della morte, ma semplicemente lo spalanca a una luce nuova. Israele ha cominciato a fare spazio alla possibilità della resurrezione molto tardi. E comincia a farlo non attraverso la convinzione che l’anima è immortale, ma attraverso una consapevolezza che man mano si va rafforzando: l’amore di Dio è così fedele da essere eterno. Ed è proprio perché questo amore è eterno che diventa il principio stesso della risurrezione. Dio ci ama fino al punto da non poter permettere che ognuno di noi vada a finire nel nulla, nel vuoto, nella semplice dissoluzione. Il suo amore è talmente grande che ci viene a raccogliere dall’abisso di questo finale inesorabile che segna la creazione. La modalità attraverso cui Dio attua questa redenzione è suo Figlio Gesù. Dobbiamo sempre pensare alla morte come un salto nel vuoto in cui Gesù ha la capacità di afferrarci al volo.
Senza di Lui avremmo ben ragione a essere disperati. Attraverso di Lui possiamo vivere e morire con immensa fiducia. Ma questa fiducia e questa luce non vengono da convinzioni personali, né tanto meno da ragionamenti convincenti. Essi sono un dono, il dono della fede.
Mai come oggi dobbiamo chiedere al Signore questo dono, perché solo esso vince la morte.

Una bella riflessione di Carlo M. Martini sulla speranza paragona la nostra esistenza allo spazio dove è contenuta, oltre a tante altre caratteristiche, limiti e virtù quella, appunto, della speranza che è paragonata ad “un vulcano dentro di noi, come una sorgente segreta che zampilla nel cuore, come una primavera che scoppia nell’intimo dell’anima; essa ci coinvolge come un vortice divino nel quale veniamo inseriti, per grazia di Dio, ed è appunto difficilmente descrivibile”.
Il Cardinale sottolineava che “la speranza è un fenomeno universale, che si trova ovunque c’è umanità, un fenomeno costituito da tre elementi: la tensione piena di attesa verso il futuro; la fiducia che tale futuro si realizzerà; la pazienza e la perseveranza nell’attenderlo. 
La vita umana è inconcepibile senza una tensione verso il futuro, senza progetti, programmi, attese, senza pazienza e perseveranza. Ma è pure intessuta di delusioni e quindi è permeata dalla speranza ma anche, a volte, dalla disperazione.
La speranza cristiana viene da Dio, dall’alto, è una virtù teologale la cui origine non è terrena.
Ci aggrappiamo ancora una volta a Gesù nostra speranza, che ci giudicherà come Salvatore di quanti hanno sperato in lui; come Colui che ha dato la vita morendo per salvarci dai nostri peccati; come Colui che ha uno sguardo misericordioso per coloro che hanno creduto e sperato, che sono stati battezzati nella sua morte e risorti con lui nel Battesimo, che gli sono stati uniti nel banchetto dell’Eucaristia, che si sono nutriti della sua Parola e riconciliati con lui nel Sacramento del perdono, che si sono addormentati in lui sostenuti dal sacramento dell’Unzione dei malati.
La speranza è, quindi, fin da ora la fiducia incrollabile che Dio non ci farà mancare in nessun momento gli aiuti necessari per andare incontro al giudizio finale con l’animo abbandonato in Colui che salva dal peccato e fa risorgere i morti”

Solennità di Tutti i Santi

La vicinanza alla commemorazione dei defunti ha dato alla festa di Tutti i Santi una connotazione un po’ funebre, mentre ci fa bene ricordare che tendiamo a raggiungere il fine e, senza paura per la fine, desideriamo raggiungere il fine della nostra esistenza, che è l’incontro con il Signore. Questo incontro per noi significa santità, cioè perfezione della vita, maturazione piena, raggiungimento dell’obiettivo che il Signore ha progettato per noi. Il fine per cui stiamo vivendo è la nostra santità. Ognuno di noi può dire con piena verità: “Io sono chiamato ad essere santo e desidero arrivare al compimento di questo progetto che Dio ha su di me”. Abbiamo bisogno di ripetercelo: in Paradiso arrivano solo le persone sante e noi vogliamo andare in Paradiso! Questo è il semplice linguaggio popolare, che vuol dire: vogliamo arrivare alla perfezione della vita e alla santità, che è un altro nome della felicità. Le cose, le comodità, tutti i beni che abbiamo non bastano, il nostro cuore desidera di più; la tristezza che possiamo sentire è l’indizio che manca l’essenziale. È la presenza del Signore infatti che dà una concretezza profonda, ci aiuta ad apprezzare tutto quello che c’è di buono, impegnandoci nel valorizzare il bene presente negli altri. In questa strada della santità c’è per noi la possibilità di futuro: non andiamo a cercare un’altra via, se non la presenza del Signore che garantisce il nostro futuro buono, sapendo che il nostro tempo passa, ma il Regno di Dio non avrà mai fine.

Cos’è la Comunione dei Santi

La nostra partecipazione alla redenzione del Cristo implica una partecipazione all’uomo della vita divina, di una grazia però che non è un bene esclusivo e non lo diviene mai, ma tanto più si partecipa quanto più anche diviene comune. Ora, proprio per questo motivo, la comunione delle cose sante diviene naturalmente e necessariamente la Comunione dei santi. Se la grazia di Dio non si comunica all’uomo che aprendo l’uomo ad una universale comunione, ne viene precisamente che, quanto più l’uomo partecipa di questi doni divini, tanto più anche comunica con gli altri uomini, vive una comunione di amore con tutti quelli che partecipano ai medesimi beni. Per la carità di Dio l’uomo non si apre soltanto a Dio, non entra in comunione soltanto con la divinità, ma acquista una sua trasparenza onde l’anima può comunicare con tutte le altre anime, può vivere un rapporto di amore anche con tutti i fratelli. Il peccato ci ha divisi, ci ha opposti gli uni agli altri e ci ha separati, ci ha reso opachi, impenetrabili all’amore; la grazia invece ci dona questa nuova trasparenza, ci dona questa nuova possibilità di comunione di amore. Ed è questo precisamente allora l’effetto della grazia divina: che cioè noi viviamo la vita di tutti e tutti vivono della nostra medesima vita; non c’è più nulla di proprio che non sia, anche qui, di tutti. Quanto più noi siamo ricchi e partecipiamo agli altri i nostri beni, tanto più dell’altrui bene noi viviamo. Un santo tanto più è santo quanto più è privo di ogni difesa nel suo amore, quanto meno è chiuso nella sua ricchezza. La comunione dei santi è precisamente la Chiesa.
Il termine «comunione dei santi» ha pertanto due significati, strettamente legati: «comunione alle cose sante (sancta) e «comunione tra le persone sante (sancti)». «Sancta sanctis!» – le cose sante ai santi – viene proclamato dal celebrante nella maggior parte delle liturgie orientali, al momento dell’elevazione dei santi Doni, prima della distribuzione della Comunione. I fedeli (sancti) vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo (sancta) per crescere nella comunione dello Spirito Santo e comunicarla al mondo.