Ascensione del Signore

Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò”. Questo Vangelo ci aiuta a capire il mistero della festa dell’Ascensione che vivremo domenica prossima. La festa dell’Ascensione è la celebrazione di una partenza, di un’assenza, di un vuoto, di una mancanza che Gesù lascia.
Ed è Egli stesso a dirci che solo attraverso l’esperienza dell’assenza può venire a noi il Consolatore. Se c’è una cosa che ci spaventa è proprio l’assenza di chi amiamo, l’eclissi di ciò che conta, la scomparsa dell’orizzonte di senso che ci guida. Ma cosa mai di buono può venire fuori da una esperienza così? Per averne una vaga idea dobbiamo pensare a un bambino piccolo che tenta di camminare da solo. Inizialmente si sente forte delle mani della madre o di quelle del padre, ma a un certo punto per poter sprigionare il potenziale che è sepolto in lui, cioè la sua capacità di camminare, il padre e la madre lo lasciano, creano assenza, tolgono le mani. A prima acchito sembra un trauma, ma poi tra una caduta e un tentativo quel lasciarlo lo rende capace di camminare.
La stessa cosa fa Cristo con ciascuno di noi: se inizialmente ci sembra che Egli sia presente anche attraverso un “sentire”, è necessario poi passare attraverso un’assenza, una sua mancanza per far si che arrivi in noi ciò che può tirare fuori da ognuno il potenziale nascosto nel cuore.
Ecco perché se non passiamo attraverso il mistero dell’Ascensione non potremmo nemmeno arrivare all’esperienza della Pentecoste.

Siamo spaventati dal vuoto, dall’assenza, dalla mancanza, eppure il vuoto, l’assenza e la mancanza a volte sono lo spazio dentro cui può entrare il Signore. La festa dell’Ascensione è la forma più evidente. L’Ascensione non è un sforzo di fantasia nell’immaginarci in che modo Gesù sia salito al cielo, ma è la condizione affinché possa accadere la Pentecoste, il dono dello Spirito.
Gesù (l’eterno Presente) crea un’assenza, lascia un vuoto nei suoi discepoli, ed è proprio lì che può entrare lo Spirito. A noi, invece, l’esperienza di un’assenza o di un vuoto non piace perché ci fa sentire terribilmente precari, fragili. Vorremmo sempre certezze. Ma la certezza che ci dà la fede non è come quella del mondo. La certezza che ci dà Gesù, ad esempio, non è “sapere” (come andrà a finire) o “avere” (cose, o persone). Gesù ci dona la certezza di “essere”. Se tu sai chi sei, non hai bisogno di avere altre certezze. Se hai smarrito chi sei, ricerchi continuamente certezze. Ma quando perdi tutte le certezze, allora sei nella condizione giusta per ricevere lo Spirito, a patto però che smetti di fissare il vuoto (dentro di te o intorno a te) e cominci a pregare: “Vieni Santo Spirito”.

Festa patronale

Al termine di questi giorni di Festa in onore del nostro Patrono san Floriano martire, voglio ringraziare dal più profondo del cuore tutti coloro che hanno partecipato ai momenti di festa, in particolar modo con la presenza alle celebrazioni liturgiche quale grande e bella testimonianza di essere e di appartenere ad una famiglia, la comunità cristiana. Ci siamo stretti, nella fede e nella preghiera, intorno al nostro Patrono, con momenti di grande partecipazione e devozione. 
Voglio ringraziare inoltre tutti coloro che si sono impegnati per la buona riuscita di tutti i giorni di festa. Un grazie a tutti coloro che hanno preparato la nostra Chiesa: uno splendore.
Grazie a tutti coloro che hanno prestato un servizio liturgico: ministranti, organisti, cantori, lettori.
Grazie a coloro che hanno preparato ed organizzato la Pesca di beneficenza.
Grazie al vostro impegno, al calore e alla passione che sempre mettete.

San Floriano, martire nostro Patrono

Nel cammino annuale il tempo della Festa Patronale rappresenta un’occasione speciale a livello identitario per la Parrocchia e per l’intero paese, oltre che per tanti nativi di san Fiorano, ora residenti in altri comuni, è il momento in cui ritornare a respirare l’aria del paese natio e gustare la gioia di ritrovarsi con gli affetti.
San Floriano non è solo il Patrono a cui ricorrere una volta l’anno ma un riferimento certo di vita bella, buona e santa che ci mostra come ogni condizione di vita sia propizia per corrispondere all’amore di Dio e per realizzare la propria gioia facendo la sua volontà, nella fedeltà a quanto chiede il Signore. “La santità è il volto più bello della Chiesa”, scrive Papa Francesco, invitando l’intero Popolo di Dio a camminare davanti al Signore con integrità, a non accontentarsi di “una esistenza mediocre, annacquata e inconsistente”, lasciandosi invece “stimolare dai segni di santità che il Signore presenta attraverso i membri del popolo di Dio… che diffondono la viva testimonianza di Lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità”.
E se anche i più semplici possono offrirci modelli assai grandi, quanto più un santo come San Floriano, che ha avuto il coraggio di fare una scelta radicale: non rinunciare alla sua identità cristiana e manifestandola con fedeltà anche di fronte al pericolo della propria vita.
In San Floriano noi contempliamo un modello di vita cristiana e di uomo di Dio quanto mai attuale. Vogliamo guardare a Lui per cogliere l’attualità del Vangelo, la gioia del discepolato e della sequela, la bellezza dell’apostolato e della missione, lo stupore dell’appartenenza generosa alla Comunità cristiana e civile.

Questa Festa è anche un’occasione propizia per dire “GRAZIE!!!”.
Grazie a tutti coloro che in questa e in molte atre occasioni donano del loro tempo, competenza e passione alla Comunità Parrocchiale e alla Comunità Civile. È la bellezza dei volontari.
Il nostro Paese, soprattutto la nostra Parrocchia, vivono della disponibilità di questi volti, di questi nomi che mettono in evidenza uno dei aspetti più belli della vita comunitaria.
Dire grazie significa riconoscere e quindi accettare il fatto che si ha bisogno l’uno dell’altro. Concetto che è alla base del vivere sociale.
Ma soprattutto è un sentimento positivo, e genera un atteggiamento positivo verso la vita. Esempi da raccogliere e testimonianze da portare avanti: dimostrano a tutti noi che è possibile costruire una convivenza basata sulla cura e l’attenzione verso l’altro, e verso la propria comunità cittadina e parrocchiale.

Con queste considerazioni auguro a tutti voi di vivere serenamente e con i vostri affetti questi giorni di festa. San Floriano vegli sul cammino della nostra comunità civile e parrocchiale.

Mese di maggio, mese mariano

Il mese di maggio è dedicato alla Madonna seguendo una tradizione niente affatto antica, anzi piuttosto recente. Si pensa che Maggio, mese del rifiorire della natura, ci ricordi appunto l’idea dei fiori e la Madonna certamente è il fiore più bello, dopo Cristo, creato da Dio. Ma perché proprio il mese di maggio? L’idea dalla quale questa devozione popolare, poi fatta propria dalla Chiesa, è partita deriva dal fatto che maggio, generalmente, segna il tempo anche dal punto di vista climatico, della ripresa, del risveglio della natura. Insomma, ci indica l’idea dei fiori, e nel giardino creato da Dio, dopo Cristo, il fiore più bello e profumato, è appunto Maria. Ecco spiegato il nesso maggio – Maria. La cosa non deve stupire molto in quanto, anche tra i pagani, vi erano delle feste dedicate ad eventi stagionali e climatici, quindi non ci trovo assolutamente nulla di strano e rivoluzionario.
Il consiglio che posso dare per vivere al meglio questo mese è quello di pregare Maria e attraverso di lei arrivare a Suo Figlio. Maria, la Tutta Santa, è certamente il mezzo, la chiave migliore e più efficace per giungere a Cristo che ci aspetta con amore e fiducia. Maria è una potente mediatrice, la principale tra l’uomo e Cristo, per questo bisogna credere in lei ed amarla come si merita.
Un altro consiglio pratico: a parte le recitazioni del rosario, che comunque non ha stretta attinenza con Maggio, si potrebbe dedicare un pensiero mariano al giorno, una preghiera o una meditazione. Volendo e potendo si può usufruire dei momenti di preghiera prima della Celebrazione Eucaristica o alla sera propostaci dalla Parrocchia. Mi sembra una pratica da seguire e da incentivare.
Maria è pur sempre madre nostra, ma anche madre della Chiesa.
Maria medita la Parola di Dio: ecco appunto un altro dei punti nodali di Maria. In un tempo nel quale domina tanto baccano, tanta confusione, Maria sa meditare ed apprezzare in silenzio il mistero del Figlio e non dubita mai.
Maria è un esempio da imitare da seguire con assoluta certezza.

Come comunità cristiana ci ritroveremo lunedì, martedì, giovedì e venerdì alle ore 21.00 presso la Grotta di Lourdes per la preghiera meditata del rosario.
Al mercoledì invece, sempre alle ore 21.00, la recita del Rosario sarà itinerante:

  • 8 maggio presso l’Oratorio
  • 15 maggio in via Garibaldi
  • 22 maggio alla Cascina Divizia
  • 29 maggio in via Piacenza

Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori 1° maggio 2024

Il lavoro per la partecipazione e la democrazia

Lavorare è fare “con” e “per”

«Il Padre mio opera sempre e anch’io opero». Queste parole di Cristo aiutano a vedere che con il lavoro si esprime «una linea particolare della somiglianza dell’uomo con Dio, Creatore e Padre». Ognuno partecipa con il proprio lavoro alla grande opera divina del prendersi cura dell’umanità e del Creato. Lavorare quindi non è solo un “fare qualcosa”, ma è sempre agire “con” e “per” gli altri, quasi nutriti da una radice di gratuità che libera il lavoro dall’alienazione ed edifica comunità: «È alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa solidarietà interumana». In questa stessa prospettiva, l’articolo 1 della Costituzione italiana assume una luce che merita di essere evidenziata: la “cosa pubblica” è frutto del lavoro di uomini e di donne che hanno contribuito e continuano ogni giorno a costruire un Paese democratico.
Senza l’esercizio di questo diritto, senza che sia assicurata la possibilità che tutti possano esercitarlo, non si può realizzare il sogno della democrazia.

Il “noi” del bene comune: la priorità del lavoro

Come ricorda papa Francesco in Fratelli tutti, per una migliore politica «il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze». Le politiche del lavoro da assumere a ogni livello della pubblica amministrazione devono tener presente che «non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro». Occorre aprirsi a politiche sociali concepite non solo a vantaggio dei poveri, ma progettate insieme a loro, con dei “pensatori” che permettano alla democrazia di non atrofizzarsi ma di includere davvero tutti. Investire in progettualità, in formazione e innovazione, aprendosi anche alle tecnologie che la transizione ecologica sta prospettando, significa creare condizioni di equità sociale. È necessario inoltre guardare agli scenari di cambiamento che l’intelligenza artificiale sta aprendo nel mondo del lavoro, in modo da guidare responsabilmente questa trasformazione ineludibile.

Prenderci cura del lavoro è atto di carità politica e di democrazia

“A ciascuno il suo” è questione elementare di giustizia: a chiunque lavora spetta il riconoscimento della sua altissima dignità. Senza tale riconoscimento, non c’è democrazia economica sostanziale. Per questo, è
determinante assumere responsabilmente il “sogno” della partecipazione, per la crescita democratica del Paese. Le istituzioni devono assicurare condizioni di lavoro dignitoso per tutti, affinché sia riconosciuta la dignità di ogni persona, si permetta alle famiglie di formarsi e di vivere serenamente, si creino le condizioni perché tutti i territori nazionali godano delle medesime possibilità di sviluppo, soprattutto le aree dove persistono elevati tassi di disoccupazione e di emigrazione. Tra le condizioni di lavoro quelle che prevengono situazioni di insicurezza si rivelano ancora le più urgenti da attenzionare, dato l’elevato numero di incidenti che non accenna a diminuire. Inoltre, quando la persona perde il suo lavoro o ha bisogno di riqualificare le sue competenze, occorre attivare tutte le risorse affinché sia scongiurato ogni rischio di esclusione sociale, soprattutto di chi appartiene ai nuclei familiari economicamente più fragili, perché non dipenda esclusivamente dai pur necessari sussidi statali. Un lavoro dignitoso esige anche un giusto salario e un adeguato sistema previdenziale, che sono i concreti segnali di giustizia di tutto il sistema socioeconomico. Bisogna colmare i divari economici fra le generazioni e i generi, senza dimenticare le gravi questioni del precariato e dello sfruttamento dei lavoratori immigrati. Fino a quando non saranno riconosciuti i diritti di tutti i lavoratori, non si potrà parlare di una democrazia compiuta nel nostro Paese. A questo compito di giustizia sono chiamati anche gli imprenditori, che hanno la specifica responsabilità di generare occupazione e di assicurare contratti equi e condizioni di impiego sicuro e dignitoso.
I lavoratori, consapevoli dei propri doveri, si sentano corresponsabili del buon andamento dell’attività produttiva e della crescita del Paese, partecipando con tutti gli strumenti propri della democrazia ad assicurare, non solo per sé ma anche per la collettività e per le future generazioni, migliori condizioni di vita.
La dimensione partecipativa è garantita anche dalle associazioni dei lavoratori, dai movimenti di solidarietà degli uomini del lavoro e con gli uomini del lavoro che, perseguendo il fine della salvaguardia dei diritti di tutti, devono contribuire all’inclusione di ciascuno, a partire dai più fragili, soprattutto nelle aziende.

Felici come una Pasqua (2)

Perché associare la Pasqua alla felicità? Forse ci può essere d’aiuto la ripresa di un termine simile eppure con una sfumatura molto diversa. La fede cristiana, infatti, non orienta il desiderio umano alla semplice felicità effimera bensì alla gioia spirituale, a quel compimento che solo Dio può donare ma che continuamente ci richiama in questa storia, per vivere di esso e poter davvero sentirci risorti. La gioia spirituale è discreta. Non si sa bene quando e come comincia. Si sente che sorge, nasce da dentro. Si percepisce il passo di Dio che incrementa la fede, la speranza e la carità. È difficile legare la sua origine a qualcosa di esterno. Appare, ma non dipende da qualcosa di preciso. È una gioia molto calma, pacifica, composta e semplice che porta a vedere tutto molto bello. Non ci si sente soli. Qualcuno è presente e questa relazione è avvertita come solida e rassicurante. È una gioia che spinge a un sincero rispetto verso se stessi e il mondo, specie le persone, che portano in sé l’immagine di Cristo. Ci si sente in comunione con tutti, persone e cose, contemplate nella loro bellezza senza volerle possedere. Questa gioia spinge a un ottimismo realista, si sente che sarà possibile andare avanti nella vita e restare fedeli ai propri compiti anche quando sarà impegnativo. Le preoccupazioni, pur rimanendo presenti, non ostacolano la prontezza ad agire. È una gioia più duratura di quella effimera e si allontana lentamente. Quando se ne va non lascia un vuoto interiore e star da soli non pesa. Ci accompagna con la certezza che tale gioia resta dentro di noi e continua a fluire sotterranea; prima o poi riaffiorerà, perché ci appartiene.
È una gioia che si può custodire. Basta il ricordo per avvertirla nuovamente dentro di sé e per scorgere le sue tracce nelle cose che ci capitano. La Pasqua dona una felicità che, non venendo dal mondo, il mondo non può togliere. Essa però non rende estranei alla storia. Ecco perché coloro che la vivono talvolta si allietano ed esultano, altre volte piangono e gemono.

Felici come una Pasqua (1)

Spesso diversi modi di dire” di uso comune riguardano realtà che, a ben vedere, sono più complesse ed “elevate” di quanto non sembri, ma che vengono trattate con leggerezza e semplicità, fino a diventare quasi scontate, entrando così, allo stesso tempo, nel tessuto del vivere quotidiano.
L’espressione “Felici come una Pasqua” associa l’emozione più semplice, quasi banale, della felicità al mistero che sta al cuore della fede cristiana, la Pasqua di risurrezione. Il sentimento, per così dire, più umano e infantile, insieme all’evento cardine della rivelazione divina in questo mondo.
La vera felicità è davvero quella che nasce dalla Pasqua, ma ciò significa allo stesso tempo la necessità di attraversare il mistero pasquale in pienezza. La Pasqua di Gesù è il culmine di una vita spesa totalmente nella dedizione per gli altri, nell’amore del prossimo, alla luce di una radicale relazione con Dio Padre. È solo in questo orizzonte che trova davvero senso la ricerca della felicità cristiana. In questo senso, allora, la felicità della Pasqua può diventare qualcosa di quotidiano, di “semplice”, che passa quasi inosservato.
Il modo di dire che descrive la felicità con l’immagine della Pasqua è tanto noto quanto ambiguo.
Il rischio è di pensare alla felicità come un sogno realizzato o qualcosa da raggiungere, dimenticando che la Pasqua include sempre il Venerdì Santo, e che la felicità è sempre radicata nella storia.

Io sono il buon Pastore

«Io sono il buon Pastore». Solo Gesù è il vero e buon Pastore, perché la sua vita incarna la bontà e la verità del Dio dell’alleanza. Lui solo vuole ciò che è bene per l’umanità. Infatti è venuto per questo: donare loro una vita abbondante. Di fatto la caratteristica più importante del buon Pastore – che Giovanni ripete per cinque volte – è «dare la vita per le sue pecore». Egli è buono perché dà la sua vita e non c’è prova di amore più grande del donare la propria vita per coloro che si ama. Gesù si designa come il buon Pastore perché «conosce» le sue pecore e le sue pecore lo «conoscono». Si tratta di una comunione viva, di cuore e di pensiero. Ma la nostra fede è veramente una relazione di questo genere, intima e personale? «Ho altre pecore… anche quelle io devo guidare». Il desiderio di Gesù di entrare in comunione con le pecore ha una prospettiva universale. Il suo amore vigilante di pastore si estende a tutti, senza distinzione di razza, di nazione e neanche di religione. Dovunque ci sono pecore disposte ad «ascoltare la sua voce» e a «seguirlo». Egli vuole guidare tutte alla «vita eterna». Il solo ovile che non esclude nessuno non è un luogo, ma una vita, quella del Padre. Nella chiesa il buon Pastore prosegue la sua missione universale. La chiesa di Cristo non è più legata a un ovile culturale, a una struttura, ma a una presenza, quella del buon Pastore glorificato, che solo mantiene l’unità del gregge. Nei nostri sforzi verso l’unità non si dovrà mai dimenticare che il fine non è il recinto di questa o quella confessione cristiana, ma l’ascolto della voce dell’unico Pastore, che chiama ciascuno per nome.
Intimità. L’intimità è lo spazio vitale di Dio, là dove il Cristo, il nostro amico, ci conosce personalmente (vangelo), là dove Dio ci fa suoi figli. Pensiamo innanzitutto alle nostre intimità umane, alle persone con le quali possiamo essere noi stessi, possiamo parlare in tutta semplicità, ai momenti in cui lasciamo cadere ogni difesa. Le nostre intimità possono essere sorgenti di dinamismo nelle nostre vocazioni per il mondo, per ricevere confidenze di fatica, di difficoltà, ma anche di gioia.
L’intimità con Dio nella preghiera ci colma e nello stesso tempo turba le nostre intimità perché contesta questo mondo malato di felicità superficiali.

Creare casa

La tematica che l’Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni propone in vista della 61a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni che si celebrerà la quarta domenica di Pasqua, il 21 aprile 2024 intende cogliere l’invito di Papa Francesco a creare ambienti adeguati nei quali sperimentare il miracolo di una nuova nascita: in tutte le nostre istituzioni dobbiamo sviluppare e potenziare molto di più
la nostra capacità di accoglienza cordiale, le comunità come la parrocchia e la scuola dovrebbero offrire percorsi di amore gratuito e promozione, di affermazione e di crescita. Quanto sradicamento! Se i giovani sono cresciuti in un mondo di ceneri, non è facile per loro sostenere il fuoco di grandi desideri e progetti. Se sono cresciuti in un deserto vuoto di significato, come potranno aver voglia di sacrificarsi per seminare? L’esperienza di discontinuità, di sradicamento e la caduta delle certezze di base, favorita dall’odierna cultura mediatica, provocano quella sensazione di orfanezza alla quale dobbiamo rispondere creando spazi fraterni e attraenti dove si viva con un senso.
Fare ‘casa’ è imparare a sentirsi uniti agli altri al di là di vincoli utilitaristici e funzionali, uniti in modo da sentire la vita un po’ più umana. Creare casa è permettere che la profezia prenda corpo e renda le nostre ore e i nostri giorni meno inospitali, meno indifferenti e anonimi.
È creare legami che si costruiscono con gesti semplici, quotidiani e che tutti possiamo compiere.
Così si attua il miracolo di sperimentare che qui si nasce di nuovo perché sentiamo efficace la carezza di Dio che ci rende possibile sognare il mondo più umano e, perciò, più divino.

L’invito conduce alle radici della fede e riporta agli inizi della Chiesa nella quale da subito i primi credenti si sono adoperati per creare spazi di condivisione della vita nei quali poter sperimentare «la gioia di una casa comune: una domus ecclesiae. Prima che di un edificio ci sia un contesto, un luogo permanente di incontro in cui si respiri uno stile di fraternità, di lavoro e di preghiera. I giovani, oggi più che mai, hanno bisogno di formazione intelligente e affettiva per appassionarsi al Signore, alla comunità cristiana e ai fermenti evangelici disseminati tra i loro coetanei nel mondo.
La Parola di Dio ha bisogno di un terreno buono e l’Eucarestia ha bisogno di una casa.
Anche la vocazione ha bisogno di un terreno buono perché possa attecchire e di una casa nella quale fare Eucarestia, ringraziamento e benedizione per la Parola ricevuta e il dono di quella fraternità che è offerta della propria vita perché insieme agli altri diventi feconda nella carità, a servizio di tutti.
Come la vita, ha bisogno di trovare uno spazio accogliente per nascere, crescere e maturare.
Il desiderio di appartenere ad una persona o ad una comunità nasce da una frequentazione feriale e una conoscenza graduale di quella casa alla quale si sogna di appartenere per essere fecondi. Creare casa è un invito rivolto alla comunità, alla parrocchia, alle famiglie, perché siano sempre più spazi capaci di quell’accoglienza cordiale e libera che fa crescere la vocazione sia di chi li abita che di chi li visita, diviene terreno fecondo di nuove vocazioni.

Chi ha sete, venga!

L’immagine preparata per la 61° Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, è un’icona del Cristo che viene; anch’essa porta direttamente alla radice della vocazione cristiana e alla sorgente di ogni chiamata perché la vocazione è incontrare e riconoscere il Signore Risorto che abita i passi della propria storia. Tutta la Scrittura termina con un grido che racchiude una promessa: «Lo Spirito e la Sposa dicono: ‘Vieni!’. E chi ascolta, ripeta: ‘Vieni!’. Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l’acqua della vita» (Ap 22,17).
Se il nostro sguardo potesse attraversare il cielo, se potesse guardare attraverso la storia e i fatti della vita altro non vedrebbe che il Cristo che viene perché raggiungerci – venire verso di noi – è l’unica cosa che anch’egli ardentemente desidera; stare in nostra compagnia, fare casa con noi: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).
Intrattenersi con il Signore Risorto, parlare con lui come con un amico è l’origine della vocazione che si può riconoscere nella Parola – sovente anche un solo versetto di tutta la Scrittura – che è il grembo della fede e il Principio di ogni cosa.
L’immagine scelta è simboleggiata dalla raffigurazione dei quattro evangelisti che occupano gli angoli della tavola: Matteo (l’angelo), Giovanni (l’aquila), Marco (il leone) e Luca (il bue).
La fede e la vocazione – così come la vita e la realtà – hanno a che fare con un invisibile che contiene una promessa, quella della vita eterna che è la vita vera, la vita come dovrebbe essere, la vita che è semplicemente vita, semplicemente felicità.
Il cerchio esterno con i cherubini e i serafini che fanno capolino dai lati del quadrato più interno simboleggia il mondo celeste e ricorda che tutta l’avventura della vita si svolge sotto il cielo ormai aperto dalla Pasqua di Cristo. Cerchio e quadrato ricordano il movimento – immaginando di far ruotare il quadrato attorno al suo centro – iniziato nel Battesimo.
Immersa nell’acqua del fonte la vita di terra ha cominciato a camminare verso la perfezione della carità che potrà essere ricevuta in dono solo nella Gerusalemme celeste ma che già può essere gustata in questo tempo, nella consapevolezza che solo l’amore vale la pena e la bellezza del vivere, l’unica cosa che rimane per sempre.
Intuire la propria vocazione è discernere il calore del divino – ha il volto di Cristo e il sapore dei suoi gesti – che traspare da ciò che è umano come il rosso delle vesti del Signore emerge dal blu che simboleggia la storia, è condividerne la Passione e spendere la vita nel suo amore: il volto di una persona che si accende di una luce particolare nella quale ci si riconosce chiamati come sposi, il mistero di una Chiesa che si desidera servire come ministri ordinati, una famiglia religiosa che chiama ad una appartenenza e ad una consacrazione particolare, una storia di relazioni quotidiane per il quale adoperarsi semplicemente con il lavoro delle proprie mani.