Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Il silenzio non è assenza di parole, né timidezza. A volte il silenzio è capacità di ascolto e risposta migliore a chi parla a sproposito.
Giuseppe tace in tutto il Vangelo. Non si riporta una sua sola parola. Eppure, egli non spreca nessuna parola che Dio gli rivolge. Ascolta e mette in pratica. E anche davanti ai soprusi di Erode o alla violenza politica dei Romani che lo costringono a mettersi in viaggio insieme a Maria, il Vangelo non registra una sua sola parola. Gesù nel Vangelo ha annunciato la buona novella del Regno attraverso molte parole e segni, ma la cosa che colpisce di più di Gesù è il suo silenzio davanti ai suoi accusatori. Egli rimarrà in silenzio davanti a Pilato e rimarrà in silenzio davanti alle ingiurie e alle umiliazioni dei soldati e del popolo. La sua non è debolezza bensì fortezza.
Non si può parlare e dire la verità davanti a chi non è disposto ad ascoltarla. Lo aveva detto egli stesso, che non è mai un bene “gettare le perle ai porci”. Il suo silenzio è la forma di contestazione più alta a quel male e a quella violenza, e allo stesso tempo è la prova più sicura della sua completa fiducia in Dio suo Padre.
Anche in questo caso mi piace pensare che Gesù abbia imparato la forza dirompente del silenzio da Giuseppe.
È certamente in lui che Gesù ha capito che anche le parole possono essere delle armi, e che davanti a chi ti colpisce bisogna mostrarsi completamente disarmati. È in questo gesto che l’altro pensa di vincere ma in realtà trova la sua sconfitta.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Possiamo capire Dio solo in analogia con le cose umane. Gesù aveva compreso questo e, nella sua predicazione, usava spesso le parabole per poter annunciare la verità del Vangelo. Tra le immagini preferite da lui nelle parabole c’è proprio quella del padre. Sovente Gesù tira in ballo un padre e i suoi figli per parlarci di Dio e del suo amore. Lo fa soprattutto quando deve spiegare la misericordia. La Parabola del Padre misericordioso nel Vangelo di Luca è forse l’esempio più alto.
Ma dove Gesù ha appreso la logica della misericordia se non nell’esperienza della misericordia che ha visto con i suoi occhi in questo suo padre terreno? La definizione di misericordia è incontrare l’amore nell’esperienza della propria miseria.
Il mondo ci ha educati a pensare che l’amore vada meritato.
Gesù ci annuncia un amore diverso, un amore che viene a cercare, che ci corre incontro quando ritorniamo da lui, un amore che è gratuito, immeritato e per questo salvifico. Mi piace pensare che la mansuetudine di quel padre che accetta il tradimento del figlio minore e la frustrazione del figlio maggiore sia stata appresa da Gesù negli atteggiamenti di Giuseppe. Quel tratto umano di delicatezza e di imprevedibile perdono certamente era patrimonio umano di Giuseppe. Quante volte Gesù avrà visto la delicatezza con cui Giuseppe trattava chi gli era accanto, e la differenza di mentalità che mostrava nell’affrontare le avversità e i soprusi. Certi atteggiamenti umani li si può apprendere solo con gli occhi.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Il rito della Circoncisione era per ogni israelita il gesto fisico dell’alleanza. Proprio attraverso di esso si sanciva un’appartenenza più grande. Giuseppe e Maria fanno circoncidere Gesù che non solo entra così nella grande storia dell’alleanza con Israele, ma segna anche il gesto di espropriazione che dovrebbe essere tipico di ogni vero amore. Infatti, se da una parte l’amore è aver cura appassionatamente di qualcuno, allo stesso tempo dobbiamo sempre ricordarci di non essere mai i proprietari degli altri, specie dei nostri figli.
Ricordarsi che essi sono liberi perché appartengono innanzitutto a Dio ci aiuta a coltivare anche quella giusta distanza che rende possibile la vita dell’altro. Tutto questo è evidente nel gesto con cui i genitori insegnano ai figli a camminare. Se da una parte vigilano su di loro e li rialzano se cadono, allo stesso tempo cercano di diminuire quanto più possibile il loro aiuto, affinché il bambino prenda fiducia e cominci a camminare da solo. Se invece prendesse il sopravvento un amore eccessivamente protettivo, quel figlio non riuscirebbe mai a imparare a camminare da solo. Ecco allora che il gesto di espropriazione che viene compiuto da Giuseppe e da Maria nel giorno della circoncisione coincide con il coraggio di fare un passo indietro affinché Gesù faccia un passo in avanti. Ancora una volta Giuseppe ci insegna che la scelta della marginalità è in funzione dell’amore. Chi ama sa farsi da parte.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

L’offerta di due tortore per il gesto di purificazione di Maria dopo il parto è un dettaglio che non deve sfuggirci. Questo tipo di offerta era il minimo previsto per le famiglie povere. Gesù è nato in una famiglia povera, e quindi la sua povertà non è una trovata romantica che lo rende più spendibile in ambito pubblicitario. La povertà della famiglia di Gesù è una povertà vera, non una povertà simulata. In un tempo come il nostro, in cui si può cadere anche in forme di vanagloria travestite da pauperismo, Giuseppe, Maria e Gesù ci ricordano la dignità che solitamente hanno i poveri. Essi non ostentano la loro povertà come qualcosa di cui vantarsi, ma sano rimanere dignitosi del loro poco. Basta far visita a qualche quartiere più malfamato, o entrare nelle case dei poveri per accorgersi che c’è una grande differenza tra lo sciatto, l’abbandonato e il povero. L’autentico povero non è mai sciatto anche se ha poco e ha una tremenda cura di quel poco affinché sia quanto più accogliente possibile. Il vero povero sa condividere e non contempla egoismi, perché sa che il suo destino è sempre legato a quello dell’altro. I poveri sanno ringraziare e capiscono la differenza tra il necessario e il superfluo. I poveri non sono mai indifferenti alla povertà degli altri. Forse per questo Gesù sfama le folle, sente compassione per loro, moltiplica i pani e i pesci e non fa buttare nulla di ciò che avanza perché non sia sprecato. C’è sicuramente un significato teologico, ma non dobbiamo dimenticare il motivo umano, quello che lui stesso ha appreso alla scuola di Giuseppe e Maria.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

La famiglia è l’unico equipaggiamento che Gesù ha voluto per venire al mondo. Il Verbo che si fa carne non si è fato bisognoso di null’altro se non di una famiglia, di due persone che si amassero veramente. Non è la difesa di un valore di parte, troppe volte tacciato come valore cristiano. La famiglia non è un valore cristiano, ma è il minimo sindacale di ogni essere umano. Ognuno di noi ha bisogno di alcune relazioni significative che rendano possibile la sua vita. La presenza o l’assenza di una famiglia fanno la differenza nella vita di una persona. E quando la famiglia non funziona, molto spesso si sedimentano nel cuore di chi ne fa parte degli autentici impedimenti e vuoti che bloccano la vita stessa e la rendono impraticabile e faticosa. Essere famiglia non significa semplicemente vivere insieme, ma poter portare l’esperienza che si è ognuno per l’altro. La forza della famiglia di Nazareth è esattamente in questo: Gesù, Maria e Giuseppe sono tutti l’uno per l’altro. Basta leggere il Vangelo per intuire la complicità affettiva, e la capacità di affrontare ogni male attraverso il grande esorcismo di essere una famiglia, di essere insieme. Non a caso la parola diavolo significa “divisione”. Se vuoi distruggere una persona devi dividerla da chi ama. Ecco perché il luogo più colpito dal male è la famiglia.
E Giuseppe questo lo sa bene, e tra i suoi patronati ha anche quello di difendere le famiglie.
Ma egli non agisce mai da solo, specie in questo caso.
La sua è una intercessione di comunione a Gesù per Maria.

Le rocce della prima Chiesa

Il primo Papa e l'apostolo delle genti. 
Uomini e carismi diversi uniti in un'unica festa che la liturgia celebra il 29 giugno, 
poiché, fin dalle origini, le comunità  cristiane hanno identificato in queste due figure le radici stesse della Chiesa. 
Nella fedeltà a Cristo, fino a dare la vita.

Di Simone (poi ribattezzato Pietro da Gesù stesso) i Vangeli, solitamente molto parchi nelle caratterizzazioni psicologiche, ci offrono un ritratto vivido. E’ irruento, sanguigno: parla e agisce d’impulso, al punto da meritarsi i rimproveri del Maestro. Ma è anche colui che, ispirato dallo Spirito Santo, intuisce prima degli altri la natura divina di Gesù: «Io credo Signore che tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente».


Da qui la chiamata a una particolarissima missione, quella di guida e sostegno della comunità. «E io ti dico che sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’ inferno non prevarranno contro di essa. Ti darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». E’ questo stesso primato che la Chiesa cattolica riconosce nel Papa, i cui simboli, le chiavi e l’anello del pescatore, immediatamente rimandano alla figura dell’apostolo.
Umanissimo nella sua fragilità, Pietro è, come gli altri discepoli, smarrito nel momento terribile della condanna e dell’agonia di Gesù. Ma più degli altri porta addosso un peso. «Non conosco quell’uomo»: con queste parole per tre volte rinnega pubblicamente Cristo, abbandonandolo di fatto al suo destino. Eppure, paradossalmente, proprio questo episodio gli consente di sperimentare, forse più di chiunque altro, l’abbraccio della misericordia. «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?», gli domanda per tre volte il Risorto, rinnovando poi subito la chiamata a guidare il gregge dei fedeli «Pasci le mie pecorelle». Una chiamata cui, dopo la Pentecoste, l’apostolo consacra la vita, diventando un riferimento per i Cristiani a Gerusalemme, in Palestina, ad Antiochia, e operando miracoli nel nome di Gesù. Fin qui le fonti bibliche: il resto è tradizione.
Varie testimonianze raccontano di un trasferimento a Roma. Nel cuore dell’impero il discepolo vive per alcuni anni, predica e coordina la comunità. Muore martire sotto Nerone, probabilmente intorno al 67 d.C. 

Paolo, da persecutore dei cristiani ad apostolo

Molto diversa è la vicenda umana e spirituale di Paolo di Tarso, che, a differenza di Pietro, non ha modo di incontrare il Gesù storico lungo le strade della Palestina. Lo incontra invece in modo misterioso, dopo anni di feroci persecuzioni contro la Chiesa. Per una parte della sua vita Saulo (questo il suo nome prima della conversione) è un uomo inflessibile, spietato, e colpisce i Cristiani con una determinazione che sembra sconfinare nel fanatismo. Poi, improvvisamente, accade qualcosa.

Tutta la vita dell’ Apostolo  è segnata da quell’ evento. È difficile per noi capirlo, perché, in realtà, Paolo stesso comprende solo al momento della morte che cosa abbia significato per lui quell’ episodio. E’ la cosiddetta folgorazione sulla via di Damasco. E’ quell’incidente di percorso che lo costringe a un cambio di prospettiva. E ad incamminarsi verso una vita nuova: inizia così il suo apostolato. Paolo comprende che il messaggio evangelico non si può limitare alle comunità giudaiche, ma ha una dimensione universale. Con lui la Chiesa si scopre a tutti gli effetti missionaria, aperta ai “gentili”, i pagani, i lontani. Uomo caparbio, infaticabile, di grande cultura, eccellente oratore, Paolo abbandona le sue sicurezze per mettersi costantemente in gioco, spinto da un’unica certezza: «per me vivere è Cristo», come scrive lui stesso nella Lettera ai Filippesi. I suoi viaggi lo portano dall’Arabia alla Grecia, dalla Turchia all’Italia. A Roma viene arrestato, ma per un certo tempo riesce, pur tra mille difficoltà, a predicare. Come Pietro muore martire, probabilmente intorno al 67 d.C. 
Le sue 13 lettere, inserite nel canone del Nuovo Testamento, sono un pilastro dottrinale del cristianesimo e un riferimento imprescindibile per i fedeli di tutte le epoche storiche e di tutti i continenti.

Nascita di S. Giovanni Battista

La Chiesa celebra la festa di tre natività soltanto: quella di Cristo, quella della Madonna e quella del Precursore. Per gli altri Santi, infatti, si festeggia non la loro nascita nella carne, bensì la loro entrata nel Cielo.
Proviamo a scattare tre “istantanee” su Giovanni Battista: contempliamo l’austerità del Profeta nel deserto; la fortezza del Testimone della luce; l’umiltà del Precursore che si scansa davanti a Colui che annuncia.
Quello che stupisce prima di tutto del più grande di tutti i Profeti è l’austerità della sua vita, il suo amore alla solitudine e il suo spirito di preghiera. A noi che siamo prigionieri della nostra comodità e che ci perdiamo nelle cose vane, San Giovanni Battista viene a ricordare il ruolo del silenzio, del distacco e della mortificazione per ogni anima che vuole darsi a Dio.  Che lezione per noi!
Secondo sguardo: la fortezza. San Giovanni è un testimone della luce e ci ricorda che – oggi come nel suo tempo – non può esistere un compromesso tra la luce e le tenebre.
Ci insegna cos’è la testimonianza. Come battezzati siamo chiamati a testimoniare. Cos’è un testimone? Il testimone è colui sulla cui parola riposa la nostra fede come su una roccia.
Terzo sguardo: la dolcezza e l’umiltà del Precursore. Ciò non deve stupirci.
La grande santità si caratterizza soprattutto dall’unione delle virtù le più diverse, che solo Dio può unire così intimamente. È l’unione della fortezza con la dolcezza, dell’amore per la verità o la giustizia, con la misericordia per i peccatori. Questa unione è sempre il frutto di una grande vicinanza con Dio.

Con cuore di Padre

Breve riflessione nell’anno di San Giuseppe

Perché lavoriamo?
Molti possono rispondere a questa domanda dicendo che si lavora per portare il pane a casa. Ma forse lo scopo vero del lavoro dovrebbe essere quello di darci l’occasione di esprimere noi stessi. La mancanza di lavoro è come un’amputazione alla dignità della persona. Nel lavoro ci si percepisce utili e significativi. Molte volte la mancanza di lavoro ci getta nella più profonda delle depressioni. In questo senso, il tema del lavoro ha a che fare con la fede e con la santità. Giuseppe è conosciuto come un lavoratore, un artigiano. Gesù sarà chiamato “il figlio del falegname”. È certo che Giuseppe avrà insegnato il suo mestiere anche a Gesù. Il Figlio di Dio ha lavorato come ogni uomo al mondo. Ma anche chi
un lavoro ce l’ha non è detto che lo viva come qualcosa che lo rende felice, che lo santifica. Infatti, a volte facciamo lavori che non vorremmo fare e li facciamo solo per necessità. Così il lavoro non è più il luogo dove io esprimo me stesso, ma è il luogo dove accumulo frustrazione. Tutto questo però può essere capovolto attraverso una conversione dello sguardo. Il lavoro ci santifica non solo quando ci aiuta a esprimerci, ma quando lo facciamo “per amore” di qualcuno. Allora anche la cosa più noiosa o stancante diventa bellissima, quando sai che lo stai facendo “per amore” di chi ami. La vera domanda quindi è se abbiamo capito che dovremmo trovare un motivo “per cui” fare le cose e non farle e basta. Giuseppe è illuminante proprio per questa logica del “per amore”.