La nostra meta

Oggi è la festa della nostra memoria, la memoria storica che prepara il futuro. Facciamo memoria di tutte le persone che ci hanno preceduto e, avendo vissuto bene, adesso sono nella gloria di Dio. La memoria è il ricordo del passato, ma in questo caso è ricordo del futuro: ricordiamo coloro che sono davanti a noi, ci aspettano e costituiscono la nostra meta, il traguardo verso cui anche noi camminiamo. I Santi sono uomini e donne che hanno rea-lizzato la loro vita, sono coloro che hanno sulla fronte il sigillo del Dio vivente. È una immagine che adopera il libro dell’Apocalisse per indicare coloro che hanno nella mente, nel cuore, nell’animo, il progetto stesso di Dio. Che cosa è un sigillo? È un oggetto che noi non adoperiamo più – al massimo parliamo di una lettera sigillata o di un vasetto ben sigillato – nel nostro modo di parlare vuol dire che è chiuso bene. Il sigillo però non è un elemento di chiusura, ma di autenticazione, è come un timbro. Nell’antichità i grandi sovrani adoperavano un anello con dei segni particolari che venivano impressi nella ceralacca, lasciando così un segno di autenticazione. Quando un’autorità mette il sigillo su un documento vuol dire che lo riconosce come autentico: è proprio suo, ha valore. La parola sigillo noi la adoperiamo nella liturgia soprattutto nella celebrazione della Cresima. Chi l’ha già fatta dovrebbe ricordare che cosa gli ha detto il vescovo in quel momento e chi si prepara a farla comincia a comprenderne il significato. Che cosa dice il vescovo al ragazzo che riceve la Cresima? Gli mette una mano sulla testa e con il pollice, bagnato nel sacro Crisma, gli fa un segno di croce sulla fronte dicendo: “Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono”. Eccolo il sigillo di Dio: è quel segno di croce fatto con il Crisma sulla fronte. Non è una chiusura, è un segno di appartenenza: appartieni al Signore, perché ti è stato dato in dono lo Spirito Santo che è il suo amore, la sua forza, la sua capacità di vivere bene. Questo gesto del segno di croce sulla fronte è il primo che si compie nel rito del battesimo. Quando si accoglie un bambino, prima di iniziare la celebrazione, si fa il segno della croce sulla fronte: “Ti segno con il segno della croce”. È il sigillo del Dio vivente – è come mettere il timbro – è molto di più … è mettere dentro la testa il pensiero stesso di Dio. Quand’è che vi fate un segno di croce sulla fronte? Durante la Messa, prima di ascoltare il Vangelo. Talvolta può essere un gesto banale fatto semplicemente senza pensarci, invece è un gesto importante: ascoltando l’annuncio del Vangelo tutti i partecipanti portano la mano alla fronte e si fanno un segno di croce; poi ne fanno uno sulle labbra e un altro sul petto all’altezza del cuore. Quel segno di croce sulla fronte è il sigillo del Dio vivente, è una silenziosa preghiera con cui diciamo al Signore: “Mettimi nella testa le tue idee, dammi la tua mentalità”. Ce lo hanno fatto all’inizio nel battesimo, lo ripete il vescovo solennemente nel giorno della Cresima, lo ripetiamo noi tutta la vita ascoltando il Vangelo. Quando alla fine della vita riceveremo l’Unzione degli infermi, ancora una volta il sacerdote farà sulla nostra fronte un segno di croce: il sacramento della Unzione serve proprio per affidare al Signore una persona che soffre e sta per lasciare la terra.
Dall’inizio alla fine il sigillo del Dio vivente è impresso sulla nostra fronte: perciò deve entrare nel nostro cuore, deve diventare il nostro modo di pensare.
Impariamo dunque a pregare proprio così: “Signore, insegnami a pensare secondo il tuo stile, insegnami a riflettere secondo i tuoi criteri, insegnami a ragionare come ragioni tu, a volere le cose come le vuoi tu, mettimi nella testa la tua parola”. È una preghiera da fare dall’inizio alla fine della vita: “Signore, insegnami quello che devo fare, dammi la forza di fare quello che devo, fammi capire come devo comportarmi, aiutami a fare bene, mettimi nella testa l’idea del tuo
bene”. Ricordiamoci i Santi, che hanno vissuto be-ne e sono felici nella gloria. Noi siamo in cammino verso di loro. Chiediamo al Signore che imprima nella nostra fronte, il sigillo della sua volontà e ci metta in testa il suo modo di vedere perché anche noi possiamo arrivare alla santità eterna.

Sacratissimo Cuore di Gesù

La solennità del Sacro Cuore di Gesù è, rispetto a molte altre dell’anno liturgico, una festa alquanto recente. Per i suoi inizi dobbiamo risalire a santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690), proclamata santa da Papa Benedetto XV il 13 maggio 1920. Durante una visione ella fu incoraggiata da Gesù a ricevere la Comunione ogni primo venerdì del mese ed è così che ebbe inizio la spiritualità del Sacro Cuore con le sue particolari devozioni. Per onorare il Cuore di Cristo e riparare alle offese da lui ricevute si cominciò pure a celebrare una particolare festa che, diffusa in modo particolare dalla Compagnia di Gesù, si diffusa grandemente al punto da convincere il beato Pio IX a proclamarla festa per tutta la Chiesa.
C’è una particolare preghiera colletta, che ce ne rammenta l’ispirazione originaria: «Padre misericordioso, che nel Cuore del tuo Figlio trafitto dai nostri peccati ci hai aperto i tesori infiniti del tuo amore, fa’ che rendendogli l’omaggio della nostra fede adempiamo anche al dovere di una degna riparazione».
Nel 1956, anno centenario dell’istituzione di questa festa, per difendere la devozione al Sacro Cuore dagli attacchi avvenuti nel tempo, il Venerabile Pio XII scrisse l’enciclica Haurietis aquas dove si legge che il Cuore sacratissimo di Gesù è «il simbolo più espressivo di quella inesausta carità, che il Divin Redentore nutre tuttora per il genere umano. Esso, infatti, benché non sia più soggetto ai turbamenti della vita presente, è sempre vivo e palpitante, e in modo indissolubile è unito alla Persona del Verbo di Dio e, in essa e per essa, alla divina sua volontà». Questa solennità ci permette, dunque, di gettare uno sguardo nel cuore di Gesù, che nella morte fu aperto dalla lancia del soldato romano.
C’è per questo un bellissimo e commovente testo di san Bernardo, che può esserci d’aiuto.
Questo il titolo di quella sua omelia: Come nelle ferite aperte di Cristo la Chiesa scopre le ricchezze della divina misericordia. A un certo momento san Bernardo dice così: «Tutto quello che mi manca io lo attingo dal costato aperto del Signore dove confluisce la misericordia; né mancano le feritoie da cui quella misericordia può uscire. Hanno ferito le sue mani e i suoi piedi, e con la lancia gli hanno aperto il costato: da lì ora io posso succhiare il miele dalla pietra, ricevere l’olio da un sasso durissimo e cioè: “vedere e gustare quanto è buono il Signore”». Poco più avanti con animo commosso aggiunge: «Il ferro della lancia lo ha trapassato e si avvicinato al suo cuore sicché ora non è più possibile che Egli non compatisca le mie infermità. Attraverso la ferita del corpo si manifesta il segreto del suo cuore; si manifesta il grande sacramento della pietà, si manifestano le viscere di misericordia del nostro Dio, nelle quali ci visita un sole che sorge dall’alto». Guardando a Cristo noi contempliamo il suo cuore che vuole tutti salvi.
Il suo è un amore non sdolcinato, ma forte e fedele, capace di amare sino a dare la vita, un amore umanissimo che ci riporta a riconsiderare i sentimenti che ci animano e ci spingono ad agire.
Non possiamo tacere il clima di violenza verbale e fisica che ferisce la convivenza e chiede urgentemente di rivedere la qualità dei nostri sentimenti e delle nostre relazioni.
In un mondo altamente tecnologizzato ci stiamo disumanizzando, e il grido di tante sorelle e fratelli che soffrono per la violenza e la guerra, per l’indifferenza, deve scuoterci e chiamarci a un cambiamento radicale; deve farci uscire dalle nostre zone di confort, dalle nostre posizioni difensive e di paura per allargare lo spazio del nostro cuore. Si, abbiamo bisogno di ritornare al cuore, di lasciarci trafiggere per imparare di nuovo il vero amore. Lo possiamo fare solo se ritorniamo al cuore di Dio, a quello del Figlio crocifisso per noi, al suo amore smisurato e sovrabbondante che solo può cambiare il nostro povero cuore che sta sperimentando il crollo della propria illusoria onnipotenza.

Tutto è presente nel frammento

Tutto è contenuto nel frammento… in ogni minima parte del pane eucaristico è presente tutto il Signore Gesù. È un principio di fede che ci aiuta a superare il discorso della quantità per valorizzare piuttosto la qualità. Non è la quantità di pane che serve per saziare ma è la qualità del cibo che ci viene dato. Così Gesù compiendo il segno del pane nel deserto vuole significare che è capace di darci da mangiare, non in senso fisico, ma in senso umano, personale, spirituale.
Solo lui può nutrire le nostre fami. Infatti non abbiamo solo fame di cibo. Noi per lo meno viviamo in un periodo e in un ambiente di benessere, per cui la fame non sappiamo che cosa sia.
La fame di cibo ce la togliamo facilmente mangiando di tutto, abbiamo la possibilità di comprare tutto quello che ci piace, eppure abbiamo un altro tipo di fame. Non siamo contenti e soddisfatti, anche se mangiamo tanto cibo buono. Una volta che abbiamo la pancia piena ci manca ancora qualcosa, ci accorgiamo che non è sufficiente avere la pancia piena. È un istinto primario mangiare, ma una volta che abbiamo mangiato non siamo realizzati, abbiamo fame ancora, fame di amore, di amicizia e di affetto, fame di giustizia, fame di verità, fame di pace. E la fame che sentiamo per il cibo diventa un’immagine per indicare il nostro desiderio, desiderio di cose buone, di realtà che veramente realizzino la vita. Gesù parte da cinque pani – poca cosa – e con quei pochi panini nutre cinquemila persone. Non ha trasformato le pietre in pane, questo gli aveva proposto il diavolo, ma è partito dai cinque pani che qualcuno mette a disposizione. Potremmo parlare del miracolo della condivisione, perché quei pani condivisi bastano per tutti. Allora il segno che Gesù ci offre è proprio quello della divisione, della condivisione fra di noi, dei beni che abbiamo. Sempre, subito, pensiamo alle cose materiali, pensiamo ad esempio alla condivisione dei soldi. Ma ci sono molti altri beni che abbiamo e che non condividiamo: il tempo, l’intelligenza, le capacità, il desiderio di affetto … sono beni che abbiamo e ognuno di noi ne è carico. Troppi tengono tutto per sé e non condividono e il mondo muore di fame, non per mancanza di cibo, ma per mancanza di amore, per mancanza di servizio, per mancanza di affetto, per mancanza di impegno sociale … manca la condivisione. Il poco che c’è può diventare tanto se c’è la qualità del cuore e Gesù ci insegna che l’Eucaristia è proprio questa qualità della vita donata.
Ogni volta che partecipiamo alla Messa e riceviamo l’Eucaristia noi facciamo memoria del Signore che ha donato se stesso e ci insegna la logica del regalo, della generosità. Non bada al poco, ma chiede che quel
poco che c’è sia usato, sia condiviso e distribuito.
Nel miracolo che Gesù compie nel deserto anticipa il dono dell’Eucaristia e l’evangelista racconta il gesto compiuto da Gesù usando gli stessi verbi della istituzione eucaristica: prese i pani, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò quei pani e li distribuì a tutta la folla. Recitò la benedizione, spezzò quei pani e li distribuì a tutta la folla. Sono gli stessi verbi che utilizziamo nel racconto della cena. Quel poco che c’è diventa molto attraverso le mani di Gesù, attraverso il suo cuore generoso. Tutto è presente nel frammento. La nostra generosità è frammentaria, è poca cosa, è una piccolezza, ma quel poco può diventare tanto, dipende dalla qualità con cui noi mettiamo a disposizione degli altri il poco che abbiamo. È un segno ciò che appare: quel poco pane che riceviamo nelle mani è semplicemente una immagine, è solo un segno, ma nasconde realtà sublimi. Anche se noi spezziamo quel pane, Cristo rimane intero in ciascuna parte. Chi lo mangia non lo spezza, non lo separa, non lo divide, lo riceve intatto e interamente. Se spezzo un’ostia in due o in tre parti, ne ricevi meno eppure ricevi tutto Cristo.
Quando spezzi il sacramento non temere, ma ricorda: Cristo è tanto in ogni parte quanto nell’intero.
Vuol dire che in ogni piccola parte della nostra generosità è presente tutto il Cristo.
In ogni piccola azione buona che possiamo fare, in ogni minuto di tempo che doniamo, c’è tutta la potenza di Cristo. Noi ci mettiamo quel poco e Cristo lo rende tanto, lo rende sufficiente per tutti, può saziare la fame del mondo, ma partendo dai nostri cinque poveri, miseri panini. È diviso solo il segno, non si tocca la sostanza, nulla è diminuito della sua persona. Nemmeno il numero dei partecipanti lo spaventa: siano uno, siano mille, ugualmente lo ricevono: mai è consumato. Allora ricordiamoci questo principio eucaristico: tutto il Cristo è presente nel nostro frammento. In ogni frammento della nostra vita è presente il Cristo, che può trasformare la nostra generosità in pane per nutrire l’umanità intera. È questo il segno eucaristico e noi facciamo memoria vivente di questo prodigio che il Signore continua a compiere attraverso di noi: il poco diventa tanto, grazie a Lui, e tutto è presente nel frammento.

Spezziamo il pane

Domenica 22 giugno, solennità del Corpus Domini, torna l’iniziativa Spezziamo il Pane (giunto alla sua 23° edizione). La solennità del Corpus Domini, che celebra la presenza di Cristo nell’Eucaristia, è profondamente legata alla carità. L’Eucaristia, dono supremo dell’amore di Gesù, invita noi tutti a imitare questo amore attraverso gesti concreti di condivisione e unità. Durante l’Ultima Cena, Cristo unì l’istituzione del sacramento al comandamento di amarsi reciprocamente, facendo dell’Eucaristia un richiamo a vivere la comunione fraterna. Nella Diocesi di Lodi questa festa si è sempre accompagnata ad un’opera di carità promossa da Caritas: mentre il pane di vita nutre i cristiani per diventare a loro volta pane spezzato per gli altri, traducendo l’adorazione in carità attiva. Quest’anno l’opera che viene sostenuta è Casa David: casa di accoglienza per mamme e bambini in difficoltà all’interno del progetto Oasi, a Fontana (Lodi).
Nello specifico: le donazioni raccolte durante le celebrazioni del Corpus Domini  servono per l’allestimento della cucina della casa. Per la nostra parrocchia è possibile prendere il sacchettino di pane al termine delle due messe della domenica lasciando la propria offerta secondo la finalità sopra specificata.

Portiamo insieme nel mondo Gesù Vivo

Nella solennità del Corpus Domini e nelle Giornate Eucaristiche vivremo come fratelli e sorelle, comunità cristiana di san Fiorano, il nostro CENACOLO: è l’esperienza di una comunione straordinaria, indissolubile, di Cristo con noi e, per mezzo suo, anche tra di noi. Quell’ultima cena pasquale terrena che Gesù visse con i suoi, di cui la S. Messa è memoriale (= attualizzazione sacramentale!), è carica di significati per noi oggi e per tutti gli uomini di tutti i tempi: è gesto profetico in cui dà se stesso nel segno del pane e del vino per sempre; è consegna del suo servizio sacerdotale nel “..fate questo in memoria di me…”; è invito perenne a vivere la vita tra noi come servizio nella carità; e tutto questo sempre in un mistero di unità profonda che non è scalfita nemmeno dal tradimento di uno dei suoi.
Celebrando il Corpus Domini rivivremo tutto questo in modo speciale: ascolteremo la sua Parola che ci rassicura nel cammino dell’Amore; faremo memoria viva del pane e del vino consacrati per nutrirci del Suo Corpo e del Suo Sangue in cui diventiamo una cosa sola, al di là dei nostri peccati, dei nostri sforzi e dei nostri pur lodevoli desideri; compiremo il gesto della processione Eucaristica, per essere obbedenti al mandato di Gesù di andare nel mondo a testimoniare il Suo Amore, che è il Suo Vangelo!
Ecco la ricchezza di questa celebrazione che in spirito di vera fraternità vi invito a vivere tutti insieme.

Quarantore: solenne adorazione

COSA SONO LE GIORNATE EUCARISTICHE?
Le Giornate eucaristiche (Quarantore) sono giorni particolari della vita della Chiesa durante i quali nella parrocchia viene data la possibilità di sostare presso Gesù eucaristico.
Le Quarantore, restano attuali perché ci aiutano a rinverdire la nostra fede nella presenza reale di Gesù nel SS.mo Sacramento: “l’atto di adorazione al di fuori della santa Messa prolunga ed intensifica quanto s’è fatto nella liturgia stessa, infatti soltanto nell’adorazione può maturare un’accoglienza profonda e vera.
E proprio in questo atto personale di incontro col Signore matura anche la missione sociale che nell’Eucarestia è racchiusa e che vuole rompere le barriere non solo tra il Signore e noi, ma anche e soprattutto le barriere che ci separano gli uni dagli altri.” (cfr. Sacramentum caritatis n. 66)


PERCHÉ SI CHIAMANO ANCHE QUARANTORE?

Le Giornate Eucaristiche, sono chiamate così in onore e ricordo del tempo sofferto da Gesù durante le Sua Passione, esattamente dalla sera del Giovedì Santo al mezzogiorno del Sabato Santo nel triste pensiero del sepolcro, nel quale Gesù, secondo il computo fatto da S. Agostino, rimase quaranta ore.

LE GIORNATE EUCARISTICHE OGGI

Le giornate eucaristiche sono un appuntamento fondamentale nella vita di un cristiano. Sono l’occasione di sostare un po’ di tempo in preghiera davanti a Gesù Eucaristia esposto sull’altare, l’occasione di una preghiera viso a viso, cuore a cuore. A tutti viene chiesta la fatica della preghiera. Fatica nello spegnere la tv, il computer e il cellulare per dedicarsi al Signore. Fatica nell’uscire di casa.
Fatica nel restare in preghiera. Solo così riusciremo ad assaporare la gioia dell’incontro con il Signore, il solo capace di convertire i cuori.
Cosa di cui abbiamo sempre bisogno.

Dio è una comunità che vive in armonia e concordia

Gesù ci ha rivelato Dio come armonia e concordia. Il Dio che ha fatto conoscere Gesù è una comunità di persone che si amano in armonia e concordia. Questa comunità divina è all’origine di tutto il creato, della nostra umanità, della storia di ciascuno di noi. La nostra origine è la Trinità divina, una comunità di persone che vivono in armonia e concordia, per questo sentiamo dentro di noi il desiderio e la nostalgia di questa concordia profonda. Siamo stati creati a immagine della Trinità, dove ogni cosa è in comune. Gesù lo ha detto ai suoi discepoli: «Tutto quello che il Padre possiede è mio, e tutto quello che mio lo Spirito Santo lo darà a voi». Sappiamo bene nella nostra esperienza umana come le relazioni siano anche segnate dal possesso. Proprio parafrasando queste parole di Gesù si adopera talvolta un modo di dire con cui si afferma: “Quello che mio e mio, quello che è tuo è mio”; perché c’è dentro di noi il desiderio di prendere anche quello dell’altro e di tenere ben stretto quello che è nostro. Questo è il peccato: tenere per sé e voler prendere quello dell’altro. Questo è ciò che rovina – nel piccolo e nel grande – la nostra vita. È all’origine delle liti e delle guerre, delle inimicizie e delle contese. È il peccato che rompe l’armonia e la concordia. Questo nella Trinità non c’è … ce lo abbiamo aggiunto noi. Per quello che viene da Dio il mondo è bello, armonico e concorde, per quello che abbiamo aggiunto noi le cose sono storte e rovinate.
Ciò che va male nel mondo è responsabilità nostra, perché ci siamo allontanati da quello stile divino che ha creato il mondo. Allora ricuperiamo sempre – nella fede e nella lode – quella origine armonica e concorde da cui deriviamo e a cui tendiamo. Mettere in comune la nostra vita è uno stile divino, fare di sé un dono e comunicare ad altri quello che abbiamo: non tenere come mio ciò che mi appartiene ma condividerlo. Non è una questione solo economica, è soprattutto una questione di relazione, di amicizia, di condivisione dei sentimenti, della stima, del tempo, dell’impegno, dell’affetto. Mettere in comune, collaborare, creare belle relazione è lo stile cristiano!
Purtroppo ci accorgiamo che non sempre è così, ma quando non è così è perché sbagliamo, perché roviniamo l’opera della Trinità. Quando siamo a immagine della concordia divina siamo persone capaci di belle relazioni. Non c’è bisogno di spiegare che cosa siano le belle relazioni, lo sappiamo per esperienza: ce ne sono alcune molto belle e ce ne sono altre brutte. Anche nel gruppo di amici ci sono dei momenti belli di persone che si vogliono bene, affiatati fra di loro, e ci sono anche nei nostri gruppi di amici tensioni, invidie, gelosie, ripicche, maldicenze. Quando c’è questo, ci accorgiamo che non si vive bene. Gesù ci ha rivelato un Dio che è armonia e concordia … se accogliamo Lui diventiamo così, non esseri isolati, ma persone in relazione, persone che sanno costruire belle relazioni di armonia e di concordia. Dove c’è questa bellezza delle relazioni buone c’è Dio, c’è la rivelazione della Trinità e il Signore desidera fare di tutti i nostri ambienti esperienza di questa armonia e concordia divina. Lodiamo il Signore perché è così e gli diciamo tutto il nostro desiderio di essere così anche noi, gli diciamo il desiderio che la nostra vita sia fatta a immagine della Trinità e le nostre relazioni siano segnate dall’armonia e dalla concordia.

Pentecoste (2)

«Gesù consegnò lo Spirito» … L’evangelista Giovanni, presente e testimone ai piedi della croce, racconta che Gesù consegnò all’umanità lo Spirito di Dio: è quello che noi intendiamo come morì, nel senso che ha dato la vita, non perché l’ha persa, ma perché l’ha comunicata: ha dato la vita a noi e la vita di Dio è lo Spirito Santo. Gesù consegnò lo Spirito e dal suo costato aperto sgorgò sangue e acqua. Il sangue richiama simbolicamente la sua vita e l’acqua unita al sangue è il segno dello Spirito. La vita di Gesù è lo Spirito Santo, è la vita stessa di Dio, è l’Amore in persona che è stato dato, consegnato a noi. «Se qualcuno ha sete venga e beva chi crede in me». Credere significa avere sete, desiderare; credere non è mai un atteggiamento statico e passivo, è il desiderio che anima una vita e mette in movimento, è il desiderio che tende alla pienezza dell’incontro. Noi che crediamo in Gesù abbiamo sete della sua vita, del suo amore; abbiamo sete di questo Spirito che è acqua che dissenta e contemporaneamente è fuoco che riscalda e illumina. Il compimento della Pasqua di Cristo sta nel dono dello Spirito Santo che viene in aiuto alla nostra debolezza perché da soli non sapremmo nemmeno pregare, da soli ripetiamo le nostre idee, parliamo con noi stessi, ci sfoghiamo soltanto … ma la vera preghiera è l’ascolto dello Spirito.
L’esperienza dello Spirito non toglie il male dal mando, ma ci rende capaci di affrontarlo, di combatterlo, di rifiutarlo e di superarlo. Lo Spirito non è astrazione, non è fantasia che va fuori dal mondo; lo Spirito è potenza di Dio dentro il mondo, è la potenza dell’amore che cambia la morte e il male in energia di vita.
Lo Spirito è concretezza, è la dinamica che regge il mondo, è la potenza dell’amore che fa fare cose straordinarie e impossibili … altro che astrattezza! Lo Spirito è il massimo della concretezza, è la consistenza dell’amore, del bene vissuto, della vita donata. Come Comunità Parrocchiale in questa festa di Pentecoste possiamo ritrovarci nello Spirito e bere quell’acqua che disseta e, continuamente, come la sposa del Cristo gridare insieme allo Spirito: “Vieni Signore Gesù, dà senso alla nostra vita, insegnaci a vivere secondo il tuo cuore. Aiutaci, vieni in aiuto alla nostra debolezza, insegnaci a pregare”. Accende lumen sensibus è la formula che l’antico poeta teologo ci ha insegnato ad usare invocando lo Spirito Santo: “Accendi la luce per i sensi”. I nostri sensi, i cinque sensi, percepiscono ma non perfettamente: gli occhi, anche se sani, al buio non vedono niente, se non ci fosse l’aria le orecchie non sentirebbero nulla. L’esperienza spirituale ha bisogno di un lume che è lo Spirito stesso … se non lo accende Lui, i nostri sensi percepiscono male, non vedono, non sentono, non toccano. Non sentiamo il divino, perché ci manca quel
lume dello Spirito. Allora facciamo nostra l’antica preghiera: “Accendi la luce per i nostri sensi, illumina tutte le nostre sensazioni, perché possiamo pensare, volere e sentire come te. Spirito di Dio creatore, vieni ad aiutare la nostra debolezza e accendi una luce per i nostri sensi, perché possiamo comprendere il senso della nostra storia, perché possiamo desiderare il compimento del tuo progetto e avere la tua vita in abbondanza”.

Pentecoste (1)

Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene; non si può essere cristiani senza lo Spirito di Cristo, perché solo quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. Per essere figli di Dio bisogna essere guidati dallo Spirito di Cristo, bisogna lasciarsi guidare dallo Spirito. Siamo stati resi nuova creatura, siamo rinati a vita nuova grazie allo Spirito di Gesù che è stato versato nei nostri cuori.
Lo Spirito Santo è la vita di Dio, è la sua luce, la sua forza, il suo amore; è una potenza che dentro di noi ci rende capaci di fare il bene, di fare di più di quello che istintivamente ci viene spontaneo. L’apostolo Paolo, nella Lettera ai Romani, ci presenta due forze contrapposte: la carne e lo spirito. La carne è quello che noi chiameremmo l’istinto, ovvero il nostro carattere, quello per cui siamo portati naturalmente, quello che ci viene spontaneo. Lo Spirito di Dio invece non appartiene alla nostra natura, non fa parte della nostra personalità, è un dono che arricchisce enormemente la nostra persona. Adesso è diventato nostro, perché ci è stato regalato ed è molto più forte della nostra istintiva propensione. Se siamo risorti con Cristo, allora il corpo, inteso come il nostro carattere terreno, è morto a causa del peccato, ma noi siamo vivi per lo Spirito Santo che è la giustizia di Dio. Grazie allo Spirito noi possiamo vivere bene, possiamo pensare bene, possiamo sentire bene, possiamo agire bene: possiamo! Ci è stata data la grazia, non è difficile essere cristiani, ma è difficilissimo esserlo senza lo Spirito. Puntando sulle nostre forze è impossibile, ma non siamo soli, non dipende solo da noi, dipende dallo Spirito che ci è stato dato. Ci è stato dato lo Spirito? Abbiamo in noi questo Spirito Santo? Se non lo abbiamo non siamo cristiani; se l’abbiamo possiamo lasciarlo agire.
Non domina con forza e prepotenza, non ci costringe a fare quello che vuole, non siamo delle marionette in mano allo Spirito, siamo persone libere che accettano di lasciare agire lo Spirito di Dio. Se lo riconosciamo, lo accogliamo e lo lasciamo agire, lo Spirito in noi fa grandi cose, opera prodigi, ci rende capaci di vivere come istintivamente non sapremmo nemmeno immaginare. È lo Spirito la fonte della santità. I santi sono uomini e donne che hanno lasciato agire lo Spirito Santo, si sono lasciati portare e hanno fatto prodigi hanno vissuto bene, una vita meravigliosa. Noi abbiamo lo stesso Spirito dei santi; a noi sono state date quelle stesse grazie, possiamo anche noi fare come loro, non in forza del nostro carattere, non con le nostre forze (che sono poche), ma grazie allo Spirito Santo. «Mediante lo Spirito fate morire le opere della carne e così vivrete». L’apostolo vuole dirci: “Non andate dietro al vostro istinto, non fate quello che vi viene spontaneo”. E non pensiate che l’istinto sia una questione giovanile, accompagna invece il nostro carattere per tutta la vita, fino all’ultimo respiro. Ognuno di noi ha la sua testa e l’ha anche da anziano. Non andate dietro alla vostra testa, non siate testoni, non intestarditevi sulle vostre opinioni, sul vostro modo di vedere, non vivete secondo i desideri carnali. La carne, secondo san Paolo, non è la sessualità, è proprio la testa, il carattere: sono le tue fissazioni, i tuoi modi di fare, le tue abitudini sbagliate, il tuo istinto.
Se vivete secondo il vostro carattere, se fate semplicemente le cose che vi vengono istintive, morirete.
Se invece – mediante lo Spirito che vi è stato dato – fate morire le opere del vostro carattere, vivrete.
Siete figli di Dio, se vi lasciate guidare dallo Spirito di Dio. Non abbiamo ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura, abbiamo ricevuto lo Spirito dei figli, abbiamo ricevuto uno Spirito che ci rende figli, siamo stati adottati da Dio che ci ha dato il suo nome, il suo patrimonio, la sua eredità: ci ha dato anche il suo carattere, cosa che i genitori adottivi non possono fare con un figlio terreno. Dio ci ha dato la somiglianza con sé, grazie allo Spirito noi lo chiamiamo Papà, abbiamo la somiglianza con Dio e lo Spirito ci attesta che siamo figli. Siamo anche eredi, siamo eredi di Dio, coeredi di Cristo, siamo diventati suoi fratelli, abbiamo una dignità grandiosa. Siamo riconoscenti, ammiriamo la bellezza dell’opera di Dio. La Pentecoste porta a compimento la Pasqua, lo Spirito realizza l’opera di Gesù; grazie allo Spirito noi siamo diventati figli, possiamo vivere da figli. Con gratitudine, riconoscenza e libertà accogliamo lo Spirito di Dio, lasciamolo agire nella nostra vita e vedremo dei cambiamenti grandi; in qualunque età si può fiorire grazie allo Spirito.

Lasciamolo agire, fioriremo!

Ascensione del Signore

L’uomo è arrivato sulla luna: sembra una grande conquista dell’epoca moderna.
Noi celebriamo qualche cosa di molto più profondo e importante: duemila anni fa l’uomo è andato in cielo – non è andato in orbita, non è andato su un pianeta – è andato nel mondo di Dio: l’uomo è arrivato a Dio. La festa della Ascensione ci ricorda proprio questo: la nostra natura umana – nella sua fragilità – è stata elevata ad altezze eccezionali … veramente l’uomo è andato in cielo e ha raggiunto l’obiettivo: è il grande successo della nostra storia.
Il successo di Gesù è l’evento straordinario che innalza la nostra natura umana e ci dà dignità.
Eppure l’uomo Gesù – salito al cielo – non si è allontanato da noi, anzi è entrato dentro: è diventato ancora più vicino, è diventato parte della nostra vita. Noi dobbiamo imparare a riconoscere questa presenza del Signore Gesù nella nostra vita. Pensate quanto impegno scientifico si mette – da parte della grandi nazioni – per l’esplorazione dello spazio, per poter andare su altri corpi celesti … c’è l’interesse per Marte ad esempio – non solo per conoscere tutte le varie realtà del cielo ma con il desiderio di trovare il modo di andarci sopra. Pensate quanto interesse ha nel mondo la ricerca di altri esseri viventi: ci saranno altri esseri viventi su altri pianeti? C’è interesse a sapere, a incontrare questi eventuali esseri viventi che sono altrove … Noi conosciamo l’Essere vivente che è al di sopra di tutto ed è presente in noi: è il Signore Dio! Ci interessa sapere se c’è? Ci interessa sapere come è? Ci interessa entrare in comunicazione con Lui? Ma che ci importa dei marziani o di eventuali altri esseri che si trovino chissà dove nello spazio! Ci interessa il Signore!
Entrare in comunicazione con lui è veramente il progresso! È il progresso della nostra vita – sarebbe il progresso della nostra società – interessarci a conoscerlo e a comunicare con lui!
Non è un oggetto volante non identificato, è una persona presente ben conosciuta ed è dentro di noi, a portata della nostra esperienza, solo che dobbiamo imparare a riconoscerlo e a comunicare con lui! I bambini imparano a parlare, imparano anche la parole difficili, imparano i concetti e si esprimono per comunicare – per comunicare con papà e mamma, con gli altri amici – abbiamo bisogno di imparare a comunicare. Pensate alla meraviglia dei nuovi mezzi di comunicazione sociale: abbiamo delle possibilità splendide per comunicare con gli altri in tempo reale, mandando fotografie, filmati, registrazioni – cose inimmaginabili solo qualche anno fa! Siamo diventati esperti di comunicazione, siamo andati sulla luna e mandiamo messaggi continuamente … eppure ciò che è più importante è che noi entriamo in comunicazione con l’Essere vivente, Signore della nostra vita, che comunichiamo con Lui! Non ci riusciamo col telefonino, né col computer – sono tutte cose utili e belle – ma la comunicazione vera si fa in altro modo e in questo siamo quasi analfabeti! Incapaci di comunicare con la persona più importante dell’universo … non vogliamo rimanere indietro! Vogliamo imparare questa comunicazione fondamentale, vogliamo che il nostro cuore salga in alto – non resti semplicemente terra-terra, impegnato nelle banalità – vogliamo che il nostro desiderio si elevi, si innalzi! Siamo interessati a conoscere il Signore della nostra vita e desideriamo comunicare con Lui!