Santa Chiara e il “Gioco degli specchi”

Chiara d’Assisi interpretava il suo rapporto con Gesù attraverso l’immagine dello “specchio” e degli “specchi”. Di primo acchito, l’azione di guardarsi allo specchio parrebbe la meno adeguata per descrivere la santità. La ricerca di un rispecchiamento della propria immagine fa pensare spontaneamente alla vanità, al bisogno di assecondare un impulso narcisistico. Non a caso si parla del “peccato dello specchio”.
Nell’esperienza di Chiara l’azione del rispecchiamento si rovescia. Lo specchio di Chiara è Gesù.
Lei si “specchia” in Gesù.
Come dice san Paolo, noi riflettiamo come in uno specchio la gloria del Signore (cfr. 2 Cor 3,18), la stessa gloria di Dio che rifulge sul volto di Cristo risplende nel cuore dei battezzati (cfr. 2Cor 4,6).
Nelle lettere ad Agnese di Praga, Chiara invita le sorelle a guardare a Gesù come ad uno specchio che, nella sua umanità, riflette la divinità. Scrive: “Colloca i tuoi occhi davanti allo specchio dell’eternità, (Gesù);
e trasformati interamente nell’immagine della divinità di Lui” (FF 2888).
Chiara insegna alle sorelle a portare ogni giorno la loro anima in questo specchio e a scrutare in esso continuamente il loro volto per adornarsi di tutte le virtù di Cristo. Gesù è il volto vero di Dio: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9); Gesù è il volto vero dell’uomo: “Ecco l’uomo!” (Gv 19,5).
Tenere fisso lo sguardo su Gesù (Eb 12,2) significa essere raggiunti dal suo raggio di azione che si imprime nell’uomo interiore ed esteriore di chi lo contempla e ne esce trasformato. Contemplare significa prendere gradualmente la forma di Cristo, sposo dell’anima. Specchiarsi in lui comporta, anzitutto, il movimento passivo dell’adorazione che è come un tempo sospeso in cui ci si lascia amare da Gesù, ci si lascia guardare dai suoi occhi, si zittiscono tutte le voci e le suggestioni esteriori, tutto si riduce nella semplicità di un “faccia a faccia”. Ma l’amore non è mai pura passività e sente il bisogno di esprimersi nel movimento attivo del discepolato e dell’imitazione, come recita il Prefazio della Messa: Tu hai ispirato a santa Chiara di seguire fedelmente, sull’esempio di san Francesco, le orme del tuo Figlio, sposandola a lui misticamente con vincolo di perenne fedeltà e amore”.
Chi tiene fissi gli occhi su Gesù viene trasformato nella sua stessa immagine, diventa il Gesù dello specchio e, una volta divenuto tale, diventa specchio per i fratelli e le sorelle.
Si crea una sorta di gioco degli specchi.
La catena del rispecchiamento si prolunga nella vita di ciascuno di noi: siamo un altro Gesù per gli altri. Prima di inquinare il dono con la domanda su quanto siamo coerenti a questo compito, godiamo intimamente del privilegio di questa vocazione: Gesù ha fatto di tutti noi specchi suoi e del Vangelo, perché molti possano specchiarvisi. Siamo preoccupati di dimostrare le nostre convinzioni e i nostri principi agli altri, ma dovremmo anzitutto diventare consapevoli del potere che ci è dato di mostrare a quanti condividono con noi la vita di tutti i giorni qualche scheggia della gloria di Dio che abita gli spazi umani.
Scegliendo di fissare lo sguardo su Gesù e di nulla anteporre all’amore per lui, i cristiani diventano immagine di una Chiesa sposa di Cristo, bella e senza macchia.
Di Chiara, è scritto nella bolla della sua canonizzazione, che più si nascondeva e rimaneva nell’ombra, più la sua vita era nota a molti, rivelata a quanti si rispecchiavano in lei.
La testimonianza dei santi non rimane nascosta; è discreta, persino invisibile, ma mai irrilevante.
È fonte di attrazione alla verità di Dio e dell’uomo. Il potere spirituale dei santi trasforma la società più di ogni potere mondano. Diventano le presenze più necessarie e i più grandi benefattori.
Vogliamo trasformare il mondo? Permettiamogli di intravedere Cristo attraverso i suoi specchi che siamo noi. Certamente la Chiesa non è uno specchio del tutto pulito e trasparente, troppo spesso rispecchia il mondo e porta le macchie della mondanità. È una chiesa santa e sempre bisognosa di purificazione.

19 domenica del Tempo Ordinario

La fede è fondamento di ciò che si spera. La fede è sostanza, è solidità: è la base solida su cui viene costruita la nostra vita. Nel linguaggio corrente la fede sembra piuttosto una opinione, il giudizio di qualcuno, una idea spesso non ben certa. Quando adoperiamo il verbo credere spesso intendiamo dire che non siamo sicuri – nel linguaggio corrente se di una cosa non sono certo, dico: “Credo di sì, ma non ne sono sicuro” – quindi lo adoperiamo in un senso molto labile. È un guaio, perché invece il credere teologico è qualche cosa di solido e di serio: credo perché sono sicuro. La fede è fondamento, il credere è la base della nostra vita, è la roccia su cui possiamo costruire tutte le nostre scelte. È la base di ciò che speriamo, altrimenti sarebbe una illusione. La speranza è una attesa certa e la certezza viene dalla fede. Ne siamo conviti! Siamo sul solido, siamo appoggiati sulla rivelazione di Dio che non mente – ha promesso e mantiene – è Lui la garanzia verso cui noi camminiamo nella speranza … «come Abramo che, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità e partì senza sapere dove andava». Anche noi siamo partiti – chiamati da Dio abbiamo obbedito alla fede, abbiamo accettato l’invito del Signore – siamo partiti, siamo diretti verso una meta che ci è proposta in eredità, ma non sappiamo dove stiamo andando. È questo l’aspetto interessante. La fede non colma la conoscenza, garantisce la speranza. Noi speriamo la vita eterna, desideriamo essere con il Signore e siamo conviti che arriveremo a quella meta; ma quello che abbiamo davanti non lo sappiamo ancora, è un cammino nella fede. Quando siamo nati, ci hanno fatto gli auguri, ci hanno augurato tante cose belle e poi alcune si sono realizzate e altre no. Lungo la vita, quando si fanno delle scelte importanti, si parte per una nuova esperienza. Quando due si sposano, mettono su famiglia, partono senza sapere dove andranno, partono nella fiducia e il cammino – di momento in momento, di anno in anno – rivela situazioni diverse, paesaggi differenti, un po’ in salita, un po’ in discesa; ma in ogni momento della nostra vita abbiamo un fondamento che ci regge e una meta che ci attira. Abbiamo preso delle decisioni diverse nella nostra vita, ne dobbiamo prendere delle altre, siamo in cammino, però c’è sempre qualche cosa di solido: la base e la meta. Siamo convinti di essere con il Signore, attendiamo con desiderio di incontrarlo e riconosciamo di non dominare gli eventi però, di non essere padroni della situazione, di non sapere che cosa ci attende … per questo è necessario essere vigilanti e pronti. Il Signore viene non nel momento della nostra morte; la sua parola non contiene la minaccia di morte improvvisa; il Signore viene quando non ce lo immaginiamo nel senso che è presente nella nostra vita quando non ci pensiamo nemmeno, per questo è necessario essere attenti alla sua presenza; perché in ogni situazione della nostra esistenza, bella o brutta che sia, il Signore viene. Beati quei servi che sono svegli e lo riconoscono e accolgono la grazia della sua visita e ne ricavano forza per riprendere il cammino. Il nostro viaggio è verso l’ignoto, è verso la novità … non è un ritorno a casa. Molte volte i predicatori adoperano il linguaggio del “ritorno a casa” – lo mettono anche nei manifesti funebri talvolta, soprattutto per i preti e le suore – “è tornato alla casa del Padre”. È una frase scorretta, perché nessuno di noi è mai stato nella casa del Padre: da quando siamo nati siamo su questa terra e non esistevamo prima di esser concepiti.
È una pericolosa eresia pensare alla preesistenza dell’anima. Siamo stati creati dal nulla quando siamo stati concepiti nel grembo di nostra madre e abbiamo iniziato a vivere nel tempo. Siamo nati, siamo cresciuti nella nostra famiglia, nel nostro ambiente e ognuno di noi può raccontare la sua storia fino a questo momento … nella casa del Padre quando ci siete stati? Ma ci stiamo andando! Siamo in cammino verso la casa del Padre – non torneremo! – ci andremo per la prima volta! Speriamo di arrivarci – nel senso di desideriamo ardentemente arrivare alla meta – e non sappiamo dove sarà, quando sarà, come sarà. Non stiamo tornato nell’ambiente conosciuto, ma stiamo andando verso una assoluta novità.
Questo un po’ spaventa, perché tendiamo sempre a rimanere nel già conosciuto. È più facile tornare indietro, ritornare verso le situazioni che conoscevamo: ritornare bambini, ritornare in un ambiente bello, ritornare a vivere una situazione che ci piaceva è più tranquillizzante che andare verso qualche cosa di nuovo che ci sfugge, che non riusciamo a dominare. Due grandi viaggi segnano l’immaginario del mondo occidentale: l’Odissea e l’Esodo. Sono due schemi molto diversi. L’Odissea racconta il viaggio di Ulisse che torna alla sua “petrosa Itaca”, torna a casa attraverso innumerevoli fatiche, viaggi, conoscenze, dolori e gioie, ma il desiderio è “tornare a posare le ossa” dov’è il suo nucleo famigliare: lì ritrova il padre, la moglie, il figlio, la terra, i servi, anche il vecchio cane … il suo desiderio è tornare al mondo di prima. Non è il nostro modello. Il modello biblico e cristiano è l’Esodo, l’uscita, il viaggio che i nostri padri nella notte della liberazione intrapresero, abbandonando l’Egitto con le sue sicurezze – con le cipolle e i porri, con tutta quella bella frutta e verdura che il Nilo garantiva – per andare nel deserto verso una patria sconosciuta. Nessuno di loro aveva mai visto la terra promessa; camminavano verso una novità come Abramo, che secoli prima era partito verso la terra che Dio gli aveva promesso e non la conosceva, non sapeva quale fosse, non sapeva come l’avrebbe avuta. Noi siamo i figli di questi padri. Il nostro schema cristiano è il viaggio verso la novità futura, non il ritorno al passato. È saggezza invecchiare aspettando la novità, non rimpiangendo le cose vecchie; è saggezza tenere gli occhi aperti perché oggi o domani il Signore viene; non ieri … oggi o domani. Guardiamo avanti, fondati sulla fede, animati dalla speranza; e camminiamo con entusiasmo verso la novità che ci aspetta, che ci supera perché aspettiamo qualche cosa di superiore … sarà più bello di come lo immaginiamo, sarà completamente diverso, ma molto meglio.

Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein)

“Ci inchiniamo profondamente di fronte alla testimonianza della vita e della morte di Edith Stein, illustre figlia di Israele e allo stesso tempo figlia del Carmelo. Suor Teresa Benedetta della Croce, una personalità che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo, una sintesi ricca di ferite profonde che ancora sanguinano; nello stesso tempo la sintesi di una verità piena al di sopra dell’uomo, in un cuore che rimase così a lungo inquieto e inappagato, “fino a quando finalmente trovò pace in Dio”, queste parole furono pronunciate dal Papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Edith Stein a Colonia, il 1° maggio del 1987.  
“Ave Crux, Spes Unica”. E’ con lo sguardo fisso alle braccia aperte di Cristo sulla croce, unica speranza, che Edith Stein affronta il martirio nelle camere a gas di Auschwitz Birkenau nel caldo agosto 1942.
E’ il culmine di un lungo percorso interiore che l’ha portata dallo studio della filosofia all’impegno per la promozione umana, sociale e religioso della donna, alla vita contemplativa. Nata a Breslavia nella Slesia tedesca nel 1891, undicesima figlia di una coppia di ebrei molto religiosa, Edith si distingue da subito per l’intelligenza brillante che favorirà una visione razionalistica e il giovanile distacco dalla religione.
Interrompe gli studi solo durante la Prima Guerra Mondiale per soccorrere i soldati come infermiera della Croce Rossa. Sarà l’incontro con la Fenomenologia del filosofo Husserl, di cui diviene assistente all’Università di Friburgo approfondendo il tema dell’empatia e quello con il filosofo Max Scheler, insieme alla lettura degli esercizi di Sant’Ignazio e della vita di Santa Teresa d’Avila, a far scaturire la conversione al cristianesimo.

Trasfigurazione del Signore

Il perché di questa Festa. Il 6 agosto si celebra la Trasfigurazione del Signore. Si tratta di una festa particolarmente cara alla Chiesa d’oriente che la chiama la “Pasqua dell’estate”, una delle 12 solennità del calendario liturgico bizantino. Perché il 6 agosto? Perché secondo la tradizione la trasfigurazione di Gesù sarebbe avvenuta 40 giorni prima della sua crocifissione. Orbene, come celebriamo la festa dell’Esaltazione della Santa Croce il 14 settembre, la Trasfigurazione venne fissata 40 giorni prima.
Se l’Oriente ha messo in risalto l’importanza di questa festa, l’Occidente l’ha piuttosto trascurata.
Oggi si sente la necessità di rivalutarla. Ricordiamo che è stata inserita nei “misteri luminosi” del rosario. Teilhard de Chardin l’ha definita “il più bel mistero del cristianesimo”, perché è la primizia di un universo trasfigurato, diventato ‘cristico’.
I tre vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) presentano questo episodio in termini simili.
Dove avviene. I vangeli parlano di “un monte”. Secondo la tradizione si tratta del monte Tabor, che
spicca isolato nella pianura della Galilea.
Il contesto di questo evento. Il contesto in cui viene situato questo evento sembra quello della festa ebraica delle Capanne o delle Tende che commemora i 40 di Israele nel deserto. Durante sette giorni si viveva in capanne. Ecco perché la proposta di Pietro “farò qui tre capanne” non è una “stupidaggine” di un Pietro balbettante, ma il desiderio di rimanere lì a celebrare la festa che si svolgeva in quei giorni. Mosè ed Elia rappresentano la Legge e i Profeti (al tempo di Gesù l’espressione “Mosè e i Profeti” voleva dire tutta la Scrittura) che dialogano con la Parola definitiva. Ma entrambi, Mosè ed Elia, sono collegati al Sinai o Horeb. Questo “alto monte” diventa, quindi, il nuovo Sinai!
Una epifania del Cristo e della Trinità. Infine, è evidente che questo è un racconto che rivela il Cristo Glorioso, un anticipo della risurrezione. Pietro, Giacomo e Giovanni, testimoni privilegiati della passione, condotti da Gesù su questo monte, sono introdotti nel mistero della sua persona. Si tratta pure di una epifania trinitaria, simile a quella del Battesimo, in cui il Padre fa sentire la sua voce e lo Spirito si manifesta tramite la nube luminosa e la sua ombra.
La Trasfigurazione e il “frattempo” in cui viviamo
Questa festa, la “Pasqua dell’estate”, ci ricorda che noi viviamo nel tempo del… “frattempo”! Questo è il tempo dell’uomo, fra la nascita e la morte, vissuto nella speranza di raggiungere una certa pienezza stabile (felicità?). Il “frattempo” è anche il tempo del credente, vissuto tra due Pasque, quella di Cristo e quella nostra. La Trasfigurazione illumina questo “frattempo”, non per sopprimerlo, ma per alimentarlo. Il nostro desiderio sarebbe di raggiungere subito la pace, la gioia, la vita, la felicità del tempo definitivo: “Signore, è bello per noi essere qui! Piantiamo qui le tende!” Eh no! bisogna scendere a valle! Allora a cosa serve quella visione? “Si sale, si vede, si scende. Poi non si vede più. Ma si è visto. C’è un’arte di guidarsi nelle regioni inferiori [della pianura] con il ricordo di ciò che si è visto nelle regioni superiori. Quando non si può più vedere, si può ancora sapere, almeno, che ci sono cose in alto”.
La Trasfigurazione, epifania della bellezza
L’umanità cerca la bellezza, in tutte le sue forme. Cresce, oggi più che mai, la cura del proprio corpo, le operazioni estetiche, l’attenzione all’ambiente… In contrasto con questa tendenza, però, aumenta lo sfruttamento della natura, lo squallore di certi ambienti cittadini, l’indifferenza per la crescita della povertà.
Il nostro è un tempo di trasfigurazione o di… “sfigurazione”?
Il 6 agosto del 1945 gli Stati Uniti sganciavano su Hiroshima la prima bomba atomica e tre giorno dopo su Nagasaki, dove risiedevano il 70 % dei cattolici giapponesi. Si poneva fine, in modo atroce, alla seconda guerra mondiale e si dava inizio all’era atomica attuale. Nel giorno della Trasfigurazione l’uomo ha iniziato l’era della massiva “sfigurazione” dei suoi simili e nessuno sa dove essa lo porterà!
Gesù, “il più bello tra i figli dell’uomo” (Salmo 44,3), è venuto a rivelarci la vera bellezza. Non si tratta di una bellezza seduttrice, ma di una bellezza trasfigurata, pasquale, quella del ‘Pastore Bello’, che dà la vita per il gregge. Questa bellezza talvolta è velata, irriconoscibile, come quella del Servo de Yahweh “uomo dei dolori… davanti al quale ci si copre la faccia” (Isaia 53,3). Solo contemplando la bellezza dell’amore crocifisso possiamo essere a nostra volta trasfigurati ed essere testimoni della vera bellezza che trasfigurerà il mondo.

San Giovanni Maria Vianney: Patrono dei Parroci

“Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore”.
La vita di San Giovanni Maria Vianney è tutta racchiusa in questo suo pensiero. Noto come “il Curato d’Ars”, Giovanni Maria Vianney nasce l’8 maggio 1786 a Dardilly, vicino Lione. I genitori sono contadini e lo avviano sin da piccolo al lavoro nei campi, tanto che Giovanni arriva all’età di 17 anni ancora analfabeta. Grazie agli insegnamenti materni, però, conosce a memoria molte preghiere e vive un forte senso religioso. Donato interamente a Dio e ai suoi parrocchiani, muore il 4 agosto 1859, all’età di 73 anni.
Le sue spoglie riposano ad Ars, nel Santuario a lui dedicato, che ogni anno accoglie 450 mila pellegrini. Beatificato nel 1905 da Pio X, Giovanni Maria Vianney viene canonizzato nel 1925 da Pio XI che nel 1929 lo proclama “Patrono di tutti i parroci del mondo”. A Lui, alla sua intercessione affidiamo il nuovo Parroco di san Fiorano, Corno Giovine e Vecchio, don Gianmario Carenzi.

18 Domenica del Tempo Ordinario

«Vanità delle vanità – dice Qoelet – tutto è vanità».
L’inizio di questo libro dell’Antico Testamento è famoso e nello stesso tempo tragico: “Tutto è inconsistente – dice questo antico sapiente – tutto è un soffio”. Il temine vanità traduce il termine ebraico hébel, che vuol dire soffio: tutto è un soffio, cioè inconsistente. Non è l’assenza di senso, né il concetto moderno di assurdo, senza senso e senza valore. È un soffio, però, che non riesci a controllare e a dominare, non puoi prendere, perché è breve e ti sfugge. Tutto è così. Il lavoro, la fatica, l’ingegno, l’impegno che mettiamo nella vita … tutto è un soffio. Siamo come l’erba che spunta al mattino e avvizzisce la sera. È una vita che ce lo ripetiamo. Lo abbiamo sentito dire tante volte, lo diciamo quando capita qualche tragedia, ma non ne siamo ancora convinti.
È necessario dunque che maturiamo in questa sapienza evangelica, ma nel modo corretto.
È giusto che impariamo a valutare ogni cosa – ma proprio tutto nella nostra vita – come un soffio inconsistente, altrimenti ci montiamo la testa e riteniamo di essere “padreterni”, convinti di essere padroni del mondo. Quando siamo sani, forti, ricchi, in situazione buona, siamo convinti di essere padroni della nostra vita; e molte volte capita che alcune persone nel pieno delle forze si sentano così, padroni del proprio essere, come se la sorte non cambiasse mai e invece … passa presto e cambia tutto. È necessario avere questa consapevolezza del nostro limite, ma non dobbiamo cedere nell’atteggiamento opposto che è quello di un pessimismo disfattista, dicendo che nulla vale, niente merita nella vita, tutto è brutto e cattivo … non è questo che ci ha insegnato il Signore!
Dire che tutto è inconsistente significa avere il coraggio di guardare in faccia la realtà.
Non è vero che tutto è brutto; niente dura, nulla resiste, tutto passa e noi non abbiamo in mano il potere per tenere la vita; ma, detto questo, riconosciamo che il Signore è la nostra forza.
Lui non passa, lui resta in eterno … tutto è vanità, tranne il Signore. Quindi la saggezza ci porta non a disprezzare le realtà del mondo, ma a considerarle nella giusta luce, a considerare il Signore come nostra meta e a valutare tutte le realtà che fanno parte della nostra vita, sapendo che sono passeggere, che non danno la felicità, che non realizzano la nostra vita e che sono destinate a finire. Tutte le cose sono inconsistenti, ma il Signore resta in eterno. Egli ha fatto buona ogni cosa a suo tempo. Noi non riusciamo a capire il senso di tutto, non riusciamo a spiegare il valore della nostra vita, ma sappiamo di essere nelle mani di colui che comprende il senso della nostra esistenza. “Insegnaci, o Signore, a contare i nostri giorni – gli chiediamo con le parole del salmo – insegnaci a valorizzare quello che siamo, quello che facciamo giorno per giorno, a farlo bene”.
Ogni giorno è un principio di eternità. Sappiamo che la nostra vita passa, proprio per questo ci attacchiamo a te, Signore, che resti in eterno. “Guidaci per una via di eternità”.
Impariamo a valorizzare le cose belle della nostra vita nella luce dell’eternità, riconoscendo che tutto è destinato a finire, ma la nostra persona resterà in eterno con il Signore … ed è questa la parte buona che non ci sarà tolta! Questo non è vanità, questo non è inconsistenza.
Allora investiamo tutto sull’essenziale, diventiamo saggi, diamo valore a ciò che è veramente importante, che è solido e resta in entrano.

Indulgenza della Porziuncola: “Perdono d’Assisi”

Sabato 2 agosto in occasione della Madonna degli Angeli alle ore 21 recita del Rosario in Via Tarenzi.

La maestosa Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, costruita su interessamento di S. Pio V a partire dal 1569 e che sorge a circa quattro chilometri da Assisi, racchiude tra le sue mura l’antica cappella della Porziuncola, legata alla memoria di San Francesco d’Assisi. Oggi sulla sua facciata c’è un affresco raffigurante l’istituzione del Perdono di Assisi.

COME NASCE IL "PERDONO D'ASSISI"?

Proprio alla Porziuncola il Santo d’Assisi ebbe la divina ispirazione di chiedere al papa l’indulgenza che fu poi detta, appunto, “della Porziuncola o Grande Perdono”, la cui festa si celebra il 2 agosto.
È il diploma di fr. Teobaldo, vescovo di Assisi, uno dei documenti più diffusi, a riferirlo.
S. Francesco, in una imprecisata notte del luglio 1216, mentre se ne stava in ginocchio innanzi al piccolo altare della Porziuncola, immerso in preghiera, vide all’improvviso uno sfolgorante chiarore rischiarare le pareti dell’umile chiesa. Seduti in trono, circondati da uno stuolo di angeli, apparvero, in una luce sfavillante, Gesù e Maria. Il Redentore chiese al suo Servo quale grazia desiderasse per il bene degli uomini.
S. Francesco umilmente rispose: “Poiché è un misero peccatore che Ti parla, o Dio misericordioso, egli Ti domanda pietà per i suoi fratelli peccatori; e tutti coloro i quali, pentiti, varcheranno le soglie di questo luogo, abbiano da te o Signore, che vedi i loro tormenti, il perdono delle colpe commesse”.
“Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande – gli disse il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e
di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra,
da parte mia, questa indulgenza”.

LA RICHIESTA A PAPA ONORIO III
Alle prime luci dell’alba, quindi, Francesco, prendendo con sé solo frate Masseo di Marignano, si diresse verso Perugia, dove allora si trovava il Papa. Sedeva sul soglio di Pietro, dopo la morte di Innocenzo III, papa Onorio III, uomo anziano ma molto buono e pio, che aveva dato ciò che aveva ai poveri.
Il Pontefice, ascoltato il racconto della visione dalla bocca del Poverello di Assisi, chiese per quanti anni domandasse quest’indulgenza. Francesco rispose che egli chiedeva “non anni, ma anime” e che voleva “che chiunque verrà a questa chiesa confessato e contrito, sia assolto da tutti i suoi peccati, da colpa e da
pena, in cielo e in terra, dal dì del battesimo infino al dì e all’ora ch’entrerà nella detta chiesa”.
Si trattava di una richiesta inusitata, visto che una tale indulgenza si era soliti concederla soltanto per coloro che prendevano la Croce per la liberazione del Santo Sepolcro, divenendo crociati.

Il Papa, infatti, fece notare al Poverello che “Non è usanza della corte romana accordare un’indulgenza simile”. Francesco ribatté: “Quello che io domando, non è da parte mia, ma da parte di Colui che mi ha mandato, cioè il Signore nostro Gesù Cristo”. Nonostante, quindi, l’opposizione della Curia, il pontefice gli accordò quanto richiedeva (“Piace a Noi che tu l’abbia”). Sul punto di accomiatarsi, il Pontefice chiese a Francesco – felice per la concessione ottenuta – dove andasse “senza un documento” che attestasse quanto ottenuto. “Santo Padre, – rispose il Santo – a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”.
L’indulgenza fu ottenuta, quindi, “vivae vocis oraculo”.

A quali condizioni si può ottenere l’indulgenza?

Ricevere l’assoluzione per i propri peccati nella Confessione sacramentale, celebrata nel periodo che include gli otto giorni precedenti la festa, per tornare in grazia di Dio; partecipare alla Messa e alla Comunione eucaristica nello stesso arco di tempo indicato per la Confessione; visitare la chiesa e rinnovare la professione di fede, mediante la recita del Credo, per riaffermare la propria identità cristiana, e recitare il Padre Nostro, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo; recitare una preghiera secondo le intenzioni del Papa, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice (normalmente si recita un Pater, un’Ave e un Gloria).
IN QUALI GIORNI SI PUÒ OTTENERE IL “PERDONO D’ASSISI”?
In tutte le chiese parrocchiali e le chiese francescane sparse nel mondo si può lucrare dal mezzogiorno del 1° agosto alla mezzanotte del 2 agosto di ogni anno.
COS’È L’INDULGENZA?
Nel Catechismo della Chiesa cattolica (nn. 1478-9) si legge: «L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa che, in virtù del potere di legare e di sciogliere accordatole da Gesù Cristo, interviene a favore di un cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi perché ottenga dal Padre delle misericordie la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non vuole soltanto venire in aiuto a questo cristiano, ma anche spingerlo a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità [Cfr. Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, 8; Concilio di Trento: DS 1835].
Poiché i fedeli defunti in via di purificazione sono anch’essi membri della medesima comunione dei santi, noi possiamo aiutarli, tra l’altro, ottenendo per loro delle indulgenze, in modo tale che siano sgravati dalle pene temporali dovute per i loro peccati. Mediante le indulgenze i fedeli possono ottenere per se stessi, e anche per le anime del Purgatorio, la remissione delle pene temporali, conseguenze dei peccati. (CCC 1498)