Giornata mondiale per le vocazioni

L’11 maggio 2025, IV Domenica di Pasqua, si celebra la 62a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni sul tema “Pellegrini di speranza: il dono della vita”.
Pubblichiamo di seguito il Messaggio di Papa Francesco:

Pellegrini di speranza: il dono della vita

Desidero rivolgervi un invito gioioso e incoraggiante ad essere pellegrini di speranza donando la vita con generosità. La vocazione è un dono prezioso che Dio semina nei cuori, una chiamata a uscire da sé stessi per intraprendere un cammino di amore e di servizio. Ed ogni vocazione nella Chiesa – sia essa laicale o al ministero ordinato o alla vita consacrata – è segno della speranza che Dio nutre per il mondo e per ciascuno dei suoi figli. In questo nostro tempo, molti giovani si sentono smarriti di fronte al futuro. Sperimentano spesso incertezza sulle prospettive lavorative e, più a fondo, una crisi d’identità che è crisi di senso e di valori e che la confusione digitale rende ancora più difficile da attraversare. Le ingiustizie verso i deboli e i poveri, l’indifferenza di un benessere egoista, la violenza della guerra minacciano i progetti di vita buona che coltivano nell’animo. Eppure il Signore, che conosce il cuore dell’uomo, non abbandona nell’insicurezza, anzi, vuole suscitare in ognuno la consapevolezza di essere amato, chiamato e inviato come pellegrino di speranza. Per questo, noi membri adulti della Chiesa, siamo sollecitati ad accogliere, discernere e accompagnare il cammino vocazionale delle nuove generazioni. E voi giovani siete chiamati ad esserne protagonisti, o meglio co-protagonisti con lo Spirito Santo, che suscita in voi il desiderio di fare della vita un dono d’amore.

Accogliere il proprio cammino vocazionale

Carissimi giovani, «la vostra vita non è un “nel frattempo”. Voi siete l’adesso di Dio». È necessario prendere coscienza che il dono della vita chiede una risposta generosa e fedele. Guardate ai giovani santi e beati che hanno risposto con gioia alla chiamata del Signore: a Santa Rosa di Lima, San Domenico Savio, Santa Teresa di Gesù Bambino, San Gabriele dell’Addolorata, ai Beati – tra poco Santi – Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati e a tanti altri. Ciascuno di loro ha vissuto la vocazione come cammino verso la felicità piena, nella relazione con Gesù vivo. Quando ascoltiamo la sua parola, ci arde il cuore nel petto e sentiamo il desiderio di consacrare a Dio la nostra vita! Allora vogliamo scoprire in che modo, in quale forma di vita ricambiare l’amore che Lui per primo ci dona. Ogni vocazione, percepita nella profondità del cuore, fa germogliare la risposta come spinta interiore all’amore e al servizio, come sorgente di speranza e di carità e non come ricerca di autoaffermazione. Vocazione e speranza, dunque, si intrecciano nel progetto divino per la gioia di ogni uomo e di ogni donna, tutti chiamati in prima persona ad offrire la vita per gli altri. Sono molti i giovani che cercano di conoscere la strada che Dio li chiama a percorrere: alcuni riconoscono – spesso con stupore – la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata; altri scoprono la bellezza della chiamata al matrimonio e alla vita familiare, come pure all’impegno per il bene comune e alla testimonianza della fede tra i colleghi e gli amici. Ogni vocazione è animata dalla speranza, che si traduce in fiducia nella Provvidenza. Infatti, per il cristiano, sperare è ben più di un semplice ottimismo umano: è piuttosto una certezza radicata nella fede in Dio, che opera nella storia di ogni persona. E così la vocazione matura
attraverso l’impegno quotidiano di fedeltà al Vangelo, nella preghiera, nel discernimento, nel servizio.
La speranza in Dio non delude, perché Egli guida ogni passo di chi si affida a Lui.

Discernere il proprio cammino vocazionale

La scoperta della propria vocazione avviene attraverso un cammino di discernimento. Questo percorso non è mai solitario, ma si sviluppa all’interno della comunità cristiana e insieme ad essa. Cari giovani, il mondo vi spinge a fare scelte affrettate, a riempire le giornate di rumore, impedendovi di sperimentare un silenzio aperto a Dio, che parla al cuore. Abbiate il coraggio di fermarvi, di ascoltare dentro voi stessi e di chiedere a Dio cosa sogna per voi. Il silenzio della preghiera è indispensabile per “leggere” la chiamata di Dio nella propria storia e per dare una risposta libera e consapevole. Il raccoglimento permette di comprendere che tutti possiamo essere pellegrini di speranza se facciamo della nostra vita un dono, specialmente al servizio di coloro che abitano le periferie materiali ed esistenziali del mondo. Chi si mette in ascolto di Dio che chiama non può ignorare il grido di tanti fratelli e sorelle che si sentono esclusi, feriti, abbandonati. Ogni vocazione apre alla missione di essere presenza di Cristo là dove più c’è bisogno di luce e consolazione.
In particolare, i fedeli laici sono chiamati ad essere “sale, luce e lievito” del Regno di Dio attraverso l’impegno sociale e professionale.

Accompagnare il cammino vocazionale

In tale orizzonte, gli operatori pastorali e vocazionali, soprattutto gli accompagnatori spirituali, non abbiano paura di accompagnare i giovani con la speranzosa e paziente fiducia della pedagogia divina.
Si tratta di essere per loro persone capaci di ascolto e di accoglienza rispettosa; persone di cui possano fidarsi, guide sagge, pronte ad aiutarli e attente a riconoscere i segni di Dio nel loro cammino.
Esorto pertanto a promuovere la cura della vocazione cristiana nei diversi ambiti della vita e dell’attività umana, favorendo l’apertura spirituale di ciascuno alla voce di Dio. A questo scopo è importante che gli itinerari educativi e pastorali prevedano spazi adeguati di accompagnamento delle vocazioni. La Chiesa ha bisogno di pastori, religiosi, missionari, coniugi che sappiano dire “sì” al Signore con fiducia e speranza.
La vocazione non è mai un tesoro che resta chiuso nel cuore, ma cresce e si rafforza nella comunità che crede, ama e spera. E poiché nessuno può rispondere da solo alla chiamata di Dio, tutti abbiamo necessità della preghiera e del sostegno dei fratelli e delle sorelle. Carissimi, la Chiesa è viva e feconda quando genera nuove vocazioni. E il mondo cerca, spesso inconsapevolmente, testimoni di speranza, che annuncino con la loro vita che seguire Cristo è fonte di gioia. Non stanchiamoci dunque di chiedere al Signore nuovi operai per la sua messe, certi che Lui continua a chiamare con amore.
Cari giovani, affido la vostra sequela del Signore all’intercessione di Maria, Madre della Chiesa e delle
vocazioni. Camminate sempre come pellegrini di speranza sulla via del Vangelo!

San Floriano Martire

Sempre con viva emozione ed interiore compiacimento sono lieto di unirmi alla vostra gioia, della comunità civile e religiosa, mentre insieme ci apprestiamo ad entrare nel vivo dei solenni festeggiamenti in onore del nostro patrono san Floriano martire, discepolo audace di Gesù, nostro esimio compagno di fede e di speranza nel futuro.
In questo Anno Giubilare, indetto dal papa Francesco, recentemente morto e risorto in Cristo e che ricordiamo con affetto nella preghiera, la nostra festa patronale costituirà un tempo singolare di grazia per divenire ‘pellegrini di speranza’ e si configurerà come un’intensa e proficua opportunità per incontrare ancora il Cristo e per ascoltarne la voce, tenendo così «accesa la fiaccola della speranza, che ci è stata donata e facendo di tutto, perché ognuno riacquisti la forza e la certezza di guardare al futuro con animo aperto, cuore fiducioso e mente lungimirante». Il Signore, che in san Floriano ha colmato il nostro popolo di innumerevoli doni di grazia e di santità, chiama in tal modo ancora una volta tutti e ciascuno di noi ad un rinnovato impegno di fedeltà evangelica e ci invita a prendere il largo verso nuove frontiere apostoliche, seguendo il luminoso esempio del nostro Santo, orizzonte della santità, misura alta della vita cristiana ordinaria. Viviamo perciò con gioia cristiana e con santo ardore questi giorni di festa in onore del nostro Patrono! Raccogliamo la sua testimonianza, senza disperdere il patrimonio di fede, che Egli ci ha lasciato! Custodiamolo come il tesoro più prezioso della nostra storia e trasmettiamolo alle nuove generazioni con la parola e con l’esempio, affinché anch’esse riscoprano la bellezza della fede, gli alti ideali di vita e gli autentici valori morali e sociali, che ne derivano! Nessuna difficoltà ci scoraggi: le prove diventino piuttosto occasioni di grazia per alimentare in noi la fiducia nell’azione provvidente dello Spirito, per purificare il nostro agire e nutrire la speranza, stretti gli uni agli altri in un rinnovato vincolo di fraternità e in un più convinto impegno di fede! Ritrovare coesione e slancio per il futuro non è infatti possibile senza questo sguardo contemplativo e trascendente, che dona sicura giustizia e fondata speranza alle nostre aspirazioni, supera stanchezze e delusioni, irrobustisce la carità. E ciò vale per la vita personale e sociale! È dunque questo il senso autentico della nostra Festa Patronale, che non può certamente ridursi a mero sentimento e folklore! Ed è questa l’offerta spirituale più gradita al Signore, che noi desideriamo deporre sul santo altare, attraverso le mani del nostro Santo!
Sarà così più facile – è questo il mio augurio – assicurare al nostro paese un futuro più ricco di speranza, costruendolo sui valori perenni del Regno di Dio che è il Regno della verità e della vita, il Regno della santità e della grazia, il Regno della giustizia, dell’amore e della pace. In questi giorni di festa, rinnovo volentieri tali auspici, invocando la celeste intercessione del santo patrono. Buona festa patronale!

S. Messa per i lavoratori

Fabbro, falegname, carpentiere. San Giuseppe era tutto questo – come insegnano i Vangeli – oltre a essere lo sposo di Maria e il padre terreno di Gesù. Con la sua vita di onesto lavoratore, San Giuseppe nobilita il lavoro manuale con il quale mantiene la sua Santa Famiglia e partecipa al progetto della salvezza.
Il lavoro: partecipazione al disegno divino
Come quei padri che insegnano il proprio lavoro ai figli, così fa anche Giuseppe con Gesù. Egli stesso, più volte, viene chiamato nei Vangeli “il figlio del carpentiere” oppure “del legnaiuolo”. Più di tutti, quindi, San Giuseppe rappresenta la dignità del lavoro umano che è dovere e perfezionamento dell’uomo che così esercita il suo dominio sul Creato, prolunga l’opera del Creatore, offre il suo servizio alla comunità e contribuisce al piano della salvezza. Giuseppe ama il suo lavoro. Non si lamenta mai della fatica, ma da uomo di fede la eleva a esercizio di virtù; sa essere sempre contento perché non ambisce alla ricchezza e non invidia i ricchi: per lui il lavoro non è un mezzo per soddisfare la propria cupidigia, ma solo strumento di sostentamento per la sua famiglia.
Poi, come viene prescritto agli ebrei, il sabato osserva il riposo settimanale e prende parte alle celebrazioni. Non deve stupire questa concezione nobile del lavoro più umile, quello manuale: già nell’Antico Testamento, infatti, Dio viene simboleggiato di volta in volta come vignaiolo, seminatore, pastore.
La festa di San Giuseppe Artigiano
Fu istituita ufficialmente da Pio XII il Primo Maggio del 1955 per aiutare i lavoratori a non perdere il senso cristiano del lavoro così espresso, ma già Pio IX aveva in qualche modo riconosciuto l’importanza di San Giuseppe come lavoratore quando proclamò il Santo patrono universale della Chiesa. Il principio del lavoro come mezzo per la salvezza eterna sarà ripreso anche da Giovanni Paolo II nella sua Enciclica Laborem Exercens, in cui lo chiama “il Vangelo del lavoro”.

Educare senza paura

Diventa il Genitore capitano di cui tuo figlio ha bisogno

1 maggio 2025 ore 18.00 in Oratorio

Presentazione del libro da parte dell’autrice stessa Silvia Poletti “EDUCARE SENZA PAURA. Diventa il Genitore capitano di cui tuo figlio ha bisogno. Al termine Apericena in Oratorio.

Credere in Gesù vuol dire coltivare l’amicizia con Lui

«I discepoli gioirono a vedere il Signore». Erano pieni di tristezza e di angoscia per la morte dolorosa che aveva colpito il loro Maestro e quella sera di Pasqua quando Gesù «stette in mezzo a loro», vivo e vegeto, loro si rallegrarono profondamente, furono davvero contenti. È quello che avviene anche a noi, se accogliamo il Signore Gesù e lo riconosciamo presente in mezzo a noi. Quando ci raccogliamo in Assemblea il Signore viene, sta nel mezzo: è il centro di tutta la nostra attenzione; e noi lo riconosciamo e aderiamo a lui. La nostra fede è una relazione di amicizia. L’evangelista Giovanni non adopera mai la parola fede, ma sempre il verbo credere. Preferisce non usare il sostantivo per non dare l’impressione che la fede sia una cosa che c’è o non c’è. Il verbo credere invece dice piuttosto una relazione personale. Credere nel Signore Gesù vuol dire avere un rapporto di amicizia con lui e l’amicizia cresce nel tempo, ma può anche diminuire o sparire. Ci sono tante amicizie che una volta c’erano e sono finite; ci sono delle amicizie invece che durano tutta la vita e diventano sempre più intense e importanti. Pensiamo alla nostra relazione con il Signore come un’amicizia. Ha ragione Tommaso allora: bisogna vedere, toccare, sentire il Signore, bisogna incontrarlo personalmente, bisogna stare con lui. Se non abbiamo un rapporto con lui – non lo ascoltiamo, non lo vediamo, non lo tocchiamo, non sentiamo il suo amore – ma che relazione di amicizia c’è fra di noi? Gesù infatti dà soddisfazione a Tommaso; non lo rimprovera, ma gli dice: “Coraggio! Avvicinati, guarda, tocca, entra in relazione con me”. È possibile oggi per noi essere in relazione con il Signore Gesù? Fisicamente non lo vediamo – i nostri occhi non lo vedono – ma lo possiamo sentire, perché è veramente presente nella nostra vita. Si tratta di allenarci a questo riconoscimento e stare attenti ai segni della sua presenza. Quando lo sentiamo presente, siamo contenti. La gioia nella nostra vita è proprio la sua presenza in quanto bene amato. Se lo ascoltiamo, gli parliamo, stiamo volentieri con lui, la nostra amicizia cresce e ne abbiamo un enorme beneficio: ricaviamo un bene dall’essere suoi amici. Il Signore ci propone la vita come obiettivo e l’evangelista lo precisa chiaramente: «Ho scritto queste cose perché crediate e perché, credendo, abbiate la vita». Avere la vita vuol dire vivere una vita piena, realizzata. Il Signore vuole la nostra realizzazione personale, vuole che la nostra vita sia piena e bella e lo può essere, se lungo tutta la vita cresce la nostra amicizia con lui. Essere persone di fede non significa essere persone di testa che ragionano su qualche concetto religioso e accettano questa o quella dottrina; esser persone di fede vuol dire amare Gesù, Gesù in persona, non queste abitudini. Molte volte le persone confondono la fede in Gesù con le loro abitudini religiose. Quanti ragazzi sono passati nelle nostre realtà … finche c’era una abitudine sono venuti, poi hanno preso un altro giro ed è finito tutto. Quante persone erano abituate in una chiesa, si son trasferite, han perso il giro, perché non trovano più quelle abitudini, quei riti e non sono più andate in chiesa. Non era fede, è solo abitudine religiosa, vuota, perché manca una autentica amicizia spirituale con Gesù. Quando c’è questa relazione, si può essere in qualunque parte del mondo e si sente sempre presente il Signore Gesù.
Mi interessa Gesù Cristo, perché gli voglio bene, perché sono amico suo, perché sento di essere amato e una misericordia così grande come quella che ci ha offerto merita una risposta di amore!
Pensiamo sempre alla nostra vita di credenti come amici del Signore che crescono in questa relazione di amicizia. “Diventa credente e non essere incredulo, diventa sempre di più amico; diventa, cresci, matura, realizza la tua amicizia nella pienezza della vita eterna”. Chiediamo al Signore che anche noi come i discepoli possiamo gioire nell’incontrare Gesù; chiediamogli di poter credere davvero, di crescere nell’amicizia e di condividere la vita con lui sempre, fino all’eternità.

Eterna è la sua Misericordia

Così canta la Chiesa nell’Ottava di Pasqua, quasi raccogliendo, dalle labbra di Cristo queste parole del Salmo; dalle labbra di Cristo risorto, che nel Cenacolo porta il grande annuncio della misericordia divina e ne affida agli apostoli il ministero. Prima di pronunciare queste parole, Gesù mostra le mani e il costato. Addita cioè le ferite della Passione, soprattutto la ferita del cuore, sorgente da cui scaturisce la grande onda di misericordia che si riversa sull’umanità. Da quel cuore suor Faustina Kowalska, la santa che vedrà partire due fasci di luce che illuminano il mondo: «I due raggi – le spiegò un giorno Gesù stesso – rappresentano il sangue e l’acqua». Sangue ed acqua! Il pensiero corre alla testimonianza dell’evangelista Giovanni che, quando un soldato sul Calvario colpì con la lancia il costato di Cristo, vide uscirne «sangue ed acqua». E se il sangue evoca il sacrificio della croce e il dono eucaristico, l’acqua, nella simbologia giovannea, ricorda non solo il battesimo, ma anche il dono dello Spirito Santo.
Attraverso il cuore di Cristo crocifisso la misericordia divina raggiunge gli uomini: «Figlia mia, dì che sono l’Amore e la Misericordia in persona», chiederà Gesù a Suor Faustina. Questa misericordia Cristo effonde sull’umanità mediante l’invio dello Spirito che, nella Trinità, è la Persona – Amore.
E non è forse la misericordia un «secondo nome» dell’amore, colto nel suo aspetto più profondo e tenero, nella sua attitudine a farsi carico di ogni bisogno, soprattutto nella sua immensa capacità di perdono?
Dalla divina Provvidenza la vita di questa umile figlia della Polonia è stata completamente legata alla storia del ventesimo secolo, il secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. È, infatti, tra la prima e la seconda guerra mondiale che Cristo le ha affidato il suo messaggio di misericordia. Ancora oggi siamo nel pieno delle guerre e delle orribili sofferenze che ne derivarono per milioni di uomini: ancora oggi sappiamo bene quanto il messaggio della misericordia sia necessario.
Disse Gesù a Suor Faustina: «L’umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla divina misericordia». Attraverso l’opera della religiosa polacca, questo messaggio si è legato per sempre al secolo ventesimo, ed è ancor più legato al terzo millennio. Non è un messaggio nuovo, ma si può ritenere un dono di speciale illuminazione, che ci aiuta a rivivere più intensamente il Vangelo della Pasqua, per offrirlo come un raggio di luce agli uomini ed alle donne del nostro tempo.

Anniversario della festa della Liberazione

  1. Facciamo bene a celebrare la festa della liberazione; credo che sia importante non dimenticare. La storia, magistra vitae, ha bisogno di scolari attenti e non smemorati, perché  dimenticare la storia, troppo sovente significa ripetere gli stessi errori. E questa festa anniversaria ha una sua intrinseca sapienza: che è quella di evocare il valore di grandi conquiste. Quando noi diciamo “festa della liberazione” ci viene spontaneo ricordare un’aurora, nella storia del secolo “breve”, ormai alle nostre spalle: l’aurora della libertà, della democrazia e della pace. Quel giorno, il mondo è uscito dall’eclisse della libertà, dal cono d’ombra di un’immane catastrofe bellica, per respirare il clima nuovo della pace.
    Papa Benedetto XV nel 1917, durante il primo conflitto mondiale, definì la guerra una “inutile strage”;
    Pio XII nel drammatico appello dell’agosto 1939 disse: “Nulla è perduto con la pace ; tutto può essere perduto con la guerra”. Tutti ricordiamo le parole di Giovanni Paolo II: “la guerra è un’avventura senza ritorno”. Sono tutte espressioni rotolate come macigni sulla storia del secolo XX, annunciato da Nietzsche come il secolo dell’uomo. Pertanto quando noi usiamo l’espressione “festa della liberazione” ricordiamo un evento, una data, una svolta. Ma sta qui forse la debolezza di questa parola: liberazione.
    Liberazione come festa o liberazione come impegno feriale nel quotidiano?
    Liberazione come evento o liberazione come dimensione antropologica?
    Un dato sembra certo: che la liberazione come evento è scarsamente avvertita dalle nuove generazioni, e sulle ceneri dell’oblio della liberazione si è costruito il mito della libertà. Ma una libertà senza liberazione diventa libertarismo, dispotismo, dittatura; non c’è più spazio per la democrazia, né tanto meno per la pace.
  2. La parola di Dio ci aiuta invece a coniugare insieme la libertà con la liberazione, ma soprattutto la liberazione come cammino quotidiano verso la libertà. Scrive infatti Paolo nella lettera ai Galati: “Voi fratelli, siete stati chiamati a libertà” (Gal 5,15). La libertà è la vocazione originaria di ogni essere umano; ogni donna e ogni uomo è chiamato ad essere libero. La libertà costituisce la differenza dell’umano.
    Ma Paolo ci ricorda pure la libertà come evento: “Cristo ci ha liberati dal virus del nostro egoismo (che Paolo chiama, schiavitù della carne, e che noi traduciamo come istinto di potenza, di dominio, di sopraffazione). Senza l’evento Cristo è difficile immaginare il respiro di una pienezza di libertà.
    Pertanto la libertà non è solo la vocazione di ogni creatura umana; non è solo un evento: è una dimensione antropologica, un cammino nella vita quotidiana: “Siate dunque saldi, scrive Paolo, e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (5,1).
  3. Per questo la liberazione è necessaria alla vita della libertà, perché ci sono ricorrenti schiavitù, ricorrenti dittature che spengono la libertà di sé e quella degli altri. La schiavitù dell’io, genera relazioni antisociali, provoca fenomeni di prepotenza, di bullismo, di violenza e di emarginazione.
    La liberazione è necessaria alla vita della libertà , perché l’egoismo è sempre in agguato dentro di noi e facilmente tracima: nelle nostre famiglie, nella comunità e nella società.
  4. La liberazione è necessaria alla vita della democrazia: perché richiede impegno quotidiano di partecipazione, di fuori uscita dal piccolo mondo del proprio orizzonte, per farci carico degli altri, del bene comune e dei più deboli. La crisi della partecipazione è crisi di democrazia, che ingenera disaffezione alla vita sociale; allontana la politica dalla gente, scava fossati tra ricchi e poveri e apre la stura a nuove povertà.
    Per questo la libertà ha bisogno di essere educata alla responsabilità, che non guarda al proprio tornaconto; non guarda al potere come dominio e affermazione di sé; ma al potere come servizio.
    Gesù è di una chiarezza solare parlando alla gente e ai suoi discepoli. C’è uno stile mondano e c’è uno stile evangelico del potere: “Voi sapete, dice Gesù, che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni, le dominano…, tra voi però non così; chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire”.