Santa Maria della Fonte

“L’anno 1432 dalla nascita del Signore – si legge in un antico racconto – il giorno 26 maggio alle ore cinque della sera, avvenne che una donna di nome Giannetta, oriunda del borgo di Caravaggio, di 32 anni d’età, figlia di un certo Pietro Vacchi e sposa di Francesco Varoli, conosciuta da tutti per i suoi virtuosissimi costumi, la sua cristiana pietà, la sua vita sinceramente onesta, si trovava fuori dall’abitato lungo la strada verso Misano, ed era tutta presa dal pensiero di come avrebbe potuto portare a casa i fasci d’erba che lì era venuta a falciare per i suoi animali. Quand’ecco vide venire dall’alto e sostare proprio vicino a lei, una Signora bellissima e ammirevole, di maestosa statura, di viso leggiadro, di veneranda apparenza e di bellezza indicibile e non mai immaginata, vestita di un abito azzurro e il capo coperto di un velo bianco. Colpita dall’aspetto così venerando della nobile Signora, stupefatta Giannetta esclamò:  Maria Vergine! E la Signora subito a lei: Non temere, figlia, perché sono davvero io. Fermati e inginocchiati in
preghiera”. La Vergine disse alla donna dei gravi peccati che gli uomini commettono e di aver chiesto al Figlio suo “misericordia per le loro colpe”. Invitava a digiunare con pane e acqua al venerdì e di dedicare a lei il sabato.
Inviava poi Giannetta a portare questo annuncio alla gente, promettendo forti segni che avvallassero le sue parole.
E così avvenne: la gente credette, vennero a visitare il luogo dell’apparizione “e vi trovarono una fonte mai veduta prima da nessuno. A quella fonte si recarono allora alcuni malati che se ne tornavano liberati dalle infermità di cui soffrivano, per l’intercessione e i meriti della Madre di Dio ”.

S. Cresima

Carissimi cresimandi, pensando a voi, alla Celebrazione della Cresima, ormai imminente, colgo l’occasione per invitarvi a vivere questo appuntamento come una festa.
C’è nel Vangelo una Parola di Gesù che la voglio pensare, in questo momento della vostra vita, ricolta a voi: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga». Portare frutto significa vivere una vita piena, ricca, felice! Ricordate: Dio non toglie
nulla, soltanto dona! A voi, cari ragazzi, vuole donare tanta felicità e bellezza. Non allontanatevi mai da Gesù e lui vi aiuterà a fare della vostra vita un capolavoro, una meraviglia unica!
Rimanete saldi nel cammino della fede. Qui sta il segreto del nostro cammino! Lui ci dà il coraggio di andare controcorrente. Non ci sono difficoltà, tribolazioni, incomprensioni che ci devono far paura se rimaniamo uniti a Dio come i tralci sono uniti alla vite, se non perdiamo l’amicizia con Lui, se gli facciamo sempre più spazio nella nostra vita. Il Signore è tanto misericordioso che quando andiamo da Lui ci perdona. Abbiamo fiducia nell’azione di Dio!
Con Lui possiamo fare cose grandi; ci farà sentire la gioia di essere suoi discepoli, suoi testimoni.
Scommettete sui grandi ideali. Noi cristiani non siamo scelti per le cose piccole, ma per le cose grandi. Giocate la vita per i grandi ideali! Lo Spirito Santo vi è riconfermato perché possiate avere un alleato sicuro, forte e determinato nel guidarvi in questo progetto.
Ricordate che la cresima non è il sacramento dell’addio! Non lasciate la Chiesa, la Parrocchia!
Essa è la casa che Gesù vi ha donato per trovare accoglienza, affetto, valori, pienezza di vita!
Pertanto, vi invito a non sentire questo Dio lontano e fuori da voi, poiché è lo stesso Padre che vi ha pensati, amati, ideati e quindi creati, è il Dio Figlio che, come compagno di viaggio, vi guida ed è il Dio Spirito Santo che vuole confermare la vostra fede mediante il suo sigillo.
Aprite i vostri cuori e lasciatevi colmare dall’amore di Dio.
La cresima non è un semplice rito, ma un nuovo inizio. È un invito a diventare protagonisti della vostra vita, a continuare il cammino della fede, iniziato col Battesimo, ma con maggior responsabilità e libertà. Vi incoraggio a vivere la vostra fede con entusiasmo e con passione, a pregare con costanza, a leggere la Parola di Dio, a partecipare alla Messa domenicale e festiva, a condividere la vostra gioia con gli altri. Siete chiamati a essere luce nel mondo, a diffondere la bellezza del Vangelo, a testimoniare con la vostra vita il potere dell’amore di Dio.
Vi affido alla protezione di Maria, madre di Gesù e nostra madre. Lei vi guiderà e vi sosterrà nel vostro cammino.

B.V.M Ausiliatrice

L’esistenza umana ha due facce: può essere vista come un cammino da compiere in solitudine dal principio alla fine, oppure come un percorso condiviso dove il senso si trova proprio nel prendersi per mano. La Chiesa oggi ci ricorda che anche la strada verso il Cielo non è mai sforzo eroico individuale ma sempre un’opera da realizzare in comunità. Ricordare la Beata Vergine con il titolo di «Ausiliatrice» o «Aiuto dei cristiani» vuol dire proprio scoprirsi bisognosi di condivisione ad ogni singolo passo, sia esso un passo sicuro e gioioso oppure un insicuro procedere tra le difficoltà.
Maria è colei che rende possibile l’incarnazione, ovvero il modo che Dio ha scelto per salvare l’umanità e aiutarla a trovare la strada verso ciò che conta davvero.
Il titolo di «Ausilio dei cristiani», da sempre accostato a Maria nella tradizione della devozione popolare, trovò una formulazione “ufficiale” dopo la battaglia di Lepanto nel 1571, quando venne invocata a protezione delle flotte cristiane. La festa fu fissata al 24 maggio nel 1815 da Pio VII.
All’Ausiliatrice don Bosco affidò tutta la propria opera.

Gesù ci lascia la sua pace e ci rende artigiani di pace

«Vi lascio la mia pace». Gesù nel cenacolo, durante quella cena così importante che segna il vertice della sua vita, lascia in eredità ai suoi amici la pace: “Vi do come dono grande la pace, non come fa il mondo, ma in modo originale e nuovo”. Gli ebrei avevano, e hanno ancora, l’abitudine di salutarsi dicendo shalom, come gli arabi dicono salam, che vuol dire pace. È semplicemente una abitudine. Noi diciamo ciao, buongiorno, loro dicono pace … però dal dire al fare c’è una bella differenza. Si può dire tutto il giorno pace, pace e non fare la pace! È tragico pensare ad esempio che a Gerusalemme abitino due nazioni che si salutano dicendo pace tutto il giorno e facendosi la guerra da tanto tempo. Capita anche a noi di dire una cosa e di farne un’altra. Gesù invece dice e fa … per fortuna, di Lui ci possiamo fidare. Ci ha portato la pace e ci dà la capacità di essere persone di pace. Anche nel nostro piccolo possiamo costruire la pace. Facciamo la comunione con Gesù per essere capaci di vivere in pace. Per fare la pace bisogna anzitutto non litigare con nessuno; però capita talvolta di litigare. La colpa di chi è? In genere – si dice – è sempre dell’altro.
Per essere persone di pace dobbiamo invece partire dall’idea che un po’ è anche colpa mia.
Se abbiamo litigato con qualcuno fare la pace vuol dire chiedere scusa e perdonare. Sono due aspetti diversi. Ti chiedo scusa, perché riconosco di averti trattato male: era colpa mia!
Per ammetterlo ci vuole una forza enorme. Però è la strada buona. Riconoscere che è colpa mia permette di fare la pace. Se invece sono prepotente e non voglio ammettere di avere sbagliato,
non ti chiederò mai scusa: vuol dire che non sono una persona di pace, perciò non posso parlare di pace; sono uno che ha il cuore in guerra, dominato dalla prepotenza e dall’orgoglio. Ma Gesù mi libera da tutto questo e allora io voglio lasciarmi liberare da Lui e avere la forza di dire: “Scusami”, e ammettere: “Era colpa mia”. D’altra parte potrebbe anche capitare che sia colpa sua, allora non è giusto che io vada a chiedergli scusa se è colpa sua … e allora che cosa posso fare? Perdonarlo. Non legarmi al dito quella parola o quel gesto cattivo che ha fatto, ma prendere l’iniziativa, essere per primo io generoso, andargli incontro, tendergli la mano e dirgli: “Ti perdono; dai, facciamo la pace, lasciamo perdere e ricominciamo”. Anche questo è importante, ma vi accorgete che costa fatica: non è facile chiedere scusa e non è nemmeno facile perdonare. Ma la pace che Gesù ci offre è una capacità … per questo facciamo la comunione, perché vivere bene non è facile!
Istintivamente ci viene il contrario: prendere quello che appartiene all’altro, colpire chi ci è antipatico, disprezzare chi non la pensa come noi, ricordarci il male che ci hanno fatto e pensare di fargliela pagare. Questa non è una mentalità di pace. Si comincia da bambini e si continua da grandi. Solo Gesù ci dà la vera pace e ci rende capaci di costruire buone relazioni.
È Gesù che di dà questa forza. Viviamola e ringraziamo del dono grande che ci ha fatto.
Se tutti ci impegniamo, la Gerusalemme nuova si costruisce ed è la nostra comunità: le tensioni si risolvono, i conflitti si superano e le relazioni buone, cordiali, amichevoli, rendono bella la vita. Ma la volete una vita bella? Certo! Questa è la strada, dunque: Gesù è la strada per un’autentica pace.

S. Rita da Cascia

Santa Rita è stata, nei fatti e nelle parole, una testimone coraggiosa di Cristo in tutte le sue fasi della vita, come sposa, madre, vedova e consacrata ed ha potuto esserlo proprio in virtù della sua intimità col Signore.
Lei e anche i suoi genitori, erano definiti nella loro comunità col termine di “pacieri”, perché aiutavano le persone e le famiglie in lite a ritrovare accordo, perdono e pace. Lei stessa, pur avendo vissuto il dramma dell’assassinio di suo marito, ha perseverato nella via della pace: via apparentemente più difficile, ma in realtà l’unica in grado di portare verso la salvezza. Ed ecco che custodire la pace, nel nostro cuore prima, e con gli altri poi, è il segreto per poter essere segno di riconciliazione nel nostro ambiente. Per questo ogni volta che vogliamo aver cura della verità, che vogliamo essere testimoni autentici del Vangelo, ricordiamoci di essere sempre e comunque segno di amore. Alla base di tutto questo, c’è il coltivare una profonda intimità nel nostro cuore col Signore che ci suggerirà, se lo ascoltiamo, i modi più opportuni per poter agire e parlare (o anche per saper attendere) nelle varie situazioni.

Prima Comunione

La nostra festa non deve finire e la nostra festa non finirà, perché la festa siamo noi!
Perché la festa è la presenza di Gesù, perché Gesù ci porta in palmo di mano. Siamo nella sua mano e nessuno ci strapperà da quella mano buona; siamo al sicuro, siamo in buona compagnia.
E voi, cari bambini, che fate la prima comunione con Gesù meritate questa festa. Facciamo festa con voi per dirvi che fare la comunione è una cosa bella! È fondamentale, è utile per la vita come mangiare. Difatti Gesù ha voluto rimanere in mezzo a noi come cibo, si dà a noi, si mette nelle nostre mani, perché noi lo mangiamo. Eppure Lui è il Signore del cielo e della terra!
Tutto il mondo sta nella sua mano e pensate l’Onnipotente immenso si mette nelle nostre mani.
Le vostre piccole mani ricevono il Signore che ha creato il mondo e guida la storia.
Si è messo nelle nostre mani, per ricordarci che noi siamo nelle sue mani e perché possiamo veramente lasciarci guidare dalle sue mani. Abbiamo bisogno del Signore per poter vivere bene.
Il nostro istinto, purtroppo, ci inclina al male. Il male ci viene spontaneo come le piccole cattiverie di tutti giorni – e lo sapete già anche voi bambini – crescendo questo male continua a essere presente e può anche diventare più grande e dominare la vita. Ogni giorno, purtroppo, sentiamo notizie tragiche e dolorose di una guerra che fa piangere tante persone e altre sofferenze generate dall’egoismo. Ma da dove nasce una guerra? Da dove nasce la cattiveria, la violenza?
Dalla volontà di prendere qualcos’altro: è l’avidità la causa, cioè la voglia di prendere e di dominare di più. Allora, se noi scendiamo dai grandi capi degli Stati alla nostra situazione, ci accorgiamo che anche nel nostro cuore c’è avidità, voglia di prendere e di dominare. Quando vogliamo prendere qualcosa che ci piace, diventiamo violenti, aggressivi. È comune anche fra fratelli tirarsi un calcio, darsi un pugno, graffiarsi, insultarsi, offendersi. Si comincia di lì, poi crescendo nel potere si può arrivare ai grandi conflitti; ma tutto parte da quell’istinto cattivo con cui cerchiamo di aggredire l’altro per prendergli qualcosa. Abbiamo bisogno di un aiuto divino per diventare generosi. Facciamo la comunione con Gesù per avere questo aiuto, mangiamo l’Eucaristia per essere nutriti, per crescere, per diventare buoni e ne abbiamo bisogno tutti, non solo voi bambini, ne abbiamo bisogno ancora di più noi grandi! Quante volte mangiate? Tutti i giorni, più volte al giorno.
E perché mangiate sempre? Perché ne avete bisogno! Se non si mangia, non si vive! Il nostro corpo ha bisogno di essere nutrito. Anche la nostra anima ha bisogno di essere nutrita, anche il nostro
spirito ha bisogno di crescere, di diventare forte, forte nel bene! Non è così facile essere generosi. Viene istintivo prendere. Non è così istintivo dare. È il Signore Gesù che ci insegna a dare, non solo ci ha detto che bisogna farlo, ma soprattutto ci dà la forza di farlo e lo fa, dandoci Se stesso da mangiare tutte le domeniche. Tutta la vita noi abbiamo bisogno di fare la comunione per diventare grandi, grandi nell’amore, grandi nel servizio, grandi nell’impegno. Ognuno di noi può contribuire a far andare meglio il mondo, proprio impegnandosi a dare generosamente qualcosa di sé: a dare tempo, a dare impegno, a dare servizio. Ma questo non ci viene istintivo, ci viene dalla grazia!
Abbiamo bisogno di mangiare per vivere, abbiamo bisogno di mangiare Gesù per vivere bene.
Allora con tutto il cuor vi auguriamo, cari bambini, che la vostra festa non finisca, perché la festa siamo noi insieme a Gesù. È Lui la festa della nostra vita, è Lui che ci rende capaci di essere veramente buoni. È quello che vi auguriamo: crescete e diventate sempre più buoni, sempre più generosi, sempre più capaci di dare, vincendo l’avidità che vuole prendere. Il Signore Gesù ha dato la vita per noi: siamo nelle sue mani, lasciamoci portare da Lui e diventeremo davvero generosi.

Prima confessione

La Prima Confessione, è un momento importante in cui i bambini, sperimentano sacramentalmente l’abbraccio misericordioso di Dio Padre. È un’occasione per essere riconciliati con Dio e rinnovare il proprio impegno a vivere in modo più vicino a Lui. 
Il peccato: è un’azione che ferisce Dio e gli altri, e che può causare un distacco dalla sua amicizia. 
Il rammarico: aiuta i bambini a capire che il peccato è un errore che li rende infelici e che il rammarico (pentimento) è un sentimento di dolore per averlo commesso. 
Il perdono di Dio: sottolinea che Dio Padre è sempre presente, pronto a perdonare, e che la Confessione è un modo per chiedere e ricevere questo perdono. 
Il sacerdote: nel suo ruolo di intermediario, parla a nome di Gesù e trasmette il perdono di Dio. 
Il sacramento: la Confessione è un sacramento, un segno visibile di qualcosa di invisibile, ossia il perdono di Dio. 
La riconciliazione: la Confessione è un momento di riconciliazione con Dio, una riparazione del rapporto infranto dal peccato. 
L’impegno: la Confessione è anche un momento di impegno a non peccare più e a seguire Gesù. 

Come comunità cristiana vogliamo essere loro vicino con la nostra preghiera per questo loro primo appuntamento sacramentale con l’augurio che sappiano apprezzarlo per tutto il cammino della loro vita cristiana.

L’Agnello apre i sette sigilli

Nella mano destra di colui che sedeva sul trono l’apostolo Giovanni vide un libro a forma di rotolo, chiuso con sette sigilli. Questa visione introduttiva nel libro dell’Apocalisse ci rivela che Dio opera nella storia dell’umanità per formarsi un popolo che gli appartenga. L’Apocalisse è la rivelazione che il Signore offrì a Giovanni in un momento di crisi per mostrargli come l’Agnello, cioè il Cristo morto e risorto, sia l’autentico Signore di tutta la storia e abbia nelle proprie mani le vicende di tutti i tempi. Nessuno è in grado di aprire quel libro, solo l’Agnello, il Cristo morto e risorto è capace di aprire il libro e di leggerlo, solo Gesù Cristo rivela Dio, solo Lui è in grado di spiegarci il senso della storia e della nostra vita. E questa rivelazione si svolge con un sistema di quadri in successione che Giovanni adopera per mostrare la serie dei temi più importanti della storia di salvezza; così i sette sigilli introducono ciascuno un quadro, giacché all’apertura di ogni sigillo da parte dell’Agnello Giovanni descrive una scena diversa.
Al primo sigillo corrisponde un cavallo bianco che rappresenta la forza della vita: è la risurrezione di Cristo che fin dall’inizio segna la storia dell’umanità anche se è afflitta da gravi calamità. Difatti all’apertura del secondo sigillo compare un cavallo rosso, simbolo della guerra che distrugge l’umanità; al terzo sigillo corrisponde un cavallo nero che è la carestia, la fame, la crisi economica; il quarto sigillo poi rivela una cavallo verde, pallido come la morte, figura della pestilenza, delle pandemie, di tutte le malattie che danneggiano e rovinano l’umanità.
Al quinto sigillo si sentono le preghiere delle vittime che provengono da sotto l’altare e chiedono a Dio: “Fino a quando aspetterai per fare giustizia?”. Se è vero che la guerra, la fame, l’epidemia, segnano la storia dell’umanità, è altrettanto vero che la preghiera delle vittime dà senso e forza al divenire umano. Finalmente l’Agnello apre il sesto sigillo che è quello più importante … perché nel pensiero apocalittico il sesto elemento è sempre quello decisivo, è il segno dell’uomo, dell’umanità, perciò in questo momento si racconta l’intervento di Dio della storia.
Il quadro grandioso che viene descritto da Giovanni per il sesto sigillo mostra una folla di persone su cui è stato posto il sigillo di Dio, suddivisa in due parti.
Il primo gruppo è numerato – sono 144.000 – il secondo gruppo invece è costituito da una folla immensa che nessuno può contare e provengono da ogni 1) nazione, 2) tribù, 3) popolo e 4) lingua. Quando vuole sottolineare l’universalità nello spazio Giovanni adopera quattro elementi, perché il quattro è il tipico numero per indicare tutto lo spazio, come noi secondo lo schema normale e comune diciamo che quattro sono i punti cardinali, così come i quattro venti e i quattro angoli del mondo.
Il primo gruppo, quello dei centoquarantaquattromila rappresenta gli israeliti, cioè gli uomini e le donne dell’antica alleanza, che provengono dalle dodici tribù di Israele e sono quelli che hanno creduto nel Signore prima della venuta di Gesù. Pertanto questo numero vuole indicare una grande quantità, ma tuttavia limitata, perché sono solo quelle persone che nello spazio e nel tempo sono appartenute al popolo di Israele. Ma loro non sono gli unici salvati, perché la prospettiva della salvezza è universale. Dopo questo primo gruppo Giovanni infatti vede una moltitudine immensa in cui ci sono tutti gli uomini e le donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi … in quella folla ci siamo anche noi!
È l’immagine dei redenti, coloro che portano sulla fronte il sigillo di Dio. Il sigillo non serve solo per chiudere, il sigillo è soprattutto un segno di appartenenza. Dio ha messo su di noi il suo sigillo, perché gli apparteniamo.
Siamo stati segnati dalla grazia di Dio, perciò gli apparteniamo, siamo diventati il suo popolo, siamo il gregge che egli conduce; non una massa di pecoroni, ma una comunità di persone intelligenti che con libera volontà lo seguono contenti di appartenere al Signore. Non siamo stati marchiati come il bestiame, ci è stato dato in dono il sigillo dell’appartenenza e liberamene lo abbiamo accolto e siamo contenti di appartenere a questo popolo di cui l’Agnello è il pastore. È Lui che ha steso la tenda su di noi, ha preso dimora nella nostra vita e ci conduce alle acque della vita eterna, ci sta portando verso la pienezza della vita. Noi seguiamo l’Agnello che è il pastore: Gesù Cristo, morto e risorto, è il sigillo del Dio vivente, è Lui che è stato messo nella nostra testa, nel nostro cuore, è stato impresso nella nostra vita e noi gli apparteniamo. Lo ringraziamo perciò di averci scelti per appartenere al suo popolo e vogliamo rispondere alla sua chiamata seguendolo con fedeltà e amore.

Professione di fede 14enni

“Siate forti, ragazzi, perseverate nella fede, nell’amicizia con Cristo e nella fedeltà alla Chiesa, nostra madre e maestra”. Questo l’invito rivolto ai ragazzi di terza media di san Fiorano, che sabato 3 Maggio hanno Professato Pubblicamente la loro Fede, insieme agli altri ragazzi del Vicariato di Codogno davanti a Dio, alla Comunità cristiana e al nostro Vescovo, proprio nella nostra Chiesa di san Floriano martire. Dobbiamo esser grati al Signore per i frutti di grazia che sa suscitare nel cuore di questi ragazzi, i quali hanno saputo resistere e tenere fede al loro cammino: un grande esempio per tutta la Comunità!
Consegniamo a loro quattro parole: Fortezza, Eucaristia, Dedizione, Gioia!
La FORTEZZA – dono dello Spirito Santo e virtù cardinale – è essenziale anche per voi ragazzi: essa agisce quando la fede e l’amore di Dio sono in pericolo; quando la tentazione di compromettersi con il mondo e la sua mentalità soffoca la verità. Cari ragazzi avete bisogno di questa virtù. Siate forti, allora, ragazzi. Forti nella fede, forti nell’essere cristiano convinti.
L’EUCARISTIA. Non abbandonate la Santa Messa domenicale! Qui sta il segreto di una vita buona, bella e vera. Come diceva Carlo Acutis “L’Eucaristia è la nostra autostrada verso il Paradiso”. Fate di tutto e l’impossibile per non mancare mai a questo appuntamento così importante e insostituibile. La DEDIZIONE. La fede si professa con le parole – recitando il “Credo” – e con le azioni! L’invito è quello di viverla nella famiglia, nella scuola, nello sport, nello svago, ma anche nella Parrocchia mettendovi a disposizione con animo di servizio: insomma, testimoniando con le opere l’amore per Cristo e per la sua Chiesa.
La GIOIA. È il tratto caratteristico del cristiano. La letizia fondata sulla speranza sarà la prima vera testimonianza di fede. Chi conosce Cristo e vive nella Chiesa non può che essere contento, nonostante le fatiche e le contraddizioni in cui ci getta il peccato. Dunque, allegri.

Mese di maggio: mese Mariano

Nell’anno del Giubileo sulla speranza cristiana, guardiamo a Maria, Madre della speranza.
Maria ha attraversato più di una notte nel suo cammino di madre. Fin dal primo apparire nella storia dei vangeli, la sua figura si staglia come se fosse il personaggio di un dramma. Non era semplice rispondere con un “sì” all’invito dell’angelo: eppure lei, donna ancora nel fiore della giovinezza, risponde con coraggio, nonostante nulla sapesse del destino che l’attendeva. Maria in quell’istante ci appare come una delle tante madri del nostro mondo, coraggiose fino all’estremo quando si tratta di accogliere nel proprio grembo la storia di un nuovo uomo che nasce. Quel “sì” è il primo passo di una lunga lista di obbedienze – lunga lista di obbedienze! – che accompagneranno il suo itinerario di madre. Così Maria appare nei vangeli come una donna silenziosa, che spesso non comprende tutto quello che le accade intorno, ma che medita ogni parola e ogni avvenimento nel suo cuore. In questa disposizione c’è un ritaglio bellissimo della psicologia di Maria: non è una donna che si deprime davanti alle incertezze della vita, specialmente quando nulla sembra andare per il verso giusto. Non è nemmeno una donna che protesta con violenza, che inveisce contro il destino della vita che ci rivela spesso un volto ostile. È invece una donna che ascolta: non dimenticatevi che c’è sempre un grande rapporto tra la speranza e l’ascolto, e Maria è una donna che ascolta. Maria accoglie l’esistenza così come essa si consegna a noi, con i suoi giorni felici, ma anche con le sue tragedie che mai vorremmo avere incrociato. Fino alla notte suprema di Maria, quando il suo Figlio è inchiodato al legno della croce. Fino a quel giorno, Maria era quasi sparita dalla trama dei vangeli: gli scrittori sacri lasciano intendere questo lento eclissarsi della sua presenza, il suo rimanere muta davanti al mistero di un Figlio che obbedisce al Padre. Però Maria riappare proprio nel momento cruciale: quando buona parte degli amici si sono dileguati a motivo della paura. Le madri non tradiscono, e in quell’istante, ai piedi della croce, nessuno di noi può dire quale sia stata la passione più crudele: se quella di un uomo innocente che muore sul patibolo della croce, o l’agonia di una madre che accompagna gli ultimi istanti della vita di suo figlio. I vangeli sono laconici, ed estremamente discreti. Registrano con un semplice verbo la presenza della Madre: Lei stava. Nulla dicono della sua reazione: se piangesse, se non piangesse… nulla; nemmeno una pennellata per descrivere il suo dolore: su questi dettagli si sarebbe poi avventata l’immaginazione di poeti e di pittori regalandoci immagini che sono entrate nella storia dell’arte e della letteratura. Ma i vangeli soltanto dicono: lei “stava”. Stava lì, nel più brutto momento, nel momento più crudele, e soffriva con il figlio. “Stava”. Maria “stava”, semplicemente era lì. Eccola nuovamente, la giovane donna di Nazareth, ormai ingrigita nei capelli per il passare degli anni, ancora alle prese con un Dio che deve essere solo abbracciato, e con una vita che è giunta alla soglia del buio più fitto. Maria “stava” nel buio più fitto, ma “stava”. Non se ne è andata. Maria è lì, fedelmente presente, ogni volta che c’è da tenere una candela accesa in un luogo di foschia e di nebbie. Nemmeno lei conosce il destino di risurrezione che suo Figlio stava in quell’istante aprendo per tutti noi uomini: è lì per fedeltà al piano di Dio di cui si è proclamata serva nel primo giorno della sua vocazione, ma anche a causa del suo istinto di madre che semplicemente soffre, ogni volta che c’è un figlio che attraversa una passione. Le sofferenze delle madri: tutti noi abbiamo conosciuto donne forti, che hanno affrontato tante sofferenze dei figli! La ritroveremo nel primo giorno della Chiesa, lei, madre di speranza, in mezzo a quella comunità di discepoli così fragili: uno aveva rinnegato, molti erano fuggiti, tutti avevano avuto paura. Ma lei semplicemente stava lì, nel più normale dei modi, come se fosse una cosa del tutto naturale: nella prima Chiesa avvolta dalla luce della Risurrezione, ma anche dai tremori dei primi passi che doveva compiere nel mondo. Per questo tutti noi la amiamo come Madre. Non siamo orfani: abbiamo una Madre in cielo, che è la Santa Madre di Dio. Perché ci insegna la virtù dell’attesa, anche quando tutto appare privo di senso: lei sempre fiduciosa nel mistero di Dio, anche quando Lui sembra eclissarsi per colpa del male del mondo. Nei momenti di difficoltà, Maria, la Madre che Gesù ha regalato a tutti noi, possa sempre sostenere i nostri passi, possa sempre dire al nostro cuore: “Alzati! Guarda avanti, guarda l’orizzonte”, perché Lei è Madre di speranza.