Gesù, una vita buona, bella e beata (1)

Prendere sul serio la fede cristiana, che è fede nell’incarnazione, significa non dimenticare mai la vita umana di Gesù che, nella mente dei cristiani, “necessita di essere liberata dai cliché generalmente devozionali che la presentano in modo riduttivo, trasmettendone una comprensione più approssimativa che autentica”.
Certamente la vita di Gesù, come la conosciamo a partire dai Vangeli, è stata una vita buona, bella e beata, ma va confessato che nella tradizione cristiana se ne è colta soprattutto la “bontà”, mentre non si è quasi mai meditato sulla bellezza e sulla felicità di questa esistenza. L’esito della croce, di fatto, ha assorbito quasi tutta l’attenzione e ha fatto ritenere inconciliabili con una visione di bellezza e felicità l’impegno
radicale, le prove, la fatica, le sofferenze, il supplizio della croce. In realtà, anche se gli evangelisti non hanno lasciato una biografia di Gesù, né tantomeno un ritratto psicologico, ci hanno descritto alcuni tratti della sua vita e alcune impressioni da lui suscitate su quanti lo accostarono, che sono più che sufficienti per mostrare la qualità della sua esistenza.
Sì, una vita buona perché segnata dalla logica dell’amore, e quindi capace di mostrare Gesù mite e umile di cuore, misericordioso verso tutti, pronto a incontrare nell’amore il prossimo, gli altri, gli ultimi.
“Gesù passò facendo il bene”, sintetizza Pietro, mentre il quarto Vangelo così testimonia al compimento della vita di Gesù: “avendo amato i suoi, li amò fino all’estremo”. La bontà della sua vita era talmente visibile che fu chiamato “maestro buono”. Di questa qualità, comunque, i cristiani sono sempre stati profondamente consapevoli ed essa ha nutrito nei secoli la loro meditazione.
Ma la vita di Gesù non è stata solo buona, è stata anche “bella”: una vita umanamente bella.
È stata la vita di un uomo povero, certo, ma sempre una vita dignitosa, mai toccata dalla miseria; vita di un uomo abitato dal desiderio costante di testimoniare Dio come Padre, ma mai scaduta a livello di militanza febbrile; una vita impegnata, sì, ma in cui c’era la possibilità di cogliere la bellezza della natura, degli uomini, degli eventi quotidiani. Gesù non ha vissuto isolato, ha sempre cercato e attuato una profonda comunione: conduceva una vita in comune con fratelli e sorelle che lo seguivano, e l’esperienza affettiva che viveva con loro era così intensa da giungere a chiamarli “amici”; con alcuni di loro il rapporto era ancora più profondo, come testimonia quello personalissimo con il discepolo amato. Gesù aveva amici veri, cari al suo cuore, come Marta, Maria e Lazzaro, persone amate presso cui sostare, riposarsi e ristorarsi, vivendo l’avventura di chi conosce lo scambio dell’amore fraterno. Gesù aveva il tempo di fermarsi per pensare, per contemplare la natura, il ritmo delle stagioni, i mestieri del suo tempo. Nelle sue parole si discerne una sapienza umana profonda e convincente, sapienza assunta anche dalla molteplice e variegata saggezza umana. Come non cogliere la sua vita bella nell’eco delle sue osservazioni sul rosso del cielo di sera, sul fico che intenerisce le gemme all’inizio dell’estate, sugli uccelli dell’aria nutriti dal Padre, sui gigli dei campi vestiti meglio di Salomone, sull’abile sapienza delle donne che impastano il lievito e degli uomini che attendono che il seme germogli… Se si leggono le parabole, personalissime creazioni di Gesù, si coglie in lui un contemplativo, un uomo che ha affinato capacità poetiche, che ha imparato a meditare su quanto lo circondava, a tal punto da cogliere sinfonicamente la propria storia assieme alle altre creature. Sì, Gesù insegnava ai discepoli, predicava alle folle, si chinava sui malati e liberava gli indemoniati, ma mai la sua vita contraddisse il segno della bellezza.

Quello che abbiamo visto

Non possiamo né vogliamo creare illusioni pericolose. In effetti, Signore, noi non abbiamo visto te, né il tuo Figlio. La nostra non è un’esperienza fisica.
Le nostre mani non hanno toccato il Verbo della vita, i nostri occhi non si sono imbattuti nel suo volto di carne. Eppure anche noi abbiamo visto, ma sempre e solo segni. Segni della tua presenza inequivocabile. Segni poveri, che esigono fede. Segni piccoli, che domandano occhi buoni per essere riconosciuti. Segni fragili, che ci pongono continuamente un interrogativo: siamo sicuri di non sbagliarci? Nonostante tutto
noi abbiamo visto e quello che ha colpito il nostro sguardo non lo possiamo tacere. Abbiamo visto fiorire la gioia proprio dove sembrava impossibile: in mezzo alla penuria, nel profondo della sofferenza. Abbiamo visto nascere la pace e il perdono proprio negli squarci procurati dall’odio e dalla cattiveria, dalla guerra e dalla vendetta. Abbiamo visto il Vangelo diventare realtà.

Quello che abbiamo udito

All’inizio c’è sempre la Parola, ma non una parola qualsiasi. La tua Parola, infatti, Signore, è capace di cambiare la vita. È una Parola feconda, come l’acqua che imbeve la terra e le permette di portare frutto. È una Parola che rischiara gli anfratti più oscuri della nostra esistenza. È una Parola che reca consolazione e guarigione: pacifica il cuore e fa rimarginare le antiche ferite, che ancora sanguinano. All’inizio c’è sempre
la tua Parola e questa Parola ha un volto e un nome: è Gesù, il tuo Figlio, la Parola eterna fatta carne, il tuo amore che si è manifestato, la tua tenerezza resa visibile. Ecco quello che possiamo trasmettere: quello che abbiamo udito non solo con le orecchie, ma nel profondo del cuore, la gioia e la speranza destate nella nostra esistenza, la luce nuova che abita la nostra vita in mezzo a qualsiasi tempesta.

La ricchezza del limite

Trasformare le ferite in perle

La perla è splendida e preziosa. Nasce dal dolore. Nasce quando un’ostrica viene ferita. Quando un corpo estraneo – un’impurità, un granello di sabbia – penetra al suo interno e la inabita, la conchiglia inizia a produrre una sostanza (la madreperla) con cui lo ricopre per proteggere il proprio corpo indifeso.
Alla fine si sarà formata una bella perla, lucente e pregiata. Se non viene ferita, l’ostrica non potrà mai produrre perle perché la perla è una ferita cicatrizzata.
Quante ferite ci portiamo dentro, quante sostanze impure c’inabitano?
Limiti, debolezze, peccati, incapacità, inadeguatezze, fragilità psico-fisiche … E quante ferite nei nostri rapporti interpersonali. La questione fondamentale per noi sarà sempre: cosa ne facciamo?
Come le viviamo? La sola via d’uscita è avvolgere le nostre ferite con quella sostanza cicatrizzante che è l’amore: unica possibilità di crescere e di vedere le proprie impurità diventare perle.
L’alternativa è quella di coltivare risentimenti verso gli altri per le loro debolezze, e tormentare noi stessi con continui e devastanti sensi di colpa per ciò che non dovremmo essere e per ciò che non dovremmo provare. L’idea che spesso ci portiamo dentro è che dovremmo essere in un altro modo; che, per essere accettati da noi stessi, dagli altri e da Dio, non dovremmo avere dentro di noi quelle impurità indecenti.
Vorremmo essere semplici “ostriche vuote”, senza corpi estranei di vario genere, dei “puri” insomma.
Ma questo è impossibile. È fondamentale giungere a comprendere l’importanza – in noi e fuori di noi, nelle nostre relazioni – della presenza dei limiti, delle ferite, delle zone d’ombra.
Capire, alla luce del messaggio evangelico, che tutto ciò che del nostro e altrui mondo interiore è segnato dall’ombra e dal limite, è l’unica nostra ricchezza, e che proprio lì è possibile fare esperienza della nostra salvezza. Insomma, che non vi è nulla dentro di noi che meriti di essere gettato via.
Se cominciamo a ragionare in questo modo, vuol dire che s’è compiuta in noi la vera conversione, la metànoia evangelica. La salvezza, la santità, sarà finalmente renderci conto della nostra verità, ovvero che
siamo feriti, limitati, fragili, ma al contempo oggetto dell’amore “folle” di un Dio che – proprio perché siamo fatti così – viene a visitarci e ad inabitarci. Ama quella parte di te che non vorresti avere.
Comincia ad avvolgerla con l’amore e alla fine constaterai di avere in te una perla preziosa, perché nella ferita riconosciuta, avvolta dall’amore, sperimenterai il tesoro che ti porti dentro.
Con insistenza il Vangelo ci esorta a “mettere nel mezzo” il nostro limite e la nostra fragilità. Mettere nel mezzo le nostre zone d’ombra vuol dire riconoscere da una parte la loro esistenza, e dall’altra che esse, dinanzi alla resurrezione di Cristo, non sono l’ultima parola sulla nostra umanità.
Dobbiamo deciderci se optare per la forza o per la debolezza. La nostra inadeguatezza, la nostra debolezza, è una forza più grande di ogni altra, poiché ha la forza stessa di Dio: “Quando sono debole, è allora che sono forte”. (2Cor 12,10). Questa verità dovrebbe tornare al centro del nostro vivere cristiano.
Al centro dell’assemblea (della comunità, della nostra famiglia, della Chiesa …), al centro del nostro vivere da cristiani non campeggiano la forza, il farcela da sé, l’osservanza ossessiva dei precetti santi, l’essere moralmente irreprensibili … ma vi è solo la nostra debolezza.

Una testimonianza

La speranza non cresce se non attraverso testimoni, che parlano in prima persona, che osano uscire dal guscio dell’anonimato per esporsi e azzardare una parola che nasce dalla loro esperienza.
Chi ti ha incontrato, Gesù, è stato generato a una speranza viva e ora non può più tacere, non può tenere per sé ciò che trabocca dal suo cuore. Ecco perché avvertiamo il bisogno di testimoniare, di dire quello che ha trasformato la nostra povera esistenza. Ecco perché la nostra vita con le sue scelte quotidiane, i suoi comportamenti e atteggiamenti diventa un riflesso di quella novità che tu hai fatto sbocciare dentro questa nostra storia. Non permettere, Signore, che la nostra fragilità offuschi la luce che sei venuto a portare. Non permettere che il nostro peccato impedisca agli altri di credere al tuo disegno di amore.

Un annuncio

C’è un annuncio che ci ha raggiunti: è da lì che tutto ha avuto origine. C’è una buona novella che ci è stata portata e che ha destato in noi la speranza. Non potremo mai dirti, Gesù, tutta la nostra gratitudine perché sei tu che hai dato un volto e un corpo alla speranza. Ci hai strappato alle illusioni e ai sogni irrealizzabili e ti sei fatto uomo proprio per far nascere l’amore anche nelle lande desolate in cui ha imperversato l’odio; per riportare vitalità nella nostra esistenza, arsa come un deserto infuocato; per curare e guarire tutte le piaghe che ci portiamo dentro e fanno sanguinare il nostro cuore; per riportare la pace attraverso la misericordia e il perdono. Sei tu la nostra speranza, Gesù, e chi ci ha parlato di te ha spalancato davanti a noi orizzonti nuovi, ci ha offerto la possibilità di credere a un disegno di salvezza e di Fraternità.

Perdono di Assisi: un dono chiesto al Signore per ogni uomo

“Ti prego che tutti coloro che, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, ottengano ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. Fu una richiesta quasi audace quella fatta da San Francesco direttamente al Signore che gli era apparso in una notte del 1216 mentre era immerso nella preghiera nella Porziuncola. Si trovò, raccontano le fonti, improvvisamente circondato da un fascio di luce. Il Signore glielo concesse e Francesco, si recò subito da Papa Onorio III per ottenere l’indulgenza e il 2 agosto 1216, dinanzi una grande folla, alla presenza dei vescovi dell’Umbria promulgò il Grande Perdono. Francesco, in quella giornata di agosto, alle genti riparate all’ombra delle querce disse: “Fratelli, io vi voglio mandare tutti in Paradiso e vi annuncio una grazia che ho ottenuto dalla bocca del Sommo Pontefice”.

L’indulgenza del Perdono
Quel lontano giorno d’estate segna così la nascita del tesoro della Porziuncola: l’Indulgenza del Perdono che può essere chiesta per sé o per i propri defunti. Per ottenerla è necessaria la confessione, la partecipazione alla Messa e l’Eucaristia, il rinnovo durante la visita della propria professione di fede recitando il Credo e il Padre Nostro, infine la preghiera secondo le intenzioni del Papa e per il Pontefice. Dalle 12 del primo agosto, fino alle 24 del 2 agosto, l’indulgenza plenaria concessa alla Porziuncola quotidianamente si estende a tutte le chiese parrocchiali sparse nel mondo e anche a tutte le chiese francescane.

Madonna degli Angeli

Il 2 agosto si ricorda Santa Maria degli angeli e del perdono, Madonna alla quale è dedicata una Basilica in Assisi, e dove Ella apparve a San Francesco, il quale svolse parte della sua opera nella cosiddetta Porziuncola, una chiesetta ottenuta in dono dai monaci Benedettini del monte Subasio nella quale fondò l’Ordine dei Frati Minori, da lui stesso rimodernata e sistemata e presso cui si ritirava in preghiera e meditazione. Proprio qui si narra che un giorno di luglio del 1216 San Francesco si trovasse a pregare quando gli apparve in tutto il suo fulgore la Madonna seduta alla destra di Gesù Cristo e circondata da angeli la quale gli chiese in che modo poter esaudire il suo desiderio di mandare tutti in paradiso.
San Francesco rispose prontamente: “Signore, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. Quale altruistica richiesta! Che tutti quelli che nel corso degli anni si fossero recati a pregare nella Porziuncola, avessero ottenuto la completa remissione delle loro colpe, quello che viene conosciuto come il Perdono di Assisi. Gli fu infatti risposto di recarsi dal Papa in carica, ovvero il Pontefice Onorio III il quale dopo averlo ascoltato e concessa l’indulgenza gli chiese se volesse un documento, ma il frate rispose sicuro: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”.

Il viaggio, sintesi della vita cristiana (3)

A volte, tutto quel che ci serve è abitare la vita in un altro modo. È semplicemente camminare con un altro passo sulle strade che già ogni giorno percorriamo. È aprire la finestra quotidiana, ma lentamente, nella consapevolezza che la stiamo aprendo. È reimparare un’altra qualità per una quotidianità forse troppo abbandonata alla routine e ai suoi automatismi.
È, in fondo, assaporare il gusto delle cose più semplici. Possiamo fare un viaggio indimenticabile, rapiti dal sapore dell’istante presente, dalla contemplazione del paesaggio che ci è più vicino, dalla saggezza di una conversazione, dal silenzio di un libro che già abbiamo tra le mani.
Pensiamo a quanto scrisse Marcel Proust: «Non ci sono forse giorni della nostra infanzia che abbiamo tanto pienamente vissuti come quelli che abbiamo passato con un libro prediletto».
Che sfida, questa nozione di “giorni pienamente vissuti”, e come ci è necessario avvicinarci a essa! «Passiamo all’altra riva». I viaggi non sono solo esteriori. Non è semplicemente nella cartografia del mondo che l’uomo viaggia. Fare uno spostamento comporta un cambio di posizione, una maturazione dello sguardo, apertura al nuovo, un adattamento a realtà e linguaggi, un confronto, un dialogo, inquietante o incantato, che necessariamente lascia impressioni molto profonde. L’esperienza del viaggio è esperienza della frontiera e di nuovi spazi, di cui l’uomo ha bisogno per essere sé stesso. «Passiamo all’altra riva».

Per vivere un’estate cristiana

Per vivere un’estate cristiana

1.    Un cristiano in estate non nasconde la propria fede come si lascia nell’armadio i capi invernali. Il battezzato è sempre cristiano e, quindi, la nostra comunione con Cristo deve essere consapevole e costante.
2.    La vita cristiana non consiste solo nell’ “essere buoni”, ma nel porre al centro della propria esistenza, al cento per cento, solo Dio. Per questo motivo, il tempo dell’estate è il momento giusto per ricordare Dio ed esse il volto vivo della sua presenza. La fretta è nemica della carità silenziosa.
3.    Senza la preghiera, un cristiano, è un mulino paralizzato. Molti dei nostri fallimenti e abbandoni sono causati dalla interruzione della “linea telefonica” con il Signore. La preghiera ci rende forti, ci chiarisce, ci fa riflettere e aiuta a compiere la volontà del Padre.
4.    L’Eucaristia (oltre al precetto festivo) è una necessità fisica e spirituale. Se con l’eucarestia riusciamo a condurre una vita relativamente cristiana senza di essa siamo burattini del mondo. Siamo in balia del solo alimento materiale che il mondo ci offre.
5.    In estate cerchiamo il sole. Il culto del corpo non può essere superiore alla adorazione di Dio. Lui è davvero l’unico Sole di giustizia.
6.    “Dimmi quello che leggi e ti dirò come pensi.” Un cristiano deve nutrirsi con le parole della speranza! Un buon libro, scelto con criteri cristiani, sarà garanzia di giusto modo di pensare e di una coscienza chiara.
7.    Dio ha posto la Creazione a disposizione del nostro godimento e della nostra gioia. La nostra terra è soggetta a costanti alterazioni degrado frutto del desiderio sfrenato di sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’uomo. Dobbiamo assolutamente rispettare l’ambiente che ci consente di godere del riposo e di tante cose buone che il Signore ci offre. Occorrono secoli per ripopolare la terra, e ore per incendiarla.
8.    La bellezza, l’arte, la musica … ci possono elevare all’incontro e al godimento personale di Dio. Un santuario è una porta aperta alla fede. Maria Vergine è una mano che ci sospinge verso il Signore. La grandezza di un tempio è un anticipo della gloria che ci attende in paradiso. Godiamo davvero di ogni traccia che ha lasciato l’uomo attraverso l’arte quale risultato della propria fede!
9.    Silenzio e contemplazione in riva al mare. L’alpinismo come segno del nostro impegno per arrivare al cielo. Il nostro riposo come preludio a ciò che un giorno Dio riserverà a ciascuno di noi … possono essere pensieri per aiutarci a vivere questo tempo estivo con un senso e significato cristiani.
10.          In valle o in mezzo al mare, sulle montagne o in un villaggio in mezzo al bosco o sperduto in un deserto. Di fronte a una cattedrale o nelle strade di una grande città: non dimentichiamo mai che siamo cristiani. Non dimentichiamo che Dio è con noi.