Il mistero del tempo Pasquale

Tempo dello Spirito Santo

“La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il Sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Detto questo mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv 20, 19-20).
L’incontro col Risorto porta pace e gioia. Il motivo della gioia pasquale e della pace interiore scaturisce non solo dalla fede nella risurrezione del Signore e dalla sua continua presenza in mezzo a noi, ma anche dal fatto che, mediante i sacramenti pasquali, noi siamo risorti con lui a vita nuova ed immortale.
Ad una abbondante espressione liturgica di gioia deve corrispondere nel cuore dei fedeli il dono della vera gioia pasquale, suscitata dall’azione dello Spirito Santo, che il Signore risorto in questo sacro tempo effonde sulla sua Chiesa in modo specialissimo. Infatti, i frutti dello Spirito sono “amore, gioia, pace …” .
“Le gioie del mondo vanno verso la tristezza senza fine. Invece le gioie rispondenti alla volontà del Signore portano alle gioie durature ed intramontabili coloro che le coltivano assiduamente.
Perciò l’Apostolo dice: “ve lo ripeto ancora: rallegratevi” (Fil 4, 4). Egli esorta ad accrescere sempre più la nostra gioia in Dio mediante l’osservanza dei suoi comandamenti, perché quanto più avremo lottato in questo mondo per obbedire ai precetti del Signore, tanto più saremo beati nella vita futura, e tanto maggior gloria ci guadagneremo agli occhi di Dio”. Ecco perché le formule del congedo della Messa particolarmente indicate per il tempo pasquale sono: “La gioia del Signore sia la vostra forza. Andate in pace” oppure “Andate e portate a tutti la gioia del Signore risorto”

Il mistero del tempo Pasquale

Tempo dello Spirito Santo

Nei giorni pasquali lo Spirito Santo, donato dal Signore risorto, esercita una crescente opera di manifestazione e santificazione fino alla sua piena effusione nel giorno di Pentecoste.
Già la sera del giorno stesso della risurrezione, nella sua prima apparizione ai discepoli radunati nel cenacolo, il Signore dona una prima effusione dello Spirito Santo: “alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo…” (Gv 20, 22).
Il libro-guida di questo tempo liturgico, secondo l’antica tradizione, è il libro degli Atti degli Apostoli: il protagonista è lo Spirito Santo, che forma e guida la Chiesa nascente.
Le ferie che intercorrono tra l’Ascensione e la Pentecoste acquistano particolare importanza, con formulari propri, che richiamano la promessa dello Spirito Santo e dispongono i fedeli ad attendere ed invocarne la venuta. Infine la solenne Veglia e il giorno di Pentecoste celebrano l’effusione con potenza dello Spirito Santo, frutto del mistero pasquale.

Il mistero del tempo Pasquale

Tempo del Risorto

Il mistero del tempo pasquale ha le sue radici nella speciale presenza del Signore risorto, infatti: “Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio” (Atti 1, 3).
E’ questa singolare presenza del Risorto che la Chiesa celebra attualizzandola nel tempo di Pasqua, presenza che riempie di gioia il cuore dei discepoli. Il cero pasquale, che splende davanti all’assemblea liturgica, esprime simbolicamente la luce del Risorto che illumina la sua Chiesa.
I vangeli delle tre prime domeniche di Pasqua raccontano le apparizioni del Risorto e nei giorni della solenne ottava pasquale vengono proposti con ordine tutti i brani evangelici relativi alle apparizioni del Signore.
Lo stupore e il mistero della risurrezione pervadono tutta la liturgia del tempo raggiungendo espressioni di alta spiritualità come nella sequenza Victimae paschali laudes, nella quale il primo annunzio dato da Maria di Magdala, prima testimone della risurrezione, si fonde con la rinnovata adesione e testimonianza della Chiesa di tutti i tempi: “Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto. Tu, Re vittorioso, portaci la tua salvezza”. Il tempo pasquale intende quindi rendere attuale, in modo del tutto speciale, rispetto agli altri tempi sacri, quel singolare incontro con Gesù risorto che nei quaranta giorni della Pasqua apparve veramente ai suoi discepoli e che oggi continua la sua presenza ed azione, sempre vere e reali, nel modo mistico-sacramentale delle azioni liturgiche.

I gesti preziosi dei volontari della Parrocchia

Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?”. Il Vangelo di Matteo che è stato proclamato il mercoledì santo, ci ricorda che la Pasqua, prima di essere celebrata, va preparata.
La prima e fondamentale preparazione è stato il nostro cuore, il nostro animo, evidentemente.
Ma nella domanda e nell’atteggiamento degli apostoli sento e vedo il volto di alcune persone della nostra comunità parrocchiale. Prima delle celebrazioni pasquali che abbiamo vissuto insieme c’è stata la presenza importante di coloro che hanno preparato l’ambiente, cioè la nostra Chiesa, perché si potesse celebrare decorosamente la Pasqua. Anche quest’anno, come in altre occasioni, rinnovo il mio ringraziamento e la mia gratitudine a tutte queste persone che con impegno, dedizione, costanza e passione hanno sistemato, adornato, addobbato e pulito l’ambiente.
Soprattutto sottolineo, mettendo in risalto, i continui interventi necessari di sistemazione tra una celebrazione e l’altra. Dietro ad ogni rito c’è una regia, una macchina organizzativa eccellente.
Un servizio sempre prezioso e talvolta poco gratificato.
Ringrazio anche tutti coloro che, nelle varie celebrazioni pasquali, erano presenti, segno di una comunità viva e partecipe. In modo particolare un ringraziamento a coloro che hanno svolto servizi per rendere più partecipe la nostra preghiera: ministranti, lettori, cantori, organisti.
Questa è stata la Pasqua che abbiamo celebrato, augurandoci una crescita nella santità.

Oggi è Pasqua

“Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo trionfa. Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto”.
È un annuncio di gioia che percorre tutta la liturgia pasquale. Siamo sicuri che verrà accolto nel profondo dell’esistenza di ognuno di noi che saremo partecipi, come comunità parrocchiale, per celebrare il mistero della nostra salvezza, come una luce che rischiara il cammino quotidiano.
Non oso pensare che noi cristiani di san Fiorano correremo il rischio di lasciarci scivolare via, senza scalfirci, senza produrre alcun effetto, questa Pasqua. Neppure oso pensare che sarà per noi solamente un momento rituale, tanto solenne quanto disancorato dalla realtà di ogni giorno e dai suoi problemi. Sono convinto, invece, che vivremo insieme la Pasqua e ne faremo esperienza di vita comunitaria ed esperienza nella nostra carne.
Sì, da questo mistero di salvezza troveremo vigore e forza per testimoniare nella nostra esistenza un’altra vita, nuova, piena, donata. Così impareremo a considerare tutte quelle piccole risurrezioni che ci consentono di intravedere ciò che è accaduto in Gesù Cristo.
Quando l’amore farà sempre il primo passo e permetterà il perdono … Quando lo sguardo o la mano tesa consentiranno all’uomo ferito di rialzarsi e di riprendere il cammino … Quando la vita verrà condivisa e donata … Tutte queste piccole risurrezioni al plurale saranno un segno che ciascuno di noi e tutti insieme abbiamo celebrato la Pasqua. Potranno diventare un invito e un monito perché altri membri della nostra Parrocchia si sentano coinvolti in prima persona ad entrare in questo Mistero e non dovranno cercare altrove: la risurrezione è già donata.
La forza della Risurrezione ha la capacità di coinvolgere tutti. I segni della tomba vuota offrono un indizio valido per il discepolo “che Gesù amava” e sono offerti anche a noi attraverso il Vangelo.
Da questo spunto e da altri, che possono essere accolti nella nostra vita, parte il cammino della relazione personale che ogni credente deve instaurare col il Cristo Risorto.
Insieme abbiamo condiviso il punto di partenza, l’itinerario della Quaresima.
Insieme abbiamo vissuto i vari momenti e le tappe di questo cammino di adesione a Cristo.
Ora, insieme come credenti e comunità cristiana, ci ritroviamo a celebrare il Signore della Vita.
La Pasqua di Gesù è il culmine di una vita spesa totalmente nella dedizione per gli altri, nell’amore del prossimo, alla luce di una radicale relazione con Dio Padre. È solo in questo orizzonte che trova davvero senso la ricerca della felicità cristiana.
In questo senso, allora, la felicità della Pasqua può diventare qualcosa di quotidiano, di “semplice”, che illumina e orienta tutti i nostri giorni.

Contempliamo il crocifisso

È lo stupore a dominare la celebrazione di oggi, di pari passo con il dolore.
Un’emozione tanto ricercata quanto vilipesa: nulla più stupisce oggi, eppure vogliamo essere stupiti per essere interessati. La mancanza di stupore è mancanza di aspettative, di idee, di progetti disponibili a farsi cambiare in modo inaspettato e repentino. Vogliamo la novità, ma solo nei tempi e nei modi che ci fanno più comodo. Essere stupiti è un po’ come essere traditi: le cose non vanno come previsto e siamo costretti, dolorosamente, a rivedere le nostre speranze. È doloroso, quindi preferiamo non sperare. La croce è come una lama piantata nell’apatia dell’animo umano: una contraddizione incredibile, che ci spoglia delle maschere e delle ipocrisie, anche di quelle più pie e sante, e ci mette di fronte al dolore di fare i conti con la vita.

Oggi la liturgia ci invita a contemplare il Cristo in croce, a stare in silenzio davanti a lui, lasciandoci accompagnare dal racconto della Passione secondo Giovanni. Lì troviamo una domanda, che del resto percorre tutto il vangelo: chi è Gesù? È proprio la croce, paradossalmente, a svelarlo, perché quella è «l’ora» in cui tutto viene manifestato. Viene manifestato Gesù. La sua divinità appare proprio nella debolezza, nella fragilità, là dove mai e poi mai avremmo creduto di trovare Dio. Facciamo fatica a riconoscerlo nel volto sfigurato del Cristo. Abituati a considerare Dio come colui che sfugge alle insidie e riporta sempre la vittoria, ci troviamo in difficoltà davanti alla condanna e alle umiliazioni a cui viene sottoposto Gesù, alla sconfitta che subisce sotto gli occhi di tutti. È la sua morte, per amore, che risulta fondamentale per cogliere la sua identità. Il Messia disarmato e flagellato, condannato e messo a morte, emana una forza interiore a cui non si può resistere. È la forza dell’amore, che non si dà per vinto, neanche di fronte al rifiuto, all’ingratitudine, alla cattiveria. Ed è insieme la forza della verità, che trionfa sulle oscure forze del male. Viene manifestato anche il volto di Dio, il Padre. Non è affatto il Dio che esige il sacrificio, ma il Dio che offre il proprio Figlio. E «soffre» accanto a lui sulla croce. Non è il Dio che piega gli altri al suo volere, ma colui che propone un progetto di amore attraverso la croce del Figlio. Non è il Dio che resta lontano dalle vicende umane, ma il Dio che pianta la sua tenda nella nostra storia e corre tutti i rischi che questo comporta. Viene manifestata anche la nostra identità. Ai piedi della croce ci scopriamo destinatari di questo amore tanto smisurato da essere sconvolgente. Ai piedi della croce riceviamo il dono che Cristo ci fa della sua vita. Ci lasciamo dunque bagnare dall’acqua e dal sangue che escono dal suo costato aperto, ci lasciamo rigenerare dal battesimo e dall’eucaristia, dalla grazia “a caro prezzo”, dal sacrificio che cambia la storia. È proprio dalla croce, strumento di condanna e di morte, che ci giunge la vita. Quel legno, irrorato dal sudore dell’agonia, dal sangue che esce da un corpo martoriato, diventa l’albero della vita a cui tutti ci rivolgiamo per ricevere misericordia e salvezza. Da quel legno, issato sulla collina del Calvario, scende a noi la grazia di Dio, come un dono immeritato, il dono di una vita, spezzata per amore.

I gesti di quella sera

Il cammino quaresimale ci ha portati al suo culmine: la scelta libera e responsabile di accogliere la vita di Cristo e di donarla a nostra volta. Gesù consegna ai suoi discepoli, quindi anche a noi, il gesto memoriale di questa scelta, ovvero la celebrazione della sua morte e risurrezione nei segni del pane e del vino. L’eucaristia celebra il dono della vita, ricevuto e dato: un fatto senza tempo, in quanto senso profondo della vita stessa, segno della nostra somiglianza con Dio.
Saremo giudicati su questo: non se avremo fatto cose buone o cattive, ma se avremo concluso la nostra vita ringraziando per essa e donandola per amore degli altri. Nel rito del pane e del vino la barriera tra sacro e profano cade: la vita diventa liturgia, cioè azione di grazie e offerta a Dio; la liturgia diventa vita, cioè esperienza di fraternità concreta.

È strano: di quella sera, in cui Gesù celebra la Cena della Pasqua antica prima di affrontare la sua Pasqua di morte e risurrezione, gli evangelisti ricordano due gesti diversi. Non tutti e due, ma o l’uno o l’altro.
Matteo, Marco e Luca ricordano il pane spezzato e il calice del vino offerto ai commensali; Giovanni la lavanda dei piedi. A entrambi i gesti è legato un comando esplicito di Gesù, perché i discepoli li ripetano.
In effetti in quelle azioni c’è tutto Gesù, la sua vita e la sua morte, la sua Passione e la sua risurrezione. Solo attraverso quei gesti possiamo comprendere e accogliere il suo dono. C’è un pane sulla tavola, ma non è un pane qualunque. È la stessa vita di Gesù, quella vita che è stata interamente offerta. Gesù ha regalato tutto: il suo tempo e le sue energie, la sua misericordia e la sua compassione, la sua lotta contro il male e contro ogni ipocrisia, la sua difesa dei piccoli e degli abbandonati. C’è del vino sulla tavola, ma non è un vino qualsiasi. Ha il colore del sangue, quel sangue versato dalla croce, per un’alleanza nuova ed eterna, un’alleanza che nulla avrebbe potuto più infrangere e mettere in pericolo. Ha il colore caldo dell’amore, che si sacrifica fino in fondo. Chi può sedersi a questa tavola, chi può mangiare questo pane e bere questo vino? Solo chi ammette di essere un povero, solo chi dichiara la sua fame e la sua sete, solo chi viene con il suo desiderio di entrare in comunione con lui e di essere trasformato. Ci sono un catino e una brocca, un grembiule e un asciugatoio. Gesù vuole lavarci i piedi per liberarci da ogni male, da ogni cattiveria presente nel nostro cuore. Gesù accetta di chinarsi, di inginocchiarsi davanti a noi, di diventare nostro servo, pur di farci entrare in un’esistenza nuova.
Dobbiamo allora abbandonarci al suo amore con la stessa fiducia di un bambino.
Solo così potremo entrare nel suo Regno, dopo essere stati interamente lavati dalla sua misericordia smisurata.
La celebrazione si conclude con la processione con il Santissimo Sacramento fino alla Chiesina. Breve momento di Adorazione Comunitaria e spazio per la preghiera silenziosa e personale.

Per una vigorosa mitezza

Gesù nei vangeli non è immune al sentimento della rabbia: esprime la sua indignazione verso la fredda e spietata ipocrisia dei farisei, dei sacerdoti e degli anziani. I loro atteggiamenti sono così contrari a quelli di Gesù che egli non può fare a meno di fremere. L’ira diventa un vizio quando si decide di alimentarla, di assecondarla, sacrificando ad essa tutto il resto. Gesù non fa così. Il Figlio di Dio prova rabbia, che diventa tristezza per le meschinità interiori degli uomini: così, in modo totalmente mite e arrendevole, può assecondare la volontà del Padre che vede nel suo sacrificio la via per cambiare i cuori. È questa volontà divina di salvezza a orientare Gesù anche nella sua umanità: nel suo rapporto perfetto con Dio, avrebbe potuto ignorare tutto il resto, ma è proprio questo rapporto perfetto che gli impedisce di conservare per sé questo privilegio. Quanto le nostre azioni sono guidate da una simile volontà di salvezza? E quanto invece dall’orgoglio personale che cerca soddisfazione per ogni minima offesa? I conflitti di questi ultimi anni dovrebbero ricordarci quanto dolore e sofferenza inutili siamo in grado di provocarci a vicenda. Anche se magari non siamo direttamente coinvolti, quale primo, difficile passo potremmo fare verso la pace?

Temperanza e Ira

Saper resistere all’ira non è solo questione di carattere: è una precisa scelta, che può esporre a situazioni di debolezza. Giotto rappresenta questa virtù come una donna composta, quasi austera, che regge in mano una spada saldamente fasciata dentro il fodero, segno dell’intenzione di non usarla mai. In bocca ha un morso da cavallo, indice di un autocontrollo che inizia già dal modo di parlare. Al contrario, l’ira è una donna in preda alla frenesia, imbruttita dall’odio, che si straccia le vesti nel tentativo di trovare uno sfogo: una posa molto simile a quella del sacerdote Caifa, rappresentato da Giotto nel riquadro che racconta il processo di Gesù davanti al sinedrio. L’ira è fonte di scelte impulsive e sbagliate e, in ultima analisi, lascia molto più vulnerabili della temperanza.

Cuore che arde

Il 24 marzo 2024 segna la trentaduesima Giornata dei Missionari Martiri.
L’evento ha origine nella commemorazione di Sant’Oscar Romero, ucciso nella stessa data nel 1980.
Questo giorno, scelto in coincidenza con l’uccisione dell’Arcivescovo di San Salvador, è un’occasione per riflettere sul significato dell’eredità che ha lasciato e per onorare quanti, come lui, hanno sacrificato la propria vita nel servizio.
La data del 24 marzo fu scelta in modo simbolico, per sottolineare la fedeltà al Vangelo dimostrata da coloro che hanno sacrificato la propria esistenza nell’annuncio della Buona Novella, in condizioni spesso ostili e ingiuste, proprio come Romero. In quest’occasione, la comunità è invitata a commemorare non solo i missionari caduti, ma anche a riflettere sul significato del loro sacrificio. Il loro esempio ci spinge a un impegno rinnovato nell’assistenza ai più bisognosi e nel combattere le ingiustizie sociali, ricordandoci che anche nei luoghi più remoti e dimenticati, il messaggio di speranza del Vangelo resta vitale e trasformativo. Per questa edizione, è stato scelto il titolo “Un cuore che arde”, un riferimento al brano dei discepoli di Emmaus. Richiama la forza della testimonianza dei martiri che, come Gesù attraverso la condivisione della Parola e il pane spezzato, con il loro sacrificio accendono una luce e riscaldano i cuori di intere comunità cristiane, ispirando una nuova conversione, dedizione al prossimo e al bene comune. Durante questa Giornata, che cade la Domenica delle Palme e nel corso di tutta la Settimana Santa, uniamoci nella preghiera per tutti i missionari, soprattutto per coloro che hanno perso la vita nel servizio.