Corpus Domini

Dopo il tempo forte dell’anno liturgico, che incentrandosi sulla Pasqua si distende nell’arco di tre mesi – prima i quaranta giorni della Quaresima, poi i cinquanta giorni del Tempo pasquale –, la liturgia ci fa celebrare tre feste che hanno invece un carattere “sintetico”: la Santissima Trinità, quindi il Corpus Domini, e infine il Sacro Cuore di Gesù.
Qual è il significato proprio della solennità che celebreremo Giovedì 30 maggio, del Corpo e Sangue di Cristo? Ce lo dice la celebrazione stessa che vivremo insieme come comunità cristiana, nello svolgimento dei suoi gesti fondamentali: prima di tutto ci raduneremo intorno all’altare del Signore, per stare insieme alla sua presenza; in secondo luogo ci sarà la processione, cioè il camminare con il Signore; e infine l’inginocchiarsi davanti al Signore, l’adorazione, che inizia già nella Messa e accompagna tutta la processione, ma culmina nel momento finale della benedizione eucaristica, quando tutti ci prostreremo davanti a Colui che si è chinato fino a noi e ha dato la vita per noi.
Soffermiamoci brevemente su questi tre atteggiamenti, perché siano veramente espressione della nostra fede e della nostra vita.

Ss. Trinità (2)

Dio è un dono, non di cose, ma di persone; Dio dona se stesso ed è entrato nel mondo per amore e ha creato il mondo per amore. Gli scienziati hanno introdotto il concetto di big bang: una grande esplosione iniziale che ha dato inizio al cosmo intero. Noi possiamo dire che quel big bang iniziale fu l’amore di Dio. La Trinità esiste da sempre: il Padre, il Figlio e lo Spirito sono una comunità eterna, perfetta, piena, realizzata in sé: non hanno bisogno di nulla e di nessuno … ma l’amore vero è diffusivo di se stesso e l’amore divino è esploso nella creazione dell’universo. In tutto quello che noi possiamo osservare nel creato, in tutto l’ordine cosmico c’è l’amore di Dio Trinità. Tutto è stato fatto per amore, e viene retto dall’amore di Dio. Dio non ha avviato la macchina del mondo per lasciarla a sé, ma vi è entrato dentro, coinvolgendosi con l’umanità.
Ma chi glielo ha fatto fare di mettersi in una storia del genere con gente come noi? L’amore.

Ss. Trinità (1)

Con la Pentecoste si è concluso il tempo pasquale.
I discepoli sono stati scaraventati fuori dal Cenacolo dallo Spirito Santo e in questa fuoriuscita si è ripreso il tempo ordinario.
La quotidianità dei discepoli ma anche di ciascuno di noi.
Eppure in queste domeniche successive a quella di Pentecoste, faremo delle soste significative e la prima fra tutte è questa domenica in cui ricordiamo la Santissima Trinità. Dovremmo dire, anche se forse magari non siamo molto delicati, che chi ci capisce è bravo. Spiegare la Trinità è qualcosa quasi di impossibile. Esattamente come quando uno ama qualcun altro: tu puoi spiegare all’infinito che cos’è l’amore, ma se lo vivi lo si capisce, lo capisci da dentro. E la stessa cosa è valida per Dio. Possiamo sprecare fiumi di parole, fiumi di inchiostro, fiumi di libri per spiegare che cosa sia la Trinità, ma di Dio si capisce qualcosa soltanto quando lo si sperimenta dentro la propria vita. Eppure c’è una verità che rimane come una stella polare per ciascuna di noi. La verità è che Dio non è un infinita solitudine ma è un’infinita compagnia. Per noi che pensiamo che essere felici significa bastare a se stessi, dire che Dio è Trinità significa dire che Dio pur essendo l’essere più grande, più infinito, più onnipotente che riempie tutto l’universo, trova la sua pienezza nella relazione: è Padre, Figlio e Spirito Santo. Allora ogni qualvolta che noi vogliamo puntare in alto, vogliamo puntare alla perfezione, vogliamo puntare alla felicità non possiamo mai farlo senza l’altro, non possiamo mai escludere gli altri dalle categorie della nostra gioia, della nostra realizzazione.
Ogni qualvolta tagliamo i rapporti intorno a noi, pensando che bastare a se stessi ci rende felice, semplicemente ci stiamo proteggendo, perché abbiamo paura di soffrire, abbiamo paura di metterci in gioco o semplicemente perché siamo pigri.
Dio Trinità ci spinge invece a prendere sul serio i rapporti perché se qualcosa la vogliamo capire di Dio questo lo capiamo soltanto nell’amore e l’amore è sempre qualcosa che ci mette in relazione con qualcun altro. Soltanto così allora capiremo questo mistero insondabile di una Trinità che ci ha fatto a sua immagine e somiglianza. Soltanto così, come dice il Vangelo, lo Spirito Santo man mano ci prenderà per mano e ci porterà attraverso questi sentieri relazionali perché proprio quando lasciamo la solitudine dell’io e andiamo incontro al tu, lì forse intuiamo qualcosa di Dio.

Cresima

Cari ragazzi e ragazze, il giorno della Cresima si sta avvicinando.
Voglio condividere con voi questo avvenimento.
Leggendo il Vangelo mi vengono alla mente due episodi narratici dall’evangelista Marco in cui Gesù vi tratta con grande predilezione e riguardo. Una volta ha rimproverato gli Apostoli che volevano allontanarvi da Lui: «Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i ragazzi vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio.»
Sempre Marco racconta di un papà che gli chiede aiuto per la sua bambina che stava molto male: «E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”. Andò con lui.» Gesù prese la ragazza per mano, la rimette in piedi e la ridona alla sua famiglia, perché la faccia crescere bene e possa essere felice.
Questi gesti di Gesù, che l’evangelista racconta, indicano la Sua vicinanza, la Sua cura, il Suo interesse, la Sua tenerezza, il Suo amore per tutti voi ragazzi. Siete stati e continuate ad essere i suoi prediletti!
Vi vuole vicini, vi vuole accarezzare e benedire! Ancora oggi, Gesù continua a guardare voi ragazzi con occhi amorevoli e con grande attenzione, attraverso i vostri genitori, i nonni, gli insegnanti, le catechiste, gli educatori e tutti coloro che vi stanno accanto con amore. La Comunità Parrocchiale è stata voluta da Gesù per mostrarvi tutto il suo amore e per donarvi il suo aiuto. La Parrocchia continua, nel nome di Gesù, ad accogliervi, a prendersi cura di voi, a starvi vicini, a volervi bene, a sostenervi con la catechesi, l’oratorio, la preghiera e con i Sacramenti. Attraverso il dono dello Spirito e l’azione educativa, Gesù desidera vedervi crescere bene, felici e realizzati. Questo è il suo desiderio su di voi! Cari ragazzi, ricordatevi sempre di quello che Gesù ha detto ai suoi amici, prima di subìre il tradimento e la passione: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me… E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi.» Gesù mantiene le sue promesse, è vero, siatene certi, non ci lascia mai soli! Attraverso lo Spirito che riceviamo nei sacramenti della Iniziazione Cristiana e attraverso l’accoglienza materna della Comunità Parrocchiale, continua a esserci vicino e a indicarci la strada che dobbiamo percorrere per costruirci la nostra felicità. Lo Spirito Santo è il respiro di Gesù Risorto, è l’aria con cui viviamo, è l’energia che ci permette di vivere come Gesù: educa al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione. Lo Spirito Santo è davvero il grande regalo di Pasqua, il tesoro che ci viene consegnato.
È il “capitale d’amore” su cui possiamo investire per fare della nostra vita un capolavoro d’amore.
Cari ragazzi questa è la “Bella Notizia” che ho voluto darvi prima che riceviate la Cresima, con l’augurio
di continuare a vivere da amici di Gesù.

Pentecoste

Sono passati 50 giorni dalla risurrezione di Gesù e questo è il giorno della Pentecoste. Che cos’è la Pentecoste? La Pentecoste è come il giorno del parto cioè il giorno in cui un bambino che per nove mesi è stato nel grembo di una madre a un certo punto viene fuori e tu lo vedi, lo vedi in faccia. Guardi: i suoi occhi non sono più fantasia, non è più immaginazione, è qualcosa che puoi toccare con le tue mani, abbracciare. Qualcuno che puoi baciare. La stessa cosa è la Pentecoste.
La vita spirituale, la vita di fede, è qualcosa che fermenta dentro ciascuno di noi ma poi arriva il giorno in cui da dentro viene fuori, esattamente come un bambino da dentro il grembo della madre, a un certo punto arriva nella storia, arriva in questo mondo. Senza Pentecoste cioè senza questa fuoriuscita dall’intimità, dai grembi della nostra vita spirituale allora non si dà cristianesimo e la Pentecoste è esattamente un venir fuori da cenacoli, un venir fuori dall’intimismo, un mettere fuori una vita che il Signore ha suscitato innanzitutto dentro ciascuno di noi.
Lo Spirito Santo ha questo ruolo fondamentale: è qualcosa che da realismo alla nostra vita.
Se fino al giorno prima ci siamo dovuti immaginare la vita, ci siamo dovuti immaginare il volto di Dio, magari ci è nato anche il dubbio che forse ci eravamo inventati tutto, lo Spirito Santo a un certo punto da concretezza a tutto questo perché ti fa toccare con mano, ti fa sperimentare, ti porta dentro la realtà. Senza questo Spirito Santo dobbiamo accontentarci dell’immaginazione. Senza lo Spirito Santo rimaniamo sempre chiusi dentro l’intimismo. Senza lo Spirito Santo la fede è semplicemente nel recinto delle chiese. Senza lo Spirito Santo il nostro credere è semplicemente qualcosa che possiamo consumare da soli. Grazie allo Spirito Santo tutto diventa reale, tutto diventa concreto, tutto diventa visibile, tutto diventa palpabile, tutto diventa qualcosa che non possiamo più tener chiuso e nasce l’esigenza di condividere, di dirlo agli altri, di manifestarlo, di lasciare che questa vita diventi contaminazione per tutti quelli che sono intorno a noi.
Ecco, la Pentecoste è il giorno di questa espansione, di questa deflagrazione, di questo scoppio di una bomba di amore che a un certo punto non è vera solo per noi ma diventa vera fino agli estremi confini della terra passando esattamente attraverso di noi.
Possa questo giorno diventare un grande parto per ciascuno di noi, possa quel Signore risorto che abbiamo sperimentato dentro le nostre paure, dentro i nostri cuori, diventare qualcosa di così vero da poterlo annunciare agli altri, da poterlo raccontare agli altri, da farci capire agli altri.
Il bello è che nel giorno di Pentecoste si dice che tutti sentivano parlare gli apostoli nella propria lingua forse perché la lingua universale che tutti comprendono è l’amore. Quando uno ha questo amore che viene da Dio, è comprensibile a chiunque nonostante le distanze e le diversità.

Il dono dello Spirito Santo è come un misterioso collirio che cambia il nostro sguardo

“Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future”. Se lo Spirito Santo è l’Amore che c’è tra il Padre e il Figlio, si comprende allora il perché di questa pagina del Vangelo. L’Amore non dice cose nuove, ma rende nuove le cose che ci sono già. Lo Spirito non dice cose diverse da quelle che ha detto Gesù, ma le rende nuove, come l’olio rende splendente il legno. Attendere lo Spirito non significa attendere qualcosa che cambia la nostra vita così come il mondo ci insegna. Infatti il mondo per cambiare le cose rottama le vecchie. Dio con il Suo Spirito fa nuove tutte le cose perché conferisce uno splendore a cose che abbiamo sempre visto e sentito. Dio attraverso lo Spirito cambia gli occhi di come vediamo le stesse cose di sempre. Per capire questa logica basta vedere una persona innamorata: vede bellezza ovunque, anche nel dettaglio più insignificante, anche in quel pezzettino di mondo che ha avuto sempre davanti agli occhi ma che ora, sotto l’effetto dell’amore si rivela a lui speciale. Il dono dello Spirito è come un misterioso collirio che cambia completamente il nostro sguardo su tutto, sulla nostra vita, su ciò che abbiamo vissuto, su ciò che abbiamo fatto, sulle persone che abbiamo incontrato, su quello che abbiamo sofferto e su ciò che abbiamo gioito. Ma Gesù aggiunge anche che questa esperienza non riguarda solo il passato ma anche il futuro. Infatti lo Spirito riempie di promessa ogni cosa. In un certo senso dà un destino a tutto ciò che esiste. E per destino non intendiamo un finale già scritto, bensì un fine, un significato, un senso. 
Lo Spirito è l’Amore di Dio che dà senso alla vita. In questo senso tutta la liturgia attende la Pentecoste alla stessa maniera di come attende il Natale, o di come attende la Pasqua. Infatti non avrebbe senso far iniziare qualcosa o affrontare una fatica se tutto questo non avesse a che fare con l’eternità.

Ascensione del Signore

Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò”. Questo Vangelo ci aiuta a capire il mistero della festa dell’Ascensione che vivremo domenica prossima. La festa dell’Ascensione è la celebrazione di una partenza, di un’assenza, di un vuoto, di una mancanza che Gesù lascia.
Ed è Egli stesso a dirci che solo attraverso l’esperienza dell’assenza può venire a noi il Consolatore. Se c’è una cosa che ci spaventa è proprio l’assenza di chi amiamo, l’eclissi di ciò che conta, la scomparsa dell’orizzonte di senso che ci guida. Ma cosa mai di buono può venire fuori da una esperienza così? Per averne una vaga idea dobbiamo pensare a un bambino piccolo che tenta di camminare da solo. Inizialmente si sente forte delle mani della madre o di quelle del padre, ma a un certo punto per poter sprigionare il potenziale che è sepolto in lui, cioè la sua capacità di camminare, il padre e la madre lo lasciano, creano assenza, tolgono le mani. A prima acchito sembra un trauma, ma poi tra una caduta e un tentativo quel lasciarlo lo rende capace di camminare.
La stessa cosa fa Cristo con ciascuno di noi: se inizialmente ci sembra che Egli sia presente anche attraverso un “sentire”, è necessario poi passare attraverso un’assenza, una sua mancanza per far si che arrivi in noi ciò che può tirare fuori da ognuno il potenziale nascosto nel cuore.
Ecco perché se non passiamo attraverso il mistero dell’Ascensione non potremmo nemmeno arrivare all’esperienza della Pentecoste.

Siamo spaventati dal vuoto, dall’assenza, dalla mancanza, eppure il vuoto, l’assenza e la mancanza a volte sono lo spazio dentro cui può entrare il Signore. La festa dell’Ascensione è la forma più evidente. L’Ascensione non è un sforzo di fantasia nell’immaginarci in che modo Gesù sia salito al cielo, ma è la condizione affinché possa accadere la Pentecoste, il dono dello Spirito.
Gesù (l’eterno Presente) crea un’assenza, lascia un vuoto nei suoi discepoli, ed è proprio lì che può entrare lo Spirito. A noi, invece, l’esperienza di un’assenza o di un vuoto non piace perché ci fa sentire terribilmente precari, fragili. Vorremmo sempre certezze. Ma la certezza che ci dà la fede non è come quella del mondo. La certezza che ci dà Gesù, ad esempio, non è “sapere” (come andrà a finire) o “avere” (cose, o persone). Gesù ci dona la certezza di “essere”. Se tu sai chi sei, non hai bisogno di avere altre certezze. Se hai smarrito chi sei, ricerchi continuamente certezze. Ma quando perdi tutte le certezze, allora sei nella condizione giusta per ricevere lo Spirito, a patto però che smetti di fissare il vuoto (dentro di te o intorno a te) e cominci a pregare: “Vieni Santo Spirito”.

Festa patronale

Al termine di questi giorni di Festa in onore del nostro Patrono san Floriano martire, voglio ringraziare dal più profondo del cuore tutti coloro che hanno partecipato ai momenti di festa, in particolar modo con la presenza alle celebrazioni liturgiche quale grande e bella testimonianza di essere e di appartenere ad una famiglia, la comunità cristiana. Ci siamo stretti, nella fede e nella preghiera, intorno al nostro Patrono, con momenti di grande partecipazione e devozione. 
Voglio ringraziare inoltre tutti coloro che si sono impegnati per la buona riuscita di tutti i giorni di festa. Un grazie a tutti coloro che hanno preparato la nostra Chiesa: uno splendore.
Grazie a tutti coloro che hanno prestato un servizio liturgico: ministranti, organisti, cantori, lettori.
Grazie a coloro che hanno preparato ed organizzato la Pesca di beneficenza.
Grazie al vostro impegno, al calore e alla passione che sempre mettete.

San Floriano, martire nostro Patrono

Nel cammino annuale il tempo della Festa Patronale rappresenta un’occasione speciale a livello identitario per la Parrocchia e per l’intero paese, oltre che per tanti nativi di san Fiorano, ora residenti in altri comuni, è il momento in cui ritornare a respirare l’aria del paese natio e gustare la gioia di ritrovarsi con gli affetti.
San Floriano non è solo il Patrono a cui ricorrere una volta l’anno ma un riferimento certo di vita bella, buona e santa che ci mostra come ogni condizione di vita sia propizia per corrispondere all’amore di Dio e per realizzare la propria gioia facendo la sua volontà, nella fedeltà a quanto chiede il Signore. “La santità è il volto più bello della Chiesa”, scrive Papa Francesco, invitando l’intero Popolo di Dio a camminare davanti al Signore con integrità, a non accontentarsi di “una esistenza mediocre, annacquata e inconsistente”, lasciandosi invece “stimolare dai segni di santità che il Signore presenta attraverso i membri del popolo di Dio… che diffondono la viva testimonianza di Lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità”.
E se anche i più semplici possono offrirci modelli assai grandi, quanto più un santo come San Floriano, che ha avuto il coraggio di fare una scelta radicale: non rinunciare alla sua identità cristiana e manifestandola con fedeltà anche di fronte al pericolo della propria vita.
In San Floriano noi contempliamo un modello di vita cristiana e di uomo di Dio quanto mai attuale. Vogliamo guardare a Lui per cogliere l’attualità del Vangelo, la gioia del discepolato e della sequela, la bellezza dell’apostolato e della missione, lo stupore dell’appartenenza generosa alla Comunità cristiana e civile.

Questa Festa è anche un’occasione propizia per dire “GRAZIE!!!”.
Grazie a tutti coloro che in questa e in molte atre occasioni donano del loro tempo, competenza e passione alla Comunità Parrocchiale e alla Comunità Civile. È la bellezza dei volontari.
Il nostro Paese, soprattutto la nostra Parrocchia, vivono della disponibilità di questi volti, di questi nomi che mettono in evidenza uno dei aspetti più belli della vita comunitaria.
Dire grazie significa riconoscere e quindi accettare il fatto che si ha bisogno l’uno dell’altro. Concetto che è alla base del vivere sociale.
Ma soprattutto è un sentimento positivo, e genera un atteggiamento positivo verso la vita. Esempi da raccogliere e testimonianze da portare avanti: dimostrano a tutti noi che è possibile costruire una convivenza basata sulla cura e l’attenzione verso l’altro, e verso la propria comunità cittadina e parrocchiale.

Con queste considerazioni auguro a tutti voi di vivere serenamente e con i vostri affetti questi giorni di festa. San Floriano vegli sul cammino della nostra comunità civile e parrocchiale.

Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori 1° maggio 2024

Il lavoro per la partecipazione e la democrazia

Lavorare è fare “con” e “per”

«Il Padre mio opera sempre e anch’io opero». Queste parole di Cristo aiutano a vedere che con il lavoro si esprime «una linea particolare della somiglianza dell’uomo con Dio, Creatore e Padre». Ognuno partecipa con il proprio lavoro alla grande opera divina del prendersi cura dell’umanità e del Creato. Lavorare quindi non è solo un “fare qualcosa”, ma è sempre agire “con” e “per” gli altri, quasi nutriti da una radice di gratuità che libera il lavoro dall’alienazione ed edifica comunità: «È alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa solidarietà interumana». In questa stessa prospettiva, l’articolo 1 della Costituzione italiana assume una luce che merita di essere evidenziata: la “cosa pubblica” è frutto del lavoro di uomini e di donne che hanno contribuito e continuano ogni giorno a costruire un Paese democratico.
Senza l’esercizio di questo diritto, senza che sia assicurata la possibilità che tutti possano esercitarlo, non si può realizzare il sogno della democrazia.

Il “noi” del bene comune: la priorità del lavoro

Come ricorda papa Francesco in Fratelli tutti, per una migliore politica «il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze». Le politiche del lavoro da assumere a ogni livello della pubblica amministrazione devono tener presente che «non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro». Occorre aprirsi a politiche sociali concepite non solo a vantaggio dei poveri, ma progettate insieme a loro, con dei “pensatori” che permettano alla democrazia di non atrofizzarsi ma di includere davvero tutti. Investire in progettualità, in formazione e innovazione, aprendosi anche alle tecnologie che la transizione ecologica sta prospettando, significa creare condizioni di equità sociale. È necessario inoltre guardare agli scenari di cambiamento che l’intelligenza artificiale sta aprendo nel mondo del lavoro, in modo da guidare responsabilmente questa trasformazione ineludibile.

Prenderci cura del lavoro è atto di carità politica e di democrazia

“A ciascuno il suo” è questione elementare di giustizia: a chiunque lavora spetta il riconoscimento della sua altissima dignità. Senza tale riconoscimento, non c’è democrazia economica sostanziale. Per questo, è
determinante assumere responsabilmente il “sogno” della partecipazione, per la crescita democratica del Paese. Le istituzioni devono assicurare condizioni di lavoro dignitoso per tutti, affinché sia riconosciuta la dignità di ogni persona, si permetta alle famiglie di formarsi e di vivere serenamente, si creino le condizioni perché tutti i territori nazionali godano delle medesime possibilità di sviluppo, soprattutto le aree dove persistono elevati tassi di disoccupazione e di emigrazione. Tra le condizioni di lavoro quelle che prevengono situazioni di insicurezza si rivelano ancora le più urgenti da attenzionare, dato l’elevato numero di incidenti che non accenna a diminuire. Inoltre, quando la persona perde il suo lavoro o ha bisogno di riqualificare le sue competenze, occorre attivare tutte le risorse affinché sia scongiurato ogni rischio di esclusione sociale, soprattutto di chi appartiene ai nuclei familiari economicamente più fragili, perché non dipenda esclusivamente dai pur necessari sussidi statali. Un lavoro dignitoso esige anche un giusto salario e un adeguato sistema previdenziale, che sono i concreti segnali di giustizia di tutto il sistema socioeconomico. Bisogna colmare i divari economici fra le generazioni e i generi, senza dimenticare le gravi questioni del precariato e dello sfruttamento dei lavoratori immigrati. Fino a quando non saranno riconosciuti i diritti di tutti i lavoratori, non si potrà parlare di una democrazia compiuta nel nostro Paese. A questo compito di giustizia sono chiamati anche gli imprenditori, che hanno la specifica responsabilità di generare occupazione e di assicurare contratti equi e condizioni di impiego sicuro e dignitoso.
I lavoratori, consapevoli dei propri doveri, si sentano corresponsabili del buon andamento dell’attività produttiva e della crescita del Paese, partecipando con tutti gli strumenti propri della democrazia ad assicurare, non solo per sé ma anche per la collettività e per le future generazioni, migliori condizioni di vita.
La dimensione partecipativa è garantita anche dalle associazioni dei lavoratori, dai movimenti di solidarietà degli uomini del lavoro e con gli uomini del lavoro che, perseguendo il fine della salvaguardia dei diritti di tutti, devono contribuire all’inclusione di ciascuno, a partire dai più fragili, soprattutto nelle aziende.