In ascolto della Speranza

Il Messia, germoglio di speranza

Geremia è il profeta sofferente che andrà in Egitto, inascoltato dai suoi stessi concittadini . Le sue parole denunceranno le ingiustizie e inviteranno il popolo alla conversione. Egli invita gli esiliati alla Speranza.

Sperare è…GERMOGLIARE

ASCOLTO SAPIENZIALE: In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra (Ger 33,15).

È straordinario che sia proprio un uomo come Geremia ad aprire il cammino d’Avvento il cammino della speranza. Proprio quest’uomo trova nella sua fede, sebben attraverso un cammino tortuoso e faticoso, il
coraggio e la ragione per sperare e non lasciarsi intrappolare nella rete insidiosa del risentimento violento. Il percorso di speranza tracciato da Geremia fiorisce e si conserva non in una serra, ma nel campo aperto delle lotte e delle sofferenze quotidiane. È precisamente la “profonda tenerezza” di Dio a sostenere la nostra. Il Messia viene presentato dal profeta Geremia con un’immagine ricca di poesia: Geremia lo definisce “germoglio”, un termine che viene adoperato nella narrazione profetica anche da Isaia e Zaccaria. Quella del germoglio è un’immagine che richiama un terreno arido e disseccato, da cui Dio fa fiorire un nuovo virgulto di vita, una speranza di sopravvivenza. Dio solo fa suscitare il Messia e lo fa apparire proprio quando la terra sembra ormai impotente a produrre un solo filo d’erba, quale segno di speranza e di vita. I “messianismi” che ci inventiamo volta per volta, sulla base delle nostre attese speranze, durano lo spazio di un giorno, perché la nostra “terra”, la nostra “umanità sola non può produrre speranza! L’unico Messia che può dare compimento alla nostra speranza è Cristo in quanto espressione massima dell’amore, della donazione al servizio verso tutti. Gesù è venuto storicamente duemila anni fa, ma la sua missione di giustizia e di pace, di unificazione degli uomini, di speranza per la nostra umanità è ancora quasi tutta da compiere. Recepiamo l’invito che ci fa Geremia e apriamo il cuore al nostro rinnovamento spirituale e materiale. Spalanchiamo le porte a Cristo, nostra Speranza!

ASCOLTO PROFETICO: Qual è il senso della vita e dove stiamo andando? Sono queste le domande più inquietanti che agitano il cuore dell’uomo di ogni tempo e a qualsiasi latitudine vive.
La cultura contemporanea, segnata da profonde trasformazioni, potrebbe scoraggiarci e impaurirci.
Ma i discepoli di Gesù Cristo interpretano il presente e il futuro confrontandosi con la Parola del Signore che si mostra affidabile non perché accontenta le aspettative e le pretese degli uomini ma perché anche
attraverso il deserto guida i credenti a riconoscere la propria esistenza come un dono da far fruttificare.
Il donarsi di Dio alla nostra vita ci indica una maniera nuova di abitare la nostra casa comune, di riconoscere la nostra fame di felicità e l’aspettativa d comunione piena con Lui e con i fratelli. L’addensarsi di pensieri cupi, delusioni sentimenti di frustrazione ci conduce verso il capolinea della speranza e la sfiducia prevale rispetto ai nostri sogni che finiamo per nascondere e dimenticare. Un nuovo inizio è possibile; bisogna accettare di dover ripartire dalle nostre ferite e dai buchi neri delle nostre attese deluse. La speranza germoglia li dove sembra che tutto sia finito nella tristezza e nell’amarezza. La logica è quella del seme che gettato nella terra deve morire per poter fiorire, così, dove sembra che non ci più nessuna possibilità, il regno di Dio come il seme germoglia e cresce. La speranza è una potenza nascosta che sfugge al nostro controllo e genera stupore e coraggio. Nel tempo d’Avvento siamo invitati ad imparare nuovamente l’arte dell’attesa e de pazienza; non possiamo autoprodurre la nostra felicità, essa è dono di Dio che si sottrae alla logica dell’efficienza e della fretta. Al credente è richiesto solamente d fidarsi e affidarsi alla fedeltà di Dio che realizza sempre i suoi progetti di salvezza. Quali scelte compiere per germogliare?

Andiamo a Gesù su strade di speranza

Il nostro cammino pastorale ci orienta a desiderare fortemente che Gesù venga nella società, nella Chiesa, nelle famiglie e in ognuno di noi, per portare la sua pace, la giustizia e la possibilità di una vita degna e serena per ogni persona, così da rompere ogni giogo di schiavitù e di violenza.
Gesù, Figlio di Dio, grande dono di Dio Padre per noi, può sciogliere tutti i nodi e i grovigli della storia, e regalarci, se lo accogliamo con amore, umiltà, disponibilità, un presente e un futuro di fiducia reciproca, solidarietà e fraternità.
Con questa certezza ci prepariamo con fede e speranza a vivere il Tempo di Avvento, tempo di attesa e di grazia, che ci introduce nel nuovo Anno liturgico e anche nel Giubileo del 2025, e ci mette in cammino per incontrare Gesù che viene con amore e desidera il nostro abbraccio.
Papa Francesco afferma nella «Bolla di indizione del Giubileo» Spes non confundit: «Tutti sperano.
Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene… Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza. La parola di Dio ci aiuta a trovarne le ragioni.
Lasciamoci condurre da quanto l’apostolo Paolo ci comunica: La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato».
La luce della speranza scandisce il nostro cammino con l’accensione di una candela a ogni tappa: la luce aumenta progressivamente, avvicinandoci al Natale, assieme al nostro impegno-amore.

Il tempo d’Avvento, con cui inizia l’anno liturgico, è il tempo dell’attesa. Attendere il momento in cui faremo memoria della nascita di Gesù. Ma in Avvento rinnoviamo anche il nostro spirito di attesa dell’incontro definitivo con il Signore ricordandoci che la nostra vita avrà la sua pienezza quando potremmo contemplare il volto di Gesù in tutto il suo splendore.
L’Avvento di quest’anno 2024 si colora però di un clima diverso aiutandoci vivere l’attesa anche di un altro momento particolarmente ricco da un punto di vista spirituale. Infatti in questo periodo inizieremo un percorso di preparazione immediata all’apertura del Giubileo del 2025, a cui il Santo Padre ha dato come tema Pellegrini di Speranza. È importante prepararsi a vivere l’Anno Santo che il Papa aprirà la notte di Natale, perché si tratta di un tempo di grazia, cioè un periodo in cui il Signore manifesta in un modo particolare la sua misericordia verso di noi, offrendo alla nostra vita l’opportunità di cambiare, di rigenerarsi, d ripartire con un entusiasmo diverso che nasce dalla speranza che il suo Vangelo suscita nel nostro cuore.
Questo tempo liturgico sia vissuto con cura, con attenzione, in modo che ci conduca non solo a contemplare il mistero di un Dio che si è fatto bambino, “Dio con noi”, ma ad aprire il nostro cuore perché possiamo vivere con stupore l’opportunità che ci viene offerta di immergerci nella ricchezza di un anno santo, di un anno di grazia. Entriamo dunque nel tempo d’Avvento guidati dall’abbondanza dei testi liturgici e della Parola di Dio che la Chiesa mette a nostra disposizione e che cercheremo di farne tesoro anche come comunità parrocchiale. Gustiamo al meglio questo tempo d’attesa per essere pronti per iniziare un anno che, se glielo permetteremo con umiltà e astuzia evangelica, ci sorprenderà con la novità che scaturisce sempre dalla presenza operante del Signore che viene.

Spes: spalanchiamo la porta

PRIMA DOMENICA D’AVVENTO: ABITARE CON SPERANZA

Con la prima domenica di Avvento iniziamo il nostro percorso di vigile attesa del Natale, che quest’anno avrà come tema la Speranza. La speranza, come dice papa Francesco, è spesso difficile da definire, strettamente legata alla fede e alla carità, ma sappiamo anche che senza di essa non potremmo vivere. Ogni settimana la Parola di Dio parlerà alla nostra vita, suggerendoci un verbo ed un’emozione perché la speranza riecheggi nei nostri pensieri e nei nostri gesti.
Abitare è il verbo col quale vogliamo iniziare, e trepidazione è l’emozione con cui ci incamminiamo in questo percorso. Cristo viene ad abitare la nostra storia e noi lo accogliamo con trepidazione! Luca nel vangelo ci parla di segni, ci invita a stare attenti…allora cosa vuol dire abitare questo periodo con trepidazione? Significa vivere le nostre relazioni e impegni quotidiani abitati da un’attesa gioiosa, perché la venuta di Gesù riempie il nostro cuore di speranza nel futuro.

Cristo Re dell’Universo

La sovranità dell’umile amore

Potremmo chiederci: perché questa festa a conclusione dell’anno liturgico? Quale ne è il significato? Il fine di tutta l’opera redentrice per cui il Figlio di Dio è venuto nel mondo è quello di pacificare e riunire tutto il genere umano e di consegnarlo al Padre costituendo così il regno della vita e dell’amore. Questa festa vuole quindi manifestare il modo in cui si concluderà la storia della salvezza.
La sovranità di Cristo su tutto e su tutti è ben lontana da quella assunta dai re e dai potenti di questo mondo che spesso sono ingiusti, crudeli, oppressori e cercano una propria gloria anziché il vero bene degli uomini. Ci troviamo qui su un altro piano, in una dimensione spirituale: Cristo non governa opprimendo con superiorità ma è il Re pastore, cioè Colui che guida, sostiene e porta su di sé.
Egli infatti si manifestò veramente re dell’universo sulla croce, quando offrì se stesso in un abbraccio di amore che comprendeva tutto l’universo e liberò ogni creatura dalla schiavitù del male e della morte. Questo sacrificio di amore è sempre in atto, vale per ogni istante della storia e continua nel corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Il Signore continua a liberare e a redimere con la sua regalità di amore, perché il suo Regno non si afferma sulle realtà terrene mediante il dominio e il possesso, ma viene nei cuori, si manifesta nell’atteggiamento dell’amore e dell’umile servizio.

La vera gloria

Gesù è intronizzato sull’altura fuori di Gerusalemme con al fianco due ministri, che ricordano i collaboratori sempre presenti accanto ai troni dei re. Gesù però ha al suo fianco due malfattori, ed egli stesso è crocifisso come ribelle. Questa è la sua gloria! Tuttavia, proprio da questo trono regale Gesù esercita davvero il suo potere, che è il potere di salvare e di perdonare, il potere di togliere il peccato e aprire la porta del suo Regno eterno a chi, pentito, si affida a Lui. Regnare non significa dominare ma servire, beneficare, come Cristo ci ha insegnato, significa cioè vivere per la gloria di Dio e per gli altri, cercando senza posa tutto quello che manifesta la bontà del Signore, tutto quello che può rinnovare l’umanità e ridarle il suo vero volto e la sua somiglianza con Dio. Spesso, purtroppo, si considerano come conquiste e successi quanto invece ci allontana dal Signore, perché ci lasciamo attirare da ciò che soddisfa il nostro orgoglio, e finiamo così nel regno del superbo, mentre il Regno del Signore è per gli umili, è per quelli che non confidano in se stessi, ma si affidano a Lui sapendo di poter essere salvati solo per grazia e per misericordia. Bisogna aprire la porta del cuore, perché nella nostra vita regni il Signore e noi diventiamo come Lui capaci di amare, di soffrire e di offrire tutto quello che comporta la nostra esistenza, perché si compia il Regno di Dio e tutti gli uomini vi possano entrare.

Solennità di Tutti i Santi

La vicinanza alla commemorazione dei defunti ha dato alla festa di Tutti i Santi una connotazione un po’ funebre, mentre ci fa bene ricordare che tendiamo a raggiungere il fine e, senza paura per la fine, desideriamo raggiungere il fine della nostra esistenza, che è l’incontro con il Signore. Questo incontro per noi significa santità, cioè perfezione della vita, maturazione piena, raggiungimento dell’obiettivo che il Signore ha progettato per noi. Il fine per cui stiamo vivendo è la nostra santità. Ognuno di noi può dire con piena verità: “Io sono chiamato ad essere santo e desidero arrivare al compimento di questo progetto che Dio ha su di me”. Abbiamo bisogno di ripetercelo: in Paradiso arrivano solo le persone sante e noi vogliamo andare in Paradiso! Questo è il semplice linguaggio popolare, che vuol dire: vogliamo arrivare alla perfezione della vita e alla santità, che è un altro nome della felicità. Le cose, le comodità, tutti i beni che abbiamo non bastano, il nostro cuore desidera di più; la tristezza che possiamo sentire è l’indizio che manca l’essenziale. È la presenza del Signore infatti che dà una concretezza profonda, ci aiuta ad apprezzare tutto quello che c’è di buono, impegnandoci nel valorizzare il bene presente negli altri. In questa strada della santità c’è per noi la possibilità di futuro: non andiamo a cercare un’altra via, se non la presenza del Signore che garantisce il nostro futuro buono, sapendo che il nostro tempo passa, ma il Regno di Dio non avrà mai fine.

Cos’è la Comunione dei Santi

La nostra partecipazione alla redenzione del Cristo implica una partecipazione all’uomo della vita divina, di una grazia però che non è un bene esclusivo e non lo diviene mai, ma tanto più si partecipa quanto più anche diviene comune. Ora, proprio per questo motivo, la comunione delle cose sante diviene naturalmente e necessariamente la Comunione dei santi. Se la grazia di Dio non si comunica all’uomo che aprendo l’uomo ad una universale comunione, ne viene precisamente che, quanto più l’uomo partecipa di questi doni divini, tanto più anche comunica con gli altri uomini, vive una comunione di amore con tutti quelli che partecipano ai medesimi beni. Per la carità di Dio l’uomo non si apre soltanto a Dio, non entra in comunione soltanto con la divinità, ma acquista una sua trasparenza onde l’anima può comunicare con tutte le altre anime, può vivere un rapporto di amore anche con tutti i fratelli. Il peccato ci ha divisi, ci ha opposti gli uni agli altri e ci ha separati, ci ha reso opachi, impenetrabili all’amore; la grazia invece ci dona questa nuova trasparenza, ci dona questa nuova possibilità di comunione di amore. Ed è questo precisamente allora l’effetto della grazia divina: che cioè noi viviamo la vita di tutti e tutti vivono della nostra medesima vita; non c’è più nulla di proprio che non sia, anche qui, di tutti. Quanto più noi siamo ricchi e partecipiamo agli altri i nostri beni, tanto più dell’altrui bene noi viviamo. Un santo tanto più è santo quanto più è privo di ogni difesa nel suo amore, quanto meno è chiuso nella sua ricchezza. La comunione dei santi è precisamente la Chiesa.
Il termine «comunione dei santi» ha pertanto due significati, strettamente legati: «comunione alle cose sante (sancta) e «comunione tra le persone sante (sancti)». «Sancta sanctis!» – le cose sante ai santi – viene proclamato dal celebrante nella maggior parte delle liturgie orientali, al momento dell’elevazione dei santi Doni, prima della distribuzione della Comunione. I fedeli (sancti) vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo (sancta) per crescere nella comunione dello Spirito Santo e comunicarla al mondo.

Sacratissimo Cuore di Gesù

Spiritualmente, la devozione al Cuore di Gesù può essere compresa soprattutto a partire dal concetto dell’amore. Come Gesù in tutta la sua vita realizza l’amore di Dio, suo Padre, così anche gli uomini sono chiamati a inserirsi con tutta la loro vita e azione in questo amore di Dio.
È proprio nella morte in croce che questo amore verso il Padre si rivela nel massimo grado: il cuore trafitto dalla lancia indica la sua sofferenza mortale e lo presenta come uno sconfitto, ma l’ora della croce è tuttavia anche l’ora della sua esaltazione e il momento in cui l’amore del Padre verso il proprio Figlio si rivela in maniera particolare. Perciò, il cuore trafitto può essere considerato un simbolo dell’amore di Dio.
In seguito alla visione di santa Margherita Maria, il Cuore di Gesù viene raffigurato iconograficamente soprattutto come un cuore fiammeggiante, sormontato da una croce, circondato da una corona di spine e soprattutto con la ferita del costato aperta. Così è interpretato soprattutto in base alla mistica della passione, costituendo un aspetto essenziale della devozione al Cuore di Gesù.
In un tempo in cui questa devozione non è più così sentita come nei secoli passati, è opportuno riflettere sull’attualità di questa festa. È chiaro che oggi è necessario trovare un nuovo approccio ad essa. La via mistica che ha caratterizzato questa festa, oggi per molti non è più accessibile.
La festa del Sacro Cuore ci invita a riflettere sull’amore concreto a partire dalla vita di Gesù.
Nella sua vita e nelle sue opere è apparso tra noi l’amore di Dio, Gesù ha incontrato gli uomini nell’amore e si è preso cura di loro. Questo esempio ci stimola a riflettere sul nostro comportamento verso il prossimo. La nostra vita è compenetrata di amore? Siamo capaci di incontrare l’altro con amore oppure i pregiudizi e i risentimenti ce lo impediscono?
Nella festa del Cuore di Gesù dobbiamo portare anche i nostri fallimenti di amore verso Dio, affidare a lui le situazioni in cui il nostro amore è rimasto carente.
Nella festa del Cuore di Gesù Dio ci ha mostrato nel suo Figlio Gesù che noi creature umane non siamo estranee a lui, siamo importanti per lui, gli stiamo a cuore!

La rivoluzione illuminista ci ha tutti convinti che la parte più interessante dell’uomo è il suo cervello, la sua ragione. La verità però è un’altra. Infatti, la parte più decisiva di ogni uomo è il suo cuore, perché in esso anche la ragione trova il suo spazio e non è lasciata sola. La festa del Sacro Cuore ci ricorda che anche Gesù ha un cuore. Anzi, essenzialmente, il suo Cuore è ciò che di più sacro noi continuiamo ad avere di Lui, perché l’Eucaristia altro non è che la versione sacramentale del suo amore, del suo cuore appunto. E questo con buona pace di tutti quelli che pensano che il cuore sia semplicemente una maniera simbolica di parlare di sentimenti ed emozioni. Il cuore è il luogo delle decisioni, non solo il luogo del “sentire”. La prima cosa che troviamo nel cuore di Cristo è la gratitudine, la capacità di bene-dire, di rendere grazie. Troppo spesso invece nei nostri cuori alberga il contrario: risentimento, lamentela, maledizione. Non siamo esercitati a riconoscere e dire il bene della vita, sappiamo solo elencare il male. Ma anche a coloro che vivono schiacciati dal peso della vita, Gesù offre uno spazio nel suo cuore.
L’Eucaristia è la possibilità che Gesù ci dà di portare la vita insieme con Lui.
Solo così essa si alleggerisce e torna ad essere pienamente umana.

Al termine delle Giornate Eucaristiche e del Corpus Domini

A conclusione delle Giornate Eucaristiche rendo grazie al Signore. Innanzitutto per il dono di se stesso nel Pane della vita: è il regalo più bello che Gesù ci ha fatto, è il tesoro così prezioso per cui si è disposti a rinunciare a tutto pur di poter celebrare, mangiare, incontrare, adorare questa presenza reale di Cristo.
Sono state giornate intense, ma grazie di cuore a tutti coloro che hanno partecipato ai vari momenti di preghiera comunitaria. Grazie a chi ha trovato il tempo, la volontà e il desiderio di “Rimanere in Lui” nella preghiera di adorazione personale.
Sapete quanto ci tengo che la nostra comunità parrocchiale sia sempre di più Eucaristica.
Vivere l’Eucaristia significa dire a Gesù: Ti voglio bene. È importante che le persone che amiamo si sentano dire “Ti voglio bene”. Lo possiamo fare anche con il Signore: ogni volta che partecipiamo alla Celebrazione dell’Eucaristia; ogni volta che ci troviamo insieme a pregare; ogni adorazione personale e comunitaria, è dire a Gesù: “Ti voglio bene”. Lo abbiamo fatto in modo intenso in queste giornate Eucaristiche. Continuiamo a farlo personalmente e insieme nella nostra comunità parrocchiale.
Grazie anche a tutti coloro che hanno animato i vari momenti celebrativi: con il canto, con il servizio liturgico. A coloro che hanno preparato in maniera decorosa la nostra Chiesa.
Grazie anche a coloro che hanno preso parte alla Processione Eucaristica e a chi vi ha svolto un ruolo di animazione, di organizzazione e di sicurezza.

Ss. Corpo e Sangue di Cristo

Che cos’è l’eucaristia? Forse a questa domanda risponde la Solennità del Corpus Domini.
L’eucarestia è la presenza reale di Cristo, la sua compagnia.
Nel segno del pane Egli intercetta tutte le fami che ci portiamo nel cuore. Un cristiano non eucaristico, cioè un cristiano staccato dell’eucaristia, è un cristiano che si deve tenere questa fame. Un cristiano che guarda Dio da lontano, cioè non lo fa entrare concretamente dentro la propria vita, praticamente significa: se noi non prendiamo la comunione o non abbiamo un atteggiamento profondo nei confronti dell’eucaristia, possiamo al massimo interpretare la nostra fame ma non saziarla. Dio non è uno che interpreta i nostri bisogni è uno che li sazia. Li sazia un po’ alla volta, li sazia in una maniera molto più misteriosa di quella che noi ci immaginiamo, ma in una maniera molto più profonda.
L’eucaristia è un Dio che prende sul serio la fame nostra, la fame di vita, di amore, di senso.
È un Dio che non soltanto guarda o sta a guardare questa fame ma provvede a questa fame e lo fa innanzitutto inchiodando i discepoli cioè noi cristiani a non scappare davanti alla fame della gente perché è attraverso le nostre mani, attraverso la disponibilità delle nostre mani, che quella fame poi viene saziata. Date voi stessi da mangiare.
Non è Gesù a distribuire quel pane, lascia che siano i discepoli. Lui si limita a prendere quel poco che hanno nelle tasche i discepoli, quei cinque pani e due pesci, e li divide, lo fa bastare per tutti.
Il miracolo dell’eucaristia innanzitutto un Dio che prende sul serio questa fame.
Poi prende la nostra povertà la moltiplica e la fa diventare cibo per una folla affamata.
Un cristiano povero di questo cibo, rende povera non solo la sua esistenza ma l’esistenza di tante persone, di una moltitudine che attende una comunità cristiana eucaristica.
Gesù vuole educare i propri discepoli, vuole dire che davanti ai bisogni della gente non bisogna scappare. La gente non bisogna intrattenerla soltanto in maniera amichevole come se stiamo seduti attorno a un tavolino a prendere un tè.
La gente va presa sul serio proprio per la propria fame che è una fame molto più profonda.
Non è semplicemente la fame di pane: è la fame di senso, di amore e di vita.

Per questo il nostro cristianesimo è un cristianesimo eucaristico cioè un cristianesimo che prende sul serio la fame di senso di verità e di amore.
È un cristianesimo a cui Dio ha risposto e a cui ogni cristiano, formato alla scuola eucaristica e sfamato di questo pane, deve prestare le mani perché questo miracolo della moltiplicazione e del saziare la folla possa ripetersi. C’è bisogno del nostro sì, c’è bisogno che ci siano ancora persone disposte a distribuire questi pani e questi pesci.
Dio è uno che agisce sempre attraverso l’umanità di qualcuno ma se non c’è l’umanità di qualcuno questo grande dono e questa grande grazia rimangono sprecati.
È questa la fame che Gesù prende sul serio.

Torna l’iniziativa: Spezziamo il Pane

Puntuale da 22 anni senza mai una sosta – per la solennità del Corpus Domini che quest’anno si celebra il 2 giugno, in concomitanza alla Festa della Repubblica.
Per le parrocchie è possibile prenotare il pane da distribuire alle comunità durante le messe domenicali preparato nella notte ai forni da giovani e adolescenti della Diocesi. Le donazioni raccolte quest’anno verranno indirizzare a Casa Regina Pacis, inaugurata lo scorso 8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, alla presenza del Vescovo.

I tre momenti del Corpus Domini

Messa solenne ore 20.45

Compiremo il primo atto: quello di radunarci alla presenza del Signore.
In questo gesto si sente la verità e la forza della rivoluzione cristiana, la rivoluzione più profonda della nostra comunità parrocchiale, che si sperimenta proprio intorno all’Eucaristia: ci raduniamo, nel rispetto di tutte le nostre diversità, alla presenza del Signore. L’Eucaristia non può mai essere un fatto privato, riservato a persone che si sono scelte per affinità o amicizia.
L’Eucaristia è un culto pubblico, che non ha nulla di esoterico, di esclusivo. Anche a questo appuntamento non sceglieremo noi con chi incontrarci. Ci saremo e ci ritroveremo gli uni accanto agli altri, accomunati dalla fede e chiamati a diventare un unico corpo condividendo l’unico Pane che è Cristo. Ci apriremo gli uni agli altri per diventare una cosa sola a partire da Lui.
Pertanto, il Corpus Domini ci ricorda anzitutto questo: che essere cristiani vuol dire radunarsi per stare alla presenza dell’unico Signore e diventare in Lui una sola cosa.

Processione

Il secondo aspetto costitutivo è il camminare con il Signore. È la realtà manifestata dalla processione, che vivremo insieme dopo la Santa Messa, quasi come un suo naturale prolungamento, muovendoci dietro Colui che è la Via, il Cammino.
Con il dono di Se stesso nell’Eucaristia, il Signore Gesù ci libera dalle nostre “paralisi”, ci fa rialzare e ci fa “pro-cedere”, ci fa fare cioè un passo avanti, e poi un altro passo, e così ci mette in cammino, con la forza di questo Pane della vita. Come accadde al profeta Elia, che si era rifugiato nel deserto per paura dei suoi nemici, e aveva deciso di lasciarsi morire. Ma Dio lo svegliò dal sonno e gli fece trovare lì accanto una focaccia appena cotta: “Alzati e mangia – gli disse – perché troppo lungo per te è il cammino”. Percorreremo le vie: Garibaldi, Cremona, Galilei, Enrico Fermi, Marconi, Garibaldi e conclusione in Chiesa
Cammineremo pregando, accompagnati dalla Banda di Maleo e dalla presenza dei Comunicandi (con l’abito della Prima Comunione).

Benedizione

Troviamo il senso del terzo elemento costitutivo del Corpus Domini: inginocchiarsi in adorazione di fronte al Signore. Adorare il Dio di Gesù Cristo, fattosi pane spezzato per amore, è il rimedio più valido e radicale contro le idolatrie di ieri e di oggi. Inginocchiarsi davanti all’Eucaristia è professione di libertà: chi si inchina a Gesù non può e non deve prostrarsi davanti a nessun potere terreno, per quanto forte.
Noi cristiani ci inginocchiamo solo davanti al Santissimo Sacramento, perché in esso sappiamo e crediamo essere presente l’unico vero Dio, che ha creato il mondo e lo ha tanto amato da dare il suo Figlio unigenito. Ci prostriamo dinanzi a un Dio che per primo si è chinato verso l’uomo, come Buon Samaritano, per soccorrerlo e ridargli vita, e si è inginocchiato davanti a noi per lavare i nostri piedi sporchi. Adorare il Corpo di Cristo vuol dire credere che lì, in quel pezzo di pane, c’è realmente Cristo, che dà vero senso alla vita, all’immenso universo come alla più piccola creatura, all’intera storia umana come alla più breve esistenza. L’adorazione è preghiera che prolunga la celebrazione e la comunione eucaristica e in cui l’anima continua a nutrirsi: si nutre di amore, di verità, di pace; si nutre di speranza, perché Colui al quale ci prostriamo non ci giudica, non ci schiaccia, ma ci libera e ci trasforma.