Il viaggio, sintesi della vita cristiana (2)

Prendiamo quel verso coniato da Rainer Maria Rilke che dice: «Attendo l’estate come chi attende un’altra vita». Questo verso non ci proietta al di fuori di noi, piuttosto ci inizia all’arte dell’immersione interiore. Davvero durante i lunghi inverni del tempo non è una vita strana e fantasiosa quella che dobbiamo attendere (e per la quale lavorare!), ma una vita che realmente ci appartenga. È di un’estate così che Rilke parla, e che può coincidere con qualsiasi stagione: una necessaria opportunità per immergerci più a fondo, più dentro, più in alto, accettando il rischio di cogliere la vita integralmente e di stupircene. Nella scarsità e nella pienezza, nella dolorosa imprevedibilità come nella saggezza fiduciosa. Pensiamo alla proposta che, più di una volta, Gesù fa ai discepoli: «Passiamo all’altra riva». Passare all’altra riva non significa necessariamente il trasferimento a un altro luogo, diverso da quello in cui ci troviamo.

Il viaggio, sintesi della vita cristiana (1)

Il tempo costituisce fondamentalmente una sorta di coreografia interiore.
Si direbbe che la vita stessa ci sollecita ad ascoltarla in un altro modo. È con questo imperativo che ognuno di noi è chiamato a confrontarsi: l’irresistibile necessità di ritrovare la vita nella sua forma pura. Per esempio: se la linea azzurra del mare ci seduce tanto, è anche perché questa immensità ci ricorda il nostro vero orizzonte; se saliamo sulle alte montagne, è perché nella visione chiara che di lassù si raggiunge del reale, in quella visione fulgida e senza cesure riconosciamo una parte importante di un appello più intimo; se andiamo in cerca di altre città (e, in queste città, di un’immagine, di un frammento di bellezza, di un non so che…), è anche perché stiamo inseguendo una geografia interiore; se semplicemente ci concediamo un’esperienza del tempo dilatata (pasti assunti senza fretta, conversazioni che si prolungano, visite e incontri), è perché la gratuità, e solo essa, ci dà il sapore protratto dell’esistenza stessa.

L’essenziale della vita cristiana (2)

La vita e l’amore qui si sovrappongono fino a identificarsi.
Il segreto della vita è dunque l’amore. Amare ed essere amati consente di sentirsi vivi. Senza questo la vita diviene semplice routine, uno stare al mondo spaesati e inquieti, spesso impauriti. L’amore è la prova sperimentata del senso del vivere, dimostra che l’esistenza non è assurda.
Lo fa non attraverso disquisizioni raffinate e alla fine fredde, ma riempiendo il cuore di consolazione e di gratitudine. Lo fa, inoltre, conferendo alla vita una forma ben precisa, quella che anche gli altri potranno constatare e di cui si rallegreranno. San Paolo la lascia intravedere in queste parole che scrive ai cristiani di Corinto: «La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità».

L’essenziale della vita cristiana (1)

L’essenziale della vita cristiana va ricercato nell’approfondimento del senso stesso della parola “vita”. Vivere non coincide semplicemente con l’essere al mondo, non è neppure un sopravvivere o un vivacchiare. C’è un’intensità nel termine “vita” che lascia intravedere una dimensione misteriosa. I Vangeli ci rivelano che la vita è propria di Dio stesso e che l’uomo ne partecipa per grazia, in forza dell’opera compiuta da colui che è disceso dai cieli come redentore: «In lui- dice l’evangelista Giovanni riferendosi al Verbo eterno- era la vita e la vita era la luce degli uomini». E nella sua prima lettera, pensando all’esperienza vissuta con Gesù, sempre Giovanni dichiara: «La vita si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza».
Gesù stesso dirà in un passaggio del suo insegnamento: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Il segreto della vita vera, intensa, luminosa e travolgente, è l’amore, la cui sorgente è in Dio stesso. Questo è il grande annuncio che il Cristo ha portato al mondo con la sua testimonianza. L’amore come piena espressione della vita è la lieta notizia che l’umanità ha ricevuto dalla Parola eterna venuta in mezzo a noi dalla gloria del mistero trinitario. Alcuni passi, sempre della prima lettera di San Giovanni apostolo, lo dicono in modo chiarissimo e toccante.
Ascoltiamoli: «Questo è il messaggio che avete udito da principio: che ci amiamo gli uni gli altri»; «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli»; «In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito perché noi avessimo la vita per mezzo di lui»; «Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna voi che credete nel nome del Figlio di Dio».

Estate: tempo dell’ascolto

Siamo nel cuore dell’estate. È questo il tempo in cui sono chiuse le scuole e si concentra la maggior parte delle ferie. Anche le attività pastorali della parrocchia sono ridotte. È un momento favorevole per dare il primo posto a ciò che effettivamente è più importante nella vita, vale a dire l’ascolto della Parola del Signore. Ce lo ricorda il Vangelo che narra l’episodio della visita di Gesù a casa di Marta e Maria. Sono due sorelle; hanno anche un fratello, Lazzaro, che però in questo caso non compare. Gesù passa per il loro villaggio e – dice il testo – Marta lo ospitò.
Questo particolare lascia intendere che, delle due, Marta è la più anziana, quella che governa la casa. Infatti, dopo che Gesù si è accomodato, Maria si mette a sedere ai suoi piedi e lo ascolta, mentre Marta è tutta presa dai molti servizi, dovuti certamente all’Ospite eccezionale. Ci sembra di vedere la scena: una sorella che si muove indaffarata, e l’altra come rapita dalla presenza del Maestro e dalle sue parole. Dopo un po’ Marta, evidentemente risentita, non resiste più e protesta, sentendosi anche in diritto di criticare Gesù: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Marta vorrebbe addirittura insegnare al Maestro! Invece Gesù, con grande calma, risponde: “Marta, Marta – e questo nome ripetuto esprime l’affetto –, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno.
Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”. La parola di Cristo è chiarissima: nessun disprezzo per la vita attiva, né tanto meno per la generosa ospitalità; ma un richiamo netto al fatto che l’unica cosa veramente necessaria è un’altra: ascoltare la Parola del Signore; e il Signore in quel momento è lì, presente nella Persona di Gesù! Tutto il resto passerà e ci sarà tolto, ma la Parola di Dio è eterna e dà senso al nostro agire quotidiano. Questa pagina di Vangelo è quanto mai intonata al tempo delle ferie, perché richiama il fatto che la persona umana deve sì lavorare, impegnarsi nelle occupazioni domestiche e professionali, ma ha bisogno prima di tutto di Dio, è luce interiore di Amore e di Verità. Senza amore, anche le attività più importanti perdono di valore, e non danno gioia.
Senza un significato profondo, tutto il nostro fare si riduce ad attivismo sterile e disordinato.
E chi ci dà l’Amore e la Verità, se non Gesù Cristo? Impariamo ad aiutarci gli uni gli altri, a collaborare, ma prima ancora a scegliere insieme la parte migliore, che è e sarà sempre il nostro bene più grande.

La Via dell’Accoglienza

Oggi si parla molto di non‐ luogo e di luogo. In effetti sta mutando un po’ tutto. Muta il concetto di “uomo”. Muta la definizione del “territorio” come “luogo” geografico. Mutano gli spazi di incontro. Ci si disperde ogni giorno in quelli che vengono definiti “non‐luoghi”: spazi che vorrebbero rispondere ai diversi bisogni e si risolvono invece ad essere luoghi privi di identità, di relazioni, di storia; luoghi dove si transita, ma non ci si vive, luoghi di massificazione e regno dell’anonimato e dell’indifferenza dove le individualità, se si incrociano, non entrano mai in relazione. E sono i mega centri commerciali, i sistemi viari (rete autostradale, aeroporti, stazioni di servizio, metropolitane), il sistema dominante il tempo libero (villaggi turistici, parchi di divertimento, mega sale gioco, le spiagge a dieci file di utenti), e non ultimi gli agglomerati urbani periferici.   Sono “spazi in cui colui che l’attraversa non può leggere nulla né della sua identità, né dei suoi rapporti con gli altri. Il luogo, invece, sviluppa due nuovi concetti – il territorio come dimora, casa comune, spazio sociale – la ricettività come ospitalità: es. borghi ospitali, comunità ospitali. Ecco allora l’importanza dell’accogliere. Il ministero dell’accoglienza ha un suo tratto distintivo. E sono tanti gli elementi che definiscono il territorio come dimora, casa, abitazione per il viandante, il turista, il pellegrino di questi nostri giorni: elementi strutturali (strutture recettive, sportive, ricreative, culturali, trasporti); elementi ambientali (pulizia, cura del verde, manutenzione degli spazi  pubblici, contenimento dei rumori, controllo dell’inquinamento…); elementi di servizio (informazione, servizi complementari per sorprendere gli ospiti); elementi culturali (favorire l’incontro, l’integrazione, le relazioni); elementi emozionali (simpatia, cordialità, attenzione). Un circuito virtuoso delle relazioni ospitali.

La Via della Strada

Nel libro degli Atti degli Apostoli al capitolo 9 versetto 1 si legge: “Saulo, spirando ancora minacce e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco, al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme tutti quelli che avessero trovato, uomini e donne, appartenenti a questa Via”.
Quelli della Via, quelli della strada, Saulo chiama i cristiani. Quelli cioè che si sono messi sulla Strada di Gesù Cristo.  Capiterà anche a Lui fermarsi sulla Strada e seguire poi quella Via.
Ci sentiamo un po’ tutti in “regola”. Ognuno di noi è uno di “quelli della Via”!
La via qui indica un sogno, un progetto, una dottrina, un insegnamento…una strada da percorrere…una meta da raggiungere…un uomo da seguire, Gesù Cristo la Via!
Oggi l’uomo ha ricominciato ad essere viator… Sta tornando a fare della Via, del muoversi, del camminare, dell’uscire, del viaggiare, dell’andare uno stile di vita. Torna a vivere la strada, la via. E la Via parla, propone, espone, indica, osserva: chi vi transita, chi la guarda, chi si ferma, chi vende e chi si vende… Sulla Via, sulla strada si torna a pensare chi siamo…
Come i due di Emmaus, tristi, confusi, amareggiati, malinconici fino a quando uno sconosciuto, non si affianca e fa di quell’avvicinarsi, di un gesto, di una parola l’incontro fondamentale della vita. Una vita ridonata. Si torna a camminare. L’homo viator di oggi è un assetato di infinito.
Rivive sulla propria pelle l’avventura di S. Agostino, cercatore di Dio, cercatore della Via, cercatore della vita. Scrive Agostino nei “Trattati su Giovanni”: Tu cerchi la via? Ascolta il Signore che ti dice in primo luogo: Io sono la via. Prima di dirti dove devi andare, ha premesso per dove devi passare: “Io sono”, disse “la via”! La via per arrivare dove? Alla verità e alla vita. Prima ti indica la via da prendere, poi il termine dove vuoi arrivare. “Io sono la via, Io sono la verità, Io sono la vita”.

Predicazioni, persecuzioni, preghiera

Mettiamo l’accento su “tre dimensioni” di questa “vita di Paolo in movimento, sempre in cammino”.
San Paolo, una vita sempre in moto per annunciare Cristo
La prima “è la predicazione, l’annunzio”. Paolo, va da una parte all’altra ad annunziare Cristo e quando
non predica in un posto, lavora. Ma quello che fa di più, è la predicazione: quando è chiamato a predicare
e ad annunziare Gesù Cristo, è una passione la sua! Non è seduto davanti alla sua scrivania: no.
Lui sempre, sempre è in moto. Sempre portando avanti l’annuncio di Gesù Cristo. Aveva dentro un fuoco, uno zelo … uno zelo apostolico che lo portava avanti. E non si tirava indietro. Sempre avanti.
E questa è una delle dimensioni, che gli porta difficoltà, davvero.
Con il sostegno dello Spirito Santo è possibile affrontare le persecuzioni La seconda dimensione di questa vita di Paolo, sono le difficoltà, più chiaramente le persecuzioni.
Paolo va a giudizio, perché lo ritengono “un perturbatore”. E lo Spirito ispirò a Paolo un po’ di furbizia e sapeva che non erano ‘uno’, che fra loro c’erano tante lotte interne, e sapeva che i sadducei non credevano nella Risurrezione, che i farisei ci credevano … e lui, un po’ per uscire da quel momento, disse a gran voce: ‘Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei. Sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dai morti’. Appena ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra i farisei e i sadducei e l’assemblea, perché i sadducei non credevano … E questi, che sembravano essere ‘uno’, si sono divisi, tutti”.
Costoro erano i custodi della Legge, i custodi della dottrina del Popolo di Dio, i custodi della fede, ma uno credeva una cosa, uno l’altra. Questa gente aveva perso la Legge, aveva perso la dottrina, aveva perso la fede, perché l’avevano trasformata in ideologia, lo stesso la dottrina.
La forza di San Paolo è la preghiera, l’incontro con il Signore San Paolo ha dovuto lottare tanto su questo. La prima dimensione della vita di Paolo è l’annuncio, lo zelo apostolico: portare avanti Gesù Cristo, la seconda è: soffrire le persecuzioni, le lotte.
Infine, la terza dimensione: la preghiera. Paolo aveva questa intimità con il Signore.
Gli veniva accanto tante volte. Una volta lui dice che è portato quasi al settimo cielo, nella preghiera, e non sapeva come dire le cose belle che aveva sentito lì. Ma questo lottatore, questo annunciatore senza fine di orizzonte, sempre di più, aveva quella dimensione mistica dell’incontro con Gesù. La forza di Paolo era questo incontro con il Signore, che faceva nella preghiera, come è stato il primo incontro sul cammino per Damasco, quando andava a perseguitare i cristiani. Paolo è l’uomo che ha incontrato il Signore, e non si dimentica di quello, e si lascia incontrare dal Signore e cerca il Signore per incontrarlo. Uomo di preghiera.
Questi sono i tre atteggiamenti di Paolo che ci insegna questo passo: lo zelo apostolico per annunciare Gesù Cristo, la resistenza – resistere alle persecuzioni – e la preghiera: incontrarsi con il Signore e lasciarsi incontrare dal Signore. E così Paolo andava avanti fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni del Signore. Che il Signore ci dia la grazia, a tutti noi battezzati, la grazia di imparare questi tre atteggiamenti nella nostra vita cristiana: annunziare Gesù Cristo, resistere alle persecuzioni e alle seduzioni che ti portano a staccarti da Gesù Cristo, e la grazia dell’incontro con Gesù Cristo nella preghiera.

SS. Pietro e Paolo (2)

Ma tu, chi dici che io sia? Io capisco di Cristo solo ciò che vivo di Cristo.
La vita non sta in ciò che dico della vita, ma in ciò che vivo della vita.
Cristo non è uno che devo capire, ma uno che mi attrae; non uno che interpreto, ma uno che mi afferra. La croce non ci fu data per capirla, ma per aggrapparci ad essa. «Capire» Gesù, definirlo, può essere anche facile, ma «com-prenderlo» nel senso originario di prendere per me, afferrare, stringere, possedere il suo segreto, è possibile solo se la sua vita mi ha «afferrato».
Corro perché conquistato, dice Paolo. Corro perché preso, vinto, prigioniero, sedotto da Cristo.
La nostra vita non avanza per decreti, ma per una passione. Non per colpi di volontà, ma per attrazione. Io sono cristiano per divina seduzione: io, prigioniero di Cristo, afferrato da Lui, corro per afferrarlo.
Pietro risponde: Tu sei il Figlio del Dio vivente.
Sei il figlio, vuol dire «tu porti Dio qui, fra noi.
Tu fai vedere e toccare Dio, il Vivente che fa vivere. Sei il suo volto, il suo braccio, il suo progetto, la sua bocca, il suo cuore».
Provo anch’io a rispondere: Tu sei per me crocifisso amore, l’unico che non inganna. Tu sei disarmato amore, che non si impone, che mai è entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero. Tu sei vincente amore.

Si converte l’uomo che scopre di essere amato da Dio

La parola inaugurale di Gesù, premessa a tutto il Vangelo è: convertitevi. E subito il «perché» della conversione: perché il regno si è fatto vicino. Ovvero: Dio si è fatto vicino, vicinissimo a te, ti avvolge, è dentro di te. Allora «convértiti» significa: gìrati verso la luce, perché la luce è già qui.
La conversione non è la causa ma l’effetto della tua «notte toccata dall’allegria della luce».
Immaginavo la conversione come un fare penitenza del passato, come una condizione imposta da Dio per il perdono, pensavo di trovare Dio come risultato e ricompensa all’impegno.
Ma che buona notizia sarebbe un Dio che dà secondo le prestazioni? Gesù viene a rivelarci che il movimento è esattamente l’inverso: è Lui che mi incontra, che mi raggiunge, mi abita.
Gratuitamente. Prima che io faccia qualcosa, prima che io sia buono, Lui mi è venuto vicino.
Allora io cambio vita, cambio luce, cambio il modo di intendere le cose. La verità è che noi siamo immersi in un mare d’amore e non ce ne rendiamo conto. Quando finalmente me ne rendo conto, comincia la conversione. Cade il velo dagli occhi, come a Paolo a Damasco.

SS. Pietro e Paolo Apostoli (1)

La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo? La risposta è bella e insieme sbagliata: Dicono che sei un profeta, una creatura di fuoco e di luce, come Elia; una creatura di forza e di vento, come il Battista; profeta, voce di Dio e suo respiro.
Ma voi, chi dite che io sia? Gesù è la domanda dentro le nostre risposte facili, è domanda che risveglia, che fa vivere. Dio crea la fede attraverso domande.
Ma voi” La domanda è preceduta da una contrapposizione: Ma voi, voi invece, che cosa dite? Voi che mi seguite da anni, voi che mi avete visto sorridere, piangere, respirare, moltiplicare il pane… Come se i Dodici fossero di un altro mondo; come se non dovessero mai omologarsi al sistema.
Pietro risponde: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E Gesù: Su questa pietra edificherò la mia Chiesa. Pietro è roccia per la Chiesa, e per l’uomo, nella misura in cui ripete che Dio si è donato in Cristo, che Cristo, crocifisso, è vivente, che tutti siamo figli nel Figlio.
Questa è la fede-roccia, il primato di Pietro che costruisce la Chiesa. Come Pietro, modello del credente, anch’io sono chiamato a diventare roccia e chiave: roccia che dà appoggio, sicurezza, stabilità al fratello che mi è affidato; chiave che apre le porte belle di Dio, di un Regno dove la vita fiorisca. Come Pietro anch’io chiamato a legare e a sciogliere, a creare cioè nella mia storia strutture di riconciliazione, di prossimità.